Letteratura in pillole

Letteratura in pillole Farmacia letteraria aperta a tutti i pazienti
in cerca di pillole da ingurgitare.
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[...] Con lei Florentino Ariza aveva imparato quello che aveva già sofferto parecchie volte senza saperlo: che si può es...
09/06/2026

[...] Con lei Florentino Ariza aveva imparato quello che aveva già sofferto parecchie volte senza saperlo: che si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna.

Solitario tra la folla del molo, aveva detto fra sé in un accesso di rabbia: «Il cuore ha più stanze di un casino». Stava piangendo per il dolore degli addii.

Però, appena scomparsa la nave sulla linea dell’orizzonte, già il ricordo di Fermina Daza era tornato a occupare il suo spazio totale.

Gabriel Garcia Marquez, «L’amore ai tempi del colera».

I greci avevano capito tutto con millenni di anticipo. Il mito di Eco e Narciso non parla di ninfe dei boschi e punizion...
08/06/2026

I greci avevano capito tutto con millenni di anticipo. Il mito di Eco e Narciso non parla di ninfe dei boschi e punizioni divine, parla di quella volta che hai passato tre mesi a piangere dietro a una persona che visualizzava i messaggi senza rispondere, mentre tu analizzavi ogni singola virgola per capire dove avessi sbagliato.

Perché ci ostiniamo a cercare il calore in un simulacro di marmo?

Ci hanno insegnato a romanticizzare il tormento, a credere che l’amore sia tanto più nobile quanto più somiglia a un’immolazione. Ma il mito antico di Eco e Narciso, spogliato dalle fole del tempo, ci restituisce un’architettura spietata: due solitudini speculari che si annullano a vicenda. L’una imprigionata nell’ossessione del proprio riflesso; l’altra condannata a farsi ombra acustica di un silenzio altrui.

Ma la verità è che la salvezza di Eco non comincia convincendo Narciso, ma ritirandosi nel santuario del proprio silenzio, restituendo alla propria voce il diritto sovrano di esistere da sola.

Inauguriamo così questo viaggio tra i chiaroscuri della letteratura e del mito: non per giudicare, ma per decodificare gli abissi in cui l’essere umano si perde da millenni.

Piccola postilla: il mito ci offre una lente d’ingrandimento straordinaria, ma le dinamiche delle fratture relazionali e della dipendenza affettiva sono percorsi complessi e dolorosi. Questo spazio vuole essere un invito alla riflessione culturale, non un surrogato di un cammino personale che merita cura, tempo e guide professioniste fuori dagli schermi.

Vi lascio la parola, con il massimo rispetto per l’esperienza di ciascuno: vi siete scoperti, a volte, a essere l’eco di un soliloquio altrui? Vi leggo nei commenti ❤️‍🩹

Tolstoj, nel Libro di lettura, ha scritto due racconti, uno si intitola «Il ciliegio a grappoli», l’altro si intitola «C...
05/06/2026

Tolstoj, nel Libro di lettura, ha scritto due racconti, uno si intitola «Il ciliegio a grappoli», l’altro si intitola «Come camminano gli alberi».

Fanno così: Lev Nikolaevič aveva bisogno di mettere in ordine il suo giardino, e aveva visto che, sopra un sentiero, era nato un ciliegio a grappoli, e aveva ordinato di tagliarlo.

Un servo aveva cominciato a tagliarlo, poi era arrivato Tolstoj in persona e aveva detto «Quando si lavora bisogna essere allegri», e si era messo a tagliare anche lui. E l’albero aveva tremato, e d’un tratto qualcosa, da dentro l’albero, era come se avesse gridato e l’albero era caduto, pieno di fiori e di api. «Mi dispiace», aveva detto il servo. «Mi dispiace anche a me», aveva detto Tolstoj.

Dopo qualche anno, Tolstoj aveva visto che su un altro sentiero era cresciuto un ciliegio a grappoli. L’era andato a guardare, e aveva visto che era nato da uno dei rami del ciliegio a grappoli che avevano tagliato insieme al servo. Il racconto l’aveva intitolato «Come camminano gli alberi». [...]

*

[...] Se, per una ragione qualsiasi, vi dovesse succedere di ricominciare a vivere, non abbiate paura degli insuccessi.

Viktor ŠKlovskij, Racconto sull’OPOJAZ, in «Formal’nyj metod. Antologija russkogo modernizma» [Il metodo formale. Antologia del modernismo russo, 2016].

«Kierkegaard dice una cosa meravigliosa in “Aut-Aut”. Scrive che, quando morirà e andrà lassù, gli chiederanno di rispon...
03/06/2026

«Kierkegaard dice una cosa meravigliosa in “Aut-Aut”. Scrive che, quando morirà e andrà lassù, gli chiederanno di rispondere a una sola domanda, questa: «Hai fatto chiarezza?». Hai fatto chiarezza? Ecco di che cosa gli chiederanno conto lassù.

In altre parole, gli chiederanno se nella sua vita abbia fatto chiarezza: nei sentimenti, nelle cose che ha scritto, in tutto.

Anche a me sta molto a cuore di fare chiarezza.
Stendhal teneva sullo scrittoio un cartello che diceva: «Chiarezza a qualunque costo». Chiarezza a qualunque costo.»

Morton Feldman, compositore statunitense.

Metti insieme due persone che insieme non sono mai state. Qualche volta è come quel primo tentativo di imbrigliare un ae...
02/06/2026

Metti insieme due persone che insieme non sono mai state. Qualche volta è come quel primo tentativo di imbrigliare un aerostato a idrogeno su uno ad aria calda: che cosa preferisci? Precipitare e prendere fuoco, o prendere fuoco e precipitare?

Ma a volte invece funziona, nasce qualcosa di nuovo, e il mondo cambia. Solo che, a un certo punto, prima o poi, per una ragione o per l’altra, una delle due persone viene meno. E ciò che viene meno è più della somma di ciò che c’era. In termini matematici forse non è possibile; ma in termini sentimentali, lo è.

Julian Barnes, «Livelli di vita» (Einaudi, 2013).

Leggendo questa citazione di Thorton Wilder, tratta dal romanzo «The Skin of our teeth» (1942), mi viene da pensare che ...
01/06/2026

Leggendo questa citazione di Thorton Wilder, tratta dal romanzo «The Skin of our teeth» (1942), mi viene da pensare che i giorni in cui ci si può concedere un pizzico di lentezza siano il momento ideale per praticare l’arte di sciogliersi nel presente.

C’è un pacifico stato dell’essere nel non sapere. Viviamo ossessionati dalle domande sbagliate. Ci arrovelliamo sui «perché» come vecchi filosofi da caffè, ma il presente è un gelato che non impiegherà molto a sciogliersi. Ogni secondo che passa è dolcezza che cola, piacere che si dissolve. E noi, invece di assaporare quella dolcezza dalle dita, restiamo lì a chiederci dove ci porterà e se farà ingrassare l’anima.

La saggezza non sta nel trovare risposte; quella è solo vanità intellettuale travestita da profondità, ma nel riconoscere che alcune domande sono più belle delle loro soluzioni, che alcuni misteri vanno abitati piuttosto che risolti.

Una filosofia da cucchiaino. Piccola, pratica, rivoluzionaria nella sua semplicità domestica. Perché alla fine, tra tutte le grandi verità dell’esistenza, l’unica che conta davvero è questa: siamo qui, ora, con tutti quei momenti che scandiscono il nostro presente. E questo è più che sufficiente.

«S’è mai chiesta come la giudicherebbe un uovo se potesse giudicare? O un uc***lo?»«Me lo son chiesta. E ho concluso che...
31/05/2026

«S’è mai chiesta come la giudicherebbe un uovo se potesse giudicare? O un uc***lo?»

«Me lo son chiesta. E ho concluso che non gli offriamo uno spettacolo affascinante: con tutta probabilità essi trovano assai disgustoso questo polipo verticale, pieno di tentacoli e buchi. Un uc***lo è molto più grazioso di noi, e anche un uovo. Ma ci abbiamo fatto l’abitudine, no?, a esser cosi. E io non mi sento preparata a diventare un uc***lo, un uovo, un lichene.»

«Nessuno di noi è preparato. Né lo saremo mai. Ma questo è ugualmente il nostro destino: cambiare. Stiamo già cambiando: fisicamente, psicologicamente, religiosamente, che lei voglia o no, che a lei piaccia o no. Si cambia con lentezza, la stessa lentezza che muta la primavera in estate, l’estate in autunno, l’autunno in inverno. Non ci si accorge mai in quale momento la primavera diventa estate: una mattina ci alziamo e fa caldo, l’estate è giunta mentre dormivamo.»

Oriana Fallaci, «Se il sole muore» (Bur, 1981).

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28/05/2026

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La poesia che non ti lascia scampo ha la consistenza di quelle cose che sembrano minime e invece continuano a sanguinare...
27/05/2026

La poesia che non ti lascia scampo ha la consistenza di quelle cose che sembrano minime e invece continuano a sanguinare nel tempo con una precisione quasi crudele.

Un cassiere che sa di aver sbagliato. Un bambino con le mani bagnate di pioggia e la bocca aperta al cielo. Un ragazzo che vive per vedersi voltare le spalle. Figure senza nome preciso, che abitano quella zona d’ombra in cui ognuno di noi è incappato, senza però trovare le parole per dirlo.

Le ha trovate , bolognese, classe 1995, e le ha raccolte in «Yellow Goods», pubblicato da Minerva nella collana di poesia Cleide. Chendi prende in prestito il titolo dal gergo della grande distribuzione americana (yellow goods, i beni di consumo durevoli) e lo restituisce a chi conosce bene quella sensazione: essere chiamati a funzionare, a durare, a non fermarsi mai.

È una poesia che attraversa il dolore senza trasformarlo in ornamento, che entra nelle crepe della vita quotidiana: il sonno leggero delle case, i volti sfocati, i corpi stanchi, le periferie interiori, la luce sporca degli anni Novanta, e addosso quella malinconia inspiegabile che arriva quando ci accorgiamo che il tempo non passa davvero; si deposita.

Prima di aprirlo, preparate un posto tranquillo e un po’ di tempo tutto vostro, perché questo libro non chiede altro che una lampada accesa quando si fa sera e il coraggio di sostare nelle proprie fragilità senza il bisogno immediato di guarirle.

«Yellow Goods» è disponibile in libreria e nelle principali piattaforme online
(Link nelle stories)

In fondo avrebbe potuto anche essere semplicissimo, no? Come quando si chiede: «Dimmi, piccino, dove ti fa male?». Allor...
26/05/2026

In fondo avrebbe potuto anche essere semplicissimo, no? Come quando si chiede: «Dimmi, piccino, dove ti fa male?». Allora chiuderei gli occhi e scriverei in fretta: volesse il cielo che due estranei vincessero l’estraneità.
Il principio stesso dell’estraneità, carico di prescrizioni e conseguenze - il vertice del Cremlino, soddisfatto e sazio, che ci si è assestato nelle profondità dell’anima.

Come vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte un’iniezione di verità per dirla, finalmente, la verità. Sarei felice di poter dire a me stesso: “Con lei ho stillato verità”. Sì, è questo quello che voglio. Voglio che tu sia per me il coltello, e anch’io lo sarò per te, prometto. Un coltello affilato ma misericordioso.

David Grossman, «Che tu sia per me il coltello» (Mondadori, 2008).

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