10/04/2026
“Non è giusto e mi dà un senso di angoscia per il nostro futuro vedere che chi difende i propri diritti viene pubblicamente sbeffeggiato.”
Nilde Iotti
Ha ventisei anni, una laurea presa sotto i bombardamenti, un vestito a fiorellini con un colletto bianco di pizzo ed è il 2 giugno 1946.
Entra a Montecitorio e il cuore le batte forte. Non tanto per l'emozione di trovarsi lì. Ma per il pensiero che in quella sala, quel giorno, nasce ufficialmente l'Italia repubblicana.
Si chiama Leonilde Iotti. La chiameranno Nilde e nasceva oggi, 106 anni fa. È una delle ventuno donne elette all'Assemblea Costituente, su cinquecentocinquantasei. È la prima volta che le italiane votano. E lei è lì, a scrivere la Costituzione.
Nilde Iotti è nata a Reggio Emilia il 10 aprile 1920, in un casamento popolare con quaranta famiglie e un cortile in comune. L'acqua era giù, al pianterreno. Bisognava scendere dal quarto piano per pomparla. Toccava sempre a lei, da quando aveva sei anni.
Suo padre Egidio era un ferroviere socialista. Nel 1923 viene licenziato per aver scioperato contro le violenze fasciste. La famiglia precipita nella miseria. Nilde Iotti crescerà portando lo stesso cappotto ricavato da uno del padre per otto anni, dai quindici ai ventitré.
Egidio muore nel 1934. Nilde Iotti ha quattordici anni. Le lascia un imperativo: "Studia, Nilde, studia". E una scelta: scuola cattolica, non fascista, perché "erano meglio i preti".
Sua madre si mette a lavorare, cosa inusuale nell'Italia di Mussolini, per mantenerla agli studi. Nilde Iotti dà ripetizioni per contribuire. Vince una borsa di studio per orfani di ferrovieri. Si iscrive alla Cattolica di Milano. Si laurea il 31 ottobre 1942, a pieni voti, mentre le bombe cadono sulla città.
Poi l'8 settembre. La Resistenza. Entra nei Gruppi di Difesa della Donna a Reggio Emilia. Fa la staffetta, il ruolo più rischioso. Diventa responsabile provinciale. E quando arriva la Liberazione, quando arriva il 2 giugno 1946, lei è in quell'aula a scrivere l'articolo 29 della Costituzione. Quello sulla famiglia. Quello sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.
Ha ventisei anni. E in quell'aula c'è un uomo di cinquantatré che la guarda, nel Salone dei passi perduti. Si chiama Palmiro Togliatti. Segretario del Partito Comunista. Sposato. È l'inizio di una storia d'amore che scandalizzerà l'Italia e che lei vivrà alla luce del sole, pagando un prezzo durissimo.
Il concubinato era un reato. Stalin viene informato della "crisi personale del segretario". Nell'abbaino di Botteghe Oscure dove vivono, vengono installate microspie. L'ala destra del partito propone un compromesso: accetteranno la relazione, purché lei si ritiri dalla politica.
Nel 1956, quando entra nel Comitato Centrale, molti delegati cancellano il suo nome dalla lista. Quando passa nel Transatlantico, i compagni cambiano strada. Ogni volta che parla in aula, qualcuno sussurra: "Glielo avrà scritto lui".
Il 14 luglio 1948, davanti a Montecitorio, un giovane fanatico spara quattro colpi a Togliatti. Nilde Iotti è con lui. Lo copre con il proprio corpo. Al Policlinico la isolano. Le dicono in faccia: "È tua la colpa di tutto quello che è successo". È Luigi Longo a rifiutarsi di cacciarla.
Nel 1950, la Celere massacra sei operai in sciopero davanti alle Fonderie Riunite di Modena. Tra i morti c'è Arturo Malagoli, ventun anni. Nilde Iotti e Palmiro Togliatti adottano sua sorella Marisa. "Quando io parlo di Marisa e dico mia figlia, lo dico perché lo sento che è mia figlia".
Togliatti muore a Yalta nel 1964. E solo allora, racconterà Nilde Iotti, "il partito mi rispettò". Solo dopo. Solo quando è rimasta sola.
E da sola, allora, diventa il simbolo di tutte le battaglie civili di quegli anni. Il 25 novembre 1969 pronuncia alla Camera un discorso sul divorzio che verrà definito "un inno all'amore". Dice: "Quando non esistono più i sentimenti, non esiste neppure più il fondamento morale su cui si basa la vita familiare". La legge passa. Al referendum del 1974, il 59% degli italiani la conferma.
Poi arriva la riforma del diritto di famiglia del 1975. Abolizione della potestà maritale. Fine dell'istituto della dote. Comunione dei beni. Pari diritti ai figli naturali. E la legge 194 sull'aborto nel 1978, che lei difende senza ipocrisie: "Quante donne cattoliche hanno abortito in tutti questi anni? E perché allora non avremmo dovuto tener conto anche di loro?".
Il 20 giugno 1979 accade qualcosa che nessuno, in Italia, aveva mai visto. Nilde Iotti viene eletta Presidente della Camera dei Deputati al primo scrutinio, con 433 voti. È la prima donna, nella storia d'Italia, a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato.
Dal suo scranno, quel giorno, pronuncia queste parole: "Io stessa vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione".
Resterà Presidente della Camera per tredici anni consecutivi. Rieletta tre volte. Quattromilaseicentottantotto giorni. Record tuttora imbattuto nella storia della Repubblica.
Oscar Luigi Scalfaro, democristiano, la chiamava "la regina di Montecitorio". Quando il Presidente Cossiga prova a offrirle il seggio da senatrice a vita, un'operazione che l'avrebbe rimossa dalla Camera, Nilde Iotti manda al Quirinale un biglietto di due righe: "Qui sono stata chiamata dalla fiducia dei colleghi, e qui resto per rispettarne la volontà". Cossiga non replica.
Nel 1981, un sondaggio Doxa la indica come la donna italiana vivente più stimata del Paese. Davanti a Sophia Loren. Davanti a Monica Vitti.
Resta alla Camera fino al 18 novembre 1999. Quando si dimette per motivi di salute, l'aula la saluta con un applauso unanime di tutti gli schieramenti. Cinquantatré anni di mandato parlamentare, dal 1946 al 1999. Una delle più longeve parlamentari della storia italiana.
Muore il 4 dicembre 1999. Ha settantanove anni. Le Monde titola: "Se ne va la grande signora della politica italiana". Ai funerali di Stato, in piazza Montecitorio, venticinquemila persone si avvicendano nella Sala della Lupa.
A parlare non c'è solo la sinistra. C'è Tina Anselmi, democristiana, avversaria politica e amica: "Aveva una concezione della democrazia in cui l'avversario politico è un amico. Guardava sempre alle ragioni dell'altro".
Il suo portavoce alla Camera, Giorgio Frasca Polara, scrisse di lei: "Uscì dalla vita in punta di piedi, come c'era entrata".
Riposa al Verano, accanto a Palmiro Togliatti.
Alle donne italiane ha lasciato detto questo: "Purtroppo i diritti delle donne non sono del tutto acquisiti. Vanno difesi e tutelati, ancora e sempre".
Questa era Nilde Iotti.