01/05/2026
Primo Maggio, calendario rosso, festa della gente,
ma se guardi le tabelle, qui non ride proprio niente.
Non è un post di auguri, è un grido di battaglia,
per chi suda, per chi cade, per chi resta sulla maglia.
Mille croci in un anno, è un bollettino di guerra,
700 vite e più rimaste stese per terra.
Non chiamarle "morti bianche", chiamale col loro nome:
è profitto sulla pelle, è un sistema senza onore.
Esci la mattina, ma non sai se torni a casa,
la sicurezza è un costo, la tua vita è una risorsa invasa.
Poi c'è il gap, quel divario che non si accorcia mai,
se sei donna in questo stato, sono solo grandi guai.
51% al lavoro, il resto è ferma al palo,
e se hai quarantacinque anni, ti regalano lo scalo.
Ti dicono "passata", "troppo esperta", "da scartare",
mentre sei la spina dorsale che non smette di lottare.
E le madri? Un ricatto, una scelta forzata,
o il lavoro o la culla, la dignità è calpestata.
78 mila giovani hanno preso quel volo,
un milione di laureati che ci lasciano da soli.
In Italia solo stage, paghe da fame e precariato,
all'estero il talento, qui il cervello è svuotato.
E chi ha una disabilità? Spesso resta nell'ombra,
barriere nel contratto, una giustizia che ingombra.
Non servono pietismi, ma un ufficio e una scrivania,
perché il diritto al lavoro non è una cortesia.
Chiudiamo il cerchio con chi cura e non riposa,
otto milioni di persone, è una scelta dolorosa.
Caregiver familiari, ottanta per cento donne,
che reggono la casa, ma cadono le colonne.
Invisibili allo Stato, senza ferie né contributi,
angeli del quotidiano, troppo spesso dimenticati e muti.
Questo Primo Maggio non è per chi comanda,
è per chi aspetta ancora una risposta alla domanda.
Il lavoro è un diritto, non è un premio o un favore,
buona lotta a tutti, con la rabbia e con il cuore.