28/07/2026
LA TRAPPOLA DELLO STEREOTIPO DI GENERE
La nostra cooperativa, come molte cooperative sociali di tipo A, è a netta prevalenza femminile. Contrariamente ad altre organizzazioni, da noi non si è però verificato quel fenomeno che in sociologia del lavoro viene definito “soffitto di cristallo”. Con questa metafora si indica la barriera invisibile, ma quasi insormontabile, che impedisce alle donne (e alle minoranze) di raggiungere i vertici della carriera lavorativa, indipendentemente dai loro meriti. Si dice “di cristallo” proprio perché, pur non avendo nessuna giustificazione normativa – ci mancherebbe altro! – la barriera è “solida” e blocca la crescita professionale: in questo caso, nonostante l’organizzazione sia costituita in nettissima maggioranza di lavoratrici e socie, le posizioni di vertice come presidenza, consiglio di amministrazione e i vari coordinamenti di area sono occupati in prevalenza da uomini.
In Eskimo la tendenza è inversa: la presidente e le consigliere sono donne, così come le figure che supervisionano i diversi processi lavorativi. Tutto questo, naturalmente, ha molti aspetti positivi, in particolare per quelle forme di tutela che contrastano gli stereotipi di genere che nella maggior parte del mondo del lavoro riguardano invece le donne - e gli stereotipi, come è noto, contribuiscono a giustificare le disparità e le ingiustizie, il diverso trattamento salariale, la passibilità di carriera, ecc.
Ora, però, rivolgo una domanda esplicita a chi legge questo post: in un’organizzazione dove i ruoli di responsabilità sono per la quasi totalità ricoperti da donne, possono emergere stereotipi sul genere maschile?
Credo che la risposta, anche se il sì in questo caso non è così pieno, sia ugualmente assertiva. Mi rendo conto come l’argomento sia difficile da affrontare, e chi scrive… “cammina sulle uova”, perché le sensibilità rischiano di essere esasperate – con tutti i problemi che devono affrontare quotidianamente le donne… ecco un’altra volta l’attenzione puntata sugli uomini, mi sembra di sentir dire. Ma vado a rigor di logica, perché affermare che una netta prevalenza femminile non possa generare stereotipi rispetto al genere maschile sarebbe a sua volta uno stereotipo di genere. La trappola degli stereotipi, cioè, è sempre pronta a scattare.
A cominciare dal pregiudizio culturale, per esempio su quella che io definisco la “dotazione” di capacità empatica e di cura: spesso, esasperando il discorso, questa capacità rischia di essere attribuita in via quasi esclusiva al sesso femminile. Ma anche, più in generale, la cosiddetta sensibilità: si tende a dare per scontato che l’uomo sia emotivamente più forte, che abbia cioè bisogno di minor supporto psicologico o comunque non senta il bisogno di quelle relazioni più confidenziali e informali che di fatto sostanziano la vita di un’organizzazione. Ovviamente si tratta di comportamenti per lo più inconsci - non ci si fa caso, non si presta la necessaria attenzione - e comunque sono lo stesso presenti. In effetti essere l'unica figura maschile, o quasi, in un contesto femminile potrebbe trasformarsi in un’esclusione involontaria. Quando il linguaggio, i temi di discussione della pausa caffè e le modalità di networking spontaneo ricalcano codici esclusivamente femminili, il collega uomo rischia di sentirsi come un turista senza dizionario. È qualcosa di cui, ovviamente, si può ridere – e effettivamente si ride e tanto! – ma alla lunga può diventare anche un problema: è proprio in quei momenti informali e non pianificati, infatti, che nascono le relazioni professionali, lo scambio di informazioni e i legami di fiducia più solidi.
Focalizzo un altro aspetto: la discrepanza tra il mondo fuori e il mondo dentro l’organizzazione lavorativa della cooperativa. È un po’ come se in una regione dove vige il patriarcato si insediasse una comunità con nette caratteristiche matriarcali. Sicuramente si tratta di un fenomeno di controtendenza che ha un grandissimo valore, non solo dal punto di vista sociale ma anche come modello economico. E tuttavia possono nascere dei problemi, sebbene, voglio ripeterlo, di gravità molto minore. Per esempio, non bisogna mai dimenticare che la società patriarcale sta senz’altro a guardia dei privilegi maschili, ma questo aspetto, se è vero che crea profonde ingiustizie per le donne, non lascia “incolumi” nemmeno gli uomini, e in particolare proprio quelli che non vogliono aderire alla tendenza maschilista dominante. Certe aspettative sociali rigide sulla “virilità” finiscono infatti per condizionare gli uomini stessi, esercitando su di loro delle forti pressioni psicologiche perché non scelgano professioni di cura, specialmente nel privato sociale invece che nel pubblico, dove cioè gli stipendi sono più bassi. Non è lavoro da “uomini veri”, insomma, e questo può esporre il maschio che fa questa scelta a un senso di inadeguatezza sociale o al giudizio di parenti e amici, che considereranno quella professione come un ripiego o un lavoro di serie b.
Concludo con una raccomandazione: non controbattete a questa semplice analisi dicendo che in fin dei conti si tratta di discorsi di scarsa consistenza e rilevanza, e che a un uomo non dovrebbero fare né caldo né freddo, perché da lui ci si aspetta più robustezza, determinazione, capacità di tollerare la situazione senza lamentarsene troppo… perché vedete? La trappola dello stereotipo di genere è scattata ancora una volta.