04/08/2026
Nel giorno dell'ultimo saluto a Franco Baresi, condividiamo il ricordo di una nostra consigliera, che è, poi, il racconto di un pezzo di vita. In un mondo di molta apparenza e poca sostanza, di molte (spesso troppe) parole e pochi fatti, ricordiamo chi, a testa bassa, lavorava in silenzio e con passione, mai sopra le righe e mai sotto i riflettori.
«Io non sono mai stata una grande esperta di calcio, e neppure una grande appassionata, ma era praticamente impossibile, a casa mia, non averci a che fare. La domenica pomeriggio, cascasse il mondo, ovunque si trovasse la famiglia (a casa, al lago, in montagna, proprio ovunque..) mio padre accendeva la radiolina a transistor per ascoltare le partite. C'erano radiocronisti davvero leggendari, che riuscivano a farti vedere la partita, anche se, di fatto, la partita non la vedevi. E poi, la domenica sera, c'era la Domenica Sportiva, programma sacro, che era impensabile, per mio papà e mio fratello, non guardare dall'inizio alla fine. Mio papà, Luca e lo zio sono sempre stati milanisti, persino quando il presidente era Berlusconi (allo zio è costato parecchio, ma quella calcistica è proprio una fede..).
Le domeniche del derby la tensione era palpabile e vincere o perdere significava fare o subire battute e sfottò per i giorni successivi.
E poi c'era il mercoledì, che, nella mia testa, sarà sempre associato alle partite della Coppa dei Campioni. Quelle le guardavo anch'io, e me lo ricordo bene il Milan di Sacchi: una squadra perfetta, quasi irreale (il cross che arriva sempre sui piedi del compagno di squadra, la difesa che sale, tutta insieme, come in un balletto, per lasciare gli avversari in fuorigioco).
E in quel Milan, il Milan degli olandesi, al centro della difesa, c'era Franco Baresi.
Franco Baresi, a casa mia, non si discuteva: un pilastro, un baluardo, uno che, quando alzava il braccio, manco ti veniva da guardare il guardalinee. Se lui alzava il braccio, allora era sicuramente fuorigioco.
Per quanto io sia una persona caciarosa, mi piacciono (e mi sono sempre piaciuti) gli sportivi silenziosi, che fanno parlare i risultati, che stanno lontani dai riflettori e che, soprattutto, non protestano, non polemizzano e non si fanno comprare dal primo sceicco che spunta all'orizzonte.
Franco Baresi era uno così, che ha preferito seguire la sua squadra in serie B, piuttosto che cambiare casacca. E poi era di Travagliato, quindi un po' uno di noi.
Dopo gli anni bui del calcioscommesse e della retrocessione in serie B arrivò, come in un film americano, il grande riscatto. Arrivarono gli scudetti, le Coppe dei Campioni e, beh, per la mia famiglia milanista (e pure per il barbiere Valerio, che parlava solo e soltanto di Milan) le domeniche ed i mercoledì erano tanta roba, talmente tanta da far temere che ci fosse una catastrofe dietro l'angolo.
Per me Baresi è associato ad un pezzo importante della mia giovinezza ed a tanti ricordi: mio papà era un bravissimo difensore, che ha appeso le scarpette al chiodo che aveva già superato i 50, e me le ricordo ancora (ero piccolissima) le sue partite allo stadio di Lonato, quando la Feralpi era Feralpi Lonato. Luca, come Baresi (o, forse, proprio per Baresi), vestiva la maglia numero 6. Lo zio, invece, lo sport non ha mai potuto praticarlo, ma l'anima rossonera, l'anima del Diavolo, quella l'ha sempre avuta.
E oggi, che nessuno dei 3 è più con me, la morte di Franco Baresi diventa il ricordo delle domeniche e dei mercoledì del Milan e del suo capitano, quello che non si discuteva mai. Quello che, quando alzava il braccio, sicuramente era fuorigioco. Me lo voglio ricordare così, Franco Baresi. Con il braccio alzato e l'espressione seria di chi sa di aver ragione. E con la maglia rossonera, quella che ha portato anche in Serie B, perchè l'amore per la maglia è una cosa così: nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Fai buon viaggio, Capitano"