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03/01/2026

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21/12/2025

Innamorarsi è come inciampare nella luce: un battito improvviso, un respiro che si ferma, un’emozione che ti afferra e non ti lascia scampo.
Ma amarsi… amarsi è tutta un’altra storia.
È un cammino. Lento, profondo, pieno di curve e silenzi.
È scegliersi, ogni giorno, anche quando è più facile scappare.

Amarsi davvero è prendersi cura.
Con pazienza, con gentilezza.
Anche quando l’altro si chiude, anche quando la distanza sembra invincibile.
È saper stare. Non per dovere, ma per amore.

È perdonarsi senza rancore.
È guardarsi dopo un litigio e saper dire: “Restiamo”.
È tendersi la mano anche quando tremano le certezze.

Amarsi è rispetto. È protezione.
È capire che la passione può cambiare forma:
diventa quiete, complicità, presenza.
Diventa un abbraccio al momento giusto, uno sguardo che dice “ti conosco”, un silenzio che non pesa ma avvolge.

Amarsi è trovare casa nelle piccole cose.
Nel caffè preparato al mattino.
Nella coperta condivisa sul divano.
Nel sapere che, ovunque sarai, ci sarà sempre un posto per te.

Perché l’amore vero non è fuoco che divampa e svanisce.
È brace che scalda piano, che resta, che dura.

16/12/2025

Author Details Author Details Ana Maria Sepe Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor [email protected] Ci ... Leggi tutto

03/12/2025

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30/11/2025

— Perché non mi hai chiamata prima?
— Non lo so… forse non volevo disturbare.
— Disturbare? Ma come puoi pensare di disturbarmi proprio adesso, che sei tu ad aver più bisogno di me?
— È che… non mi sento più me stessa. Non sono la donna solare, coraggiosa e sicura che conoscevi. Non sto vivendo il mio momento migliore.
— E come potresti esserlo, dopo aver messo al mondo un esserino intero? Partorire dura ore, certo… ma è solo il traguardo finale di mesi stravolgenti. Ed è lì che tutto comincia, sul serio.
— Io pensavo che una volta nato sarebbe cambiato tutto.
— Per forza… ci hanno sempre raccontato favole. Ma tu… hai mangiato oggi? Fammi preparare qualcosa di caldo.
— No, non voglio. Non voglio pesare.
— Allora io non voglio che tu ti annulli.
—Ma tu hai già i tuoi figli…
— Che ora sono col loro padre. Ma adesso, a questo preciso momento, sei tu ad avere più bisogno di me.
— Sono stanca. Ma così stanca… stanca perfino di dire che sono stanca.
— E guarda un po’, mi sembra che stia tornando un po’ del tuo spirito.
— Sì, rido… ma solo per non piangere.
— Forse invece dovresti piangere. Ma piangere davvero.
— Che intendi?
— Che ti serve un abbraccio. Uno di quelli veri, da amica. E ti serve lasciar andare tutto quel dolore che trattieni. Hai mai sentito dire che a volte i bambini piangono le lacrime che le loro madri non riescono a versare? Non te lo dico per farti sentire in colpa. La colpa è una bugia. Te lo dico per te. Perché piangere è liberazione. È guarigione.
— Ma io non voglio piangere…
— Perché pensi che piangere significhi fallire. E invece no. Forte non è chi stringe i denti più a lungo… ma chi lascia uscire il dolore e lo trasforma in forza.

Quella sera, lei pianse.
Pianse tutto.
Pianse per la solitudine. E per essersi sentita sola anche quando sola non lo era.

E capì che stava già dando tutto. Che stava facendo il massimo.
Che forse il problema non era lei… ma le aspettative. E il silenzio intorno.

Perché crescere un figlio nel vuoto non ha senso.
E perché le amiche, quelle vere… sono casa.
Un rifugio.
Un abbraccio arrivato giusto in tempo.

08/11/2025

E poi accadde. All’improvviso. Come tutte le cose che contano.

Non eravamo più Pollon, con le calze rosa e i casini allegri.
Non eravamo più Lamù, che credeva che bastasse l’amore per farsi scegliere.
Non eravamo nemmeno Creamy, che si trasformava per piacere, e poi restava da sola.

Smettemmo di rincorrere. Smettemmo di piangere.
E diventammo Fujiko Mine.

Che poi non era solo una donna. Era un plot twist.
Era la risposta alla domanda che nessuno faceva: “Che succede se quella bella, f**a, intelligente e libera, non vi aspetta?”

Era troppo.
Per i maschi cresciuti a senso del dovere e repressione emotiva.
Troppo corpo, troppa testa, troppa libertà. Troppo “non mi serve nessuno che mi salvi”. Troppo “me ne vado quando voglio”.
E quindi, per sopravvivere, anche loro cambiarono forma.

Ed ecco che diventarono Lupin.

Non l’eroe.
Non il cavaliere.
Il ladro.

Non quello che ti salva. Quello che ti complica la vita. Che scappa, ruba, mente, ride.
Che fa tutto per amore, tranne restare.

Lupin III era il sogno proibito di ogni bambina cresciuta male.
O meglio: cresciuta. Punto.
Quella che aveva già pianto per Remì, aveva sofferto per Georgie, si era disperata per Candy.
Quella che aveva capito che l’amore romantico era una fregatura, e allora voleva almeno divertirsi.

E Lupin era divertente. Era pericoloso, str0nzo, adorabile.
Era l’unico che non voleva salvarci: voleva sfidarci.
E ci prendeva sul serio, pure quando ci prendeva in giro.

Aveva amici cretini, gadget inutili, e piani assurdi.
Fuggiva dai commissari, dai musei, dai ricordi.
Fuggiva anche da lei, Fujiko. Ma tornava sempre.
E quella, per noi, era la prova che un maschio ci poteva anche capire.

Senza spiegazioni. Senza scuse. Senza la pretesa che ci facessimo più piccole per entrargli in tasca.

Perché alla fine, Lupin non voleva una donna che lo amasse.
Voleva una donna che lo guardasse scappare e scegliesse di inseguirlo solo se ne aveva voglia.

E Fujiko non era innamorata. Era libera. Era bellissima.Era ambigua.
Era stanca.

E noi lo sapevamo.
Lo sapevamo che non era una storia d’amore.
Era una guerra elegante. Un flirt infinito. Un crimine condiviso.

Lupin eravamo noi, quando rubavamo tempo alla malinconia.
Quando fregavamo le regole.
Quando ridevamo delle delusioni.
Quando ci innamoravamo, ma restavamo con la valigia pronta.

Lupin era l’unico maschio che ci guardava negli occhi senza chiederci niente.
Solo: “Vieni?”
E noi, per una volta, rispondevamo: “Forse. Ma solo se guidi tu. E solo fino a domani.”

Ecco cos’era Lupin III.
Un’educazione sentimentale travestita da cartone animato.
Un bugiardo che non mentiva mai.
Un figlio di putt@na con il cuore a pezzi.
Un maschio che non chiedeva permesso.
Ma chiedeva scusa. Col sorriso.

E noi ci stavamo.
Solo perché lo sapevamo: nessuno ci avrebbe mai amate meglio di chi sapeva scappare così bene.

03/11/2025
17/10/2025

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