25/04/2026
La minaccia più grande?
Nel 2018, l’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon descrisse così l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti dei giornalisti: “I democratici non contano. La vera opposizione è rappresentata dai media. E il modo per affrontarli è inondare la zona di merda“. La strategia non mirava tanto a persuadere i giornalisti quanto a sopraffarli, saturando il panorama informativo con affermazioni continue e contraddittorie, continui cambi di posizione e spettacolarizzazione. In poco meno di un decennio, Trump ha contribuito a polarizzare i media americani, a screditarli e ora assiste alla trasformazione del loro ecosistema. Mentre le grandi testate perdono abbonati, gli influencer vantano un pubblico che supera quello dei conduttori televisivi. “La vecchia gerarchia di giornali ed emittenti si è frammentata in un sistema instabile di reti faziose, influencer, grandi finanziatori – osserva il Financial Times – tutti in competizione per plasmare il modo in cui gli americani interpretano la politica e l’informazione”. Eppure è proprio dalla stampa ‘tradizionale’ che arriva la minaccia più grande per il presidente. Come lo scorso fine settimana, quando il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta secondo cui Trump viene tenuto fuori da alcune riunioni strategiche dai suoi consiglieri. O come quando, qualche giorno prima, uno scoop del New York Times aveva raccontato come il presidente avesse preso la decisione di attaccare l’Iran lasciandosi convincere dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dai servizi segreti israeliani, mentre nessuno dei suoi consiglieri aveva saputo frenare l’inizio di una guerra basata su scenari definiti “grotteschi” dagli esperti. Si tratta di rivelazioni sorprendenti quanto nocive per la sua immagine, che potevano trapelare solo grazie ad una stampa che resta, ancora oggi, il principale contrappeso al suo potere politico.
ISPI Daily focus.