20/04/2023
Net Gen - Essere giovani nell'era digitale
Spesso sentiamo parlare di “Net Gen” o di “nativi digitali”, ossia degli appartenenti a quella generazione nata in un contesto in cui gli strumenti digitali, in particolare internet e computer, sono già accessibili a chiunque.
Ma essere nativo non significa necessariamente aver sviluppato competenze spendibili nell’utilizzo delle tecnologie.
Nella mia esperienza di educatore, ho avuto occasione di incontrare e dialogare con giovani di ogni età, provenienza ed estrazione sociale. Sono sempre curioso di comprendere meglio l’approccio che la cosiddetta “generazione Zeta” ha nei confronti del web.
La costante che ho riscontrato nella maggior parte di loro è sì una dimestichezza, dovuta anche all’abitudine del gesto, nel maneggiare app e social, ma spesso combinata ad un analfabetismo sia nella conoscenza dei meccanismi a cui questi rispondono, sia degli effetti che producono.
Sanno come pubblicare un video su TikTok, ma non sanno come funzioni un algoritmo. Sanno come improvvisarsi influencer, ma non sanno chi trae guadagno dalla loro immagine.
Quest’ignoranza li rende fortemente manipolabili; soggetti a stimoli esterni a cui rispondono senza troppi interrogativi; spesso più vulnerabili di quanto riconoscano.
La pandemia ha accentuato ulteriormente la loro passività ai social, che si sono rivelati sempre più richiestivi nei confronti dell’utenza, promuovendo con insistenza alcune proprie funzioni potenziate per generare un rapporto di dipendenza con i fruitori.
Ma il boom di dirette, videochiamate e selfie che si sono susseguiti durante il lockdown ha implicato parimenti “zoomer” e “boomer”, giovani e adulti.
Il punto è questo: il divario digitale è una forbice molto più stretta di quanto tendiamo a immaginare.
I giovani della “Net Gen” si sentono umiliati dagli stessi troll e dagli stessi cyberbulli con cui intavola discussioni il papà nei commenti alla notizia del giorno.
Provano lo stesso identico smarrimento di un anziano che subisce la visita di un furfante quando qualche ladro di galline, con una truffa online, si appropria delle credenziali dei loro social e magari di qualche euro dalla carta prepagata.
E tutti i nodi vengono al pettine quando devono compilare moduli, impostare un foglio di calcolo o svolgere faticose procedure online (come abilitare lo SPID o iscriversi alle scuole superiori).
Insomma, questo falso mito, alimentato da un certo “pensiero magico”, secondo il quale tutti i giovani a contatto con le nuove tecnologie si trasformerebbero in luminari del mondo digitale, è sfatato quotidianamente dagli esiti, spesso disastrosi, dei loro tentativi: del resto sarebbe come chiedere a un baby boomer, giacché nato insieme alla televisione, di dirigere il Festival di Sanremo.
Il nostro ruolo educativo rimane fondamentale per individuare come supportare queste ragazze e questi ragazzi nello sviluppo delle loro propensioni e per affiancarli nell’uso delle tecnologie, cercando strade che aprano la possibilità di un reciproco scambio di conoscenze e accrescano la consapevolezza. Perché per superare paure e demonizzazioni, la questione essenziale resta sempre la stessa: non si tratta del mezzo in sé, ma dell’uso che ne facciamo.