24/07/2026
ACQUA VECCHIA NON MACINA MULINO
Cari concittadini di Calvello,
la riflessione di oggi sulla disastrosa amministrazione Cantisani ci impone di allargare lo sguardo.
Per quasi vent’anni Calvello ha potuto contare su risorse economiche straordinarie. La vera sfida era trasformarle in lavoro vero, servizi sostenibili e opportunità capaci di durare. Ma quell’abbondanza è stata usata per alimentare il presente e soprattutto il consenso, senza costruire nulla per il domani. È dunque naturale che, con la diminuzione delle entrate, resti soltanto la nostalgia di quegli anni, proprio quelli nei quali si sarebbe dovuto costruire ciò che oggi manca.
A Calvello siamo poco più di millesettecento anime. Potremmo essere una grande famiglia, capace di conoscere per nome le proprie fragilità e di non lasciare indietro nessuno, ma siamo profondamente lontani da tutto questo.
Anzi, negli ultimi cinque anni i più bisognosi, gli ultimi, sono stati abbandonati a sé stessi. Chi vive una difficoltà economica, sociale o personale è rimasto troppo spesso solo.
Quelle persone frettolosamente definite “il sociale” sono state lasciate senza un progetto serio, senza un percorso di crescita, senza una prospettiva stabile.
Per quattro anni il paese reale è rimasto in attesa, mentre si coltivavano altri interessi, altri equilibri, altre priorità.
Poi, a pochi mesi dalle elezioni, sono ricomparse improvvisamente le attenzioni. Per le persone del “sociale” sarà avviato un progetto di lavoro della durata di sei mesi.
Sei mesi che conducono esattamente a ridosso del voto, senza che dietro si intraveda un progetto duraturo o una diversa concezione dell’inclusione sociale.
Questa parte della popolazione continua a essere trattata come un bacino di consenso da riattivare quando serve, anziché come una componente della comunità da integrare, aiutare e accompagnare verso una maggiore autonomia.
È una precarietà assistita che Calvello si trascina da anni, fondata esclusivamente sul denaro e dunque capace di durare finché le risorse abbondano, ma impossibile da sostenere quando diminuiscono.
È mancata la capacità, o forse la volontà, di immaginare un sistema completamente diverso, integrato, utile per chi lavora e per l’intera comunità.
Si continuano a ripetere gli stessi errori.
Si perpetuano comportamenti che hanno impoverito le persone proprio mentre pretendevano di aiutarle.
La vicenda dello “Spendi a Calvello” racconta la stessa incapacità di guardare oltre ciò che già esiste.
L’Amministrazione Cantisani, per tre anni, ha smesso di alimentare quel circuito, trascinandolo dentro un’assurda battaglia su dove i cittadini dovessero andare a fare la spesa, fino a decretarne la morte.
Superarlo poteva essere una scelta politica legittima. Significava, però, sostituirlo con sostegni commisurati alle reali condizioni economiche delle famiglie enuove misure per le attività, anche attraverso formule completamente nuove.
Per quattro anni, invece, la discussione si è impantanata attorno alla modifica della stessa misura.
Poi è arrivato l’ultimo anno di mandato.
E sono comparsi i buoni.
Si è tornati a un sussidio ancora più occasionale, privo di continuità e di qualunque progetto strutturato e duraturo. Un passo indietro rispetto allo stesso sistema che si voleva superare.
Queste vicende sono emblematiche di un intero modo di pensare: ci si fossilizza per anni sulla vecchia soluzione, si evita di studiare alternative radicalmente nuove e, alla fine, quando le elezioni si avvicinano, si torna frettolosamente sui propri passi, sperando che basti ad addolcire il giudizio delle urne.
Per cambiare un sistema bisogna avere il coraggio di stravolgerlo.
Bisogna studiare, immaginare e provare qualcosa di completamente nuovo e strutturalmente diverso.
Le difficoltà esistono anche quando le elezioni sono lontane. Le bollette arrivano per cinque anni. La solitudine non aspetta l’apertura della campagna elettorale.
Eppure soltanto ora sembra essersi aperta la stagione dei contatti, delle attenzioni e delle promesse.
Tra queste circolano con particolare sfrontatezza quelle relative al lavoro nel settore petrolifero.
Posti prospettati, interlocuzioni vantate, rassicurazioni distribuite. Il lavoro trattato come una disponibilità personale da concedere, anziché come un’opportunità da garantire attraverso criteri rispettosi della dignità di tutti.
Con quale titolo si promettono posti di lavoro? In nome di chi? Secondo quali criteri?
Da settimane, inoltre, il grande regista senza fascia contatta ragazzi e cittadini, uno dopo l’altro, proponendo la costruzione di un “gruppo nuovo”, giovane, diverso, capace di rappresentare il futuro di Calvello.
Certo, nuovo.
Con la stessa regia, gli stessi interessi e gli stessi metodi che hanno indirizzato per cinque anni l’Amministrazione Cantisani.
Ma ci chiediamo: se avete amministrato così bene, perché sentite il bisogno di presentarvi come qualcosa di nuovo?
Se davvero Calvello ha bisogno di una novità, perché dovrebbe nascere proprio da chi ha prodotto questo sistema?
Chi ha già dimostrato come concepisce il potere, quali priorità persegue e quale considerazione riserva ai cittadini non può presentarsi oggi come il cambiamento.
Il nuovo richiede idee nuove, comportamenti nuovi e persone capaci di mettere in discussione ciò che è stato fatto finora.
Il paradosso è che mentre si cercano giovani da esibire come volto del futuro, si tengono stretti i vecchi protagonisti, già considerati superati e messi alla porta, ma ancora rassicurati e blindati per salvare una maggioranza logorata.
Da mesi, intanto, un assessore non partecipa alle riunioni di Giunta per un dissenso ormai noto e conclamato. Eppure il Sindaco lascia operare un organo monco e a servizio ridotto, senza sostituire l’assessore e senza ricomporre pienamente la Giunta.
Perché?
Per paura. Perché toccare quell’equilibrio potrebbe mettere a rischio la maggioranza.
Il “nuovo” può attendere.
Il paese può attendere.
La dignità delle istituzioni può attendere.
Prima bisogna salvare il potere.
I buoni, le promesse di lavoro, le prospettive di un “gruppo nuovo”: cambiano gli strumenti, resta la stessa logica. Raggiungere le persone attraverso il loro bisogno, la loro speranza, il loro interesse individuale.
È così che una comunità viene disgregata.
Ognuno viene spinto a pensare al proprio portafoglio, al proprio orticello, alla propria possibilità. Il vicino diventa un concorrente. Il diritto diventa un favore. E mentre ciascuno prova a salvare sé stesso, il paese affonda.
Calvello ha davvero bisogno di qualcosa di nuovo.
Veniamo da quasi vent’anni di royalties e da quasi cinquanta milioni di euro ricevuti e spesi. Abbiamo avuto disponibilità economiche enormemente superiori a quelle di tanti paesi simili al nostro.
Eppure non abbiamo servizi migliori, opportunità strutturali, prospettive concrete per i giovani o un patrimonio produttivo, sociale e turistico capace di sopravvivere al denaro del petrolio.
QUESTO È UN FALLIMENTO EVIDENTE CHE NON SI PUÒ NASCONDERE.
Serve cambiare paradigma, il modo di pensare il territorio, di utilizzare il denaro pubblico, di immaginare il futuro. Servono idee forti, preparazione, coraggio e una visione capace di guardare oltre la prossima elezione.
Chi ha governato, chi ha indirizzato le scelte, chi è stato protagonista nella gestione del denaro e della cosa pubblica e chi ha sostenuto politicamente quel sistema non può presentarsi oggi come il cambiamento.
Come si dice a Calvello: acqua vecchia non macina mulino.
Il nuovo, però, esiste già.
È il percorso costruito da Porte Aperte in questi cinque anni.
Per questo gruppo civico sarebbe stato più facile tacere.
Sarebbe stato molto più comodo risparmiare tempo e fatica.
Sarebbe stato certamente più conveniente vendersi al potere, come troppe volte è accaduto alle minoranze calvellesi negli ultimi trent’anni.
Così non è stato. Abbiamo fatto qualcosa di unico.
Porte Aperte è rimasta unita e compatta, ha studiato gli atti, informato i cittadini, denunciato ciò che andava denunciato e rispettato fino in fondo l’impegno assunto con gli elettori.
Lo abbiamo fatto in difesa della comunità, della democrazia e di un’idea di politica contrapposta a quella della compagine Cantisani.
Abbiamo contribuito a costruire una minoranza come a Calvello non si vedeva da almeno trent'anni.
Adesso ci prepariamo a costruire, con lo stesso metodo e la stessa serietà, la prossima maggioranza di governo.
Il paese ha bisogno di qualcosa di nuovo, di una squadra nuova, preparata, coraggiosa e libera.
Ma non vi promettiamo di farla a ogni costo. Non lo faremo per forza e non ci abbasseremo a ciò che non ci appartiene.
Faremo tutto a Porte Aperte, senza accordi sottobanco, senza papelli, senza bugie, senza pettegolezzi e senza riunioni segrete nelle quali pochi prendono le decisioni per tutti.
Stiamo iniziando un percorso pubblico di studio, confronto e costruzione delle proposte per il futuro di Calvello.
Tutto questo potrà realizzarsi soltanto se ognuno di noi troverà dentro di sé il coraggio e la dignità di credere nelle proprie idee e la speranza di riuscire a cambiare un sistema che ha impoverito il nostro paese culturalmente e politicamente.
Ma, prima ancora, potrà realizzarsi se ognuno di noi troverà dentro di sé il dovere morale di partecipare, di donare una parte del proprio tempo al luogo che amiamo e che dobbiamo provare a far amare anche ai nostri figli.
E quale insegnamento migliore possiamo lasciare loro, se non l’esempio concreto dell’altruismo e dell’impegno per la propria comunità?
Forse è un’utopia. Forse è soltanto un sogno destinato a rimanere tale.
Forse.
Ma abbiamo il dovere di provarci e ci proveremo fino alla fine.
IL NOSTRO FUTURO, IL FUTURO DI CALVELLO, È NELLE MANI DI OGNUNO DI NOI.