07/06/2026
LA FINE DI UN MODELLO PERCHÈ NE NASCA UNO NUOVO
Condivido molte delle riflessioni di Franco Meloni sulla crisi del medico di famiglia, pubblicate sull'Unione Sarda del 7 giugno.
Il modello del medico condotto, radicato nel territorio, capace di seguire intere generazioni di pazienti, ha rappresentato uno dei pilastri più importanti della sanità pubblica italiana. Non è un modello sbagliato. È un modello che sta incontrando crescenti difficoltà a sopravvivere in una Sardegna profondamente diversa da quella di cinquant'anni fa.
Tuttavia il problema non riguarda soltanto i Medici di Medicina Generale.
Riguarda anche i Pediatri di Libera Scelta, un'altra figura fondamentale della medicina territoriale che rischia progressivamente di scomparire dalle aree interne e dai piccoli comuni.
Spesso si sostiene che i giovani medici non vogliono più lavorare nei territori periferici perché sono cambiati rispetto alle generazioni precedenti. Una parte di verità c'è. Ma questa spiegazione da sola non basta.
Oggi lavorare in un piccolo paese non significa più affrontare l'isolamento professionale degli anni Settanta. Esistono cellulari, telemedicina, banche dati scientifiche, aggiornamento online continuo, collegamenti stradali migliori e la possibilità di confrontarsi rapidamente con gli specialisti ospedalieri.
Il vero problema è un altro.
In molti territori della Sardegna la popolazione diminuisce, invecchia e si concentra sempre meno. Nascono pochi bambini e molti comuni perdono abitanti ogni anno. Per raggiungere un numero sufficiente di assistiti, un medico o un pediatra dovrebbe spesso coprire contemporaneamente quattro, cinque o sei paesi diversi, percorrendo decine di chilometri ogni giorno.
Per i Pediatri di Libera Scelta il problema è ancora più evidente. In molti territori i nuovi nati sono ormai così pochi da non consentire la formazione di un numero adeguato di assistiti. Questo rende sempre più difficile garantire la presenza stabile di un pediatra nei piccoli centri.
Gli incentivi economici messi in campo dalla Regione sono importanti e vanno riconosciuti, ma da soli non possono compensare gli effetti dello spopolamento e della crisi demografica.
Esistono poi altre ragioni che contribuiscono alla disaffezione verso la medicina territoriale come la crescente complessità burocratica, l’aumento delle responsabilità medico-legali, la difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata e le aspettative sempre più elevate da parte dei cittadini.
A queste criticità si aggiunge un tema spesso ignorato nel dibattito pubblico.
Le Case della Comunità comportano inevitabilmente una diversa organizzazione del lavoro. Molti medici temono che ciò possa tradursi nella perdita dell'autonomia professionale che ha caratterizzato per decenni la medicina convenzionata. Altri guardano con preoccupazione all'ipotesi di un rapporto di dipendenza e all'introduzione di un vincolo orario definito, con una presenza strutturata per 38 ore settimanali.
Si tratta di preoccupazioni legittime, che meritano rispetto e non slogan.
Ma dobbiamo anche prendere atto della realtà.
Se vogliamo mantenere un Servizio Sanitario Nazionale pubblico, universalistico e accessibile a tutti, dobbiamo costruire modelli organizzativi sostenibili per i prossimi trent'anni.
Per questo credo che le Case della Comunità non rappresentino la fine della medicina territoriale, ma il tentativo di salvarla. Non devono essere viste come semplici contenitori edilizi, ma come luoghi nei quali medici di famiglia, pediatri, infermieri di comunità, specialisti, fisioterapisti, psicologi e operatori sociali possano lavorare insieme, condividendo competenze, tecnologie e responsabilità.
Naturalmente non basta prendere atto del problema. Occorre anche individuare soluzioni realistiche per popolarle.
La prima consiste nel favorire, esclusivamente su base volontaria, la mobilità verso le Case della Comunità di professionisti ospedalieri che, per ragioni di salute o limitazioni funzionali, non possono più svolgere attività assistenziali particolarmente gravose nei reparti per acuti. Medici, infermieri e altri professionisti con grande esperienza potrebbero continuare a rappresentare una risorsa preziosa per il Servizio Sanitario Regionale, contribuendo alle attività ambulatoriali, alla gestione delle cronicità, alla prevenzione e alla telemedicina.
La seconda riguarda il patrimonio di competenze rappresentato dai professionisti appena andati in pensione. Molti medici ospedalieri, pediatri e specialisti lasciano il servizio ancora in piena efficienza professionale. Offrire loro contratti flessibili ad ore nelle Case della Comunità consentirebbe di mantenere sul territorio competenze maturate in decenni di esperienza, garantendo contemporaneamente attività di tutoraggio per i professionisti più giovani. Personalmente, quando andrò in pensione, sarei disponibile a dedicare alcune ore settimanali alle Case della Comunità nella mia disciplina. Credo che molti professionisti con una lunga esperienza possano rappresentare una risorsa preziosa per il territorio anche dopo il pensionamento.
La terza, forse la più importante, riguarda la missione stessa delle Case della Comunità.
Non devono limitarsi alla presa in carico della cronicità. Devono diventare i grandi centri territoriali della prevenzione. Screening oncologici, cardiovascolari e metabolici, vaccinazioni, educazione sanitaria, monitoraggio delle malattie croniche, telemedicina, medicina personalizzata e identificazione precoce dei fattori di rischio devono diventare attività ordinarie e permanenti.
In una Sardegna che si spopola, invecchia e registra sempre meno nascite la politica (destra e sinistra) deve costruire una sanità territoriale capace di garantire prossimità, prevenzione e cure di qualità per i prossimi trent'anni.
È una questione imprescindibile per salvare il sistema sanitario pubblico.