Potere al Popolo - Cagliari

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Incontriamoci a Su Tzirculu, in via Molise 58, mercoledì 9 settembre alle 19 per parlare del destino della città assalta...
01/09/2026

Incontriamoci a Su Tzirculu, in via Molise 58, mercoledì 9 settembre alle 19 per parlare del destino della città assaltata dalla fame degli speculalbergatori.

Ci confronteremo sull'ex Ospedale
Marino, sul futuro dell'arenile e sugli usi pubblici dei beni comuni. Tutte le persone che vogliono il Poetto (e la città) non privatizzato sono invitate a partecipare raccontando le storie e i punti di vista sulla spiaggia di Cagliari.

Parleremo anche di turistificazione e di come tale fenomeno rischi di espellere e tagliare fuori chi vive la città quotidianamente.
Perché il diritto alla città significa poter abitare, attraversare e vivere i suoi spazi senza che spiagge, quartieri e beni comuni vengano trasformati in mere occasioni di profitto.

31/08/2026
Con il via libera agli espropri inizia un progetto da un miliardo e mezzo che non si regge in piedi. Chi guadagna davver...
25/08/2026

Con il via libera agli espropri inizia un progetto da un miliardo e mezzo che non si regge in piedi. Chi guadagna davvero sulla pelle del nostro territorio?

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il 15 maggio 2026 si è dato ufficialmente il via alla metanizzazione della Sardegna. Per i cittadini e le cittadine sarde questo significa l'inizio immediato delle procedure di esproprio dei terreni.

Parliamo di un mega-progetto dal valore complessivo che sfiora il miliardo e mezzo di euro, una cifra astronomica che prevede una ramificazione di tubature di circa 300 chilometri. La linea partirà da Oristano per spingersi fin verso Cagliari e Portovesme.

A presentarlo è Enura, una società controllata dal colosso energetico Snam e partecipata da Cassa Depositi e Prestiti – controllata a sua volta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – che detiene oltre il 30% delle azioni. La mappa del potere economico è limpida: lo Stato spiana la strada, i grandi gruppi finanziari speculano e i profitti rimangono privati.

La verità profonda è che questo progetto nasce strutturalmente monco. All’appello manca totalmente il punto di immissione del gas, ovvero la nave gasiera di Oristano, il cui procedimento autorizzativo è ancora bloccato in fase di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale), l'iter burocratico che dovrebbe valutare i danni ecologici sul territorio.

Non solo: manca persino il maggiore utente industriale. Secondo i documenti ufficiali, lo stabilimento dell'Eurallumina da sola avrebbe dovuto assorbire ben 363 milioni di metri cubi di gas dei 612 totali previsti. Parliamo di quasi il 60% dell’intera portata del tubo. Peccato che l’impianto sia chiuso e fermo dal lontano 2009.

Siamo davanti a un'infrastruttura fantasma che non si regge in piedi secondo nessuna logica industriale. Persino l'Arera, l'Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, ha sollevato forti perplessità e si è riservata di esprimere un parere definitivo sulla sostenibilità economica dell'opera.

Ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse drammaticamente seria. Il tentativo evidente è quello di realizzare a tutti i costi un’opera inutile per la collettività. I costi enormi di costruzione, infatti, non graveranno sulle multinazionali che la realizzano, ma verranno legalmente scaricati sulle bollette di tutti e tutte noi.

Pagheremo noi la loro speculazione.

Se tutto andrà bene, in quel tubo non ci passerà mai una sola molecola di gas metano. Nella peggiore delle ipotesi, invece, la Sardegna si troverà incatenata per i prossimi decenni a un’ulteriore e soffocante dipendenza da un combustibile fossile altamente climalterante, cioè distruttivo per l'equilibrio del pianeta.

Questa sottomissione economica ci rende ostaggi della volatilità dei mercati finanziari e delle ciniche dinamiche geopolitiche globali. Lo abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle con i conflitti in Ucraina e in Iran: quando l'energia diventa l'arma dei grandi blocchi di potere, a pagare il prezzo più alto sono sempre i lavoratori, le lavoratrici e i ceti popolari.

Gli unici a rallegrarsi in questa vicenda sono i sindacati confederali e il governo di Roma e quello Sardo. L’Assessore regionale dell’Industria, Emanuele Cani, invece di chiamare il progetto con il suo unico nome corretto – ovvero pura speculazione finanziaria a danno del territorio sardo – favoleggia addirittura il recupero di un “gap strutturale di almeno 25 anni” e promette “un ulteriore sviluppo per altri tre decenni”.

La falsità di queste promesse crolla non appena ci si trova davanti alla realtà dei fatti: per la centrale di Fiume Santo l’uscita dal carbone è stata prorogata al 2038. Persino Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale, sostiene da tempo di poter fare tranquillamente a meno del gas in quell’impianto per gestire la transizione energetica.

Mentre la politica vende favole sul futuro del metano, la centrale termoelettrica della Sarlux rimane saldamente al suo posto, contribuendo quasi al 50% del fabbisogno elettrico sardo e garantendo enormi profitti privati.

Questa massiccia presenza di energia da fonti fossili serve in realtà a bloccare l’ingresso e lo sviluppo delle energie rinnovabili e pulite nella rete sarda.

Senza contare l'impatto ecologico e sanitario che pagano i sardi e le sarde: la Sarlux continua ad avvelenare l’aria e l’ambiente, essendo responsabile di oltre un terzo delle emissioni totali di CO₂ dell’intera isola.

A dare il colpo definitivo alla bugia di uno “sviluppo del gas per i prossimi trent'anni” ci si mette pure l’Unione Europea con la Direttiva “Case Green” (UE 2024/1275), la legge che mira a rendere gli edifici europei a emissioni zero entro il 2050 per frenare il collasso climatico.

I passaggi intermedi di questa legge smentiscono totalmente l'utilità dei tubi che vogliono interrare in Sardegna:

•Dal 1° gennaio 2025 sono stati bloccati gli incentivi statali per le caldaie a gas.
• Dal 2030 scatterà l'obbligo di emissioni zero per tutti i nuovi edifici privados e dal 2028 per i pubblici.
•Entro il 2040 scatterà il divieto assoluto di installare impianti a combustibili fossili.

Perché spendere un miliardo e mezzo per una tecnologia che sta diventando illegale?

Le prospettive non sono incoraggianti. Non ci sarebbe stato momento meno opportuno per portare avanti il piano di metanizzazione, mentre il caldo torrido, la siccità e l'estate prolungata di questi giorni ci danno piena e quotidiana evidenza delle conseguenze disastrose dell’impiego dei fossili.

Nonostante gli studi scientifici e le evidenze sulla pericolosità e l'insostenibilità di questo combustibile, continuiamo ad avere amministratori e decisori politici che ignorano i dati, non sanno o hanno l’attenzione concentrata altrove.

Ciò che invece deve essere chiaro per noi, per la nostra salute, per i nostri portafogli e soprattutto per il nostro futuro e la nostra sopravvivenza, è che questi progetti servono unicamente a impoverire la collettività, a devastare l'ambiente e a mettere a repentaglio la nostra vita per gonfiare i profitti dei colossi del gas.

Non c’è futuro possibile in un pianeta che brucia per garantire il profitto di pochi. Abbiamo il diritto di pretendere un modello economico radicalmente diverso e il dovere di difendere la nostra terra con tutte le nostre forze.

La bellezza di una spiaggia va ben oltre il suo valore estetico, la sua capacità di riempire una cartolina e i sogni di ...
19/08/2026

La bellezza di una spiaggia va ben oltre il suo valore estetico, la sua capacità di riempire una cartolina e i sogni di evasione di qualche turista. Sta tutta nel suo valore sociale: il suo essere bene comune, fruibile a tutti e tutte e non solo a chi può pagare per accedervi.

In questa nostra isola, così come in Albania e nel resto del mondo, il capitale turistico si sta mangiando tutto: le nostre case a Cagliari, le nostre piazze e le nostre coste, tutto questo in cambio di lavori stressanti e mal pagati che però le varie amministrazioni comunali, di colori diversi ma accomunate da una generale carenza di dignità e della capacità di inventare un futuro, salutano come grandi prospettive di sviluppo.

A Cagliari noi una spiaggia che era di tutti e tutte l’avevamo. Molti e molte di noi che non hanno la possibilità di spendere per andare in vacanza si consolavano all’idea di poter staccare comunque dal lavoro e poter “fare un po’ di mare” al costo di un biglietto del CTM.

Ora, chi ancora resiste a Cagliari, e non è stato espulso/a dalla turistificazione del centro cittadino, andando al Poetto si trova di fronte a una inusitata espansione delle concessioni balneari che lascia pochissimo spazio alla spiaggia libera.

A questo ora si aggiunge la privatizzazione di fatto di un altro pezzo di spiaggia, quello antistante l’ex Ospedale Marino, che la giunta che si è fatta eleggere “perché sennò arrivano i fascisti” non si vergogna a chiamare “Colonia Dux”. Uno dei pochi punti, oltretutto, nei quali si può sostare nei giorni di forte maestrale senza rischiare di trovarsi la schiena serigrafata.

CHI GUADAGNA DALLA TRASFORMAZIONE DELLA SPIAGGIA DEI CAGLIARITANI?

Da oltre un secolo il Poetto subisce una pressione continua. La sua storia è la storia di una lunga aggressione ai danni di un ecosistema costiero che ha pagato il prezzo dello sviluppo edilizio, delle speculazioni immobiliari, della militarizzazione di ampie porzioni di litorale e, più recentemente, della turistificazione.

Ogni fase è stata presentata come inevitabile, necessaria, moderna. Ogni volta si è promesso sviluppo, occupazione e benessere. Ogni volta il risultato è stato un arretramento dell’interesse collettivo e un avanzamento della rendita privata.

La prima ferita fu la sottrazione sistematica della sabbia. Per decenni il Poetto è stato utilizzato come una cava a cielo aperto per alimentare l’espansione edilizia di Cagliari. Si è distrutto un patrimonio naturale irripetibile per produrre profitti immediati. Poi sono arrivati gli stabilimenti, le infrastrutture, le servitù militari, la distruzione della pineta e l’occupazione progressiva degli spazi pubblici.

Infine, all’inizio degli anni Duemila, è arrivato il ripascimento. Uno degli interventi più devastanti mai realizzati su una spiaggia italiana. Con il pretesto di salvare il Poetto (in realtà l’idea era quella di una riminizzazione della spiaggia) si è cancellata una parte della sua identità ambientale. La spiaggia bianca e sottile che aveva caratterizzato il litorale per generazioni è stata sostituita da una massa di sabbia grigia e grossolana. Un disastro ambientale pagato con denaro pubblico che ha prodotto benefici assai inferiori a quelli promessi e che ancora oggi rappresenta il simbolo di una gestione del territorio guidata più dagli interessi politici ed economici che dalla conoscenza scientifica.

Oggi il Poetto è minacciato da una nuova forma di aggressione, forse meno evidente ma altrettanto pericolosa: la trasformazione della costa in una piattaforma economica destinata prevalentemente al consumo turistico.

Da anni viene ripetuto che il turismo rappresenta il motore dello sviluppo. È una narrazione potente, continuamente rilanciata da amministratori, operatori economici e mezzi di informazione. Tuttavia un numero crescente di studi dimostra il contrario.

Le ricerche sviluppate dal Nodo SET e da numerosi centri di ricerca italiani ed europei mostrano come la dipendenza dal turismo produca spesso effetti negativi sulle città:

• Aumento dei prezzi delle abitazioni
• Espulsione dei residenti dai quartieri centrali
• Crescita del lavoro precario e sottopagato
• Concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi operatori
• Aumento delle disuguaglianze sociali

Le città trasformate in destinazioni turistiche finiscono spesso per diventare luoghi sempre meno vivibili per chi le abita. Gli spazi pubblici vengono piegati alle esigenze del visitatore e del consumo. Il Poetto rischia di seguire esattamente questa traiettoria.

L’espansione continua delle concessioni balneari rappresenta uno degli aspetti più evidenti di questo processo. Ogni anno nuovi tratti di arenile vengono occupati da strutture private, recinzioni, ombrelloni e servizi a pagamento. La spiaggia libera si restringe. Lo spazio comune arretra. Eppure le concessioni demaniali marittime rappresentano uno degli esempi più clamorosi di privatizzazione di un bene pubblico a costi irrisori.

La domanda da porsi è semplice: perché un bene pubblico deve essere sottratto all’uso collettivo per garantire profitti a pochi?

Non si tratta di essere contrari al turismo in quanto tale. Si tratta di rifiutare un modello economico che subordina ogni altra funzione del territorio alla massimizzazione dei flussi turistici.

La vicenda dell’ex Ospedale Marino si inserisce perfettamente in questo quadro. Un bene pubblico viene lasciato degradare per anni. Le ipotesi di utilizzo pubblico vengono accantonate. Alla fine l’unica soluzione proposta diventa la trasformazione in struttura ricettiva di lusso, a vantaggio di un imprenditore Zuncheddu non nuovo a operazioni disinvolte di questo tipo.

Ma perché un edificio pubblico affacciato sul mare dovrebbe necessariamente diventare un hotel? Perché non un centro culturale, un museo del mare, un polo dedicato alla ricerca ambientale o all’educazione? Perché il valore di un bene viene misurato esclusivamente in termini di rendita immobiliare?

Difendere il Poetto significa molto più di difendere una spiaggia. Significa affermare che il mare, la costa e l’ambiente non sono merci.

Noi rivogliamo indietro la nostra spiaggia. Pretendiamo:

1. Il rispetto della normativa Bolkestein (del 2006) con concessioni messe a gara.
2. Almeno l'80% di spiagge libere come previsto dal decreto 608/2006 (cioè per 100 metri di arenile, 80 devono rimanere pubblici).
3. Che un bene comune come l’Ex Ospedale Marino rimanga in mani completamente pubbliche.

Con una popolazione che diventa sempre più anziana e bisognosa di cure, è spaventosa l’odissea che le famiglie devono affrontare per trovare una residenza per persone anziane nella quale le persone care possano trascorrere una vecchiaia dignitosa e ricca di stimoli, senza dover spendere migliaia di euro al mese. Vogliamo una RSA pubblica fronte mare, per far stare bene chi ha prodotto il nostro benessere di oggi.

Gli spazi permetterebbero anche la creazione di campi estivi comunali per i bambinə, creando un'esperienza d'incontro tra generazioni.

Così la spiaggia sarebbe di nuovo di tutti e tutte e quindi bella.

Bella di comunità e di umanità.

Ph: RIC_BRO_NTO_LO

10/08/2026

Il blackout che ha paralizzato per ore la Marina di Cagliari non è soltanto un problema tecnico. È anche un'occasione per fare una domanda politica.

È stato fatto qualcosa per verificare se le infrastrutture del quartiere siano ancora adeguate al modello di città che stiamo costruendo?

Nessuno sostiene che gli Airbnb abbiano “causato” il blackout: per dirlo servirebbero dati tecnici che devono essere resi pubblici. Ma far finta che la trasformazione di centinaia di abitazioni in alloggi turistici non abbia alcun peso sui consumi e sulla pressione esercitata sulle infrastrutture sarebbe semplicemente assurdo.

Alla Marina abbiamo sempre più appartamenti destinati agli affitti brevi, spesso frazionati per aumentare i posti letto; sempre più turisti e turiste da ospitare; climatizzatori che in questa estate rovente lavorano senza sosta; e una concentrazione enorme di ristoranti, bar e locali.

Il carico sulla città cresce.

E contemporaneamente Cagliari perde persone residenti, gli affitti diventano sempre meno accessibili e una parte del patrimonio abitativo viene progressivamente sottratta alla residenza per essere trasformata in alloggi esclusivamente turistici.

Ma per l'amministrazione il mantra sembra essere sempre lo stesso: più turismo, più economia, più sviluppo.

Davvero?

Perché se aumentano turisti e turiste ma diminuiscono le persone residenti, se aumentano gli affitti brevi ma diminuiscono le case disponibili, se aumentano i consumi ma le infrastrutture non vengono adeguate, forse non stiamo semplicemente spianando la strada allo sviluppo di Cagliari.

Stiamo cambiando Cagliari. E non nell'interesse di chi ci vive.

E allora, invece di celebrare ogni nuovo record di presenze, sarebbe ora di chiedere all'amministrazione dati e risposte:

• Qual è il carico massimo della rete elettrica della Marina?
• Qual è stato il carico durante il blackout?
• Quanto è aumentata la domanda energetica con la crescita delle attività turistiche?
• Quanti alloggi sono oggi destinati agli affitti brevi?
• Quanti erano destinati alla residenza dieci anni fa?
• Quali investimenti sono stati fatti per adeguare le infrastrutture?

Domande semplici. Ma evidentemente scomode.

Perché il problema non è essere contro il turismo in generale.

È essere contro l'idea che chi è qui per turismo debba ve**re prima di chi a Cagliari risiede.

E qui c'è una precisa responsabilità politica.

La Corte costituzionale ha recentemente chiarito che le istituzioni possono interve**re per governare gli effetti della turistificazione e tutelare gli equilibri abitativi e territoriali.

Quindi no: non è vero che “dove sta bene il turista stanno bene anche i residenti”.

Dipende da come si governa il turismo.

Se il turismo produce ricchezza per alcune categorie ma espelle residenti, trasforma abitazioni in strutture ricettive, aumenta la pressione sulle infrastrutture e rende interi quartieri sempre più difficili da abitare, allora non si può continuare a chiamarlo “sviluppo”.

Il blackout della Marina dovrebbe almeno servire a questo:
smettere di considerare il turismo una religione e cominciare finalmente a governarlo e limitarne l’impatto, anche numerico, se necessario.

Cagliari non è Disneyland e noi non vogliamo diventare comparse su uno scenario artificiale.

Lo abbiamo detto durante la nostra campagna elettorale per le elezioni comunali, che avevamo incentrato sul contrasto alla monocoltura turistica e lo ribadiamo di fronte a questo episodio.

Il nostro impegno contro l’estrazione di profitto da quello che generazioni di abitanti di questa città hanno costruito e conservato continua!

05/08/2026

🔴 L'ACCORDO ANPI-UCEI È UN CEDIMENTO NEI CONFRONTI DEL SIONISMO
Al fianco dei circoli ANPI ribelli

Abbiamo letto attentamente il comunicato congiunto Anpi-Ucei del 28 luglio. Lo scriviamo senza mezze misure: si tratta di un cedimento di Anpi nei confronti del sionismo.

Non è un caso che il comunicato abbia lasciato allibita la base militante e chi vive il 25 aprile in prima fila, sfilando nei cortei e lavorando per costruire la festa della Liberazione, che in questi anni ha visto protagonista la causa palestinese.

L’antifascismo nell'attualità ha un significato preciso: opporsi al genocidio e alle guerre imperialiste che mettono a rischio i popoli del mondo. Rifiutare nei cortei del 25 aprile la presenza delle bandiere di uno Stato che ha le mani lorde di sangue non è "alzare i toni", è parte del “restare umani” e dei principi della Resistenza.

Storiograficamente la Brigata Ebraica non era una formazione partigiana e non appartiene alla Resistenza italiana del CLN, in cui combattevano ebrei come Primo Levi, Elio Toaff o Emanuele Artom. Al contrario la Brigata Ebraica era un reparto dell'esercito britannico promosso dalla leadership sionista nella Palestina mandataria.

Chiamarla in causa senza contesto ogni 25 Aprile è un'operazione ideologica e strumentale per portare sostegno politico allo Stato di Israele, mentre compie un genocidio.

Ci domandiamo dunque perché esca un simile comunicato a fine luglio, che cancella le offese sentite, le ferite inferte e le ripetute provocazioni degli ultimi anni.

Come antifascisti sosteniamo la resistenza palestinese che lotta da decenni contro un'occupazione militare che porta avanti un progetto di pulizia etnica da decenni.

Chi sostiene tutto questo, è bene che stia fuori dalla Festa di Liberazione per evidente incompatibilità: ricordando la Liberazione italiana dal nazifascismo, noi rinnoviamo l'impegno per le liberazioni ancora da conquistare, tra cui la liberazione del popolo palestinese dalla feroce occupazione israeliana.

La comunità di Potere al Popolo è a fianco delle sezioni ANPI che non chinano la testa, che difendono le radici dei valori resistenziali e che continuano a portare a testa alta la bandiera palestinese insieme ai tricolori delle formazioni partigiane.

05/08/2026
05/08/2026

Non cediamo alle distrazioni di massa, restiamo vigili e umani.

Appuntamento domani martedì 4 agosto, ore 10:00, piazza della Repubblica, Pozzuoli.

La terra trema e le istituzioni dormono. Blocchiamo il porto, blocchiamo tutto.

Indirizzo

Via Argentiera, 14
Cagliari
09121

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