15/07/2026
Preferisco dare la mia PREFERENZA, ma…
Proviamo, per un momento, a leggere ciò che è accaduto in Aula con uno sguardo un po’ più ampio, andando oltre le contrapposizioni immediate e le parole d’ordine più facili.
Dire “preferenze” è semplice. È una parola che suona bene, è popolare e consente di presentarsi immediatamente come difensori della libertà di scelta degli elettori.
Ma una legge elettorale non si costruisce con una parola d’ordine.
Se si vuole davvero introdurre un sistema fondato sulle preferenze, occorre affrontare la questione a trecentosessanta gradi. Bisogna ragionare sulla geografia elettorale, sulla dimensione e sul disegno dei collegi, sulla rappresentanza dei territori e sulle condizioni reali nelle quali si svolge la competizione.
Perché collegi troppo grandi o costruiti male possono rendere la sfida squilibrata, penalizzare intere aree e trasformare la possibilità di essere eletti in un privilegio riservato a chi dispone di maggiori risorse, strutture più forti o reti di consenso già consolidate.
Occorre avere anche il coraggio di affrontare i rischi più delicati: le pressioni sul voto, le degenerazioni clientelari e quei meccanismi che, anziché ampliare la libertà di scelta, finiscono per comprimerla.
Le preferenze sono davvero democratiche soltanto se inserite in un sistema che garantisce una competizione aperta, equilibrata e accessibile, senza penalizzare i territori e senza rendere il consenso una gara a chi può permettersi la campagna elettorale più costosa.
Per questo il tema non è semplicemente “preferenze sì” o “preferenze no”. Il tema è come costruire una legge elettorale seria, nella quale ogni elemento sia coerente con gli altri.
Altrimenti resta un dibattito facile, utile a raccogliere consenso, ma del tutto insufficiente a migliorare davvero la qualità della rappresentanza.
E lo dico da chi non ha mai avuto alcun problema a candidarsi con le preferenze e da chi, in Aula, ha votato con coerenza, rispettando le indicazioni della maggioranza.
Ma lo dico anche osservando il comportamento di chi, dall’opposizione, ha costruito una lunga battaglia politica in nome delle preferenze e poi, al momento decisivo, ha ritirato tutti i propri emendamenti, compresi quelli che le introducevano.
Perché il voto segreto avrebbe potuto rendere concreto ciò che fino a quel momento era stato soltanto proclamato, arrivando persino a far approvare davvero le preferenze.
Ed è forse questo l’aspetto più surreale dell’intera vicenda: tutti pronti a celebrarle finché restano uno slogan, molto meno quando rischiano di diventare legge.