19/08/2026
I lettori ci perdoneranno se il post è un po’ lungo, ma era difficile tacere dopo le interviste sull’asfaltatura di via Santo Stefano e via Farini: un segnale preoccupante di quanto sia fragile – e spesso sabotata – qualsiasi idea sensata di conservazione della città storica. Basterebbe ricordare che il basolato era stato rifatto anni fa e che quel lavoro è stato di fatto cancellato ricoprendo tutto di asfalto, trasformando due strade antiche in anonime vie da periferia e buttando al vento denaro e lavoro.
Si legge che “La Soprintendenza ha autorizzato l’operazione in via provvisoria, ritenendola compatibile con la tutela del valore storico della pavimentazione”. Ma ci si chiede se, secondo il significato autentico della tutela, non sarebbe stato più corretto imporre il restauro dei basoli rovinati dai bus, invece di una copertura che – è evidente – resterà per molti anni. Infatti, il rinnovamento del basolato è legato al cantiere della Garisenda, che non è nemmeno iniziato, e i bus continueranno a passare per tutta la sua durata, di cui non si conosce la fine. È chiaro che un secondo basolato verrebbe distrutto in poco tempo, e che il progetto sarà rinviato all’infinito. Avuto l’ok per l’intervento “provvisorio”, si confiderà sulla memoria corta, rendendolo “definitivo”, nella convinzione che tra un mese nessuno ne parlerà più.
Così si torna alla soluzione più antica: il vecchio asfalto, che sembra risolvere tutto. Una soluzione che ha i suoi convinti difensori. Emblematica è l’intervista ai commercianti della strada pro-bitume, i quali auspicano che l’asfalto rimanga in via definitiva e che si rinunci all’ipotetico rifacimento “provvisorio” del basolato: “In via Farini ci furono proteste ai tempi delle asfaltature: ora nessuno tornerebbe indietro”. Una frase che suona come un vero manifesto della bellezza e dell’attrattività del bitume. Le dichiarazioni dei commercianti sono interessanti, al di là delle accaldate interviste agostane, perché mostrano con chiarezza quali siano oggi le convinzioni correnti sul centro storico e le idee, grottesche, sulla sua (non) conservazione. Le registriamo a futura memoria, quando qualcuno vorrà forse capire come si sia potuti scendere così in basso.
Ecco un’altra dichiarazione: “Il vero affare sarebbe avere qui davanti una strada in asfalto realmente a misura di ciclista”. Colpisce, anche in questo caso, la convinzione che i ciclisti richiedano intere strade asfaltate, non semplici piste dedicate. È evidente che il commerciante intendesse “a misura di automobili”, salvo poi correggersi per adeguarsi alla moda ‘green’. La distorsione delle tematiche ecologiche – e dunque la loro totale perdita di significato – è così evidente da suscitare grasse risate, ma anche la certezza che, quanto a sensibilità e cultura, siamo fermi agli anni Cinquanta, quando si poteva demolire e asfaltare quasi tutto. Che il passaggio dei bus sia un generatore di dissesti risolti con l’asfalto non sembra sfiorarlo; tanto più che, nelle strade non servite dal tram, i grandi bus continueranno a transitare e quindi a distruggere sistematicamente ogni selciato. E, a voler essere pignoli, non abbiamo nemmeno la sicurezza che non affianchino il tram in alcune vie: ipotesi inquietante, ma non del tutto da escludere.
Un altro commerciante osserva che il problema dei dissesti stradali è il “peso degli autobus”, osservazione ovvia, ma che certo non avrebbe mai formulato con la stessa convinzione per le Due Torri, una delle quali compromessa proprio dal passaggio dei bus – come aveva segnalato, inutilmente, Boschi anni fa (uno scienziato, non un negoziante). È un esempio perfetto di effetto NIMBY: il danno dei bus su via Santo Stefano mi riguarda perché danneggia il mio negozio; se rovinano le Due Torri – come è accaduto con la Garisenda, benché l’evidenza sia stata subito insabbiata – non mi interessa. Sarà interessante tornare a intervistarlo tra qualche anno, quando il passaggio continuo dei bus avrà rovinato anche l’Asinelli e gli edifici storici di via Santo Stefano e di via Farini.
Un altro commerciante – e qui si sfiora il sublime – sostiene che “se si vuole davvero una città green è giusto incentivare i ciclisti anche posizionando tratti d’asfalto nelle vie più trafficate”. L’idea di un centro storico ‘green’, tutto asfaltato e popolato da ciclisti felici, è sorprendente; non sembra aver considerato che potrebbero finire sotto i bus o nelle buche provocate dagli stessi bus. Per lui le strade restano autentiche anche se asfaltate: “Via Santo Stefano e via Farini non perderebbero nulla della loro storicità, come testimoniano i palazzi che vi si affacciano”. Ne deriva che l’asfalto renderebbe più vivibile il centro e valorizzerebbe persino i palazzi storici. Queste, ricordiamolo, sono dichiarazioni del 2026, non del 1926. Tra l’altro questo impagabile signore – che proporremmo volentieri per il Premio Attila 2026 - non si sa dove abbia ricavato l’idea che “la città prima o poi dovrà fare una scelta: la storicità di un luogo ha senso se questo viene frequentato” (forse studiando la biografia di Attila). La convinzione che la “storicità” coincida con il degrado – cioè con un’idea distorta di “frequentazione” del centro storico – ci riporta al grado zero della conservazione urbana, esattamente quello che stiamo attraversando. Si potrebbe proseguire, ma ci fermiamo qui.