Del Tataratà la prima testimonianza è un atto del 17 agosto 1685 dato a Casteltermini dal notaro A. Chiarelli e trovato dal Di Giovanni. Di esso molti hanno tentato una spiegazione e taluni anche in modo palesemente assurdo. Alcuni l'hanno creduto una danza di spatolatori di lino, altri un tripudio di schiavi liberati. Il Pitrè, nella sua opera: "Spettacoli e feste popolari siciliane", dopo aver d
ato una descrizione della Festa di Santa Croce in Casteltermini fornitagli dal Di Giovanni ed avere parlato del Tataratà, dice: "In tutto questo spettacolo vuolsi vedere una allusione all'invenzione della Croce per opera di Costantino, E' un antico ludo non nato certamente a Casteltermini, che è paese formato da pochi secoli, ma a Casteltermini venuto da qualcuno dei paesi ad esso vicini e dai quali si partì il grosso de' siciliani che andavano a colonizzare quella terra". Nell'altra sua opera: "Feste patronali in Sicilia", definisce il gruppo del Tataratà "...corpo degli spazzatori di lino che, camuffati da turchi o ebrei, non una ma due sciabole impugnano ed hanno un capo che fa da re a cui circondano ministri, dottori e l'immancabile segretario. A codesto re tutti fanno ad ogni piè sospinto inchini e salamelecchi...". Ma più avanti, parlando deglim spettacoli commemorativi di combattimenti arabo-normanni e di rappresentazioni mute, così si esrpime: "...e forse non andremmo lontani dal vero se volessimo associare a quasti anche il Tataratà di Casteltermini". Ai tempi del Pitré gli studi etnografici non avevano ancora assunto un carattere scientifico e, mentre ferveva l'opera di raccolta e valorizzazione delle tradizioni popolari, di cui lo stesso Pitré fu insuperabile maestro, il problema esegetico connesso con i fatti del folklore fu affrontato e risolto in tempi successivi, quando si pervenne al fondamentale risultato che qualunque forma di rappresentazione, sia essa teatrale o no, come qualunque festa, ha avuto all'origine carattere sacro ed è nata nel mondo ritualistico delle religioni pagane come rito propiziatorio o di rinnovamento. Sfuggì pertanto al Pitré il vero significato del Tataratà e non poteva essere altrimenti. Chi invece individuò perfettamente la moresca del Tataratà, e in essa la primitiva danza propiziatoria della fecondità, è stato il Toschi il quale, parlando delle innumerevoli manifestazioni folkloristiche d'Italia, così si esprime:
"Elementi più arcaici conserva il Tataratà di Casteltermini...Siamo davanti ad una rappresentazione a tema agonistico la cui struttura è costituita dalla moresca... Quei soldati che hanno per copricapo una corona di fiori, quel Re ed il suo seguito, tra cui il medico di corte, e soprattutto quella danza armata eseguita a piccoli salti, ricordano aspetti e personaggi delle feste primaverili e forme coreutiche nelle quali tracce di riti agresti sono ben visibili"
E se, la storicizzazione della primitiva danza, il vero significato propiziatorio del combattimento è scomparso dalla coscienza di tutti, basta quel serto di fiori sul capo dei duellanti, i quali combattono infatti con la testa " ammajata", a garantire l'origine pagana di un rito di primavera sopravvissuto con la Croce nelle nostre campagne fino all'avvento dei Normanni e storicizzatosi allora nella forma della moresca, nella quale è giunto fino a noi. Per questo la Croce e il Tataratà formano un binomio inscindibile i cui due termini si spiegano e si valorizzano a vicenda ed ancora oggi trovano giusta collocazione in quella festa straordinaria che ogni IV domenica di maggio fa miracolosamente rivivere quei fasti plurimillenari che le diedero origine.