16/08/2026
https://www.lacomunediferrara.it/machiavelli-pasolini-ferrara-un-caffe-per-tre/ Machiavelli, Pasolini, Ferrara: un caffè per tre.
A volte un ragionamento politico comincia da un’associazione casuale. Una mattina ti trovi a mettere accanto ad un caffé due nomi che sembrano non avere molto in comune: Machiavelli e Pasolini. Poi inizi a chiederti che cosa accadrebbe se li facessi parlare. E, quasi senza accorgertene, al tavolo si siede un terzo interlocutore: Ferrara.
È nato così questo “caffè per tre”.
Ci sono pensatori che sembrano appartenere a epoche così diverse da non poter dialogare tra loro. Niccolò Machiavelli e Pier Paolo Pasolini sono certamente uno di questi casi.
Il primo osserva la politica dal cuore del potere, dei conflitti, delle istituzioni e dei rapporti di forza. Il secondo osserva la società dalla parte delle sue trasformazioni, dei suoi corpi, dei suoi linguaggi e dei suoi desideri.
Eppure, messi uno accanto all’altro, possono suggerire una domanda sorprendentemente attuale: che cosa significa davvero governare una società?
Machiavelli ci insegna a non confondere la politica con ciò che vorremmo che fosse.
Occorre guardare alla “verità effettuale”: agli interessi, ai conflitti, alle ambizioni, alle paure, ai rapporti di forza.
Pasolini ci mette davanti a un’altra realtà, forse ancora più inquietante: il potere non si limita a governare le persone.
Può trasformarle.
Può modificare i loro desideri, il loro linguaggio, il loro modo di consumare, di abitare e persino di percepire se stesse.
Il primo ci parla dunque del potere come rapporto di forze. Il secondo del potere come rapporto di trasformazione.
E insieme ci pongono davanti a una domanda ulteriore: che cosa accade all’ambiente sociale nel quale questi rapporti di forza e queste trasformazioni si producono?
È qui che il concetto di ecosistema può diventare una vera categoria politica.
LA CITTÀ NON È UNA SOMMA DI SERVIZI
Siamo abituati a pensare il Comune come una struttura amministrativa: urbanistica, mobilità, servizi sociali, sicurezza, cultura, scuola, ambiente, commercio.
Settori diversi, assessorati diversi, bilanci diversi. Ma la vita delle persone non è organizzata per assessorati.
Una famiglia che cerca casa incontra contemporaneamente il problema del reddito, della mobilità, dei servizi educativi, degli spazi pubblici e della qualità urbana.
Un anziano che vive solo incontra contemporaneamente il problema della salute, della sicurezza, dei trasporti, del commercio di vicinato e delle relazioni sociali.
Un giovane incontra contemporaneamente il problema dell’abitazione, del lavoro, della formazione, della cultura e della possibilità di costruire relazioni.
Il pendolare vive contemporaneamente dentro il sistema della mobilità, del lavoro, dell’ambiente e dell’organizzazione urbana.
La città, quindi, non è la somma delle sue politiche. È l’insieme delle relazioni tra esse.
Questa è precisamente la logica di un ecosistema.
Un ecosistema non è un insieme di elementi semplicemente collocati nello stesso spazio. È un insieme nel quale ogni elemento influenza gli altri e nel quale il cambiamento di una parte produce conseguenze sull’intero sistema.
Applicato alla politica, questo significa una cosa semplice e, allo stesso tempo, radicale: non possiamo più governare problemi isolati se i problemi delle persone non sono isolati.
IL GRATTACIELO: QUANDO L’ECOSISTEMA NON VIENE VISTO
Non è necessario cercare un esempio lontano per capire cosa significhi tutto questo. A Ferrara abbiamo avuto un esempio drammatico: il Grattacielo.
Il problema non era soltanto un edificio da evacuare.
C’erano contemporaneamente persone costrette a lasciare la propria abitazione, famiglie in difficoltà, beni e alimenti da recuperare o che rischiavano di andare perduti, anziani e persone fragili, problemi economici e abitativi, questioni di sicurezza, rapporti con i proprietari, servizi sociali, Protezione Civile e tutte le altre dimensioni che una situazione di questo tipo inevitabilmente coinvolge.
Ma soprattutto c’erano persone la cui vita era stata improvvisamente sconvolta.
Quelle persone non vivevano dieci problemi diversi. Vivevano un’unica emergenza.
Ed è proprio qui che il concetto di ecosistema smette di essere una metafora e diventa una questione concreta di governo.
La domanda non dovrebbe essere soltanto:quale assessorato deve occuparsi di ciascun problema?
Dovrebbe essere: qual’è la condizione complessiva di queste persone e quali soggetti devono essere messi immediatamente in relazione per riportarle alla normalità?
La differenza è sostanziale.
Un’amministrazione può anche prevedere che ogni ufficio faccia correttamente la propria parte. Ma se le parti non vengono messe in relazione, il sistema può comunque fallire.
Il Grattacielo ci mostra, in negativo, cosa accade quando un problema sistemico viene affrontato come una successione di problemi settoriali.
E questo vale ben oltre quella specifica emergenza.
Una politica ecosistemica non dovrebbe aspettare che un problema diventi emergenza per mettere in relazione ciò che è già interdipendente. Dovrebbe essere capace di vedere prima quell’assieme.
Non è soltanto una questione di efficienza amministrativa.
È una diversa concezione del governo.
Da qui può nascere anche l’idea di una Regia Pubblica Permanente: non semplicemente una struttura da attivare quando arriva un’emergenza, ma una capacità stabile del Comune di mettere in relazione servizi, competenze e soggetti diversi quando un problema attraversa più dimensioni della vita della città.
Il Grattacielo ci insegna, quindi, qualcosa che va oltre il Grattacielo stesso:
l’ecosistema non è una teoria con cui interpretare la città dopo averla governata. È un modo diverso di governarla prima che le emergenze diventino drammi.
DAGLI INSIEMI INVISIBILI ALLE COMUNITÀ ESPERIENZIALI
Se la città è un ecosistema, allora dobbiamo anche cambiare il modo in cui guardiamo alle persone che la abitano.
Una città è attraversata da moltissimi insiemi di persone che raramente vengono percepiti come comunità politiche: caregiver, anziani, studenti, pendolari, famiglie con bambini, commercianti, lavoratori, persone che abitano determinati quartieri.
Persone che magari non condividono un’identità politica, ma condividono un’esperienza. Sono spesso insiemi invisibili.
Non hanno necessariamente un’organizzazione, un portavoce o una rappresentanza politica, ma possiedono una conoscenza della città che nasce dall’esperienza quotidiana.
Il caregiver conosce una città diversa da quella conosciuta dall’urbanista. L’anziano conosce una città diversa da quella conosciuta dal progettista della mobilità. Il pendolare conosce una città diversa da quella rappresentata nelle mappe amministrative.
Queste conoscenze non devono essere semplicemente ascoltate. Devono poter entrare nel processo attraverso il quale la città prende decisioni.
Ecco allora il passaggio:dagli insiemi invisibili alle comunità esperienziali, dalle comunità alle reti, dalle reti alla capacità collettiva.
È una diversa idea della partecipazione.
DAL GOVERNO DEI PROBLEMI AL GOVERNO DELLE RELAZIONI
Se prendiamo sul serio questa prospettiva, anche il ruolo del Comune deve cambiare. La politica tradizionale tende a rappresentare il rapporto tra istituzioni e cittadini secondo uno schema verticale: il governo decide, l’amministrazione realizza, il cittadino riceve.
Anche quando introduce la partecipazione, spesso questa rimane confinata alla consultazione: si chiede alle persone che cosa pensano, poi l’istituzione decide.
Un modello ecosistemico può partire da una domanda diversa: come possiamo creare le condizioni perché la città sviluppi una propria capacità di affrontare i problemi?
Il Comune non perde il proprio ruolo. Al contrario, ne assume uno più complesso e diventa infrastruttura relazionale.
Non deve fare tutto. Deve mettere in relazione ciò che esiste, far emergere ciò che non viene visto, creare connessioni, sostenere capacità, rendere possibile la collaborazione e, quando necessario, assumere direttamente la responsabilità delle decisioni.
Non significa sostituire la politica con una generica idea di comunità.
Significa fare politica riconoscendo che la città possiede conoscenze, energie e capacità distribuite che nessuna amministrazione può possedere da sola.
ANCHE LA SICUREZZA DIVENTA UN ECOSISTEMA
La sicurezza è forse l’esempio più evidente.
Possiamo considerarla esclusivamente come una questione di controllo, repressione e presenza delle forze dell’ordine.
Oppure possiamo porci una domanda più ampia: quali condizioni rendono una città sicura?
La risposta non può essere soltanto la sicurezza istituzionale.
Contano l’illuminazione, la qualità dello spazio pubblico, la presenza del commercio di vicinato, la possibilità di incontrarsi, la mobilità, la condizione abitativa, la presenza degli anziani, le opportunità per i giovani, la cultura, i servizi sociali, la capacità delle persone di riconoscersi come parte di una comunità.
La sicurezza, in questa prospettiva, non è un singolo servizio. È una proprietà emergente dell’ecosistema urbano.
Non significa negare il conflitto, la criminalità o il ruolo fondamentale delle forze dell’ordine. Significa riconoscere che la repressione può intervenire sul fenomeno, ma non è sufficiente a costruire le condizioni che rendono una città stabilmente più sicura.
Da qui deriva una concezione diversa della sicurezza: una città sicura non è una città rinchiusa dietro le sbarre, ma una città dove le porte possono restare aperte.
DALLA POLITICA DELLA RAPPRESENTANZA ALLA POLITICA GENERATIVA
A questo punto emerge una conseguenza ancora più importante.
Se la città è un ecosistema, governarla non può significare semplicemente rappresentare gruppi separati. Significa generare connessioni tra soggetti che spesso non sanno nemmeno di avere interessi comuni.
È qui che una nuova politica può diventare generativa. Non perché produca consenso, ma perché produce capacità: di comprendere, di cooperare, di affrontare un problema, di costruire una soluzione.
Capacità, soprattutto, di non dipendere continuamente da qualcuno che decida dall’alto.
È questo il senso più profondo che può assumere l’idea di democrazia ecogenerativa. Non una nuova ideologia o un’etichetta.ma un modo diverso di concepire il governo della città.
MACHIAVELLI, PASOLINI E UNA POLITICA OLTRE LORO
Forse allora Machiavelli e Pasolini non rappresentano due visioni incompatibili. Rappresentano due punti di osservazione necessari.
Machiavelli ci ricorda che la politica non può ignorare il potere. Pasolini ci ricorda che il potere non si limita a governare: trasforma.
Una politica contemporanea deve tenere insieme entrambe le consapevolezze. Deve saper leggere i rapporti di forza senza diventare cinica. Deve saper riconoscere le trasformazioni sociali senza diventare fatalista. E deve soprattutto trovare il modo di trasformare quella conoscenza in una capacità collettiva di agire.
È qui che può collocarsi una nuova idea di governo: il governo delle condizioni che rendono possibile la vita di una comunità, non il governo di una popolazione, ma la città come ecosistema, non la città come macchina amministrativa, cittadini messi nelle condizioni di contribuire alla capacità della città di governarsi, non cittadini semplicemente chiamati a scegliere chi governerà.
Forse è questa la sfida politica del nostro tempo. E forse è proprio qui che possiamo provare a sperimentare qualcosa che vada oltre la tradizionale alternativa tra destra e sinistra.
Non una politica che promette di avere tutte le risposte, ma una politica che costruisce l’ecosistema nel quale le risposte possono essere generate insieme.
Probabilmente è questa la cosa più interessante di quel caffè per tre: che da due pensatori lontanissimi e da una domanda apparentemente casuale possa nascere un’idea molto concreta di politica.
Perché governare una città, in fondo, potrebbe significare esattamente questo: non governare le persone, ma prenderci cura delle relazioni che rendono possibile la loro libertà.