28/04/2020
STORIE AL TELEFONO #3
UNA GIORNATA COME TANTE
“Cazzo sono già le 6:30, rischio di perdere il bus”. Di corsa riesco a salire, fortunatamente ho fatto il biglietto ieri e sono sicuro di arrivare dal mio collega: insieme giungeremo, con la sua auto, sul luogo di lavoro.
Appena salito lo saluto e poi in silenzio ad ascoltare la radio; nulla di nuovo, la radio ripete numeri di decessi e di contagiati, ma nessuna soluzione.
Quando inizia a diffondere dei litigi politici abbassiamo il volume e iniziamo a parlare tra di noi. Partono supposizioni di quello che faremo in azienda, come continueremo a lavorare con mascherine che iniziano a diminuire e in giro non se ne trovano nemmeno a pagarle oro.
Una volta arrivati mi avvio al mio armadietto, qualcuno ha già iniziato a lavorare per lasciare lo spogliatoio libero. Prima di cambiarmi mi lavo le mani seguendo il foglio appiccicato al muro: la prevenzione mi assilla!
Appena mi reco alla mia postazione entro in una fase di paura quasi paranoica.
Mi isolo sia mentalmente sia fisicamente; la mia postazione è una stanza di aspirazione per materiali polverosi, mi ritengo fortunato a poter stare tutto solo.
La testa inizia a pensare e pensare. Penso a come tutto questo possa essere successo. Riesco a malapena a capire cosa dice la radio locale che mi tiene aggiornato costantemente.
Una mia collega scende dagli uffici per darmi indicazioni lavorative e tutto quello che prima era del tutto naturale diventa una procedura asettica: un metro di distanza, mascherina, guanti e subito di corsa in ufficio. Nessuna chiacchierata, nessuna battuta.
Finalmente arriva la prima pausa, anche se ho lavorato mezza mattina mi sembra di aver lavorato il doppio.
Dovremmo andare uno alla volta alla macchinetta del caffè ma sfidiamo il “controllo” e ci spostiamo in due, sento il bisogno di fare due parole.
Il mio collega riesce a coinvolgermi in un discorso senza dover parlare dell’attualità, riesco finalmente ad uscire dal pensiero molesto.
Tornando alla mia postazione incrocio il mio collega marocchino il quale mi chiede fino a quando continueremo a lavorare in queste condizioni sperando che io possa dargli una qualsiasi notizia, buona o cattiva non lo so, non so cosa si aspetti. Mi avvicino per dirgli che purtroppo ne so quanto lui e noto che fa un passo indietro...
Riprendo a lavorare e Radio Onda d’Urto “lancia” la rubrica sugli approfondimenti. La dottoressa Donatella Albini, una consulente degli Ospedali Civili, spiega la situazione, tenta invano di fare un pronostico per le settimane a seguire e infine raccomanda di stare tutti a casa.
Ormai sono diventato il gazzettino dell’azienda, sono uno dei pochi che riesce ad ascoltare la radio in modo costante. Tra taglierine e aria compressa è difficile per i miei colleghi rimanere aggiornati.
Riporto le ultime notizie, molti passano dalla mia postazione per sapere: c’è chi non vuole credere, qualcuno chiede se i contagiati comprendono anche i morti, addirittura c’è chi pensa al complotto economico.
Di certo le energie per svolgere il proprio lavoro sono allo stremo, la testa non è serena, si lavora con la paura.
La maggior parte dei colleghi, pur avendo la mascherina, mi parla dal vetro non apre nemmeno la porta.
Pausa pranzo sembra una benedizione, anche se vorrei che fosse già finita la giornata.
Se prima mangiavamo tutti insieme e riuscivamo anche a prenderci un po' in giro, ora è totalmente diverso: divisi in due stanze, altri mangiano alla propria postazione di lavoro; gli argomenti si concentrano solo sull’attualità.
Una collega in particolare è terrorizzata, anche semplicemente fare una battuta sul COVID la destabilizza, le cambia lo sguardo.
Finito di consumare il proprio cibo si esce dalla mensa a gambe levate e subito a bere il caffè...uno alla volta.
Nei pressi della macchinetta si tengono distanze di oltre 1 metro, quasi chilometriche, le colleghe trangugiano il caffè e scappano di corsa in ufficio pur non essendo ancora l’orario per riprendere il lavoro, come se all’interno trovassero protezione.
Sono le 13:30, si riprende a lavorare. Devo ammettere che il pomeriggio sembra passare più veloce, sarà che ho la pancia piena, sarà che mi sto abituando, sarà che la radio ora passa musica e notizie meno spiacevoli.
Riesco per un paio d’ore a tenere un buon ritmo, esco dal Bunker per recuperare della guaina che mi serve per ricoprire dei tubi e vedo che il corriere BRT sta caricando le nostre spedizioni; mi avvicino perché lo conosco e mi racconta che anche nella comunità pakistana c’è molta paura. Addirittura qualcuno vorrebbe tornare nel proprio paese, nonostante non si riscontrino ancora dei contagiati nella loro comunità.
Lo saluto a pugno chiuso, perché sa cosa penso politicamente. In passato, quando ero addetto al carico e scarico merci, abbiamo avuto molte discussioni, non sempre condivisibili. D’altronde la mano non posso dargliela.
Torno in postazione e dopo tre quarti d’ora mi bussa alla porta un collega per fare la seconda pausa, quella del pomeriggio. Ormai è questione di poche ore e poi me ne torno a casa.
Mentre mi siedo su un bancale a distanza di tre metri dal mio collega mi racconta che la sua compagna ha avuto la febbre tutta notte e che gli girano i co****ni perchè non può andarla a trovare.
In quel preciso momento esce dalla porta degli uffici la responsabile alle risorse umane, la quale inizia a inveirci contro, urlando che non capiamo un c***o, per andare a bere il caffè bisogna andare uno alla volta.
Gli facciamo notare che stiamo mantenendo le distanze di sicurezza che siamo provvisti sia di guanti che mascherina. Nulla da fare la psicosi ha preso il sopravvento.
Sono le 17.30, sembra di aver lavorato 24 ore senza mai fermarsi. Manca mezz’ora per andarsene e non ho proprio voglia di iniziare una nuova commessa; spengo gli aspiratori, inizio a pulire in terra, mi levo la tuta e metto in carica il muletto più scarico.
Noto che quasi tutti abbiamo avuto la stessa idea, ci ritroviamo alle 17:55 fuori dagli spogliatoi come se ci fossimo dati appuntamento.
Il nostro responsabile ci esorta a tornare alle nostre postazioni...la voglia di mandarlo a quel paese è tanta ma riusciamo a trattenerci.
A turni ci cambiamo e facciamo previsioni per l’indomani.
Salgo in macchina del collega, partiamo ascoltando la radio che passa la conferenza della protezione civile, sta comunicando il bollettino dei contagiati di ieri: i numeri sono ancora spaventosi.
A differenza della mattina il silenzio la fa da padrone.
Mi lascia alla fermata del bus, ci salutiamo con la promessa di vederci domani alla stessa ora nello stesso punto.
Dopo circa 15 minuti arriva il mio bus, il N.10 (Poncarale). Siamo solo in due, io e una signora anziana, entrambi con la mascherina.
Il viaggio è meno frenetico a differenza dell’andata, riesco a osservare con più tranquillità il paesaggio fuori dal finestrino. Quello che mi si presenta è sostanzialmente il deserto in una città: negozi chiusi, pochissime auto, semafori che sembrano funzionare per la famosa “città fantasma”, qualche negozio di alimentari illumina le vie, (ma sono pochi, uno o due per ogni quartiere che attraverso), qualche runner, cani che accompagnano i propri padroni in giro per fargli prendere una boccata d’aria.
Quello che mi impressiona sono le ambulanze in prossimità dell’ospedale che, a sirene spiegate, sfrecciano costantemente.
Finalmente sono a casa, l’unico momento della giornata dove inizio a sentirmi al sicuro, tutti quei piccoli dolori e starnuti della giornata non mi preoccupano più, subentra una consapevolezza di quanto tutta questa situazione ci rende fragili mentalmente.
Mi guardo nelle tasche: il biglietto del bus per domani ce l’ho.