ANPI Brugherio

ANPI Brugherio Pagina della sezione brugherese dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.

2 GIUGNO 2026, grazie a chi come Paola Cortellesi ricorda la nascita della Repubblica in modo differente dalle parate mi...
04/06/2026

2 GIUGNO 2026, grazie a chi come Paola Cortellesi ricorda la nascita della Repubblica in modo differente dalle parate militari. Repubblica e Democrazia nascono dalla lotta partigiana e di popolo contro il nazi-fascismo.

Dal post di Lorenzo Tosa.

Ieri sera questa grande artista che di nome fa Paola Cortellesi, in piazza del Quirinale, davanti al Presidente della Repubblica e in faccia - lasciatemelo dire - a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, ha tenuta delle orazioni più alte degli ultimi anni sul vero e autentico senso della Festa della Repubblica.

Lo ha fatto facendo i nomi e i cognomi delle DONNE che questa Repubblica hanno contribuito a costruirla e a renderla possibile.

C’è voluta lei per fare quei nomi di grandi donne italiane, perché il governo della prima donna Presidente del Consiglio se n’era dimenticato.

"Ottant'anni fa nasceva la Repubblica Italiana.
Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza, Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, un gesto semplice e insieme rivoluzionario. Dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto.

E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne. Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e il 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra monarchia e repubblica e all'elezione dell'assemblea costituente.

Finalmente, almeno lì dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro. Prima di quel momento la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un'idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte anche per legge a un unico ruolo considerato naturale: moglie, madre, custode del focolare.

La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c'era un progetto di limitazione dell'autonomia femminile. Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo, come filosofia e storia nei licei.

L'istruzione di bambini e ragazze fu orientata verso lavori donneschi, ovvero mansioni domestiche. Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati. E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l'arroganza di proseguire gli studi, avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.

Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile.

In questi passaggi del volume ‘Politica della famiglia’ del 1938, scritto dall'economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe: ‘La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia’.

E ancora: ‘Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l'aumento della disoccupazione maschile’.

In sintesi è: ‘Vengono a rubarci il lavoro’. Questo concetto, devo dire, va ancora fortissimo. È un jolly da giocarsi a seconda delle categorie. Allora erano le donne.

Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza, ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi. In un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram, ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.

Adottarono un nome di battaglia, come misura di sicurezza per sé e per i compagni, e si unirono alle circa 300.000 persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.

Teresa Vergalli, nome di battaglia Annuska, staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce e una piccola rivoltella nel reggipetto per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei naz*sti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra girò per le campagne con il facsimile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.

Tina Anselmi aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all'impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.

Irma Bandiera venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata e uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente perché tutti vedessero qual era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.

Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Molte di quelle ragazze erano adolescenti, non avevano ancora il diritto di lavoro, ma stavano già scegliendo il futuro dell'Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale. Il carcere, la tortura, la morte.

Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell'assemblea costituente. Nilde Iotti, che aveva partecipato alla resistenza nei gruppi di difesa della donna, divenne una delle 21 donne costituenti e anni dopo la prima presidente della Camera.

Teresa Mattei, partigiana a 20 anni, contribuì alla scrittura dell'articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Ma accanto a queste figure straordinarie c'era la moltitudine silenziosa delle donne comuni, quelle piegate dal lavoro fin dall'infanzia, indottrinate alla sottomissione, destinate nei casi migliori a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame, sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra.

Insomma: quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate. Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine, non più soltanto madri o mogli, ma persone. Titolari di una volontà politica e di diritti, essere convocate attraverso il voto a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo.

Si saranno percepite come gocce nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento?

La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni: "Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un'autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d'esame. Ripassiamo mentalmente la lezione, quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d'amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari".

Da pari. Con quel gesto nasceva la promessa di una repubblica fondata sulla dignità e sull'uguaglianza.

La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, di sentire scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.

Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall'obbedienza imposta.

L'effettiva parità salariale, la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute.

Dobbiamo lavorarci.

Dico ‘dobbiamo’ perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte. Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare. E quel diritto conquistato 80 anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.

Oggi, festeggiare gli 80 anni della Repubblica Serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia, che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci ogni giorno a meritarla.

Irma Bandiera, prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre: "Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l'ho tanto voluto io stessa".

Quelli dopo di lei siamo noi".

STRAORDINARIA!

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Martedì 12 maggio nel salone Berlinguer sarà ospite il fotoreporter Enrico Mascheroni.
Professionista, Enrico si occupa di tematiche sociali, ha collaborato in una pubblicazione con il cardinal Carlo Maria Martini, è membro di Reporter Sans Frontières.
Le sue foto sono uno sguardo sul mondo, non il semplice scatto.
Verranno proiettate e commentate fotografie dei numerosi viaggi compiuti.

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25 Aprile a Milano, ancora una volta la grande stampa, le reti televisive raccontano ciò che fa comodo. In presenza di accordi presi anche con le Forze dell'ordine il corteo doveva, come ogni anno, avere una disposizione dei gruppi ben precisa. Non rispettare tali accordi ha comportato (dopo moltissimo tempo di attesa di decine di migliaia di persone sotto il sole che aspettavano di partire per piazza Duomo) tensione con quei gruppi tra cui anche la Brigata Ebraica che non volevano lasciare la testa del corteo, bensì, avrebbero dovuto prendere posizione all'interno di esso. Il comportamento dei cittadini nel corteo in attesa della partenza è stato responsabile, per il resto sarà il tribunale a giudicare.

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26/04/2026

Coro CantaStoria il 28 aprile a Brugherio.
Uno spettacolo costruito su 13 quadri di canti, letture teatrali ed immagini per raccontare fatti e nomi significativi della storia antifascista brianzola.

https://www.facebook.com/share/p/18HwQi6wKZ/
21/04/2026

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Comunicato congiunto ANPI Arcore e ANPI Provinciale Monza Brianza

In relazione alla decisione di celebrare le Prime Comunioni nella giornata della celebrazione nazionale del 25 Aprile, Festa della Liberazione, e alle successive, volgari e offensive dichiarazioni da parte di certa stampa e di alcuni cittadini rivolte alla nostra Associazione, ribadiamo quanto segue.
Abbiamo richiamato, in modo civile e con senso di unità nazionale, il valore storico e morale della data del 25 Aprile 2026, fondamentale, in particolare quest’anno, per la nascita della Repubblica e della sua Costituzione: la legge fondamentale dello Stato italiano che ha garantito tutti per ottant’anni, senza distinzione alcuna. Il nostro appello, privo di termini offensivi e/o accuse, non vuole essere un attacco alla celebrazione della Prima Comunione, ma una riflessione ragionata sui fatti. Definire il nostro richiamo come “rancore” o “veleno” rappresenta una deliberata operazione di inganno, utile a costruire uno scontro politico e a distogliere l’attenzione dal merito della questione. Consideriamo, inoltre, risibile l’accusa di ricerca della visibilità, che invece dovrebbe essere rivolta ad altri.
Per tradizione, i parroci di Lesmo, e non solo a Lesmo, hanno sempre celebrato la messa durante l’evento istituzionale del 25 Aprile. È un fatto che tale consuetudine sia stata interrotta per decisione personale dell’attuale parroco. Ancora più grave è il tentativo di contrapporre fede e Resistenza: una narrazione falsa e culturalmente pericolosa. È, infatti, storicamente provato che molti parroci ebbero un ruolo importante nell’antifascismo, nella Resistenza e persino nella Lotta di Liberazione: molti dei quali furono incarcerati, altri persero anche la vita.
Istituire il 25 Aprile, celebrazione della Liberazione dal nazifascismo, come Festa nazionale fu opera del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi negli anni successivi alla guerra, tanto che i cittadini sono invitati ad esporre il Tricolore, proprio come per il 2 giugno. Pertanto, richiamare la figura del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il cui compito è proprio quello di salvaguardare l’unità del Paese e, nel caso della Festa, il senso dell’unità nazionale, ci sembra del tutto fuori luogo, se non per alimentare e legittimare polemiche locali e personalistiche.
Compito dell’ANPI è la custodia e l’attuazione dei valori della Costituzione, quindi della democrazia, e la promozione della memoria di quella grande stagione di conquista della libertà che fu la Resistenza, celebrata e ricordata, in particolare, ogni 25 Aprile, senza che le cittadine e i cittadini debbano sentirsi obbligati a scegliere tra una celebrazione religiosa e una civile.
Riteniamo, con il presente comunicato, definitivamente chiarita la nostra posizione.

La Presidente e il Comitato di Sezione ANPI di Arcore
Il Presidente del Comitato provinciale ANPI Monza e Brianza

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Canzoni per ricordare il sacrificio di molti brianzoli, anche brugheresi, nella lotta al nazifascismo.
Ingresso libero

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23 aprile 2026 alla Casa del Popolo , Papaveri Rossi, Anpi e Radici del Futuro, presentano: FRATELLI CERVI sette vite per la libertà.
Vi aspettiamo

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