26/07/2025
Pane per i denti degli altri.
Bologna sta cambiando e non in meglio.
La gentrificazione non è solo un termine da sociologi: è ciò che viviamo ogni giorno camminando per le strade del centro, passando davanti all’ennesimo ristorante instagrammabile, superando i cantieri degli studentati di lusso e cercando invano un appartamento con un affitto accessibile. È il volto di una città che si svuota dei suoi abitanti per riempirsi di turisti, investitori e rendite immobiliari.
È un fenomeno sociale ed economico che crea gravi traumi al tessuto urbano e ai suoi abitanti, perpetuando dinamiche discriminatorie classiste, razziste e di genere. Come fenomeno complesso, la gentrificazione va analizzata in maniera intersezionale per quello che è: puro colonialismo, e come premessa rifiutiamo la narrazione faziosa e patriarcale di una città-Cenerentola che da povera, sporca e trasandata viene vestita con abiti nuovi e appariscenti attraverso una serie di interventi coatti e non necessari ai suoi reali abitanti.
Bologna non è una metropoli: è una città dalle dimensioni contenute con quartieri storici, una comunità viva, relazioni di vicinato e memorie stratificate. Proprio per questo motivo, l’impatto della gentrificazione qui è più violento che altrove. In una città piccola, ogni nuovo locale per turisti sostituisce un esercizio utile alla comunità, un bar o una bottega storica o un luogo di aggregazione di quartiere. Ogni Airbnb rappresenta una casa in meno per chi vive davvero la città. Ogni studentato privato costruito per accogliere solo chi può permetterselo, spinge fuori chi lotta ogni giorno per restare.
Questi traumi al tessuto urbano, che vengono invece spacciati per processi evolutivi naturali e inevitabili e, in generale, tutte le politiche locali anti-degrado incentrate sui concetti di decoro e di riqualificazione, si basano su forme di razzismo ambientale che scavalca sfacciatamente le esigenze della popolazione originaria, di chi la città la vive(va) quotidianamente in maniera profonda, e delle dinamiche sociali e microeconomche ad essa collegate.
Ciò è finalizzato alla sostituzione del quartiere (con le sue spontaneità, le sue risorse multicultrali e le naturali idiosincrasie) con scatole vuote a uso, e soprattutto consumo, di turisti locali e non, preferibilmente altospendenti.
Ci proponiamo di contrastare – per mezzo di azioni e interventi di protesta sul territorio, i fenomeni di displacement e far riflettere sulle complessità sociali, psicologiche ed economiche causate dalla gentrificazione.
La gentrificazione è espropriazione. Espropriazione del diritto all’abitare, alla socialità, alla cittadinanza. Bologna sta diventando una merce: una cartolina gourmet da vendere, un marchio da sfruttare. Ma noi non siamo spettatori. Siamo abitanti. E vogliamo restare.
Vogliamo una Bologna che non sia solo per chi può pagarla.
Vogliamo una moratoria sui nuovi studentati privati, che non rispondono al bisogno abitativo reale.
Vogliamo un piano per l’edilizia popolare e gli affitti calmierati, non, al contrario, sgravi per chi specula.
Vogliamo bloccare la trasformazione selvaggia delle case in B&B e Airbnb.
Vogliamo politiche pubbliche per il diritto alla città, non per l'industria del turismo.
La città ci appartiene.
Non siamo contro chi viene a visitarla, ma contro un sistema che mette il profitto sopra le persone. Bologna non può diventare un luna-park in cui si viene a fare esperienza dell’autenticità dopo che l’autenticità è stata spazzata via.
Che futuro possiamo auspicare per Bologna, se i suoi abitanti non potranno più viverci?