20/08/2026
Di solito non parlo mai di questioni interne alla Lega sui social, perché sono cresciuto con il dogma che i panni sporchi si lavano in casa. Ma in questa effervescente estate in casa Lega sembra che le cose vadano dette alla luce del sole e quindi, visto che l’epicentro delle polemiche è proprio la mia Lombardia, da militante lombardo dico qui anch’io quello che penso.
Nonostante i modi e i toni di queste settimane, che non condivido, voglio affrontare questo dibattito in maniera costruttiva e credere che alla base ci sia una vera volontà di riflessione politica sul futuro della Lega e non tattiche per definire le cadreghe del prossimo giro in Parlamento o, peggio ancora, personalismi che portano a un gioco al massacro in cui perdono tutti.
Credo che uscire continuamente sui giornali con l’intento di picconare la leadership di Matteo Salvini, a pochi mesi dalle elezioni politiche, sia sbagliato e distruttivo per il nostro movimento. Abbiamo celebrato un congresso un anno fa in cui nessuno ha fatto emergere malessere e, sinceramente, non si sono palesate e non si vedono oggi alternative credibili alla leadership di Salvini.
Credo anche che da parte di molti ci sia poca riconoscenza nei confronti di chi ha preso la Lega nel momento più difficile della sua storia, l’ha portata a risultati che nessuno avrebbe immaginato e ha permesso a tanti di noi di ricoprire ruoli che probabilmente, senza quella stagione, sarebbero stati impensabili. E aggiungo che troppe volte Salvini è stato lasciato solo. Nei momenti più difficili non sempre il movimento ha fatto quadrato intorno al proprio segretario come avrebbe dovuto.
Ma allora va tutto bene nella Lega? Evidentemente no, visto il martellamento quotidiano che ci siamo autoinflitti in questi caldi mesi estivi. Io credo che i problemi della Lega non si risolvano chiedendo in maniera avventata un passo indietro del segretario e nemmeno inventando dall’alto nuove associazioni o modificando gli statuti. Prima di discutere dei contenitori dobbiamo tornare a discutere dei contenuti, di cosa vogliamo essere: della nostra identità.
Tra chi sta uscendo in maniera più netta sui giornali si sente spesso ripetere il mantra: “bisogna tornare al Nord”. Ma detto così mi sembra un concetto un po’ vuoto, se non si spiega cosa significhi concretamente. Anche perchè oggi abbiamo cinque ministri leghisti al Governo, tutti del Nord, tutti lombardi. Governiamo tre Regioni e una Provincia autonoma, tutte conquistate o riconfermate con l’attuale segreteria e tutte al Nord. Stiamo portando avanti l’Autonomia differenziata contro tutto e tutti, abbiamo ottenuto l’autonomia sulle concessioni idroelettriche per cui lottavamo da trent’anni, la flat tax per le partite IVA, il taglio del cuneo fiscale, Milano-Cortina e miliardi di investimenti in Veneto e Lombardia. Con Matteo Salvini al MIT sono in essere circa 100 miliardi di investimenti infrastrutturali tra Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Liguria.
È abbastanza? Probabilmente no. Ma questi sono fatti concreti per il Nord, non chiacchiere.
Certo, non siamo più la Lega Nord che si occupava esclusivamente di Padania. Ma questa non è una novità: è così da dieci anni. E quando sento alcune voci avanzare oggi critiche così forti, una domanda mi viene spontanea: perché queste stesse critiche non venivano fatte nel 2019, quando eravamo al 34%, visto che la linea nazionale era già quella di oggi?
Come ho avuto modo di dire alla vigilia del congresso della Lega Lombarda: la nostalgia è un sentimento legittimo, ma non è una linea politica.
Qualcuno ha poi detto che “dobbiamo tornare alle origini”. Ma se pensiamo che bastino le parole d’ordine di 30 anni fa per ottenere il consenso dei cittadini del Nord, a mio parere siamo fuori strada. Certo, dobbiamo far sentire ancora più forte la nostra voce su autonomia, tasse e libertà per chi lavora e produce. Penso però che oggi i padani stiano vedendo la propria terra cambiare rapidamente in peggio: città sempre più insicure, immigrazione problematica, maranza e baby gang che spadroneggiano, interi quartieri che cambiano volto. E sullo sfondo un rischio ancora più grande: diventare progressivamente minoranza a casa nostra, sopraffatti anche numericamente da culture profondamente lontane dalla nostra e da una religione come l’Islam che, nelle sue interpretazioni più integraliste, non è assimilabile con i valori e le libertà della società europea.
In gioco oggi c’è la sopravvivenza della nostra civiltà e proprio il Nord produttivo è molto più esposto a questi cambiamenti rispetto ad altre aree del Paese meno interessate dall’immigrazione di massa. Per questo affrontare questi temi oggi significa difendere soprattutto il Nord.
La Lega di Bossi non era moderata. Era autonomista e federalista, certo, ma era anche antisistema, politicamente scorretta, eurocritica, contraria all’immigrazione incontrollata, dalla parte della sicurezza, della nostra gente e dell’identità dei nostri territori.
La Lega di Salvini ha avuto il merito di capire prima di altri il grande mutamento che stava attraversando l’Europa: un’UE lontana dalla gente e responsabile di scelte economiche disastrose, popoli investiti da un’immigrazione fuori controllo, identità messe sotto pressione e problemi di convivenza che la sinistra per anni ha negato o nascosto sotto la sabbia.
Salvini quelle idee non le ha soltanto predicate. Le ha messe in pratica, costruendo importanti alleanze con le altre forze identitarie europee e, da ministro, arrivando a rischiare anni di carcere per aver contrastato l’immigrazione clandestina e chiuso i porti.
Quelle battaglie non sono superate. Oggi sono più urgenti e attuali che mai. Per questo considero un grande errore l’idea, avanzata spesso in questi giorni, secondo cui, siccome “Vannacci parla di immigrazione e sicurezza”, noi dovremmo spostarci verso il centro ed essere più moderati. Significherebbe rinunciare proprio a una parte fondamentale di ciò che siamo e della nostra storia, su cui abbiamo dimostrato competenza e coraggio.
Ed è qui, secondo me, il vero punto di tutto questo dibattito. Prima ancora della leadership, delle associazioni, degli statuti, del Nord o del centro, la questione è l’identità della Lega. Chi siamo oggi? E chi vogliamo essere domani?
La mia risposta è che non dobbiamo scegliere tra la Lega di Bossi e la Lega di Salvini, perché è Lega in entrambi i casi.
La Lega oggi deve essere il movimento del federalismo e dell’autonomia, del buongoverno dei territori e della libertà di chi lavora e produce. Ma contemporaneamente deve essere il movimento dell’identità, della sicurezza, della remigrazione, della difesa delle nostre radici e della nostra civiltà, baluardo contro l’islam politico e motore di cambiamento verso un’Unione Europea senz’anima. Non c’è antitesi in tutto ciò.
Dobbiamo far germogliare il seme federalista in tutto il Paese, perché oggi responsabilità, autonomia e libertà dei territori non sono valori che appartengono soltanto al Nord. E allo stesso tempo dobbiamo essere la forza politica che più di tutte comprende la grande sfida identitaria e demografica del nostro tempo.
Territori e identità. Autonomia e remigrazione. Buongoverno e coraggio di essere politicamente scorretti. Federalismo in Italia e sovranismo in Europa. Radici profonde e capacità di guardare avanti.
Questa, per me, è la Lega del 2026.
Non abbiamo bisogno di diventare la copia di qualcun altro né di riposizionarci verso un centro che, tra l’altro, è già affollatissimo. E soprattutto non abbiamo bisogno di consumarci in una guerra interna proprio mentre davanti a noi si avvicinano battaglie decisive.
Serve ritrovare orgoglio, coraggio e comunità, ripartendo anche dal basso, dove troppo spesso si spendono più energie nelle critiche interne che nel fare politica vera sul territorio.
Siamo il movimento politico più longevo del Parlamento, abbiamo un esercito di amministratori locali unico nel panorama nazionale e siamo garanzia di buongoverno in comuni, province, regioni e Governo. Ma siamo anche quelli del Manifesto dell’Indiano, del fango di Pontida e quelli che, solo quattro mesi fa, sono entrati in migliaia in piazza Duomo con i trattori al grido di “Europa cristiana e mai musulmana!”.
Spero ci sia la maturità di fermare le guerre interne, che non fanno bene né alla Lega né al Nord.
La chiave è interpretare il periodo storico epocale che stiamo attraversando e riscoprire chi siamo. La nostra storia contiene già tutte le risposte.