28/08/2026
🔎Come sono cambiate le case popolari a Bologna?
Scopriamolo insieme, un decennio alla volta.
Negli anni 1960-1969 la storia dell’edilizia in Italia si intreccia con il “miracolo economico”, la stagione di crescita e industrializzazione che trasforma rapidamente il Paese da rurale a urbano. Le città si espandono, le campagne si svuotano, intere generazioni si spostano verso i poli produttivi del Nord e del Centro. La casa diventa il simbolo concreto di questa nuova modernità, il segno visibile di un benessere diffuso.
In questo decennio si compie anche un passaggio culturale decisivo: dalla casa popolare intesa come risposta emergenziale si passa alla piena affermazione del condominio, l’“edilizia di aggregazione”. Gli edifici multipiano ridisegnano le periferie, dando forma a quartieri verticali, specchio di una società che cambia ritmo, abitudini e aspirazioni.
Strumento chiave di questa trasformazione sono i Piani per l’Edilizia Economica e Popolare (PEEP). Attraverso questi piani, molti Comuni procedono all’esproprio di aree, con l’obiettivo di redistribuire la densità abitativa e governare un’espansione urbana spesso impetuosa e disordinata. L’intento non è solo costruire case, ma evitare nuove forme di segregazione sociale, investendo in servizi, spazi verdi, scuole e impianti sportivi: quartieri pensati come parti vive e integrate della città.
A Bologna il PEEP viene approvato nel 1963. e nascono così nuovi insediamenti alla Beverara, alla Filanda, a Corticella e al Fossolo, destinati a diventare tasselli fondamentali dell’espansione urbana degli anni Sessanta.
Tra questi, il quartiere Fossolo è il più noto e rappresentativo. Qui la presenza estesa di verde pubblico diventa un tratto distintivo di quella che è stata definita la “Terza Bologna” popolare: una città nuova oltre il centro storico, dove l’edilizia residenziale dialoga con scuole moderne e servizi collettivi. La periferia non è più soltanto margine, ma luogo di qualità urbana e di costruzione di comunità.