17/07/2026
Due marinai, Angelo Pappalardo e Santo Ursino, nel luglio 1943, fucilati a Linguaglossa (CT) perché considerati disertori.
Per non dimenticare.
Il 15 Luglio 1943 segnò l’ingresso di Linguaglossa nel conflitto bellico.
In un paese quasi spopolato, nella tarda mattinata, i pochi residenti lungo la via principale notarono due marinai, in particolare quelli del quartiere San Francesco. Il grande caldo e l’eco dei grandi bombardamenti nell’area intorno a Catania tenevano sveglia la popolazione. Nelle prime ore del mattino vengono notati due marinai seduti nel grande sedile davanti la Chiesa di San Francesco, che all’ombra del campanile prendono respiro e riposo. Tanti erano i marinai linguaglossesi partiti per la guerra, ma questi due non lo erano. La loro presenza, inattesa e inaspettata per le strade del paese, suscitò grande curiosità: cosa ci facevano due marinai a Linguaglossa, quale il motivo della loro presenza, alcuni li considerarono disertori in fuga, mentre altri li videro semplicemente stanchi ma tranquilli, non in fuga da nessuno. Il loro atteggiamento appariva sereno. Rimasti per breve tempo, furono visti allontanarsi in direzione di Piedimonte.
I due marinai erano catanesi: Angelo Pappalardo, figlio di Salvatore, di 23 anni, nato e cresciuto nel quartiere di piazza Cavour, e Santo Ursino, figlio di Pasquale, di 24 anni, nato nel quartiere di piazza Cutelli. Appartenevano alla corazzata italiana “Vittorio Veneto”, che, dopo un lungo periodo di navigazione e un pesante bombardamento subito nella base navale di La Spezia il 5 Giugno 1943, era ripartita sebbene danneggiata e parzialmente riparata. Le riparazioni non erano state sufficienti e la corazzata era stata costretta ad approdare nel porto di Messina il 12 Luglio. Il Comandante della corazzata, Ammiraglio Virgilio Spigai, concesse ai marinai siciliani una breve licenza per far visita ai parenti. Prima della partenza, Pappalardo salutò il fratello, anch’egli marinaio ma in servizio su un’altra nave. Considerando che l’intera costa era costantemente oggetto di incursioni aeree e che gli angloamericani miravano a bloccare la fuga dei soldati dell’Asse, i due marinai decisero di raggiungere Catania attraverso le vie interne. Dopo due giorni di cammino, giunsero a Linguaglossa. I soldati che presidiavano i confini del territorio, nei tre bunker che segnavano i due territori di Castiglione e Linguaglossa, li avevano lasciati passare senza alcun problema, ma qualcosa non andò per il verso giusto: “solo un cuore duro come un macigno di pietra lavica può avere il coraggio di denunciare due giovani. Eppure in nome del dovere fascista una Guardia Municipale ha fatto la spia”.
Giunti in prossimità del passaggio a livello di Terremorte, ove presidiava un ulteriore posto di blocco, i due marinai vennero fermati e tradotti presso la casa Previtera, in Via Roma, sede del Comando del 22° Gr. Artiglieria Costiera. Invano i giovani cercarono di spiegare, con candore, la loro estraneità a ogni forma di sbandamento o diserzione, chiarendo che la loro meta era Catania, per un congedo di pochi giorni, prima di far ritorno a Milazzo, dove c’era la loro nave.
Era il giorno e l’ora infausta per tentare di discolparsi e palesare la legittimità della loro presenza. Da poche ore, infatti, la 213a Divisione Costiera era stata sciolta e l’agitazione serpeggiava negli animi. La staffetta tedesca aveva annunciato che da li a poco sarebbe passato il Generale Hube diretto al quartiere generale del XIV Corpo Panzer di stanza nella piana di Cerro. Il Generale Comandante Gotti, in accordo con il colonnello Pappalardo, nel desiderio di fornire un monito contro lo sbandamento delle truppe, ne decretò la condanna a morte.
Non v’è dubbio che i due marinai non colsero appieno la terribile portata della pena inflitta, perché, come venne riconosciuto da tutti, non erano né disertori né sbandati ma si trovarono, per pura sventura, nel luogo e nel momento sbagliato.
La notizia della loro condanna a morte si diffuse rapidamente nel paese. L’Arciprete Palermo così scrive nel suo diario quotidiano: “e domani saranno fucilati. Il mio tentativo non ha sortito l’esito sperato. Il colonnello mi ha ascoltato ma poi ha detto che il tribunale militare, in questi casi, prevede la pena di morte. Nessuno può fare più nulla. La fucilazione sarà eseguita domani di pomeriggio al piano Ciaramidaro proprio dietro la Chiesa del Calvario. Questo è ciò che mi ha confidato il colonnello. Ho chiesto il permesso di confessarli prima dell’esecuzione e impartire loro i sacramenti. Vorrei sostituirmi a loro perché ormai la mia vita è stata in gran parte spesa, ma tutto ciò non è possibile. Ho la morte nel cuore, ho la morte nell’anima, ma mi consola pensare che questi due innocenti raggiungeranno il Paradiso e potranno da lì osservare il male del mondo con la pietà che sulla terra non si è avuta per loro”.
I due marinai, sempre uniti come un’unica entità, trascorsero un giorno nella stanza mortuaria e il 18 luglio vennero sepolti. Angelo Pappalardo, iscritto nel registro cimiteriale al numero 77-82, fu tumulato nella “Cappella Del Campo”, mentre Santo Ursino, iscritto al numero 78-83, trovò sepoltura nella “Cappella dell’Immacolata”.
Al termine della guerra, nel 1945, le famiglie dei due caduti provvidero a recuperare le loro spoglie e, come due fratelli, li fecero seppellire nella medesima tomba nel cimitero di Catania.
Sulla tomba sono poste le fotografie dei due militari e un’epigrafe commemorativa: “ANGELO PAPPALARDO - SANTO URSINO. PIU' DI DUE FRATELLI VI AMASTI IN QUESTA GUERRA MA UN CUORE SENZA PIETA' E SENZA TIMORE DI DIO NEL FIORE DEGLI ANNI VI VOLLE SOTTO TERRA. DORMITE UNITI SOTTO IL MANTO DI MARIA E TRA GLI ANGELI IN CIELO GODETE E COSI' SIA”.
Il 12 marzo 1945, il Comune ricevette una lettera dal Ministero della Marina con la quale si richiedevano informazioni riguardo alla morte del Nocchiere Ursino Santo, specificando: “da chi risulta sia stato fucilato”. Il Commissario Castrogiovanni rispose: “la fucilazione del nocchiero in oggetto è avvenuta in questo Comune per ordine di un Generale che ebbe a sorprendere l’Ursino di aver abbandonato la località ove era comandato in servizio. Unitamente all’Ursino venne fucilato tale Pappalardo Angelo fu Salvatore”.
Circa quattro anni dopo, il 29 ottobre 1949, giunse un’altra richiesta di “precise informazioni circa la fucilazione”, questa volta relativa al nocchiere Pappalardo Angelo. Il Commissario Prefettizio Francesco Abatelli Trigona replicò: “In riferimento alla nota su indicata comunico che da informazioni assunte risulta che il marò in oggetto indicato sbandatosi ad Augusta in seguito agli eventi bellici del 1943, di passaggio da questo abitato il 15-7-1943 veniva fermato da una ronda ed accompagnato all’allora Comando della zona di stanza in questo Comune. Il giorno successivo, il detto Pappalardo, per ordine del Generale e Comandante la Divisione Militare, veniva fucilato assieme ad altro militare.
Dicesi che la fucilazione dei due militari sia stata ordinata per esempio e monito agli altri militari sbandati.”