08/06/2026
Avete presente le fragole che vi siete mangiati ieri?
Potrebbero essere state raccolte da Ullah o da Safi, Amin, Waseem.
Ullah, Safi, Amin e Waseem lavoravano senza contratto per ore sotto al sole per raccogliere quelle fragole.
La paga?
Nessuna da un mese e mezzo.
Vivevano in una casa con altre 10 persone e dovevano pagare 5 euro per andare nei campi.
Cosa chiedevano Ullah, Safi, Amin, Waseem?
Volevano essere pagati e avere un contratto.
Per questo sono stati chiusi in una macchina, cosparsi di benzina, e bruciati vivi dai loro capolari.
Sono stati bruciati vivi da un italianissimo sistema di sfruttamento che va ben oltre i confini nazionali.
Tutti lo sanno, in tanti vengono schiavizzati, in pochi ci fanno un sacco di soldi.
Sul sangue di tantissime persone, ancora una volta, si regge una parte della filiera agroalimentare italiana, orgoglio Made in Italy.
Dietro i prodotti, dietro i profitti, dietro i prezzi bassi, c’è il lavoro schiavizzato istituzionalizzato. L’Italia è una Repubblica che si basa sul lavoro, sullo sfruttamento e sulla schiavitù.
Chi non cambia e non ha mai agito per cambiare questa situazione è complice della barbarie che è avvenuta.
Un sistema che si basa sul nostrano decreto flussi, sul controllo da parte delle organizzazioni criminali locali e sullo sfruttamento di proprietari che sono italianissimi (a differenza dei braccianti e molto spesso dei loro caporali, anche loro parte della filiera).
Nessun funerale di Stato, nessuna visita istituzionale, nessun atto concreto per una barbarie che avviene ogni giorno dietro alle nostre case.
Non basta commuoversi o fare politiche umanitarie.
Servono diritti veri, controlli veri, salari veri, tutele vere.
Ullah Ismat Qiemi, Safi Amjad, Fazal Amin Khogjany e Waseem Khan non sono morti per caso o per la cattiveria di un singolo.
Sono vittime di un sistema fatto di caporalato, razzismo e sfruttamento.
Otto anni fa veniva ucciso Soumaila Sacko.
Otto anni dopo, nulla è cambiato.
Dobbiamo davvero cambiare tutto.