13/07/2026
"Cu nesci, arrinesci."
Per decenni al Sud, in Sicilia, e nei nostri paesi ci hanno cresciuti con questo mantra. Una narrazione spietata: l'idea che per realizzarsi, per avere un futuro dignitoso o semplicemente per vivere in un posto “normale”, l'unica soluzione sia fare le valigie e andarsene.
Leggendo alcuni commenti in questi giorni e osservando il dibattito sulla nostra città, emerge però un nemico ancora più pericoloso dell'emigrazione: la rassegnazione. Quel “tanto non cambierà mai nulla”, quel “qui non si può fare”, il famoso "niente ci fa" siciliano.
La rassegnazione è un veleno silenzioso. Non ci protegge dalle delusioni, ma logora i territori dall'interno. Li fa spegnere lentamente, abituandoci al brutto e al degrado, condannando i nostri paesi a morire di inedia prima ancora che di spopolamento.
Eppure, arrendersi non è l'unica opzione. Dobbiamo iniziare a rivendicare con forza un'altra narrazione: il diritto a restare, il diritto a tornare, il diritto a fare.
Non deve essere un atto di eroismo o un sacrificio romantico, ma una scelta possibile. La possibilità di costruire qualità della vita, spazi pubblici dignitosi, lavoro e comunità a Canicattì, così come nelle tante aree interne e marginalizzate del nostro Paese.
Non siamo gli unici a crederci e non è un'utopia per sognatori. Oggi la stessa Unione Europea sta mettendo al centro delle sue agende politiche proprio la rinascita dei margini, programmando strategie e fondi enormi per i territori periferici. L'Europa ha capito che il futuro non si gioca solo nelle grandi metropoli, ma nel ricucire i territori lasciati indietro.
La narrazione sta cambiando e le risorse (economiche e umane) per costruire un'alternativa esistono. Ma nessuna politica potrà salvarci se prima non sconfiggiamo il cinismo e non torniamo a credere che un'alternativa sia possibile.
Iniziamo a smettere di dire "è impossibile" e cominciamo a chiederci "come si fa?".