ANPI valle e piana del Sele

ANPI valle e piana del Sele Associazione Nazionale Partigiani d'Italia
Sezione Valle e Piana del Sele

02/09/2026

Gli negarono persino il prete per confessarsi. Aveva ventitré anni Albino Badinelli, ma sembrava ancora un bimbo.

Lo ammazzarono comunque. Lo ammazzarono perché si era fatto avanti per salvare venti ostaggi e un intero paese, Santo Stefano D’Aveto, che i nazifascisti minacciavano di bruciare se gli sbandati non si fossero presentati in caserma.

Albino Badinelli, carabiniere, non ci aveva pensato due volte. Al babbo e alla mamma, a cui era enormemente legato, aveva detto "Devo presentarmi prima che venga ucciso qualcuno, perché non avrei più pace. Io devo essere il primo!".

E così fu. Si presentò in caserma e il comandante, quel 2 settembre del 1944, lo fece fucilare. Due colpi al cuore e uno alla testa. Gli tolse tutto, anche il diritto a confessarsi che pure lui, molto credente, gli aveva chiesto.

Nonostante questo, Albino li perdonò tutti: “Perdonali, perché non sanno quello che fanno”, furono le sue ultime parole.

Alla sua memoria, al ricordo di questo ragazzo che salvò venti persone e un intero paese pagando con la sua vita, anche quest'anno il pensiero di tutti.

27/08/2026

Il rabbino israeliano, direttore esecutivo della Ong Torah of Justice, da oltre tre decenni della West Bank, testimonia un’escalation di violenze che mai aveva goduto di un sostegno così forte da parte delle forze di sicurezza

23/08/2026

Il giorno di Ferragosto, fuori da una gelateria di San Giovanni Lupatoto, lo street artist Pier Paolo Spinazzè, in arte Cibo, è stato strattonato, minacciato e spinto a terra davanti al figlio di soli tre anni e alla moglie. L’aggressore, un trentaseienne subito identificato dai carabinieri, indossava i simboli dell’Hellas Army, gruppo della Curva Sud del Verona legato alla destra radicale. Un blitz squadrista contro chi, da oltre trent’anni, usa la propria bomboletta spray per cancellare la feccia dai muri — svastiche, croci celtiche e slogan d’odio — e sostituirla con fragole, forme di formaggio e prodotti della nostra terra.
L’attacco non arriva dal nulla. Spinazzè, che convive con la sclerosi multipla, porta avanti da decenni una resistenza visiva basata su un’idea elementare: «Il cibo mette tutti d’accordo». Una battaglia pacifica che gli è costata un’escalation di intimidazioni costante: minacce di morte, una bomba carta fatta esplodere sotto casa anni fa e, poche ore fa, adesivi col suo nome barrato lasciati direttamente sulla cassetta delle lettere. L’aggressione fisica di Ferragosto è solo l’ultimo salto di qualità di un clima d’odio mai sopito.
È qui che il fatto di cronaca chiama in causa il mondo dello sport. L’aggressore ha agito rivendicando la propria appartenenza a una specifica sottocultura tifoidea. Per troppi anni, attorno allo stadio Bentegodi e nelle trasferte, si è tollerata la presenza sistematica di nostalgia neofascista, striscioni eversivi e cori razzisti, derubricando il tutto a folkloristica “goliardia”. L’aggressione a Cibo dimostra che quella tolleranza produce frutti avvelenati anche fuori dai cancelli dell’impianto sportivo.
Cosa intende fare oggi l’Hellas Verona per prendere nettamente le distanze e isolare questa frangia violenta? Il silenzio delle società sportive di fronte ad attacchi di matrice neofascista rischia di trasformarsi in omertà. L’Articolo 21 della nostra Costituzione garantisce la libertà di espressione, e l’opera di Cibo ne è un presidio concreto e democratico.
A Pier Paolo e alla sua famiglia va tutta la solidarietà e la nostra scorta mediatica. Terremo i riflettori costantemente accesi su questa vicenda, affinché gli squadristi non possano contare sull’isolamento delle loro vittime. Il calcio e le istituzioni decidano da che parte stare; noi la nostra scelta l’abbiamo già fatta.
Ci associamo a Alekos Prete e esprimiamo la nostra solidarietà a Cibo

22/08/2026

🌹Il 𝟐𝟑 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 𝟏𝟗𝟐𝟕 nel penitenziario statunitense di Charlestown vengono giustiziati due innocenti, 𝐍𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚 𝐒𝐚𝐜𝐜𝐨 e 𝐁𝐚𝐫𝐭𝐨𝐥𝐨𝐦𝐞𝐨 𝐕𝐚𝐧𝐳𝐞𝐭𝐭𝐢.

La loro vera colpa? Essere anarchici e italiani. Il discorso alla giuria di Vanzetti è lungo, lucido ed è una denuncia forte e appassionata, da leggere e rileggere. Un piccolo e significativo estratto:

"Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra, non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un italiano, e davvero io sono un italiano...”

La storia di Sacco e Vanzetti, simbolo della lotta per i diritti umani e contro la pena di morte, diventa un film, “Sacco e Vanzetti”, nel 1971, regia di Giuliano Montaldo, con un grande Gian Maria Volonté, indimenticabile proprio il monologo di Vanzetti e le musiche di Ennio Morricone, “Here’s to You”, arricchita poi dalle parole di Joan Baez e cantata in italiano da Gianni Morandi, una ballata bellissima in tutte le versioni.



16/08/2026

Lo trovò un cane.

La mattina del 16 agosto 1924, verso le 8.00, nella macchia della Quartarella, un bosco a venticinque chilometri da Roma, il cane di Ovidio Caratelli, brigadiere dei carabinieri in licenza, si mise a scavare in un punto di terra smossa.

Sotto c'era Giacomo Matteotti. Piegato in due, infilato in una vecchia carbonaia, coperto alla meglio: gli assassini avevano scavato con il cric dell'automobile, perché una zappa nessuno aveva pensato di portarla.

Era lì da più di due mesi.

Lo avevano rapito il 10 giugno, caricato a forza su un’auto, massacrato e ucciso. Poi avevano nascosto il ca****re, nella speranza forse che insieme a quel corpo sparisse anche ciò che Matteotti aveva avuto il coraggio di denunciare.

Non sparì nulla.

Poche settimane prima, il 30 maggio, Matteotti si era alzato in piedi alla Camera e aveva raccontato davanti al Paese ciò che il fascismo stava facendo all’Italia.

Denunciò tutto: i candidati dell'opposizione picchiati, sequestrati, braccati casa per casa. Le minacce e le violenze contro gli elettori. I brogli.

Davanti a lui sedevano i deputati del partito che aveva appena vinto le elezioni a colpi di manganello. E lui, con la precisione di chi aveva passato mesi a raccogliere prove, citava circoscrizioni, episodi, cifre. Fino a chiedere l'annullamento di quel voto.

Dall'aula gli urlarono di tutto. Lo insultarono, lo minacciarono apertamente. Il presidente della Camera lo interruppe decine di volte. Lui ogni volta riprendeva il filo e andava avanti. Ore, fino all'ultima parola.

Quando tornò al suo posto, ai compagni che gli si stringevano attorno disse: "Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me".

Sapeva. E parlò lo stesso.

Undici giorni dopo, il 10 giugno, mentre si dirigeva alla Camera per denunciare gli affari sporchi del regime sulle concessioni petrolifere, cinque squadristi lo assalirono sul lungotevere. Lo caricarono a forza su una Lancia Lambda, lo massacrarono di botte e lo finirono a coltellate.

Per tutta l'estate l'Italia visse di smentite, depistaggi e voci di corridoio. Poi arrivò il 16 agosto e sopra quella fossa nel bosco finirono le voci.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini entrò nell'Aula di Montecitorio e disse: "Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto".

Da quel giorno l'Italia precipitò ufficialmente nella dittatura.

Perché questo fu il fascismo, al di là delle nostalgie da bar: violenza politica, manganelli, omicidi, elezioni piegate con la forza, libertà cancellate e un Paese costretto all’obbedienza.

Matteotti lo vide arrivare prima di chiunque, lo disse ad alta voce e per averlo detto fu ammazzato e buttato in una buca scavata col cric di un'automobile.

Il suo discorso resta una delle pagine più alte mai pronunciate dentro un'aula italiana. Lo firmò un uomo che conosceva benissimo il prezzo e che decise di pagarlo comunque, in nome della libertà.

🟥🇮🇹 ⭐️ 🍝  𝐏𝐀𝐒𝐓𝐀𝐒𝐂𝐈𝐔𝐓𝐓𝐀 𝐀𝐍𝐓𝐈𝐅𝐀𝐒𝐂𝐈𝐒𝐓𝐀☮️🗓️ 2️⃣2️⃣ 𝐥𝐮𝐠𝐥𝐢𝐨 🕰️ ore 20;45📍EBOLIAnche quest’anno ritorna la PASTASCIUTTA ANTIFAS...
15/07/2026

🟥🇮🇹 ⭐️ 🍝 𝐏𝐀𝐒𝐓𝐀𝐒𝐂𝐈𝐔𝐓𝐓𝐀 𝐀𝐍𝐓𝐈𝐅𝐀𝐒𝐂𝐈𝐒𝐓𝐀☮️
🗓️ 2️⃣2️⃣ 𝐥𝐮𝐠𝐥𝐢𝐨 🕰️ ore 20;45📍EBOLI

Anche quest’anno ritorna la PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA che l’anno scorso ha visto oltre 120 partecipanti festanti nella bellissima cornice di piazza Porta Dogana, nel centro storico di Eboli
📍https://maps.app.goo.gl/jHTeV42anpZi3x4W8?g_st=ipc

🥖 Confermata la presenza del 𝐩𝐚𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐟𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐕𝐢𝐧𝐜𝐞𝐧𝐳𝐨.

🎵 📖 la novità di quest’anno è la strutturazione del 𝐑𝐄𝐀𝐃𝐈𝐍𝐆 e della 𝐌𝐔𝐒𝐈𝐂𝐀 nel segno dell’antifascismo.
Inoltre, il 𝐃𝐈𝐒𝐎𝐑𝐃𝐄𝐑 𝐅𝐞𝐬𝐭, che inizierà il 23 luglio, sempre nel centro storico di Eboli, concederà la sua anteprima proprio alla Pastasciutta antifascista con l’esibizione del cantautore 𝐒𝐏𝐈𝐍𝐀.

⚡️ Anche quest’anno il filo conduttore sarà l’ANTIFASCISMO, la difesa di tutti i DIRITTI e i principi e valori della COSTITUZIONE, la PACE e il rifiuto della guerra!

🅿️ Parcheggio consigliato: Piazza Santi Cosma e Damiano, 84025 Eboli SA
https://maps.app.goo.gl/SCrSUR4orRxnZo4RA?g_st=ipc

💬 per info e prenotazioni per evitare sprechi alimentari inviare Whatsapp a Massimiliano Voza al 3404889540

🍜NB Dopo la Distribuzione gratuita della PASTASCIUTTA, sarà possibile opzionare un *MENU POPOLARE a scelta €10, comprensivo di 1 calice di vino Aglianico e

in collaborazione con il ristorante
DOGANA:
- Cuzzetiello con Ragù e Polpette o Vegetariano con parmigiana* (*preferibilmente su prenotazione)
- Tagliere di salumi e formaggi con “pane di Vincenzo”

in collaborazione con l’osteria ALBERTO:
- Sfrionza di maiale e pappacelle
- Caponata siciliana "Fantastica”
(serviti con "pane del forno di Vincenzo")

⚠️ PS Considerata l’affluenza e lo spirito dell’iniziativa non è possibile garantire servizio a tavola a tutti soprattutto per i ritardatari:
le parole d’ordine partigiane oltre a “Aldo dice 26x1" saranno convivialità antifascista e collaborazione alla riuscita dell’evento!

09/07/2026

| 1902

Un giovane romagnolo, diciottenne e prossimo a compiere diciannove anni, con pochi spiccioli in tasca e una valigia di cartone, attraversa il confine svizzero alla stazione di Chiasso. Il suo nome? Benito Mussolini.

Siamo abituati a pensare al futuro Duce attraverso l'iconografia del regime — marce, uniformi, retorica militarista — ma vent'anni prima della Marcia su Roma la realtà era radicalmente diversa. Mussolini era un giovane maestro senza lavoro stabile, socialista e antimilitarista, emigrato in Svizzera anche per sottrarsi alla leva militare.

Treccani e le fonti storiche svizzere ricostruiscono quel periodo. Diplomatosi da poco come maestro elementare, Mussolini riceve la cartolina di chiamata alle armi per il servizio militare di leva. La prospettiva della caserma, unita a una situazione familiare tesa e alla mancanza di un impiego stabile, lo spinge a fare una scelta drastica: lasciare l’Italia e cercare fortuna oltreconfine.

L'impatto con la Svizzera è durissimo. Poverissimo e senza mezzi, il giovane Benito si adatta a lavori saltuari: manovale, muratore, garzone e commesso. Dorme spesso all’addiaccio, sotto i ponti o in ripari di fortuna. Appena due settimane dopo il suo arrivo, il 24 luglio 1902, viene arrestato a Losanna dalle autorità cantonali con l'accusa di vagabondaggio. Le fonti ricordano che aveva con sé documenti, diploma e pochissimo denaro: più che un “clandestino”, era un emigrato poverissimo, finito subito nel mirino della polizia per la sua condizione di indigenza.

Proprio in Svizzera, però, avviene una parte decisiva della sua maturazione politica. Aiutato dalle reti dei compagni socialisti e degli emigrati italiani, Mussolini inizia a collaborare con giornali locali e a tenere conferenze. In quel periodo si distingue come agitatore rivoluzionario intransigente, schierandosi contro la monarchia, contro la Chiesa e — ironia della sorte — contro il militarismo e l’esercito.

La sua permanenza oltreconfine è segnata da arresti, controlli di polizia ed espulsioni. Viene allontanato dal canton Berna nel 1903 e dal canton Ginevra nel 1904, mentre in Ticino trova anche contatti, protezioni e solidarietà negli ambienti socialisti locali. Nel novembre 1904 decide di rientrare in Italia. Condannato in contumacia per essersi sottratto agli obblighi di leva, evita il carcere grazie a un’amnistia concessa in occasione della nascita del principe Umberto di Savoia. Finirà poi per prestare regolarmente quel servizio militare da cui era fuggito.

Una parabola storica singolare: l'uomo che avrebbe fatto della disciplina militare e del nazionalismo i pilastri del proprio potere iniziò la sua vita pubblica lasciando l’Italia per non indossare la divisa.

Indirizzo

Viale Amendola
Eboli
84025

Sito Web

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