PD Chiaravalle Ancona

PD Chiaravalle Ancona Pagina Ufficiale del Partito Democratico di Chiaravalle Ancona

23/05/2026

Un grande in bocca al lupo a tutte le nostre candidate e candidati a sindaci e ai Consigli comunali dei tantissimi comuni che andranno al voto domenica e lunedì! Vota PD e l’alleanza progressista!

23/05/2026

Buongiorno.
L’Europa sta imboccando una strada che somiglia a un suicidio politico ed economico.
Da un lato continua ad alimentare lo scontro con la Russia, prolungando una crisi energetica che pesa su industria, salari e investimenti. Dall’altro corre verso il riarmo, mentre resta aggrappata ai vincoli del Patto di stabilità che impediscono politiche di sviluppo e protezione sociale.
Il risultato è una contraddizione esplosiva: poca crescita, più spese militari, meno margini di bilancio e quindi crisi del patto sociale europeo.

Se le risorse pubbliche si restringono per il costo dell’energia legato alla guerra e vengono assorbite da armi, interessi sul debito e austerità, ciò che resta per sanità, scuola, pensioni, welfare e politica di crescita e transizione verde é davvero ben poco cosa.
L’Europa rischia di diventare un continente che chiede sacrifici ai cittadini per finanziare una strategia di guerra permanente e, nello stesso tempo, impedisce agli Stati di difendere redditi e lavoro.

Qui la retorica delle destre mostra tutta la sua inconsistenza. Il governo Meloni parla di sovranità, ma accetta una dipendenza energetica e strategica che strangola l’economia e i redditi dei lavoratori e dei ceti medi e popolari. Parla di sicurezza, ma prepara tagli sociali, prospettando un futuro senza crescita e investimenti che diventa impoverimento organizzato.

La destra al governo ha vantato fino a ieri prudenza sui conti, come se la tenuta dell’economia fosse merito di suo, di una nuova ricetta nazionale approntata dal rigoroso Giorgetti. In realtà si è nascosto il fatto che l’Italia viveva dentro una fase particolare: abbondanti risorse del Pnrr, vincoli allentati dopo il Covid. Finita questa spinta, ritorna la vecchia malattia italiana: produttività debolissima, industria in affanno, salari compressi, crescita quasi ferma e energia carissima, a cui si aggiunge l’impegno preso con gli alleati ad alzare la spesa militare.

Oggi Meloni è costretta a fare ciò che fino a ieri la destra denunciava: chiedere all’Europa più spazio per fare debito. Ma l’Italia ha già oltre tremila miliardi di debito pubblico e non può vivere di bonus, deroghe e decreti tampone. La richiesta di flessibilità non nasce da una strategia, ma dall’emergenza prodotta dall’assenza di una politica industriale ed energetica.

Il fallimento è su tutto il fronte. Il governo non ha costruito autonomia energetica, non ha accelerato davvero sulle rinnovabili, non ha ridotto la vulnerabilità del Paese e non ha redistribuito i costi della crisi. Soprattutto, non ha avuto il coraggio di tassare gli extraprofitti energetici. Quelle risorse avrebbero potuto finanziare parte degli interventi su bollette e carburanti senza scaricare tutto su nuovo deficit.

L’Italia rischia così di tornare dentro una prospettiva catastrofica: poco sviluppo, debito alto, industria debole, lavoro povero, welfare e pensioni sotto pressione. Ma non è destino. È il prodotto di scelte precise: subordinazione alla guerra, rinuncia a una politica pubblica dell’energia e degli investimenti, incapacità di far pagare chi ha accumulato profitti straordinari e chi ha guadagnato dalla crisi.

Gli italiani cominciano ad accorgersene. Dietro la retorica della nazione, trovano salari fermi. Dietro la promessa di protezione, trovano bollette e carburanti più cari. Dietro la parola sovranità, trovano un Paese che va a Bruxelles a chiedere il permesso di respirare, di sopravvivere.

Il tempo di Giorgia e Giorgetti è politicamente scaduto. Non perché sia finita una legislatura, ma perché è finita la sua narrazione. E Giorgia galleggia, assomigliando sempre di più a uno di quei vecchi governi balneari della Prima Repubblica: esecutivi di passaggio, senza visione, buoni solo ad accompagnare il Paese verso le elezioni. Con una differenza decisiva: allora, nel bene e nel male, i governi potevano ancora usare il deficit spending per distribuire risorse, comprare consenso, tenere insieme pezzi di società con spesa pubblica e promesse.

Oggi nemmeno questo margine esiste più.
Resta dunque solo la propaganda: decreti spot, bonus provvisori, annunci roboanti, tavoli convocati in fretta, conferenze stampa, slogan sull’Italia che “non si piega”.
Ma dietro questa scenografia non c’è nulla.
Prima finisce questa agonia e meglio è per il Paese.

19/05/2026
18/05/2026

Buongiorno.
L’evento di Bernie Sanders al Salone del Libro di Torino, sabato 16 maggio nell’Auditorium del Lingotto, è stato senza dubbio uno dei momenti centrali e più travolgenti della manifestazione.

E forse è il segno che anche in Italia esiste una certa voglia di socialismo. O almeno una forte domanda di giustizia sociale, di uguaglianza, di conflitto democratico contro il potere dei ricchi.

L’incontro è andato sold out. L’Auditorium, inizialmente predisposto per 1.600 posti, ha dovuto aggiungere altre 300 sedie per provare a contenere la folla. E Sanders, nonostante i suoi 84 anni, riesce a parlare ai giovani, ai lavoratori, a chi non si rassegna all’idea che il mondo debba essere governato da pochi miliardari.

Durante la presentazione del suo libro “Contro l’oligarchia”, edito in Italia da Chiarelettere, Sanders ha sferrato un attacco durissimo al sistema economico e politico degli Stati Uniti. Non più soltanto una democrazia attraversata da pesanti diseguaglianze, ma ormai una vera oligarchia: un governo di miliardari, per i miliardari.

Ha fatto nomi e cognomi: Elon Musk, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos. Li ha accusati di un’avidità smisurata, denunciando una concentrazione di potere e ricchezza senza precedenti nella storia recente. I ricchi sono diventati ultraricchi, mentre milioni di persone lavorano, faticano, si impoveriscono e perdono fiducia nella democrazia.

Molto importante anche il passaggio sull’intelligenza artificiale e sui robot. Sanders non ha fatto un discorso nostalgico o antitecnologico. Ha detto una cosa moderna e giusta: se l’AI aumenta la produttività, quei benefici non possono finire soltanto nelle tasche degli azionisti e dei grandi proprietari delle piattaforme. Devono essere redistribuiti alla collettività. Devono servire a ridurre l’orario di lavoro a parità di salario, rafforzare il welfare, liberare tempo di vita.

Altrimenti la nuova rivoluzione tecnologica diventerà soltanto una gigantesca macchina per arricchire ancora di più chi è già ricchissimo.

Sanders ha poi ribadito un punto decisivo: contro la deriva autoritaria e oligarchica non basta indignarsi. Bisogna organizzarsi. La democrazia non è uno sport da spettatori. Le persone ordinarie devono unirsi e lottare. Divisi si perde. Uniti si può vincere.

Ha parlato anche di Trump e delle ragioni del suo ritorno. Pur criticando duramente l’establishment e gli errori storici del centrosinistra, Sanders ha lanciato un appello all’unità per ba***re la destra autoritaria.

Ma qui sta il punto: l’unità non può essere una parola vuota. Si costruisce dando alle persone una ragione per tornare a credere nella politica. E questa ragione non può essere il piccolo cabotaggio, il moderatismo senz’anima, il “meno peggio” permanente.

La ragione deve essere una promessa forte di giustizia sociale.

Per questo l’evento di Torino è stato importante. Ha mostrato che anche in Italia c’è fame di una sinistra che dica le cose come stanno: i ricchi sono diventati troppo ricchi, il lavoro troppo debole, la democrazia troppo esposta al potere del denaro.

Sanders ha infine richiamato l’importanza dei legami internazionali, dicendo che il popolo degli Stati Uniti auspica un rapporto forte e positivo con l’Europa per affrontare insieme le grandi sfide globali: la crisi climatica, le disuguaglianze, la difesa della democrazia.

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha incontrato il senatore. Noi siamo contenti di questo incontro, convinti che il socialismo nella democrazia sia una prospettiva necessaria per una sinistra moderna.

06/05/2026

Scrivi M20 nello spazio dedicato al 2x1000, nella tua dichiarazione dei redditi, e firma accanto.

Ci sono battaglie che non si combattono da soli. Sono quelle per una sanità che non lasci indietro nessuno, per una scuola che accenda il futuro dei nostri figli e per un lavoro che restituisca dignità e sicurezza.
​Sostenere il Partito Democratico con il tuo 2x1000 non è solo un atto burocratico: è un modo per stare vicino ai nostri circoli, per dare forza ai territori e per far sentire la tua voce anche quando sembra che nessuno ascolti.

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03/05/2026

Buongiorno.
Il salario minimo a nove euro lordi all’ora è una proposta forte della sinistra ed è oggi un passaggio obbligato e necessario.
È una battaglia di civiltà per milioni di lavoratori che vivono una condizione estrema di sfruttamento e sono poveri nonostante un impiego a tempo pieno.
Ma non si può affermare, come accade spesso di sentire, anche con le migliori intenzioni, che “sotto nove euro all’ora é sfruttamento” come se sopra quella soglia non lo fosse più.

Se vogliamo davvero guardare a un futuro dove il lavoro ritrovi la sua piena centralità nella società e sia adeguatamente riconosciuto e valorizzato non possiamo permettere che una soglia monetaria diventi l'unico orizzonte della sinistra.

Il concetto di sfruttamento della forza-lavoro in Marx ci fornisce uno strumento per mantenere viva una critica al capitalismo e al suo modo di produrre che riduce il lavoro, attività essenziale per l’uomo, a una merce come le altre.

Marx divide la giornata lavorativa in due parti: il lavoro necessario che é il tempo in cui il lavoratore produce un valore pari al proprio salario e il plus lavoro, cioè il tempo in cui il lavoratore continua a produrre valore e di cui il capitalista si appropria.
Lo sfruttamento è esattamente questo: l'appropriazione privata di questo pluslavoro, di questo plusvalore sul cui uso decide il capitalista.
Sotto il capitalismo, il lavoro diventa alienato. Il lavoratore non lavora per realizzare se stesso, ma per produrre un oggetto che non gli appartiene, attraverso un processo che non controlla.

In una società socialista, il plusvalore non sparisce, una parte del lavoro deve essere ancora "trattenuta" ma sull’uso di questa parte non decide solo il padrone né é libero di rimpinguare il profitto privato fino ad accumulare, come avviene oggi, ricchezze esorbitanti.
In una prospettiva di avanzamento verso il socialismo la democrazia entra in fabbrica e il plusvalore serve a scopi sociali: fondi di riserva comuni per far fronte a calamità e emergenze; investimenti per sostituire macchinari usurati o espandere la produzione; soddisfacimento di bisogni della collettività come scuole, ospedali, asili e servizi pubblici; sostentamento per chi non può lavorare (anziani, bambini, malati).

Questi pensieri marxiani sono tutt’altro che superati e oggi aiutano a capire una realtà di sfruttamento ancor più pervasiva. Come ci ricorda una recente riflessione di Roberto Ciccarelli nel suo saggio "Sfruttamento", il capitale oltre a occupare le nostre fabbriche e i nostri uffici, decidendo del nostro lavoro, ha finito per colonizzare anche l'intera nostra esistenza.
Se per Marx lo sfruttamento avveniva entro le ore di lavoro, oggi il capitale ha trovato il modo di estrarre valore da ogni istante della nostra vita.
Smartphone e piattaforme hanno trasformato il tempo libero, il tempo di riposo in "tempo di lavoro potenziale" con mail, messaggi e una sostanziale reperibilità non pagata e senza limitazioni.
Inoltre, ogni volta che navighiamo, recensiamo un locale o postiamo un contenuto, produciamo dati che sono la materia prima che addestra le Intelligenze Artificiali e arricchisce le Big Tech.
In questo senso, stiamo "lavorando" sempre per il capitale e la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi individui in grado di orientare i nostri gusti, le nostre scelte e persino i nostri pensieri e i nostri orientamenti politici.
È la "sussunzione reale" e completa della vita umana sotto il capitale dove non c'è più nulla nell'umano che non venga messo a valore di cui si appropria il capitale secondo la logica esclusiva del profitto.

Sia chiaro: la battaglia per i nove euro all’ora è un passo avanti fondamentale contro le forme estreme di indigenza, ma lo sfruttamento rimane intatto anche sopra quella soglia e oggi ha invaso tutti gli ambiti della nostra vita.
Mantenere viva questa analisi scientifica è l'unico modo per tenere aperta la prospettiva di un cambiamento profondo della società che non si accontenti di "gestire la povertà" ma punti ad una effettiva liberazione umana.
Dobbiamo tornare a una visione dove la democrazia non si ferma ai cancelli della fabbrica o davanti ad un algoritmo e mette al centro la persona contro la sua riduzione a merce.
Questo intendeva Enrico Berlinguer quando diceva:
“Noi vogliamo una società socialista che rispetti tutte le libertà, meno quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani, perché questa libertà tutte le altre distrugge e rende vane».

La lotta per il salario minimo, che è lotta per la sopravvivenza, deve essere una tappa minima di un impegno più grande per liberare il lavoro e la vita umana dal dominio del profitto e dallo sfruttamento, e costruire una società dove il lavoro serva alla vita, e non viceversa.

A mio avviso, questi pensieri, che ho provato a sintetizzare, ben si attagliano ad una riflessione sul significato della festa del lavoro e soprattutto dovrebbero costituire il nodo centrale della filosofia sociale di una forza autenticamente di sinistra.

28/04/2026

Buongiorno.
Il caso della grazia a Nicole Minetti, amica di Berlusconi e coinvolta nello scandalo delle “olgettine”, é diventato un caso istituzionale serio perché, se i sospetti fossero confermati, verrebbe messo in questione il rapporto di fiducia tra il Capo dello Stato e il Guardasigilli.

Nella procedura di Grazia, il Ministro della Giustizia ha il compito di vagliare la veridicità dei fatti riportati nella domanda. Se il Quirinale ha ricevuto informazioni distorte o ripulite su aspetti decisivi come lo stato di abbandono di un minore, significa che il Ministero è venuto meno al suo ufficio in un punto delicatissimo.

Colpisce perciò il linguaggio del Quirinale che chiede di "acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni" su “supposte falsità" riportate dal Fatto quotidiano. Evidentemente il Presidente si sente esposto da un atto che ha firmato basandosi sulla lealtà dei suoi collaboratori di governo.

Con una certa furbizia il ministro chiama ora in causa gli uffici. Ma la responsabilità politica in questo caso è tutta e soltanto sua. Quando il Presidente della Repubblica chiede formalmente se gli è stata rappresentata una realtà falsa, la posizione del Ministro diventa insostenibile.

E se le verifiche confermassero che l'istruttoria è stata viziata da omissioni o falsità, le dimissioni di Nordio, sarebbero un atto di "rispetto istituzionale" necessario per proteggere l'onorabilità e l’autorevolezza del Presidenza della Repubblica.

Sono convinto che nella prima Repubblica, quella dei partiti, Nordio sarebbe a casa già da un po’
di tempo.
Infine, un’ultima domanda: cosa aspetta Meloni a intervenire?
Coraggio Giorgia, fai uno dei tuoi tanti interventi sui social e risolvi questa scabrosa questione!

28/04/2026

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