23/05/2025
La morte di Giovanni Falcone ci colse distratti. Anni di polemiche, di accuse e di veleni contro di lui e il suo lavoro, contro la sua meticolosità, il suo metodo e, soprattutto, contro le sue strategie, che lo portarono dal Pool antimafia di Palermo al ministero di Grazia e giustizia a Roma, avevano prodotto l’effetto di una inspiegabile vertigine collettiva.
Attacchi, invidie, denigrazioni in pubblico, come quella di Totò Cuffaro al Maurizio Costanzo Show, erano il pane quotidiano della cronaca giornalistica e televisiva. In segreto, invece, un ciclopico piano, sotterraneo, terroristico e occulto, i cui cunicoli si diramavano fra le fondamenta stesse delle istituzioni del nostro Paese, era già pronto.
Per eliminare, una volta per tutte, la voce più scomoda di quell’ultimo decennio di storia italiana, una rete inimmaginabile di complicità fra pezzi dello Stato, massoneria e mafia, era stata costruita come una piramide capovolta. E il vero vertice che diede impulso a quella macelleria istituzionale è, purtroppo, ancora da identificare.
Ma la resistenza delle persone perbene continua.
Il desiderio di onestà, di pulizia, di freschezza, di libertà, come per quell’anima leggera di Giovanni, non si spegnerà. Anzi, ogni 23 maggio, “festeggiare” la vita di Falcone, per tanti di noi, significa rinvigorire e consolidare la strada giusta da percorrere tutti i santi giorni.
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