27/01/2026
27 gennaio
Una data che deve essere un continuo monito per il presente.
La liberazione del campo di Auschwitz nel 1945 è simbolo di speranza, ma è anche il giorno in cui il mondo non ha più potuto voltare le spalle davanti alla macchina di morte nazifascista che da anni sconvolgeva l’Europa, non solo attraverso la guerra, ma nei campi dí concentramento.
Auschwitz è stato il risultato finale di un processo fatto di propaganda, leggi discriminatorie, normalizzazione dell’odio e indifferenza collettiva. Un processo che inizia sempre molto prima dei campi di sterminio e della tragedia umana: inizia quando si tollera un linguaggio violento, quando si giustificano le discriminazioni, quando si accetta che alcune vite valgano meno di altre, quando l’odio viene sdoganato nel dibattito pubblico e trasformato in consenso politico.
Il 27 gennaio è un memento a non voltare le spalle alla discriminazione e ai primi segnali di pericolo, perché la violenza non nasce mai all’improvviso, cresce e si normalizza nel quotidiano. Oggi questi segnali sono sotto gli occhi di tutti: nel razzismo normalizzato, nell’odio verso le minoranze, nella criminalizzazione dei più fragili, nell’attacco ai diritti e nella retorica che disumanizza. La vediamo lontano da noi: nel genocidio palestinese, nei regimi autoritari come quello iraniano, nella condotta dell’ICE negli Stati Uniti contro le persone migranti, l’ICE che diventa nuovo simbolo di violenza e rastrellamento, non solo di adulti, ma anche di bambini con grandi zainetti di spiderman.
È un giorno che deve continuare a esistere perché finché popoli sono in pericolo, lo siamo tutti. Il pericolo è essere noi i prossimi, ma anche diventare complici attraverso il silenzio, o non avere il coraggio di reagire e dimostrare che le vite umane hanno importanza.
La storia insegna che l’indifferenza non è mai neutra: è una scelta. E oggi scegliere di non prendere posizione significa lasciare spazio a chi alimenta paura, esclusione e odio. Ricordare non basta. Serve riconoscere i segnali, chiamarli per nome e contrastarli apertamente. Perché la memoria senza azione politica, è solo una vuota ricorrenza.