26/05/2026
Il Paese dell'odio.
Seconda Generazione
L'altroieri eravamo noi terroni il bersaglio.
Brutti, sporchi, ignoranti, poveri, emigravamo al nord Italia in cerca di fortuna, abitavamo nei sottoscala, nelle soffitte e nelle cantine. Eravamo il bersaglio perfetto per scaricare odio e frustrazioni, ed eravamo considerati responsabili di ogni forma di degrado, della delinquenza, di quella maledetta falla nel decoro immaginario.
Poi sono arrivati i migranti, quelli neri, gente disperata proveniente dal continente africano, continente che stiamo depredando e umiliando in ogni modo, e sono diventati in breve tempo loro i nuovi responsabili di ogni male del Paese, mai risorse e sempre causa di guai, d'insicurezza, di spreco di denaro pubblico.
Adesso non basta più, vogliamo alzare ancora l'asticella ed abbiamo trovato altri bersagli, i ragazzi nati qui ma con genitori stranieri: le seconde generazioni, i maranza, quelli italiani "ma...", cittadini italiani "ma...". E via un'altra valanga di sterco e di proposte imbarazzanti ed incostituzionali. E di odio e di razzismo da parte di gente che ha enormi problemi a scrivere una frase in italiano senza macchiarla di errori rossi e blu.
La conseguenza è che ogni fatto di cronaca è vissuto partendo da un preconcetto rispetto a chi ne è protagonista, svalorizzando la cosa più importante ovvero il fatto accaduto e quindi come porvi rimedio concretamente. E così, in questo climax crescente di arrogante perbenismo razzista che attraversa l'Italia da oltre mezzo secolo, non si è mai seriamente gestito responsabilmente il problema: la costruzione di una comunità nuova, fatta di diversità e di nuovi cittadini, il disagio giovanile, la crisi culturale, la povertà reale ed educativa che dilaga, la crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi privilegiati che crea nuove marginalità. Una cancrena sociale che è perfettamente rappresentata dalla recente ricerca di Save the Children che ci dice che nei quartieri di periferia delle città siciliane sette famiglie su dieci vivono una condizione strutturale di povertà.
Ci domandiamo se ci si renda conto del buco nero in cui stiamo precipitando, preferendo urlare contro un nemico immaginario piuttosto che affrontare i problemi che sono sul tavolo in attesa da troppo, troppo tempo.
Che fare? In primis non voltare la testa, non indietreggiare di un millimetro, agire.
Il nostro contributo è continuare a denunciare questa deriva che ci indigna (ed al tempo stesso ci fa orrore) e proporre lo sport per tutti, quello popolare, che accoglie chiunque senza nessuna discriminazione o pregiudizio.
Ma ognuno può e deve fare la sua parte.
Nessuno spazio al degrado civile ed alla propaganda becera e razzista è il nuovo mantra, un puntino luminoso in questo buio che incombe.
Adelante...