Articolo1 - LEU Comitato di Cascina

Articolo1 - LEU Comitato di Cascina Movimento politico della sinistra cascinese che si propone di dar voce ai problemi dei cittadini pi?

14/04/2026

Trump ha detto che fermerà le navi iraniane. Ma il 90% di quelle navi va in Cina.

Trump ha fatto una dichiarazione oggi:

"Fermeremo ogni nave che paga tributo all'Iran in acque internazionali."

Tutti l'hanno vista come una mossa contro l'Iran.

Io ho posto una domanda.

Dove vanno quelle navi?

L'80-90% del petrolio iraniano viene venduto alla Cina.

Quasi tutte le navi che fermerà vanno in Cina.

Trump parla di Iran. Ma in realtà sta tagliando la linea del petrolio della Cina.

Nessuno ne parla.

Guardiamo prima cosa è successo a Islamabad.

Con la mediazione del Pakistan, USA e Iran si sono seduti al tavolo. Vance ha guidato la delegazione USA. Si è discusso per ore.

Non c'è stato accordo.

JD Vance ha detto "Abbiamo offerto la nostra ultima e migliore proposta" ed è uscito dal tavolo.

Ore dopo, Trump ha fatto due dichiarazioni. Entrambe molto pesanti.

La prima:

"La Marina USA metterà sotto blocco tutte le navi che entrano o escono dallo Stretto di Hormuz. Stiamo attivando un blocco totale. Non permetteremo all'Iran di vendere petrolio a chi ama e di non venderlo a chi non ama. Sarà tutto o niente."

La seconda:

"Lasci che la Cina ci mandi le sue navi. Che le mandi in Venezuela. Noi abbiamo troppo petrolio. Lo venderemmo anche a un prezzo più basso."

Mettendo queste due dichiarazioni una accanto all'altra, il quadro si chiarisce.

Con la prima taglia la linea del petrolio della Cina. Con la seconda dice alla Cina "compra da me".

E perché la Cina dovrebbe comprare dagli USA?

Al momento, la Cina compra petrolio dall'Iran con i suoi soldi. Con lo yuan. Niente dollari, niente SWIFT, non dipende da nessun sistema controllato dagli USA.

Se compra dagli USA, cosa succede?

Dovrebbe usare i dollari. Entrerebbe nel sistema bancario USA, farebbe transazioni via SWIFT.

Gli USA potrebbero chiudere il rubinetto quando vogliono. Potrebbero imporre sanzioni. Congelare conti.

Proprio come hanno fatto con l'Iran. Proprio come hanno fatto con la Russia.

Trump non vuole vendere petrolio. Vuole rendere la Cina dipendente da sé.

La Cina lo sa.

Non si tratta di petrolio. Si tratta di controllo.

Ora guardiamo cosa ha allestito l'Iran a Hormuz.

L'Iran ha istituito un sistema di pedaggio nello stretto.

Assegna a ogni paese un punteggio di priorità da 1 a 5.

Prima priorità: paesi amici. Il passaggio è facilitato.

Gli altri paesi passano per un controllo di sicurezza. Si verifica che non ci siano legami con Israele o USA. Poi si paga la tariffa.

Tariffa: 1 dollaro al barile. In yuan o criptovalute.

Una volta pagato, i Guardiani della Rivoluzione Iraniani forniscono il codice di passaggio. Quando la nave si avvicina allo stretto, trasmette il codice via radio. Una motovedetta la incontra. La scorta fino al passaggio dello stretto.

Questo sistema è stato legalizzato dal Parlamento iraniano a marzo 2026.

E persino il Giappone l'ha usato. Uno dei più stretti alleati degli USA. Ha pagato in yuan all'Iran per far passare le sue navi.

Ora arriviamo alla domanda cruciale.

Gli USA possono davvero fermare una nave cinese?

Fermare e perquisire una nave mercantile cinese in acque internazionali cosa significherebbe?

La Cina lo vedrebbe come un blocco commerciale. Una violazione della sovranità.

Non resterebbe in silenzio.

Le possibili reazioni della Cina:

Aumenterebbe il sostegno all'Iran. Rafforzerebbe il sistema yuan a Hormuz. Potrebbe avvicinare la sua marina alla regione, accelerare la vendita di titoli USA.

Quindi, se fermi una nave cinese, non risolvi il problema. Lo ingrandisci.

E se non può fermarla?

Allora c'è un problema ancora più grande.

Trump ha detto "fermeremo tutte le navi". Il mondo sta guardando.

I paesi del Golfo stanno guardando.
L'Europa sta guardando.
Taiwan sta guardando.
La Russia sta guardando.

Tutti hanno in mente una sola domanda: l'America può fare ciò che dice?

Se le navi cinesi continuano a passare e gli USA non riescono a fermarle, la risposta sarà chiara per tutti.

"Non può."

Ricordate la formula di Ray Dalio.

"Quando le superpotenze perdono il controllo sulle rotte commerciali critiche, la fiducia crolla. Gli alleati si allontanano. Il denaro fugge."

Il Portogallo è finito così. L'Olanda è finita così. L'Inghilterra è finita così a Suez nel 1956.

Ci sono due scenari. Entrambi rischiosi.

Il primo: gli USA fermano le navi cinesi. Il blocco diventa realtà. Questo potrebbe trasformarsi in una crisi molto più pericolosa di una guerra con l'Iran. Perché di fronte non c'è l'Iran, ma la Cina.

Il secondo: gli USA non possono toccare le navi cinesi. Il blocco resta sulla carta. Si forma la percezione che "questo paese non mantiene la parola". Gli alleati potrebbero prendere le distanze. Il dollaro potrebbe indebolirsi.

Il primo test è vicinissimo.

Quando una petroliera cinese si dirigerà verso Hormuz, cosa farà la Marina USA?

Quel momento deciderà tutto.

Fare Satira e Ironia fa sempre bene, anche quando bisognerebbe pensare alle conseguenze della guerra e alla sofferenza d...
10/04/2026

Fare Satira e Ironia fa sempre bene, anche quando bisognerebbe pensare alle conseguenze della guerra e alla sofferenza dei popoli... Che dire dello "scandalo Piantedosi": l'unica cosa certa è che questo governo non si vergogna di nulla!

I miracoli del governo - la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano oggi in edicola!

Che belle parole...da sostenere con forza!
31/03/2026

Che belle parole...da sostenere con forza!

A un certo punto del suo discorso inaugurale dell’anno accademico, la rappresentante degli studenti dell’università di Padova Paola Bonomo, 22 anni, ha mostrato una tessera elettorale con soli tre timbri sopra.

Poi ha spiegato il perché di questo gesto.

“Non perché gli appuntamenti elettorali siano stati pochi, ma perché da quando vivo fuori non ho potuto esercitare il mio diritto di voto. Io non ho votato grazie a questo Paese. Io ho votato NONOSTANTE questo Paese”.

Ogni riferimento a Meloni, al governo, al Referendum e all’indegno veto che ha impedito a milioni di fuorisede di votare è puramente voluto.

È stato il punto più alto di un discorso politicamente potentissimo che merita di essere letto e ascoltato perché è un Manifesto generazionale incredibilmente lucido e attuale su tutto quello che ha senso dire oggi sull’Italia, sul governo Meloni, su Trump, su Gaza, sul Referendum, sulla crisi climatica, ulla salute mentale, sul diritto di voto e il diritto all studio.

“Care studentesse, cari studenti, Magnifica rettrice, personale docente e tecnico amministrativo, Ambasciatore Lozano, Presidente Stefani, Autorità, Cara comunità dell’Università di Padova.

(…)
È da qui che vorrei partire: dalla frattura, ormai evidente, tra il futuro che ci invitate a costruirci e il presente che abitiamo.

“Studia, che il futuro è tuo, basta impegnarsi.”
“Un po’ di gavetta l’abbiamo fatta tutti.”
“Se vuoi puoi.”

Sono frasi che abbiamo sentito ripetere per anni. Frasi che ci siamo portati dietro come si porta un bagaglio. Come si porta una valigia.

Io quella valigia l’ho preparata a Modica, in Sicilia, quattro anni fa, per ve**re a studiare qui.

Dentro c’erano aspettative. Sacrifici. C’erano promesse.

La promessa che studiare sarebbe stato un investimento.
E invece, troppo spesso, la nostra generazione scopre che quando si parla di promesse questo Paese ha un’abitudine calcificata nel rimandare sempre avanti le risposte.

Ancora un esame. Ancora un tirocinio. Ancora un lavoretto in nero. Ancora un affitto sovrapprezzato da dividere. Ancora un po’ di pazienza.

Essere fuorisede, oggi, non è una parentesi romantica della giovinezza. Significa fare esperienza concreta di quanto costi, in questo Paese, costruirsi un’autonomia. Significa sapere che se il prezzo medio di una stanza è 500 euro allora anche un tetto sopra la testa diventa un privilegio, e mangiare, studiare, dormire, spostarsi, curarsi, può diventare un calcolo continuo. Significa lavorare mentre si studia, studiare mentre si è esausti, sentirsi in colpa quando non si regge tutto.

Non è “semplicemente” la vita. È il tempo storico in cui le nostre vite si trovano a passare.

La ricchezza cresce senza redistribuirsi, l’aumento della produttività non si traduce in salari più giusti, e il costo della vita continua a salire mentre il lavoro si fa più discontinuo e precario.

Studiamo, mentre la guerra torna a occupare il centro del presente e il riarmo viene proposto come unica soluzione possibile. Mentre l’amministrazione Trump opprime interi popoli e nazioni sovrane, tra l’orrore delle bombe e la violenza delle deportazioni civili.

Ovunque osserviamo schiacciate la libertà e l’autodeterminazione dei popoli.

Guardiamo alle politiche di guerra statunitensi con una paura ancora maggiore di fronte alla sudditanza del nostro Governo. La forza si impone come strumento risolutivo e il diritto internazionale viene trattato come un ostacolo da aggirare quando intralcia gli interessi dei potenti.

Studiamo mentre ci abituiamo all’idea che interi popoli possano essere cancellati sotto i nostri occhi, che intere città possano essere distrutte in diretta, e che perfino di fronte al genocidio a Gaza ci vengano chiesti compostezza e neutralità.

Nel mentre la catastrofe climatica avanza non come l’annuncio remoto di un pericolo, ma come una realtà già presente nei territori e nelle esistenze. Basti pensare all’aria che respiriamo qui in Pianura Padana. E per me significa pensare subito anche alla mia regione, alla Sicilia. Alla siccità, agli incendi, alle immagini di Niscemi, a come capitato forse a tante altre regioni del sud, ne abbiamo parlato meno del necessario. Sono immagini che ci ricordano come questa crisi non appartenga al domani, ma al nostro presente.

C’è un proverbio siciliano che dice: “Cu nesci, arrinesci.” Chi esce, riesce.

Però non dovrebbe essere un augurio. Quando partire diventa una necessità non è più libertà: è mancanza di alternative.

È per questo che oggi la partenza, dalla propria regione prima e dall’Italia poi, non hanno più a che fare soltanto con la terra da cui veniamo, o con le aspirazioni che inseguiamo. Diventa una condizione diffusa dell’essere giovani, qui e ora, in Italia.

Davanti a noi, allora, ci sono due strade.

La prima ce l’avete insegnata voi: lasciar correre, accettare supinamente la natura del presente e lasciarci definire dalla retorica che ci dipinge come una generazione disgregata, svogliata. Fragile.

Ce lo siamo sentito ripetere così tanto in questi anni.
Ci sentiamo fragili, a volte, perché la solitudine può soffocare, togliere il respiro, può uccidere.

Abbiamo ereditato individualismo e competizione e non siamo ancora riusciti a scrollarceli di dosso, ma ora sappiamo quanto è importante curarci della nostra salute mentale.

La seconda strada invece comincia dal guardarci tra noi, e dal mostrarci per ciò che siamo davvero.

Perché io, in questi mesi, ho visto altro. Ho visto una generazione che non si è ritirata nel privato, che non ha accettato di restare spettatrice. Ho visto 50mila persone riempire Prato della Valle, in autunno, contro il genocidio in Palestina, 300mila due giorni fa inondare le strade della capitale contro le politiche di guerra. Ho visto studenti e studentesse organizzarsi ogni giorno, nelle scuole e nelle università, costruire spazi anche dove gli spazi non c’erano e rispondere con decisione dove quegli spazi sociali vengono chiusi.
Ho visto la forza di non girarsi dall’altra parte: di prendersi cura del compagno di banco che sta male e insieme di sentire come propria la sorte di un coetaneo dall’altra parte del mare.

Ho visto anche, forse per la prima volta, dopo il Referendum del 22 e 23 marzo, parlare di noi senza paternalismo, ho visto giornali titolare “I giovani trainano il voto”.
Fa un certo effetto.

Noi giovani di cui parlate oggi non siamo comparsi all’improvviso. Esistevamo anche prima. Ci organizzavamo anche prima. Lottavamo anche prima. Solo che troppo spesso avete scelto di non vederci.

Questa è la mia tessera elettorale. Sopra ci sono tre timbri. Tre. E non perché gli appuntamenti elettorali siano stati pochi, ma perché da quando vivo fuori non ho potuto esercitare il mio diritto di voto. Io non ho votato grazie a questo Paese: ho votato nonostante questo Paese.
5 milioni sono i fuorisede in Italia. In 20.000 sono riusciti a votare come rappresentanti di lista nel luogo in cui vivono, nonostante sia stato scelto di fare di tutto per ostacolare il voto fuorisede, le persone si sono organizzate lo stesso per fare ciò che spaventa di più chi governa senza voler essere disturbato: partecipare.

E allora, proprio perché abbiamo imparato a guardarci per ciò che siamo davvero, oggi ci sentiamo abbastanza forti da chiedervi conto delle vostre responsabilità.

(…)
Ministra Bernini, mi rivolgo anche a lei. Interve**re sull’università dovrebbe significare, prima di tutto, ascoltare chi la vive e la manda avanti ogni giorno. Se lo avesse fatto, avrebbe sentito studenti, dottorandi e ricercatori chiedere conto del sottofinanziamento strutturale dell’università pubblica e di una precarietà che attraversa tutte le fasi della formazione e del lavoro accademico.

È un quadro segnato da risorse asfittiche, che colpisce gravemente i giovani ricercatori, spesso retribuiti con borse inadeguate rispetto al costo della vita e impiegati con contratti privi di tutele e stabilità. Trascurare l’università pubblica significa rinunciare all’innovazione e privare il Paese del capitale umano e culturale necessario per costruire il proprio futuro.

Il semestre filtro, Ministra, è solo l’ultima di una lunga lista di mancanze a cui non state dando risposta.

Da ultimo, nel tentativo di rappresentare questa comunità studentesca, sento la necessità di rivolgermi a chi più di tutti dovrebbe rappresentare noi come cittadini, ovvero al Governo di questo Paese.

Vediamo lo sguardo che riservate alla nostra generazione: avete contribuito a costruire un clima in cui chi partecipa viene guardato con sospetto, in cui chi protesta viene raccontato come pericoloso, in cui chi si organizza diventa un problema da neutralizzare. E questo clima non colpisce soltanto chi scende in piazza, ma si abbatte con particolare violenza anche su tutte quelle comunità che questo Paese continua troppo spesso a trasformare in capro espiatorio: le persone q***r, le persone migranti, chi vive la povertà, chi abita i margini e viene sistematicamente raccontato non come parte della società, ma come una minaccia da isolare e colpevolizzare.

È così che si impoverisce la vita democratica di questo Paese. Perché una democrazia muore non solo quando si reprime il dissenso, ma anche quando si sceglie di isolare, colpevolizzare e rendere invisibili le persone che avrebbe il dovere di proteggere. E allora il messaggio che arriva a un’intera generazione è semplice e terribile: state zitti, adattatevi, non disturbate.

Proprio l’Accademia che oggi ci troviamo a celebrare, invece, ci insegna che nei momenti di incrocio della Storia non abbiamo scelta, se non compiere delle scelte.

Noi abbiamo già deciso. Parteciperemo in tutti i modi che conosciamo: ci prenderemo cura di chi viene lasciato indietro e ci organizzeremo insieme, senza mai voltarci dall’altra parte. (…)”

Grandiosa 👏👏👏

CascinaOltre è la Sinistra Cascinese!
26/03/2026

CascinaOltre è la Sinistra Cascinese!

Il nostro impegno continua. E guarda avanti, insieme, a sinistra!

Domenica vi invitiamo a un momento importante per la nostra comunità: un’occasione per raccontare il percorso di CascinaOltre, le scelte fatte e quelle che ci attendono.

📍 Bar La Torre – Piazza Caduti, Cascina
🗓️ Domenica 29 marzo
⏰ Ore 10:30

Vi aspettiamo per continuare questo cammino, con la stessa passione di sempre.

13/03/2026

Bastava una riga. Per mettere in Costituzione la separazione delle carriere dei magistrati sarebbe bastato aggiungere poche parole all'articolo 102. Invece hanno scelto di stravolgere tutto. Il motivo è semplice: vogliono punire una magistratura che non esegue gli ordini della politica. Non permettiamo questo obbrobrio.
🗳️ Il 22 e 23 marzo andiamo a votare e votiamo NO.

La coerenza in politica è cosa rara... https://www.facebook.com/share/p/1Ko3QNEE4S/
12/03/2026

La coerenza in politica è cosa rara...
https://www.facebook.com/share/p/1Ko3QNEE4S/

La Spagna ha definitivamente richiamato la propria ambasciatrice a Tel Aviv, Ana María Salomón.

Lo riferisce El Pais, precisando che la decisione comporta la riduzione della rappresentanza sp****la a livello di incaricato d'affari, in reciprocità con quanto già fatto da Israele nella sua ambasciata a Madrid.

La decisione arriva dopo la ferma posizione decisa del premier Pedro Sànchez che per primo ha criticato la decisione di USA e Israele di attaccare l'Iran, e dopo che il governo israeliano aveva accusato di "antisemitismo" due ministre spagnole (Yolanda Díaz e Sira Rego) e aveva vietato loro l'ingresso in Israele.

Madrid ha risposto con una serie di misure straordinarie:

- Embargo sulla vendita e l'acquisto di armi;

- Divieto di transito nei porti e aeroporti spagnoli per carichi militari diretti a Gaza;

- Stop all'importazione di prodotti dagli insediamenti illegali in Cisgiordania;

- Divieto di ingresso in Spagna per i ministri israeliani di estrema destra Ben-Gvir e Smotrich;

- Aumento degli aiuti umanitari a Gaza, con l'obiettivo di arrivare a 150 milioni di euro entro il 2026.

Il Ministero degli Esteri spagnolo ha definito le accuse israeliane "false e diffamatorie" e ha ribadito che "la Spagna continuerà a difendere la pace, il diritto internazionale e i diritti umani".

Da parte sua, Israele aveva già ritirato la propria ambasciatrice dalla Spagna nel maggio 2024, dopo il riconoscimento spagnolo dello Stato di Palestina.

Una cosa è certa: se in Europa c'è qualcuno di coerente con le cose che dice, quel qualcuno è Pedro Sànchez.

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56021

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