Eskimo Società Cooperativa Sociale

Eskimo Società Cooperativa Sociale Siamo una Cooperativa Sociale di tipo A nata nel 2002, che opera sul territorio cerretese e nei comu

Eskimo Società Cooperativa Sociale Onlus nasce nel 2002, nel comune di Cerreto Guidi (FI). A quella data il gruppo di soci che la costituiscono - in prevalenza donne - sono da anni impegnati sul territorio con l'Associazione Culturale Medicea, nata nel 1998. Eskimo ne recepisce i valori e ne diventa il braccio operativo, connotandosi pienamente come impresa economica. Cooperativa di tipo A, i serv

izi alla persona del suo oggetto sociale implementano quattro aree aziendali: "infanzia", "minori", "area disabili e anziani" e "cultura". La volontà di differenziare gli ambiti di competenza ha permesso lo sviluppo, negli anni, di un'azienda con più di cinquanta dipendenti che opera con qualità in campi diversificati e su diverse fasce di età, in contesti territoriali limitrofi. Ognuno di questi campi rafforza naturalmente l'altro e potenzia il valore complessivo dell'intervento. Un'impresa che opera da più di un decennio per la promozione della persona incontra la comunità per la quale, e con la quale, lavora e agisce.

LA TRAPPOLA DELLO STEREOTIPO DI GENERELa nostra cooperativa, come molte cooperative sociali di tipo A, è a netta prevale...
28/07/2026

LA TRAPPOLA DELLO STEREOTIPO DI GENERE

La nostra cooperativa, come molte cooperative sociali di tipo A, è a netta prevalenza femminile. Contrariamente ad altre organizzazioni, da noi non si è però verificato quel fenomeno che in sociologia del lavoro viene definito “soffitto di cristallo”. Con questa metafora si indica la barriera invisibile, ma quasi insormontabile, che impedisce alle donne (e alle minoranze) di raggiungere i vertici della carriera lavorativa, indipendentemente dai loro meriti. Si dice “di cristallo” proprio perché, pur non avendo nessuna giustificazione normativa – ci mancherebbe altro! – la barriera è “solida” e blocca la crescita professionale: in questo caso, nonostante l’organizzazione sia costituita in nettissima maggioranza di lavoratrici e socie, le posizioni di vertice come presidenza, consiglio di amministrazione e i vari coordinamenti di area sono occupati in prevalenza da uomini.

In Eskimo la tendenza è inversa: la presidente e le consigliere sono donne, così come le figure che supervisionano i diversi processi lavorativi. Tutto questo, naturalmente, ha molti aspetti positivi, in particolare per quelle forme di tutela che contrastano gli stereotipi di genere che nella maggior parte del mondo del lavoro riguardano invece le donne - e gli stereotipi, come è noto, contribuiscono a giustificare le disparità e le ingiustizie, il diverso trattamento salariale, la passibilità di carriera, ecc.
Ora, però, rivolgo una domanda esplicita a chi legge questo post: in un’organizzazione dove i ruoli di responsabilità sono per la quasi totalità ricoperti da donne, possono emergere stereotipi sul genere maschile?

Credo che la risposta, anche se il sì in questo caso non è così pieno, sia ugualmente assertiva. Mi rendo conto come l’argomento sia difficile da affrontare, e chi scrive… “cammina sulle uova”, perché le sensibilità rischiano di essere esasperate – con tutti i problemi che devono affrontare quotidianamente le donne… ecco un’altra volta l’attenzione puntata sugli uomini, mi sembra di sentir dire. Ma vado a rigor di logica, perché affermare che una netta prevalenza femminile non possa generare stereotipi rispetto al genere maschile sarebbe a sua volta uno stereotipo di genere. La trappola degli stereotipi, cioè, è sempre pronta a scattare.

A cominciare dal pregiudizio culturale, per esempio su quella che io definisco la “dotazione” di capacità empatica e di cura: spesso, esasperando il discorso, questa capacità rischia di essere attribuita in via quasi esclusiva al sesso femminile. Ma anche, più in generale, la cosiddetta sensibilità: si tende a dare per scontato che l’uomo sia emotivamente più forte, che abbia cioè bisogno di minor supporto psicologico o comunque non senta il bisogno di quelle relazioni più confidenziali e informali che di fatto sostanziano la vita di un’organizzazione. Ovviamente si tratta di comportamenti per lo più inconsci - non ci si fa caso, non si presta la necessaria attenzione - e comunque sono lo stesso presenti. In effetti essere l'unica figura maschile, o quasi, in un contesto femminile potrebbe trasformarsi in un’esclusione involontaria. Quando il linguaggio, i temi di discussione della pausa caffè e le modalità di networking spontaneo ricalcano codici esclusivamente femminili, il collega uomo rischia di sentirsi come un turista senza dizionario. È qualcosa di cui, ovviamente, si può ridere – e effettivamente si ride e tanto! – ma alla lunga può diventare anche un problema: è proprio in quei momenti informali e non pianificati, infatti, che nascono le relazioni professionali, lo scambio di informazioni e i legami di fiducia più solidi.

Focalizzo un altro aspetto: la discrepanza tra il mondo fuori e il mondo dentro l’organizzazione lavorativa della cooperativa. È un po’ come se in una regione dove vige il patriarcato si insediasse una comunità con nette caratteristiche matriarcali. Sicuramente si tratta di un fenomeno di controtendenza che ha un grandissimo valore, non solo dal punto di vista sociale ma anche come modello economico. E tuttavia possono nascere dei problemi, sebbene, voglio ripeterlo, di gravità molto minore. Per esempio, non bisogna mai dimenticare che la società patriarcale sta senz’altro a guardia dei privilegi maschili, ma questo aspetto, se è vero che crea profonde ingiustizie per le donne, non lascia “incolumi” nemmeno gli uomini, e in particolare proprio quelli che non vogliono aderire alla tendenza maschilista dominante. Certe aspettative sociali rigide sulla “virilità” finiscono infatti per condizionare gli uomini stessi, esercitando su di loro delle forti pressioni psicologiche perché non scelgano professioni di cura, specialmente nel privato sociale invece che nel pubblico, dove cioè gli stipendi sono più bassi. Non è lavoro da “uomini veri”, insomma, e questo può esporre il maschio che fa questa scelta a un senso di inadeguatezza sociale o al giudizio di parenti e amici, che considereranno quella professione come un ripiego o un lavoro di serie b.

Concludo con una raccomandazione: non controbattete a questa semplice analisi dicendo che in fin dei conti si tratta di discorsi di scarsa consistenza e rilevanza, e che a un uomo non dovrebbero fare né caldo né freddo, perché da lui ci si aspetta più robustezza, determinazione, capacità di tollerare la situazione senza lamentarsene troppo… perché vedete? La trappola dello stereotipo di genere è scattata ancora una volta.

LA CARTA ETICA PER LO SPORT FEMMINILESempre in relazione alle iniziative e agli strumenti che possono favorire la parità...
14/07/2026

LA CARTA ETICA PER LO SPORT FEMMINILE

Sempre in relazione alle iniziative e agli strumenti che possono favorire la parità di genere vogliamo soffermarci su un documento secondo noi molto importante che ancora non ha avuto la diffusione dovuta: la "Carta Etica per lo sport femminile", promossa da Assist Associazione Nazionale Atlete e Soroptimist International d'Italia. Il documento fissa i principi fondamentali per garantire le pari opportunità, il rispetto e l’inclusione nello sport, condannando ogni discriminazione di genere, molestia o stereotipo.

I suoi punti cardine sono:

- la parità di accesso: garantire a bambine, ragazze e donne il diritto di praticare qualsiasi disciplina sportiva fin dall’infanzia;
- l’abbattimento degli stereotipi: ribadire che non esistono sport “maschili” e sport “femminili”;
- la continuità dell’attività: promuovere quelle politiche che prevengono l’abbandono precoce dello sport da parte delle donne;
- i diritti e le tutele: assicurare ambienti sportivi inclusivi, incentivando anche l’accesso femminili ai ruoli dirigenziali.

Il documento è importante per varie ragioni. I numeri e le statistiche confermano la poca propensione degli italiani verso l’attività sportiva, non quella che si segue dalle tribune, seduti di fronte alla tv o addirittura chini sullo smartphone, ma lo sport “sudato”, praticato attivamente. Tra i praticanti c’è comunque un notevole divario: secondo i dati "Istat 2025 Cultura e tempo libero" il 33,1% degli uomini si dedica a una disciplina sportiva con continuità, mentre le sportive sono solo il 24,2%. Le donne nello sport sono ancora oggi una minoranza: specialmente in ambito agonistico e dirigenziale – quest’ultimo aspetto, in qualsiasi contesto, è sempre da mettere in evidenza – la parità dei diritti appare ancora molto lontana. I motivi? Eccone un elenco, e cito dall’articolo “Donne nello sport. Parità nelle differenze di genere” a firma Lucia Castelli:

- la mancata legittimazione della propria passione (che le donne raramente si concedono);
- l’educazione sessista perpetrata in famiglia, a scuola, negli ambienti sportivi;
- i sensi di colpa nel sottrarre tempo alla famiglia e ai figli quando le donne si dedicano a sé stesse;
- la poca visibilità mediatica delle donne nello sport;
- la scarsa presenza ai vertici delle Federazioni sportive e del CONI (luoghi decisionali);
- la rarissima opportunità di trasformare l’impegno sportivo in professione (solo le pochissime calciatrici di serie A sono professioniste). Ma l’elenco potrebbe proseguire.

Si capisce quindi quanto sia rilevante la Carta etica per lo sport femminile. Sono già numerosi i Comuni e le Amministrazioni locali che hanno adottato formalmente questo testo come impegno civico per il superamento dei divari nello sport. Qui la mappa completa di chi ha sottoscritto il documento: https://www.assistitaly.eu/carta-etica/ Purtroppo, nell’elenco, si nota la mancanza della città di Firenze e dei Comuni del Circondario Empolese Valdelsa.
La nostra non vuol essere una critica ma semplicemente un invito. Questo il documento integrale:https://pariopportunita.comune.modena.it/wp-content/uploads/2024/06/Carta-Etica-dello-Sport-Femminile.pdf

(Tra parentesi: il nostro post ha anche l’obiettivo rendere un po’ più complesse le considerazioni dello spavaldo Roberto Vannacci secondo il quale "I giovani che fanno sport la sera non vanno a fare i maranza in giro e a far parte delle baby gang, perché il giorno dopo c'hanno allenamento". Detto con ironia, le parole del generale ci sembrano più vicine al consiglio di “andare a letto presto”, che rimandiamo indietro al mittente).

DALLA CAMERAGiorni fa la cronaca ha dato rilievo allo scontro tra la vicepresidente della Camera Anna Ascani (PD) e il d...
03/07/2026

DALLA CAMERA

Giorni fa la cronaca ha dato rilievo allo scontro tra la vicepresidente della Camera Anna Ascani (PD) e il deputato Emanuele Pozzolo (FN), causato da una disputa sull'uso del genere femminile per le cariche istituzionali.

Pozzolo si è rivolto ripetutamente ad Ascani chiamandola "Signor Presidente", scatenando la reazione della deputata e un richiamo all'ordine.

La vicenda si è svolta durante le votazioni sugli ordini del giorno alla Camera.

Non si è trattato soltanto di maleducazione, perché la dinamica della vicenda dimostra che Pozzolo ha voluto effettivamente provocare la vicepresidente. Che senso ha questo atteggiamento, qual è il sottotesto di un modo di relazionarsi che non riconosce il sesso femminile?

Ostinarsi a chiamare “Signor Presidente” una donna che sta svolgendo un ruolo istituzionale ha, secondo noi, lo scopo di diffondere questo messaggio:

1) quel ruolo è adatto a essere ricoperto da figure maschili;
2) quando le donne ricoprono quel ruolo lo fanno in virtù di qualità considerate “naturalmente” maschili.

Delle due convinzioni non sappiamo quale sia la peggiore. Lo ripetiamo: in certi contesti sarebbe già grave la maleducazione, ma non si tratta soltanto di questo. La volontà sembra proprio quella di far accadere questi incidenti di proposito, per contribuire con un altro mattoncino alla costruzione di una mentalità maschilista e cementare la cultura del patriarcato. Mentalità che, al contrario, andrebbe smantellata. Per chi non avesse visto l’episodio a cui ci riferiamo

https://www.lastampa.it/politica/2026/06/24/video/pozzolo_ascani_vannacci_signor_presidente_deputata_camera-15669643/

DISCRIMINAZIONE DI GENEREIn un film del lontano 1977, “Berlinguer ti voglio bene” con protagonista Roberto Benigni, c’è ...
18/06/2026

DISCRIMINAZIONE DI GENERE

In un film del lontano 1977, “Berlinguer ti voglio bene” con protagonista Roberto Benigni, c’è una scena che è diventata un cult, almeno per quelli fra noi non più così giovani. Due ragazze provano a introdurre un dibattito alla Casa del Popolo, “una chiacchierata sui problemi della donna,” ma il primo intervento dal pubblico è questo: “Scusi… io ho seguito un po’ la questione… la donna ‘ncazzata e via e via e via… ma ‘nsomma… la donna, la donna, la donna… o l’omo?”. Certo, erano altri tempi… Ora abbiamo imparato che le cose si sono fatte ancora più complesse e la disparità di genere propriamente intesa non riguarda solo le donne, o il sempre invadente “omo”. Sebbene il dibattito pubblico si concentri spesso sulle disuguaglianze e sugli ostacoli subiti dal genere femminile – che restano comunque i più presenti, almeno come grandi numeri – il concetto racchiude tutte le forme di disparità basate sul genere che colpiscono qualsiasi individuo.
Il fenomeno della disparità di genere, così, si estende su più fronti. A partire da quello delle donne e delle ragazze, che subiscono storicamente discriminazioni sistemiche, disparità salariale (gender pay gap), un carico sproporzionato nel lavoro di cura familiare e una maggiore vulnerabilità alla violenza di genere. Ma anche il fronte di uomini e dei ragazzi, che possono subire pressioni sociali e culturali (ad esempio, l'aspettativa di dover essere sempre forti o l'impossibilità di esprimere le proprie emozioni liberamente), subire svantaggi legati all'affidamento dei figli dopo le separazioni, o affrontare tassi più alti di infortuni sul lavoro. Così, anche il fronte delle persone non binarie e LGBTQIA+, che affrontano frequenti discriminazioni nell'accesso ai servizi, nel mondo del lavoro e sono spesso soggette a violenza e marginalizzazione a causa di identità di genere non conformi alle aspettative sociali.
Tutto questo deve farci riflettere su un aspetto fondamentale. L’ampio ventaglio discriminatorio non può che essere combattuto in tutte le sue forme, proprio perché l’accesso senza ostacoli della diversità nei processi lavorativi e nelle relazioni di vita in generale rappresenta il fattore più importante del progresso sociale e della nostra compiuta umanità. Non ci sono dunque scorciatoie: ogni azione in direzione della lotta alla discriminazione di genere è “assolutamente” importante e sempre più necessaria.

DDL VALDITARA: IL CONSENSO INFORMATO È LEGGE  Il consenso informato a scuola è legge. D’ora in avanti le scuole medie e ...
11/06/2026

DDL VALDITARA: IL CONSENSO INFORMATO È LEGGE

Il consenso informato a scuola è legge. D’ora in avanti le scuole medie e superiori, prima di proporre iniziative che riguardano tematiche relative a sessualità ed affettività, dovranno obbligatoriamente ottenere il consenso delle famiglie. Diversa la disciplina per le scuole dell’infanzia e primaria: qui il divieto è assoluto. Questi argomenti, stabilisce la legge, non possono essere affrontati in alcuna forma.
A cantare vittoria per l'approvazione della legge Valditara è la Lega e, più in generale, le forze di governo. Il Ministro dell'Istruzione e del Merito ha definito la riforma "storica", sottolineando come essa ponga un freno alle derive ideologiche e garantisca la centralità delle famiglie. Esultano i partiti di centrodestra e le associazioni pro-famiglia, mentre le opposizioni e i sindacati (come la FLC CGIL Federazione Lavoratori della Conoscenza) hanno espresso forte contrarietà parlando di "oscurantismo".
Fino a qui l’oggettività dell’informazione. E comunque non possiamo non accorgerci che il tema della sessualità/affettività a scuola è fortemente divisivo, anche nell’opinione pubblica. Non importa scomodare Freud per capire che quando si tocca l’argomento “sesso”, specialmente in relazione alla scuola, emergono modi, opposti, di guardare alla vita e al mondo. Fra le tante domande e i dubbi che ci poniamo vogliamo formularne almeno una, che secondo noi è necessaria per comprendere la vera finalità di questa legge: chiedere il consenso alle famiglie per poter parlare di questi argomenti, o addirittura impedirlo come nella scuola d’infanzia e primaria, che idea di bambino e cittadino sottintende e promuove? Questa legge favorisce la concezione di un percorso formativo che apre alla capacità critica in direzione della libertà di scelta o lavora, piuttosto, per mantenere le persone in stato di minorità?
È infatti scontato che, con questa legge, i docenti che insisteranno per portare nella scuola il tema della sessualità/affettività non saranno certo agevolati, e, perdipiù, molte di queste iniziative non avranno il consenso di quelle famiglie che, secondo il nostro modesto avviso, ne avrebbero più necessità. E allora estendiamo il senso della nostra domanda: per il bambino e le bambine, e poi ragazzo e ragazze, private di questa possibilità formativa, sarà più facile l’accettazione passiva degli stereotipi di genere o vorranno combatterli? Da adulti/e avranno una possibilità maggiore o minore di ritrovarsi razzisti e razziste? Alimenteranno il fenomeno della prostituzione oppure si vergogneranno di essere corresponsabili dello sfruttamento sessuale? Per noi la risposta è addirittura superflua, e purtroppo, cercando di far funzionare il nostro senso critico, crediamo che lo sia non soltanto per chi esprime contrarietà a questa legge, ma anche per chi l’ha proposta e per i veri motivi per cui è stata approvata.

Le iscrizioni per i centri estivi di Sovigliana sono state prorogate fino al 4 Giugno. Ci sono ancora posti disponibili ...
27/05/2026

Le iscrizioni per i centri estivi di Sovigliana sono state prorogate fino al 4 Giugno. Ci sono ancora posti disponibili per il mese di Luglio.
Ci potete scrivere a [email protected] o telefonare al 0571887703 per informazioni.
Questo è l'indirizzo del nostro sito per procedere alle iscrizioni: https://www.eskimocoop.it/

SCHWA O NON SCHWA? Ormai non è così raro leggere dei documenti che, nella loro composizione, tentano di favorire una lin...
19/05/2026

SCHWA O NON SCHWA?

Ormai non è così raro leggere dei documenti che, nella loro composizione, tentano di favorire una lingua più inclusiva. Dal saluto “Buongiorno a tutte e tutti” o “Care e cari”, dove il consueto maschile esteso (“tutti” e “cari”) è declinato nei due generi, a quella simbologia che utilizza la famosa schwa (Ə) o l’asterisco (*) o addirittura altri segni come “u”, @, ecc. In quest’ultimo caso, l’uso di dei simboli vuole essere ancora più inclusivo dei soli due generi maschile e femminile. Nel parlato le cose si fanno ancora più complesse, perché pronunciare la schwa non è agevole e l’asterisco è addirittura impronunciabile.

La questione dell’inclusività della lingua, al di là degli interventi settoriali e specialistici, in Italia è balzata alla cronaca quando la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pur avendo più volte dichiarato di sentirsi “madre”, “donna” e “cristiana”, ha preteso di essere chiamata “il” Presidente. In questo caso Meloni sicuramente non crede al diritto di definirsi secondo la propria percezione di sé, e certo non lo riconosce agli altri. Per gli attivisti della lingua, al contrario, essere chiamati secondo la percezione che abbiamo di noi stessi, anche oltre le regole binarie standard del maschile e femminile, è un diritto. Superfluo dire che il problema non è semplicemente “grammaticale” ma, casomai, di quanto una certa grammatica influisca sui rapporti sociali e culturali, e, parallelamente, di quanto una certa cultura cerchi di influire sulla grammatica… per influire sulle relazioni sociali.

C’è poi una componente ulteriore: il dibattito s’innesca sulla lingua, che per quanto sia sentita da ognuno come propria e legata indiscutibilmente all’individuo parlante, o scrivente, è anche un patrimonio collettivo, anzi, lo è per eccellenza. E questo rende il confronto non sempre semplice. Ciò non accade in altri ambiti. Prendiamo come esempio la scelta della nostra alimentazione: alcuni seguono senza troppi problemi le tradizioni che hanno trovato in famiglia o nel contesto sociale in cui vivono, altri si pongono il problema e fanno delle scelte in relazione alla salute, o a motivi etici o religiosi. Sì, si possono accendere delle discussioni anche su questi argomenti, ma alla fine ognuno mangia nel proprio piatto e decide, quando può, di cosa riempierlo (carne? solo la carne di pesce? si escludono anche uova e latticini?) Con la lingua che parliamo e che scriviamo invece non è così, il “piatto” in cui mangiamo è sempre condiviso ed esiste un ricettario che troviamo nell’uso comune, nel vocabolario, nella grammatica. La scelta riguarda quindi noi stessi, ma ricade immediatamente sugli altri, che sono chiamati a rispondere in coerenza oppure a decidere diversamente.

Senza voler immediatamente schierarsi da una parte all’altra della tifoseria, ci preme sottolineare l’importanza dell’attenzione, un’attenzione che fin da subito riguarderà non solo il fatto linguistico ma la sostanza sociale e culturale che sottende. Così, quando riceverete un saluto su un gruppo di whatsapp con un “Buongiorno a tutt*” o a “tutte e tutti” o a “tuttƏ”, la vera questione non sarà quella del bon ton e della regola grammaticale, ma raccogliere il segnale che indica quanto ancora, nella nostra società, sia presente quella disparità di genere che investe la famiglia, il mondo del lavoro, l’educazione dei figli, la scuola e la formazione, perfino le cure mediche ecc. Che poi è la concretezza del vivere. Il modo di usare la lingua, da solo, non può sicuramente risolvere la disparità di genere, ma indicare che c’è un grosso problema sì. Quindi, decidete di rispondere come volete, ci sono tante e tante possibilità. Ma con la consapevolezza che la scelta non è mai neutra.

LA VIOLENZA SULLE DONNEPerché le donne subiscono atti di violenza?, da quelli quotidiani e spesso nemmeno valutati come ...
27/04/2026

LA VIOLENZA SULLE DONNE

Perché le donne subiscono atti di violenza?, da quelli quotidiani e spesso nemmeno valutati come tali agli omicidi più crudeli? La risposta non può che essere complessa. Con queste brevi riflessioni non vogliamo certo ridurne la complessità, ma provare a fare un po’ d’ordine in quel polverone mediatico che spesso, più che rivelare, nasconde. Fare un po’ di chiarezza, elencando e sottolineando, può essere anche un modo per conoscere meglio il fenomeno e combatterlo.

La causa prima, come un sottofondo sempre presente, è la cultura patriarcale. Con una traduzione più intuitiva la si potrebbe definire disparità di potere. Il patriarcato, nella sua essenza più pericolosa, si fonda su un assunto brutale: tu sei la mia donna, e “mia” significa che sei “di mia proprietà”, cioè “in mio potere”. Se provi a manifestare la tua autonomia da me, io cercherò in tutti i modi di impedirtelo, con una violenza crescente, e se non basta, anche con la morte. Di questo mio atteggiamento trovo rispondenza nel brodo di cultura dove sono cresciuto: il maschio è forte e domina, la femmina è femmina in quanto sottomessa.
Ma qual è il motivo di tanta paura di perdere lo status di dominatore, almeno nei confronti della donna? Forse perché il maschio, nel contesto patriarcale, impara fin da subito a rimuovere la propria fragilità profondamente umana. Lui deve avere il potere del controllo, non può subire fallimenti sentimentali o frustrazioni: questa sorta di analfabetismo emotivo, di fronte a un rifiuto, può trasformarsi senza indugi in rabbia e violenza, distruggendo chi, secondo lui, ne è la causa. Si tratta di una distruzione psicologica o fisica, che tuttavia ha come obiettivo la sottomissione e l’annullamento di chi ho di fronte.

La causa sociale: molte donne sono ancora dipendenti economicamente dal compagno o dal marito, e per questa ragione non possono fuggire dalla trappola di un abuso pressoché quotidiano. Tollerano fino all’inverosimile, vivendo spesso una situazione di isolamento sempre più incentivata dal “loro” secondino, proprietario e padrone, che le maltratta e le allontana da amici e famiglia.

In Italia, negli ultimi anni, le leggi contro la violenza di genere si sono inasprite. Ma la legge, da sola, non è sufficiente: molte donne infatti si rifiutano di denunciare i maltrattamenti subiti per paura delle conseguenze, per il timore di non essere credute e addirittura giudicate. Anche per non essere sufficientemente tutelate dal risentimento e dalla vendetta di chi hanno denunciato. Così, la gran parte delle volte, la legge agisce soltanto a violenza subita e acclamata, cioè ad atto compiuto. La prevenzione, basata sull’educazione e sulla formazione, a partire dalla scuola e dalla famiglia, spesso è pressoché inesistente.

La violenza viene incrementata anche dalle nuove tecnologie e dai media, che hanno allargato il perimetro del fenomeno. Pensiamo per esempio alle nuove forme di controllo e abuso, come lo stalking digitale, cioè le molestie intimidatorie e ossessive realizzate attraverso social, e-mail, messaggi; o anche il revenge p**n, la pubblicazione o la minaccia di diffusione di foto, video o messaggi privati su social network e siti p**nografici. A ciò si aggiunge la narrazione dei media: spesso il linguaggio sensazionalistico della notizia tende a giustificare l’aggressore (si parla addirittura di “troppo” amore o di “raptus” che ne cancellano la responsabilità individuale).

Questi sono soltanto alcuni dei motivi per cui le donne subiscono violenza, sicuramente non tutti e certamente non articolati a sufficienza nella loro complessità e profondità. A molti sembreranno esasperati, noi non lo pensiamo. Tentano di disegnare un profilo del fenomeno che non cessa di investire la cronaca e che fa parte di quelle brutalità che dovremo imparare a riconoscere e combattere in ogni situazione di vita. Cercare di individuarne le principali cause serve a capire meglio, mai, ovviamente, a giustificare. Chi tende a giustificare, a soprassedere, a non vedere la gravità del fenomeno della violenza sulle donne diventa, anche suo malgrado, complice. La sua indifferenza ci indigna ed è necessario scuoterla alla radice per un’assunzione di responsabilità civile.

Indirizzo

Via 2 Settembre, 58
Cerreto Guidi
50050

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