Davoli

Davoli Storia, cultura, arte e tradizioni sul Comune di Davoli e comprensorio... insediandosi alle falde dell’Alaca e dell’Ancinale o Cecino all'epoca navigabile.

Davoli, con i suoi 25 kmq, di territorio, si estende dallo Ionio fino agli altipiani delle Serre quasi incastonato tra i fiumi Melis e Ancinale. In questi ultimi anni ha visto fiorire una serie di attività, turistiche e commerciali: diversi sono i laboratori ed i punti vendita, anche di prodotti lavorati in loco sparsi nel territorio. Per queste attività Davoli è rinomata nel comprensorio e tende

sempre a migliorare i suoi servizi. Il turista sceglie Davoli per la spiaggia dalla sabbia dorata, per le risorse ricettive, incantato dall'arte che riscontra nelle nostre contrade e nelle tipiche vie del vecchio borgo medievale. Nelle viuzze dell’agglomerato urbano oltre ai bei portali ed alle vecchie Chiese è facile rinvenire i segni della tradizione e del folclore, così, è pure facile trovare, per chi ama la buona cucina, dei genuini e tipici prodotti locali. Questa è un'area tutta Magno Greca, i primi colonizzatori della Grecia trovarono in Davoli facile approdo nel VII secolo a.c. Il nome Davoli originariamente Daulis, si presume provenga da Dauli città della Focide regione storica dell'antica Grecia, da dove sarebbero partiti i nostri fondatori. Recenti, accreditati studi, suffragati dalla toponomastica ed una singolare conformità dei luoghi alla descrizione omerica, ipotizzano che questo territorio si identifichi con il regno dei Feaci, il popolo che accolse Ulisse dopo il naufragio. Durante le guerre puniche le orde di Annibale stabilirono diversi accampamenti nel circondano, prima della famosa battaglia della piana di Sangineto o Sajnaru, nella quale il condottiero cartaginese p***e l’appoggio della gente Brutia contro Roma. Nel nono secolo d.C. sorsero in Davoli numerosi insediamenti di Monaci basiliani che fondarono eremi e cenobi, il più famoso dei quali rimane quello in località Trono.

10/05/2026
29/04/2026

Davoli diventa il set di un film : si va in scena con Cobalto e alcuni abitanti del paese diventano attori per un giorno

La spannocchiatura (sbrundatura do panicolo) ed il materasso (u saccune e fhuste e panicolo)Un racconto etnografico dell...
25/12/2025

La spannocchiatura (sbrundatura do panicolo) ed il materasso (u saccune e fhuste e panicolo)

Un racconto etnografico dell’Italia contadina

Nel mondo rurale italiano, fino a buona parte del Novecento, il mais non era soltanto una coltura: era **tempo, lavoro, relazione, riposo**. Attorno alla pannocchia si organizzava un ciclo materiale e simbolico che coinvolgeva l’intera comunità, dalla raccolta alla trasformazione, dal nutrimento al riuso degli scarti. La *spannocchiatura* – chiamata *sfujareja* in Romagna, *spannocchiare* o *scarfoià* nel Bresciano, *sbrundara ’u paniculo* in Calabria (a Davoli) – rappresentava uno dei momenti più densi di significato di questo ciclo.

L’aia (u chiano e l'are) come spazio sociale

La scena si ripeteva con variazioni locali: l’aia, battuta e resa compatta (talvolta con sterco), diventava lo spazio condiviso. Le pannocchie venivano raccolte una ad una e accatastate. Dopo cena, quando il lavoro dei campi concedeva tregua, le famiglie chiamavano i vicini. Seduti in cerchio o a semicerchio, uomini, donne e giovani partecipavano a un lavoro **ripetitivo e corale**, spesso scandito da chiacchiere, racconti, canti, risate.

La divisione dei gesti era netta ma complementare: gli uomini imprimevano colpi secchi di spatola o bastoni per liberare i chicchi più tenaci; le donne completavano l’operazione con le mani, gesto dopo gesto. Il ritmo era costante, quasi ipnotico, e trasformava la fatica in **relazione**.

Tecnica povera, sapere preciso

Spannocchiare non era un atto improvvisato. Occorreva riconoscere la giusta essiccazione, evitare di danneggiare il chicco, separare correttamente foglie, torsoli e granella. Le *brattee* – le foglie della pannocchia (i fhruste) – venivano selezionate: le migliori conservate, le altre destinate ad altri usi. Nulla andava perduto. Questo sapere tecnico, tramandato per osservazione e pratica, costituiva un vero **capitale culturale** della comunità.

Gli scarti che diventano risorsa

Il ciclo del mais non si concludeva con la granella. I torsoli vuoti alimentavano il fuoco del camino; le foglie secche, le *sbreglie* a Napoli o gli *scarfoi* al Nord, i fhruste e panicolo qui da noi a Davoli, trovavano nuova vita. Con esse si impagliavano sedie, si realizzavano legacci, si riempivano sacchi. Soprattutto, diventavano **materassi** (u saccune do letto).

Il pagliericcio (u saccune): dormire sul raccolto

Il pagliericcio – o saccone – era un materasso rettangolare con fodera di tela di canapa, imbottito di foglie di granturco essiccate. Alcuni modelli presentavano fessure superiori, studiate per far circolare l’aria e impedire la formazione di muffe; servivano anche per infilare le mani e rimescolare l’imbottitura, restituendo volume e comfort. La chiusura a bottoni permetteva il rinnovo annuale.

Dormire su un pagliericcio significava **dormire sul lavoro dell’anno**. Era un oggetto povero ma intelligente: traspirante, isolante, rinnovabile. Il suo fruscio notturno – gonfio, soffice, scricchiolante – accompagnava il riposo delle famiglie contadine.

Toponomastica e memoria urbana

In alcuni contesti urbani, come a Napoli, la pratica ha lasciato tracce persino nella toponomastica: *Vico Sbreglie* conserva il ricordo dei luoghi di deposito e commercio delle foglie di pannocchia. È la prova che il mondo contadino non era separato dalla città, ma ne alimentava materialmente la vita quotidiana.

Lavoro e festa

La spannocchiatura era lavoro, ma anche **festa minore**. Un rito serale che rinsaldava i legami, permetteva il corteggiamento, la trasmissione di storie e regole non scritte. In un’economia di sussistenza, questi momenti tenevano insieme produzione e comunità.

Un’etica del non-spreco

Attraverso la spannocchiatura emerge un’etica profonda: **nulla si butta**, tutto si trasforma. Il mais nutre, riscalda, sostiene il corpo nel sonno. La materia vegetale attraversa funzioni diverse senza perdere valore. È un modello di economia circolare ante litteram, fondato sulla necessità ma capace di generare equilibrio.

Conclusione

Raccontare la spannocchiatura significa raccontare un’Italia in cui il lavoro manuale era conoscenza condivisa e la povertà non coincideva con miseria culturale. Nel gesto di togliere una foglia, nel riempire un saccone, nel sedersi insieme dopo cena, si riflette una civiltà materiale complessa, sobria, profondamente umana.

Oggi, quei gesti sopravvivono nelle parole, nei ricordi, negli oggetti conservati nei musei demo-etno-antropologici. Ma soprattutto sopravvivono come **lezione**: sul rapporto tra uomo, natura e comunità.
Foto tratte dal web.

26/10/2025

Tra panorami mozzafiato, produzioni locali e turismo in crescita, Davoli si afferma come una delle gemme della Calabria jonica

A Davoli esiste una statua della Madonna del Trono, una pregevole scultura marmorea attribuita alla cerchia di Antonello...
09/08/2025

A Davoli esiste una statua della Madonna del Trono, una pregevole scultura marmorea attribuita alla cerchia di Antonello Gagini, risalente al Cinquecento. Questa statua rappresenta la Vergine Maria seduta su un trono con il Bambino Gesù in braccio, un'iconografia che sottolinea la sua regalità e maternità divina. L'opera è di notevole valore artistico e storico, tanto da essere conservata nel Catalogo Generale dei Beni Culturali.

Originariamente, la statua si trovava nel Monastero di Santa Maria del Trono, fondato nel 1565. Tuttavia, oggi del monastero rimangono solo i ruderi. Attualmente, la statua è custodita nella Chiesa di Santa Barbara a Davoli.

La Chiesa di Santa Barbara, risalente al periodo tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo, è un importante luogo di culto per la comunità locale. Al suo interno, oltre alla Madonna del Trono, si trovano altre opere d'arte che testimoniano la devozione e la tradizione religiosa di Davoli.

19/07/2025

San Vittore Martire a Marsiglia
21 luglio
m. 290
Patronato: Marsiglia
Emblema: Palma, Spada, Ruota, Cavallo, Stendardo
Martirologio Romano: A Marsiglia nella Provenza in Francia, san Vittore, martire.

Assai difficile è trovare notizie storicamente attendibili sul patrono di Marsiglia, il martire San Vittore. I santi Gregorio di Tours e Venanzio Fortunato, nelle loro opere, ricordano come la tomba del santo nella città francese fosse una delle mete di pellegrinaggi più frequentate nell’intera nazione.
Vittore, probabilmente appartenente ad una famiglia senatoriale, svolse il ruolo di ufficiale nell’esercito romano. Verso la fine del III secolo, in occasione della visita dell’imperatore Massimiano a Marsiglia, si trovò a dover incoraggiare i cristiani indigeni a restare saldi nella loro fede ed a resistere alla p***ecuzione. Questa ebbe forse inizio quando, assediata la città nel 287, i cristiani rifiutarono categoricamente di combattere, di sacrificare agli dèi e di riconoscere il dogma della divinità imperiale. Denunciato e portato dinnanzi all’imperatore, Vittore fu condannato alla tortura.
La leggendaria “Passio” gli attribuisce la conversione alla religione cristiana di tre guardie, che sarebbero così state giustiziate ancor prima di lui. Decapitato poi anch’egli, i quattro cadaveri furono gettati in mare. Alcuni loro amici riuscirono però miracolosamente a ritrovarli ed a seppellirli ove sorse poi il cimitero di Marsiglia, in una cavità ricavata nella roccia.
La prima citazione ufficiale del San Vittore in questione in un martirologio avvenne solo nell’806 con quello Lionese. A San Giovanni Cassiano, che fondò a Marsiglia un convento dedicato al santo martire, è attribuita da alcuni la stesura della “Passio”. Non è però da escludere che Cassiano si sia limitato ad adattare a questa città la storia di un qualche santo orientale e ad abbinargli un nome latino. Non esistevano infatti nelle Gallie dei martiri molto antichi, dei quali si custodissero le reliquie, venerabili come patroni.
Recenti ricerche hanno comunque appurato una seppur minima veridicità della “Passio”. Alcuni scavi effettuati nella cripta di San Vittore rivelarono una necropoli scavata nella roccia, contenente varie tombe ed un altare, al disotto di una ca****la risalente al VI secolo. Due tombe marmoree contenevano i resti di due uomini, forse Vittore ed un suo compagno, ed erano situate in una sorta di costruzione paleocristiana molto simile a quella solitamente edificate sulle tombe dei martiri. Tale edificio potrebbe risalire all’inizio del V secolo, mentre le tombe addirittura ai primi anni del IV secolo. E’ attestato un culto risalente proprio a tale epoca. Il nome Vittore fu invece molto probabilmente attribuito simbolicamente ad un personaggio anonimo e Cassiano scrisse la “Passio” del patrono del suo nuovo monastero rifacendosi evidentemente a tradizioni orali.
Il nuovo Martyrologium Romanum commemora San Vittore al 21 luglio.
Autore: Fabio Arduino

14/05/2025
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La Naca di Davoli è una processione secolare. La notte del venerdì santo i fedeli accompagnano la culla con Gesù morto portando a spalla abeti illuminati...

05/08/2024

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