Sud Indipendente

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24/07/2026
21/07/2026

Sono un colonnello inglese in pensione. E sono vedovo. Ho servito Sua Maestà con disciplina e onore per quarant’anni, tra Africa, Medio Oriente, Cipro, India e, infine, il ritorno in una Londra che faticavo a riconoscere. Londinese da generazioni, britannico fino alle ossa, più che freddo direi grigio. Un uomo educato al silenzio, alla compostezza, alla convinzione che il sole sia una circostanza astronomica e il calore una metafora della vita degli altri.

Per molto tempo sono stato convinto che la mia fedeltà fosse parte di un disegno più grande, la ragione di Stato, un ideale al quale non si poteva rinunciare. Credevo, come tanti, che l’Inghilterra fosse un faro di giustizia e di progresso nel mondo. Solo col tempo, riflettendo su certe storie taciute e su ferite mai rimarginate, ho compreso che la storia non è mai bianca o nera e che, a volte, si è complici senza volerlo. Non sono certo colpevole in prima persona, ma sento dentro di me il peso di un’ingiustizia che riguarda quel Regno perduto e il popolo che lo ha vissuto. Forse per questo ho sentito la necessità di lasciare l’Inghilterra e ve**re a Napoli: per conoscere, per capire, per provare a risarcire quel che si può, vivendo qui, a fianco di chi non ha mai smesso di resistere.

Non posso cambiare la storia di Napoli, non posso restituirle i re, le monete, la memoria sottratta, ma certamente posso cambiare la mia storia. E la mia storia consiste nel cercare di diffondere, testimoniare, imparare questa meravigliosa lingua, che è innanzitutto l’italiano; ma, essendo io uno che pratica il latino, anche il napoletano, lingua romanza, mi affascina, e voglio immergermi in essa, comprenderne ogni sfumatura. Sono convinto che, se fosse viva la mia Elisabeth, mi avrebbe seguito in questo cammino e si sarebbe trovata benissimo qui con me.

E poi, lasciate che vi confessi una cosa: noi inglesi siamo davvero poco saggi a non usare il bidet. Può sembrare un dettaglio da poco, forse farà sorridere qualcuno, ma vi dico che a Londra le strade sono pulite e le case sono sporche. Qui a Napoli, invece, purtroppo le strade non sono mai troppo pulite, ma le case sono davvero linde. Questa contraddizione mi ha sempre affascinato, quasi fosse un segno di dignità e di cura personale e intima che resiste, nonostante tutto.

Un giorno d’inverno, mentre rovistavo tra carte dimenticate nella mia casa di campagna nel Norfolk, ho trovato una lettera. Era infilata tra alcune fotografie che stavo tentando di sottrarre alla vista, perché, da quando Elisabeth è morta, io le fotografie le evito. Per eccesso d’amore, non certo per mancanza di esso. L’amore vero pretende voce, odore, tempo. Le fotografie, al contrario, lo congelano. Feriscono.

Quella lettera parlava del Regno delle Due Sicilie. Di una missione diplomatica inglese. Di una transizione presentata come gloriosa, ma che, a guardarla con occhi liberi, appariva come uno svuotamento. Da quel giorno, lentamente, quasi senza volerlo, ho cominciato a studiare quel Regno perduto. Mi sono ritrovato a volerlo conoscere, quasi a volerlo difendere. E così sono venuto qui, a Napoli. A vivere.
Volevo rendere omaggio a un Regno che non esiste più. Un Regno che anche noi inglesi abbiamo contribuito a smantellare, con i nostri appoggi, le nostre pressioni e le nostre trame diplomatiche. La storia, scritta dai vincitori, ha parlato di «unità», «liberazione», «progresso». Ma, a guardarla bene, fu un’annessione. Un saccheggio elegante. Un ratto travestito da epopea.
A Napoli ho trovato quello che non cercavo: la verità. Una città che sanguina, ride e canta mentre sanguina. Una città che vive come se ogni giorno fosse il primo e l’ultimo insieme. Una città che non si accontenta di sopravvivere: deve resistere. E ci riesce, nonostante tutto. Anche se le hanno tolto la voce, i re, il centro, la memoria. Anche se hanno costruito una bugia sopra di lei.

Io qui sto bene. Mi sento a casa. Sono cattolico. Non anglicano: cattolico romano, come i milioni di cattolici inglesi che resistono ancora oggi, come i martiri dei secoli passati che non vollero piegarsi all’Atto di Supremazia e pagarono col sangue la fedeltà al Papa. Non posso, non riesco ad accettare che il sovrano sia anche Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra. Non si può. Non è possibile.

Vado a Messa alla chiesa del Rosariello alle Pigne. Rito romano antico. È come rientrare nel tempo della mia infanzia, nella ca****la del Northumberland, con l’incenso sospeso e il latino che scivola come un fiume. Allora sì che la Chiesa parlava una lingua sola, da Manila a Dublino. Ora la Babele. Ma lasciamo stare.

A Napoli sudo. E tanto. Ma sento che è un sudore buono, come se servisse a non far traboccare le lacrime. E io piango, sì. Non per tristezza… io mi emoziono proprio. Mi commuovo davanti a una donna che stende i panni cantando, davanti a un presepe dimenticato, davanti a un altare votivo acceso tra due secchi della spazzatura. Perché qui tutto è sacro e profano, tutto insieme. Come la vita vera.

E ora permettetemi un piccolo aneddoto. Una volta mi è venuto a trovare un amico di Milano, distinto, simpatico, con quell’ironia fredda che hanno i lombardi. Parlavamo del più e del meno, anche di lavoro, di un piccolo progetto che voleva propormi. Continuava a ripetere: «Ci vuole la grana», «la grana te la porto io», «senza grana non si va da nessuna parte». Io lo ascoltavo divertito e poi gli ho detto: «Sai che la grana l’avete presa da Napoli?». E lui è rimasto interdetto.
Perché nel Regno di Napoli esisteva il grano, al plurale grana: un’antica moneta e unità di conto. Il nome discende dal latino granum, cioè chicco, seme. E a me piace pensare che il vero tesoro di questo Regno fosse proprio il grano. La terra. L’abbondanza. Il pane. Non so se la «grana» dei milanesi discenda davvero da quella moneta napoletana, ma la coincidenza mi diverte. Eppure oggi quella parola la usano a Milano, a Torino, a Bologna. Qui no. A Napoli si dice ’e sorde, si dice ’e denare. La grana qui si è persa. È migrata altrove, come accade con le parole quando le culture si dimenticano. Una parola si sradica, prende un altro accento e la sua origine si perde nella polvere.
E questo, in fondo, è anche il destino di Napoli. Una regina smemorata, bellissima, che ha dimenticato i suoi re, le sue monete, la sua lingua, e vive raccontata da altri. Ma io, da straniero, mi sono affezionato alla sua memoria più di tanti nati qui. E quando scopro una parola che viene da lei, mi pare di restituirle un frammento del suo volto.

Sì, forse per fare la bella vita i soldi sono indispensabili. Ma per fare una vita bella… no.

Vi saluto, con affetto e riconoscenza, da parte di un colonnello inglese, molto poco inglese e ogni giorno un po’ più vostro. Napoletano, sostanzialmente.

Roberto Bonaventura

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