17/01/2026
Una fantastica e partecipata iniziativa stasera
Ospiti e platea di eccezionale livello, per parlare del presente e immaginare il futuro, che ringraziamo per i preziosi contributi
Un ringraziamento particolare a Stefania Zolotti e una menzione al segretario del Circolo Dossetti Francesco Stanchi che con il segretario di Unione Luca Stanzani hanno organizzato l'iniziativa.
INTRODUZIONE di Francesco Stanchi
C’è una relazione che molti hanno provato a raccontare, ma che oggi vediamo con chiarezza nelle nostre società:
le menti deboli hanno bisogno dell’uomo forte.
Quando una comunità accetta che solo una minoranza dei suoi cittadini sia davvero in grado di
comprendere, analizzare, discutere ciò che legge, non sta solo fallendo sul piano educativo.
Sta diventando fragile.
Esposta alla semplificazione.
Alla delega.
Alla rinuncia.
Se davvero – come ci dicono molti dati – solo un ragazzo su venti riesce a capire e interpretare un testo
complesso, allora gli altri diciannove non sono “inermi”.
Sono persone che rischiamo di rimanere indietro.
Persone che faranno sempre più fatica a orientarsi, a scegliere, a partecipare.
Uno Stato democratico non può permetterselo.
Non solo perché è inefficiente. Ma perché non è giusto.
E perché una democrazia senza conoscenza diffusa è una democrazia che, prima o poi, smette di decidere
insieme.
È da questa consapevolezza che nasce questo incontro.
Ma c’è anche dell’altro.
Perché se è vero che abbiamo un problema di istruzione, di capacità critica diffusa, è anche vero che questo
problema non nasce per caso.
È il frutto di una battaglia culturale che abbiamo perso.
Da almeno trent’anni la sinistra e la politica in generale hanno accettato che il neoliberismo diventasse l’unica narrazione possibile.
E così abbiamo smesso di proporre visioni alternative, di parlare con gli intellettuali, di costruire pensiero.
E quando la politica smette di pensare, smette anche di capire il lavoro, di governare l’economia,
di indicare una direzione.
È anche da questa riflessione che nasce questo incontro. Una riflessione che ho trovato particolarmente centrata nel libro del professor Emanuele Felice.
Se vogliamo davvero riformare il presente e immaginare il futuro, dobbiamo tornare a una domanda essenziale:
chi governa l’economia, e con quale idea di società?
La proposta di Felice, nel suo Manifesto per un’altra economia e un’altra politica,
prova a rispondere proprio a questo.
E lo fa indicando tre assi molto concreti, che parlano direttamente alla nostra democrazia, alla politica, al campo progressista.
Il primo è la conoscenza.
Perché senza istruzione di massa, senza accesso reale al sapere, senza capacità critica diffusa, non esistono cittadini liberi.
Esistono solo individui più esposti alla paura e alla semplificazione.
Il secondo è la giustizia sociale e fiscale.
Perché una società in cui la rendita conta più del lavoro, in cui chi accumula capitale paga meno tasse di chi
lavora, in cui l’eredità conta più del merito, è una società che perde fiducia nel futuro.
E il lavoro non è solo una questione economica.
È dignità.
È emancipazione.
È cittadinanza.
Il terzo asse è la giustizia ambientale.
Perché la transizione ecologica non è una questione tecnica.
È una questione profondamente sociale.
Chi inquina di più spesso ne paga meno le conseguenze.
Chi è più debole e oppresso le subisce sulla propria pelle:
in salute, in qualità della vita, in speranza di futuro.
Qualche tempo fa Pier Luigi Bersani lo ha detto con chiarezza:
la politica ha smesso di ascoltare gli intellettuali, di farsi disturbare dal pensiero, di costruire le sue scelte insieme a chi prova a leggere il tempo lungo.
E quando la politica smette di pensare, smette anche di capire le dinamiche sociali legate al lavoro.
Lo riduce a numero, a costo, a variabile.
Non più a luogo di dignità, di emancipazione, di cittadinanza.
Il libro di Felice è importante proprio per questo: perché rimette insieme ciò che negli ultimi anni è stato
separato.
Economia e politica, certo.
Ma soprattutto lavoro e democrazia.
Ed è per questo che a condurre questa discussione c’è Stefania Zolotti.
Non solo una giornalista, ma una voce intellettuale che, con la rivista SenzaFiltro,
ha scelto di raccontare il lavoro senza scorciatoie, senza slogan, senza semplificazioni comode.
Un contributo fondamentale, se vogliamo tornare a costruire una visione politica solida.
Questa visione, però, ha bisogno di una cerniera.
Tra pensiero e decisione.
Tra società e istituzioni.
Per questo esperienze come Cinnica, qui rappresentata dalla portavoce Agathe Gillet, sono fondamentali.
Perché dimostrano che la società civile può anticipare la politica, indicare strade, porre domande.
E la politica deve avere il coraggio di ascoltarle.
Perché una città a misura di infanzia e adolescenza è una città che guarda lontano.
E una città che non è a misura di bambini non è una città a misura di nessuno.
Così come la politica deve avere il coraggio di misurarsi con il governo concreto delle città.
Quando un sindaco come Matteo Lepore prova a tenere insieme rigenerazione urbana, giustizia sociale e visione progressista, non sta solo amministrando
Sta verificando e attuando concretamente una politica riformista che può incidere nella realtà e dare una direzione al futuro.
E quando un partito, attraverso il suo segretario cittadino Enrico Di Stasi, apre spazi di confronto come questo, si assume una responsabilità:
non chiudersi,
non semplificare,
non accontentarsi.
Questa serata non è una parentesi. È un inizio...
Un invito a ricostruire una visione politica che oggi manca alla politica nel suo insieme.
Una visione che parta dal basso, si nutra di pensiero, e abbia il coraggio di indicare una direzione.
Perché, come diceva Lincoln:
“Il miglior modo per predire il futuro è crearlo”.