Letteratura in pillole

Letteratura in pillole Farmacia letteraria aperta a tutti i pazienti
in cerca di pillole da ingurgitare.

Entro nella tua nottecome una barca buia, da contrabbando.Queste lanterne, i miei occhie il cuore sono spentiporto qualc...
30/08/2026

Entro nella tua notte
come una barca buia, da contrabbando.
Queste lanterne, i miei occhi
e il cuore sono spenti
porto qualcosa
che non vuoi:
notizie dal paese
dove sono intrappolata
notizie dal tuo futuro.
Canta adesso
che ne hai modo
(mi si è ritorto contro il corpo
troppo presto, senza tragedia
non diventai
un arbusto o una costellazione,
diventai un cappotto pesante, quello
che i bambini credono di vedere giù all’angolo
diventai questa illusione,
questo trucco da ventriloquo
questo nome cieco, questa benda
gettata sul confine di un sogno
o sarai alla deriva come me
da una testa a una testa
enfia di parole mai dette,
enfia di scorte d’amore).
Esisto in due posti,
qui e dove sei tu adesso.
Prega per me
non per cosa sono ma perché sono.

Margaret Atwood, da «Brevi scene di lupi. Poesie scelte (1966-2020)», [Ponte alle Grazie, 2020].

Buon viaggio, Maestro 💔
06/08/2026

Buon viaggio, Maestro 💔

[…] Si frugò nelle tasche e gli porse un pezzo di carta.C’era scritto: «Sei diventato l’uomo che volevi essere? Cosa ti ...
03/08/2026

[…] Si frugò nelle tasche e gli porse un pezzo di carta.

C’era scritto: «Sei diventato l’uomo che volevi essere? Cosa ti dà equilibrio? La fama? La forza? Il potere? Un giro in barca? Bere il vino fresco quando c’è lo scirocco? L’odore della melanzana fritta? Hai quello che vuoi? Hai una mano che ti accarezza la schiena quando ne hai bisogno? E allora perché non hai inseguito questa idea di pace? Perché non ti sei allenato per costruire quei lunghi pomeriggi in cui risuonano le cicale e le voci dei figli?».

Davide Enia, «Così in terra» (Sellerio, 2023).

«Com’era il canto delle sirene?»
«Esattamente come vorresti che fosse, e poi tutto quello che non vorresti aver desidera...
27/07/2026

«Com’era il canto delle sirene?»

«Esattamente come vorresti che fosse, e poi tutto quello che non vorresti aver desiderato. Era il delizioso prurito che vorresti grattare, ma è sotto la pelle e non puoi arrivarci, quindi da delizioso diventa insopportabile. Te l’ho detto: quello che vuoi di più è quello che meno puoi avere. È quello che meno puoi avere.»

Christopher Nolan, «Odissea» (The Odyssey), 2026.

Ray Bradbury, «Fahrenheit 451» (Mondadori, 2016).
15/07/2026

Ray Bradbury, «Fahrenheit 451» (Mondadori, 2016).

Avere (apparentemente) infinite possibilità sul piatto dovrebbe farci sentire elettrizzati. Invece, il più delle volte, ...
04/07/2026

Avere (apparentemente) infinite possibilità sul piatto dovrebbe farci sentire elettrizzati. Invece, il più delle volte, ci paralizza.

Siamo terrorizzati dall’idea di fare la scelta sbagliata, dal pensiero che, dicendo “sì” a una strada, stiamo rinunciando per sempre a tutte le altre, vicoli ciechi compresi, e così restiamo fermi, in attesa. Sì, ma di cosa?

Sylvia Plath ha descritto questa paralisi con la metafora del fico, molto prima che inventassimo il termine “FOMO” (Fear Of Missing Out).

— Dice che mi sto allontanando. Che tra noi sta finendo, e nemmeno me ne accorgo.«E me lo dici così? - vorrei risponderl...
02/07/2026

— Dice che mi sto allontanando. Che tra noi sta finendo, e nemmeno me ne accorgo.

«E me lo dici così? - vorrei risponderle. - Andiamo dentro che ordino una bottiglia di ch*****ne, no?»

Invece ribatto con una puttanata da manuale:

— Senti Nives, sono problemi vostri, questi. Non hai il diritto di coinvolgermi nelle paturnie di quello là.

— Non sono io che ti coinvolgo, è lui che si prende il suo tempo. Gli ho detto di andarsene, ma non posso pretendere che mi ubbidisca a comando. Cosa vuoi che faccia, che lo sbatta fuori dal ristorante? In fondo ha anche ragione: ha scoperto che gli ho mentito.

— Oh, per l’amor di Dio, Nives, che vuoi da me, che gli dia pure ragione, adesso?

— Al contrario. Io volevo restare a pranzo con te, e lo voglio ancora. Decidi tu. Se vieni dentro, lui se ne va: praticamente, lo mandiamo via insieme. Se te ne vai, invece, è probabile che resti.

— Però potresti andartene tu.

— E che differenza fa per te, se te ne vai?

— Eh. Nessuna.

Dovreste proprio vederla, la sequenza di espressioni che si proietta sulla faccia di quel cretino quando arriviamo al tavolo. Una gamma che va dallo sbigottimento alla consapevolezza, dall’incredulità allo scandalo. Un trailer. Il problema, penso lì per lì, è che spesso la gente non ha le emozioni chiare, altro che le idee.

Diego De Silva, «Non avevo capito niente» (Einaudi, 2007).

Questo ti farà soffrire, mio povero amore. Il nostro picnic è finito; la strada è buia, piena di buche, e sull’auto il b...
01/07/2026

Questo ti farà soffrire, mio povero amore. Il nostro picnic è finito; la strada è buia, piena di buche, e sull’auto il bambino più piccolo comincia a sentirsi male. Un povero sciocco ti direbbe: devi essere coraggiosa. Ma qualunque cosa io possa dirti per farti animo o consolarti sarà come una minestrina insipida – tu sai quello che voglio dire. Tu l’hai sempre capito.

La vita con te è stata incantevole – e quando dico “incantevole” intendo canti e voli e viole, e quella morbida, rosea “v” nel mezzo, e quelle sillabe sulle quali si curvava indugiando la tua lingua.

La nostra vita insieme è stata allitterativa, e quando penso a tutte le piccole cose destinate a morire, ora che non le possiamo più condividere, sento come se fossimo morti anche noi. E forse lo siamo. Vedi, quanto più grande era la nostra felicità, tanto più sfumavano i suoi bordi, come se i contorni si sciogliessero, e ormai essa si è dissolta del tutto.

Non ho smesso di amarti; ma qualcosa è morto in me, e nella nebbia non riesco a vederti...

Credo tu abbia intuito come stanno le cose: la solita dannata formuletta, “un’altra donna”. Con lei sono disperatamente infelice – ecco, questo almeno è vero.

Non posso fare a meno di pensare che nell’amore ci sia qualcosa di essenzialmente sbagliato. Tra amici si litiga o ci si perde di vista, e anche tra parenti stretti, ma non c’è questo spasimo, questo pathos, questa fatalità che sta attaccata all’amore.

L’amicizia non ha mai l’aspetto di una condanna. Perché, cosa succede? Non ho smesso di amarti, ma poiché non posso continuare a baciare il tuo caro, pallido volto, dobbiamo lasciarci, dobbiamo lasciarci. E perché? Perché l’amore è così misteriosamente esclusivo? Si possono avere mille amici, ma si deve amare una sola persona.

Quando dico “due”, ho già cominciato a contare e non vi è più limite. Esiste solo un numero vero: Uno. E l’amore, a quanto pare, è l’esponente migliore di questa unicità.

Vladimir Nabokov, da «La vera vita di Sebastian Knight», (Adelphi, 1992).

Uno, mi rendo conto, potrebbe chiedermi: Ma a te piace sanguinare? In un certo senso, sì. Nel senso che viviamo, mi semb...
26/06/2026

Uno, mi rendo conto, potrebbe chiedermi: Ma a te piace sanguinare? In un certo senso, sì. Nel senso che viviamo, mi sembra, in un tempo in cui valgono solo le vittorie e i vincenti, un tempo in cui il participio presente perdente non indica una condizione temporanea, è un’offesa, in un tempo in cui, se ti chiedono «Come stai?» (e te lo chiedono, continuamente), devi rispondere «Benissimo!» col punto esclamativo, in un tempo in cui devi nascondere le tue ferite e i tuoi dispiaceri, come se tu non fossi fatto di quelle, e di quelli.

C’è un paese, in Sardegna, che si chiama Seneghe, che per quattro giorni all’anno si trasforma nel paese della poesia, perché c’è un festival di poesia e sui muri c’è pieno di cartelli con le scritte dei poeti, come quella di Wisława Szymborska che dice «Preferisco il ridicolo di scrivere delle poesie al ridicolo di non scriverne», e a me l’ultima volta che ci sono andato, nel 2016, è venuta subito in mente una cosa che aveva scritto Zavattini nel 1967 a Franco Maria Ricci: «Sono pessimista ma me ne dimentico sempre».

E mi è sembrato che non si potesse essere pessimisti, in quei giorni lì, a Seneghe, e mi è venuto in mente Angelo Maria Ripellino, che quand’era in sanatorio, in Repubblica Ceca, che si curava, chiamava sé stesso e gli altri ricoverati «i nonostante».

«L’avverbio – aveva scritto Ripellino – si fa sostantivo, a indicare noi tutti che, contrassegnati da un numero, sbilenchi, gualciti, piegati da raffiche, opponevamo la nostra caparbietà all’insolenza del male.» Che meraviglia, Ripellino.

E ho pensato che per quelli che leggono i libri, che guardan le mostre, che ascoltano le sinfonie, i libri, i quadri, le musiche che hanno incontrato nella loro vita li hanno aiutati in questa cosa così difficile e così strana, stare al mondo, a essere dei nonostante, a rendersi conto delle loro ferite, dei loro difetti, e ad accettarli, perché, come dice un cantante canadese, è attraverso le crepe che si vede la luce.

Paolo Nori, «Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostojevskij» (Mondadori, 2021).

«No, non te ne andare...» Era stata questa l’esclamazione, o la supplica, che era uscita, come sfuggendo a ogni controll...
18/06/2026

«No, non te ne andare...» Era stata questa l’esclamazione, o la supplica, che era uscita, come sfuggendo a ogni controllo, dalla bocca di David con quasi tutte le donne che aveva conosciuto dopo il suo divorzio. Varie ragazze l’avevano trovata dolce, altre ne erano rimaste sconcertate, e una donna dalla lingua tagliente l’aveva definita «una frase poco virile».

Ma dopo le prime notti con Susan lui ricorse molto di rado a quella frase. Quella ragazza magnifica, giovane e dalle lunghe gambe, che racchiudeva nella carne il pulsare stesso e il ritmo dell’amore, non se ne sarebbe andata.

«Ehi, Susan?», le disse una volta. «La sai una cosa?»

«Cosa?»

«Tu mi fai sentire tranquillo. Magari detta così non sembra chissà che, ma è tutta la vita che vorrei essere tranquillo, e non mi sono mai sentito così con nessun’altra».

«È proprio un bel complimento, David», rispose lei, «ma credo di potertene fare uno migliore».

«E come?»

«Quando sto con te ho l’impressione di sapere chi sono».

Richard Yates, «Bugiardi e innamorati» [Minimum Fax, 2018].

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