16/08/2026
Lo trovò un cane.
La mattina del 16 agosto 1924, verso le 8.00, nella macchia della Quartarella, un bosco a venticinque chilometri da Roma, il cane di Ovidio Caratelli, brigadiere dei carabinieri in licenza, si mise a scavare in un punto di terra smossa.
Sotto c'era Giacomo Matteotti. Piegato in due, infilato in una vecchia carbonaia, coperto alla meglio: gli assassini avevano scavato con il cric dell'automobile, perché una zappa nessuno aveva pensato di portarla.
Era lì da più di due mesi.
Lo avevano rapito il 10 giugno, caricato a forza su un’auto, massacrato e ucciso. Poi avevano nascosto il ca****re, nella speranza forse che insieme a quel corpo sparisse anche ciò che Matteotti aveva avuto il coraggio di denunciare.
Non sparì nulla.
Poche settimane prima, il 30 maggio, Matteotti si era alzato in piedi alla Camera e aveva raccontato davanti al Paese ciò che il fascismo stava facendo all’Italia.
Denunciò tutto: i candidati dell'opposizione picchiati, sequestrati, braccati casa per casa. Le minacce e le violenze contro gli elettori. I brogli.
Davanti a lui sedevano i deputati del partito che aveva appena vinto le elezioni a colpi di manganello. E lui, con la precisione di chi aveva passato mesi a raccogliere prove, citava circoscrizioni, episodi, cifre. Fino a chiedere l'annullamento di quel voto.
Dall'aula gli urlarono di tutto. Lo insultarono, lo minacciarono apertamente. Il presidente della Camera lo interruppe decine di volte. Lui ogni volta riprendeva il filo e andava avanti. Ore, fino all'ultima parola.
Quando tornò al suo posto, ai compagni che gli si stringevano attorno disse: "Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me".
Sapeva. E parlò lo stesso.
Undici giorni dopo, il 10 giugno, mentre si dirigeva alla Camera per denunciare gli affari sporchi del regime sulle concessioni petrolifere, cinque squadristi lo assalirono sul lungotevere. Lo caricarono a forza su una Lancia Lambda, lo massacrarono di botte e lo finirono a coltellate.
Per tutta l'estate l'Italia visse di smentite, depistaggi e voci di corridoio. Poi arrivò il 16 agosto e sopra quella fossa nel bosco finirono le voci.
Il 3 gennaio 1925 Mussolini entrò nell'Aula di Montecitorio e disse: "Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto".
Da quel giorno l'Italia precipitò ufficialmente nella dittatura.
Perché questo fu il fascismo, al di là delle nostalgie da bar: violenza politica, manganelli, omicidi, elezioni piegate con la forza, libertà cancellate e un Paese costretto all’obbedienza.
Matteotti lo vide arrivare prima di chiunque, lo disse ad alta voce e per averlo detto fu ammazzato e buttato in una buca scavata col cric di un'automobile.
Il suo discorso resta una delle pagine più alte mai pronunciate dentro un'aula italiana. Lo firmò un uomo che conosceva benissimo il prezzo e che decise di pagarlo comunque, in nome della libertà.