25/07/2026
Oggi abbiamo partecipato al presidio in solidarietà a Fakir organizzato dal Comitato Palestina Siena. Al presidio hanno preso parte tante realtà che si mobilitano da anni sul territorio per garantire l'applicazione dei diritti sanciti dalla Costituzione.
Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir avviene in un quartiere militarizzato, dove da mesi, per piegare la resistenza dei residenti che si oppongono alla distruzione degli spazi verdi, la Polizia ha malmenato e ferito decine di residenti, sparato lacrimogeni ad altezza persona, pattugliato le strade giorno e notte perseguitando i residenti.
Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir avviene in un più generale contesto in cui le autorità politiche non alzano un dito di fronte a licenziamenti di massa, ad omicidi sul lavoro, allo smantellamento dei servizi essenziali, col degrado sociale che ne risulta. Avviene mentre contro gli immigrati e i loro figli, che sono una parte sempre più rilevante e combattiva dei lavoratori nel nostro paese, la propaganda di regime soffia sul fuoco della mobilitazione reazionaria, per trasformare in guerra tra poveri il disastroso corso delle cose funzionale agli interessi della classe dominante. Avviene nel corso della rappresaglia repressiva contro chi si oppone all’aggressione e allo sterminio indiscriminato dei popoli oppressi nel mondo e al procedere di una guerra che di fatto è già mondiale. Tutta violenza che, per lor signori, è evidentemente “normale”.
In sintesi, il brutale assassinio di Abderrahim Fakir sia per le cause che hanno portato un uomo, solo in mezzo a una strada, a gridare “aiuto” sia per il modo in cui i tutori dell’ordine hanno soffocato quella voce è parte della guerra interna, che è guerra di classe. E quella voce non può spegnersi e non si spegnerà, perché risuona nei nostri cuori e nelle nostre teste, nei cuori e nelle teste di tutti coloro che non si rassegnano alla barbarie. E infiamma l’esistente.
La classe dirigente con la delocalizzazione delle aziende, con la chiusura delle piccole attività, con le case popolari lasciate al degrado, con la gestione dell’accoglienza degli immigrati in mano agli speculatori ci ha trascinato in un contesto di oggettivo degrado da cui si può (e si deve) uscire.
Si può e si deve uscire prima di tutto unendosi a tutti quelli che vedono la necessità e che vogliono risolvere le problematiche che i quartieri hanno. Chi già è organizzato in qualche ambito, chi ha già esperienze di lotta o di mobilitazione deve promuovere unità e organizzazione, come è successo in questi mesi a Gratosoglio, nella periferia di Milano, dove si è costituito un comitato che ha imposto al comune, all’azienda che gestisce le case popolari e al prefetto di prendere misure urgenti per garantire la sicurezza e contro il degrado. E tutto questo sotto la direzione e lo sguardo vigile del comitato di quartiere che organizza regolarmente assemblee pubbliche. Questo è solo un esempio di come far vivere i quartieri con sana aggregazione e con attività culturali e sociali, educando quindi nella pratica anche chi oggi è più abbrutito dalla situazione in cui vive. Dandogli la possibilità, se la coglie, di aggregarsi e organizzarsi. È un modello nuovo di vita nei quartieri, che deve affermarsi e che non sposta il problema ma che “semina”. Le vie per affermare la sicurezza delle masse popolari nei quartieri sono tante e sono tutte legate alla lotta per affermare la sicurezza delle masse popolari nell’intero paese!
Nessuno lo farà al posto delle masse popolari. Organizzare ronde (ma popolari), spazi di aggregazione, iniziative, scioperi al contrario sono tutti passi che devono costruire una diversa amministrazione dei territori, un’amministrazione popolare. E da qui, dai piccoli territori, dai comuni, le masse popolari organizzate devono spingere istituzioni locali e nazionali ad applicare le parti progressiste della Costituzione del ’48, fondata sul lavoro, sulla sanità, sulla pubblica utilità degli spazi pubblici.
Questo è il modo, concreto, di mobilitarci PRIMA che avvengano le tragedie. Questo è anche il modo, concreto, di costruire un’alternativa qui e ora.
E lo dobbiamo fare anche per Fakir. Non siamo più disposte a morire nei nostri quartieri, nelle piazze, sui posti di lavoro. Toccano uno toccano tutti.