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Appena la notizia è esplosa, il riflesso automatico dei media è stato il solito: minimizzare, anestetizzare, addolcire l...
17/05/2026

Appena la notizia è esplosa, il riflesso automatico dei media è stato il solito: minimizzare, anestetizzare, addolcire la realtà. Guai a pronunciare certe parole. Guai a parlare di terrorismo, di violenza deliberata, di odio sociale. Meglio rifugiarsi nelle formule burocratiche: “disagio”, “fragilità”, “emarginazione”. E così un uomo che lancia l’auto sulla folla diventa improvvisamente una vittima della società invece che il responsabile di una strage.
Se l’aggressore è occidentale, allora è un mostro. Se invece arriva da un contesto migratorio complicato, ecco partire immediatamente il carosello delle attenuanti sociologiche: il bullismo, la solitudine, il lavoro che manca, la società che non accoglie abbastanza. Come se milioni di persone che vivono difficoltà economiche o personali decidessero per questo di investire innocenti per strada.
La verità è che esiste un gigantesco problema culturale che non si supera concedendo cittadinanze, nemmeno a chi è nato e cresciuto qui, perché evidentemente l’integrazione non l’ha mai davvero voluta. E la realtà dei fatti, al di là delle ideologie, prima o poi emerge sempre, a volte purtroppo nel modo più brutale. E ogni volta che accade qualcosa del genere, invece di interrogarsi seriamente sui limiti e sul fallimento di quel modello, si preferisce zittire il dibattito con accuse morali e giustificazioni di ogni tipo.
Nel frattempo però restano le vittime. Ma persino davanti a questo, il primo pensiero di una certa élite sembra essere quello di proteggere la narrazione, non di capire il problema. Perché ammettere che qualcosa non ha funzionato in questi anni di porte aperte significherebbe mettere in discussione anni di propaganda sull’integrazione perfetta e sulla società multiculturale senza confini.
E allora si continua così: ogni episodio viene dichiarato “eccezionale”, ogni allarme è “strumentalizzazione”, ogni critica è “odio”. Ogni aggressione o attacco diventa un “problema di integrazione” o un “disagio psichico”, quasi che questo basti automaticamente a cancellare responsabilità e conseguenze, perché “bisogna aiutarlo”.
Fino a quando arriva il caso successivo. E poi quello dopo ancora.

La democrazia ha parlato — e quando parla, per definizione, non si discute. Però si può, eccome, storcere il naso. Perch...
23/03/2026

La democrazia ha parlato — e quando parla, per definizione, non si discute. Però si può, eccome, storcere il naso. Perché questo verdetto lascia un retrogusto amaro, quello delle partite giocate su un campo inclinato da un’informazione, diciamolo senza giri di parole, quantomeno discutibile.

Non c’era alcun golpe all’orizzonte, nessun attentato alla Costituzione da sventare. E non si trattava neppure di un regolamento di conti con il governo in carica, come qualcuno ha voluto far credere agitando spettri e paure. Si votava, più semplicemente, per mettere mano a una giustizia che troppo spesso dimostra di non esserlo affatto.

Eppure ha vinto il riflesso condizionato, la paura alimentata ad arte dai soliti noti, sempre pronti a trasformare ogni passaggio democratico in un’emergenza nazionale. Il buonsenso, ancora una volta, è rimasto a casa.

Peccato davvero. Perché occasioni così non capitano spesso. E il rischio concreto è che questa fosse una di quelle rare possibilità per cambiare qualcosa di serio, di utile per tutti. Anche — e forse soprattutto — per chi oggi esulta per il “no”.




20/03/2026

Domenica e lunedì si vota una riforma della giustizia che, al netto delle diverse posizioni ideologiche, interviene su tre punti molto concreti.

1 ) Istituzione di un’Alta Corte disciplinare per giudicare i magistrati.
Oggi, in sostanza, si giudicano tra loro. Domani no. E già questo basterebbe a capire perché qualcuno storce il naso: introdurre un controllo esterno significa aumentare responsabilità e credibilità.

2) Separazione delle carriere tra PM e giudice.
Tradotto: chi accusa e chi decide tornano a essere davvero distinti. Una regola di buonsenso che rafforza la terzietà del giudice e riequilibra il rapporto tra accusa e difesa, senza intaccare l’indipendenza della magistratura.

3) Sorteggio dei membri del CSM che sarà diviso in due: uno per i giudici e uno per i pm.
Qui si tocca il nervo scoperto: fine delle correnti e delle spartizioni, meno politica nelle nomine, più casualità, quindi meno controllo. Ed è esattamente questo che spaventa i difensori dello status quo e sostenitori del no.

La riforma modifica sette articoli della Costituzione, ma non ne cambia i principi: punta piuttosto a rendere la giustizia più trasparente, più equilibrata e, soprattutto, più credibile agli occhi dei cittadini. Troppi errori sono stati commessi in passato

Per questo è importante votare e far votare a tutti .




Ruvido, sgraziato, e politicamente scorretto quando ancora non era di moda esserlo: il suo linguaggio era una coltellata...
20/03/2026

Ruvido, sgraziato, e politicamente scorretto quando ancora non era di moda esserlo: il suo linguaggio era una coltellata nel salotto buono della politica italiana. Altro che Prima Repubblica: lui l’ha presa a calci e, tra un comizio e una provocazione, ne ha certificato la fine, senza chiedere permesso a nessuno. È stato il primo vero politico “postmoderno”, quando gli altri parlavano ancora in burocratese e si credevano intoccabili.

Ha capito prima degli altri che nel Nord, quello che lavorava e produceva, stava montando una rabbia sorda. E invece di ignorarla, l’ha trasformata in parola d’ordine: meno Stato, meno tasse, più libertà per chi manda avanti il Paese mentre Roma spreca. La famosa “questione settentrionale” non l’ha inventata nei convegni: l’ha raccolta nei bar, nelle piazze, tra la gente.

Ha fondato la Lega Nord dandole un’anima, non solo un simbolo: identità, appartenenza, radici. Cose che oggi tanti imitano male. Un rivoluzionario vero, senza filtri e senza marketing, mica come quelli che promettevano di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” e poi si sono persi per strada l'apriscatole.
Per questi, ma non solo vale la pena di ribadire quanto pronunciato da lui a Porta a Porta nel '96:"ma tàches al tram!".

Ciao Umberto 💚

Pazienti di serie A e pazienti di serie BPassate le festività e archiviati i buoni propositi natalizi, in Emilia-Romagna...
27/12/2025

Pazienti di serie A e pazienti di serie B

Passate le festività e archiviati i buoni propositi natalizi, in Emilia-Romagna si torna alla realtà: una sanità che chiede sempre di più ai cittadini residenti ai quali si offre sempre meno, mentre trova invece risorse miracolose quando si tratta di curare chi arriva da fuori.. Molto fuori. Per l'esattezza 180 milioni.

La nostra regione guidata dal buon De Pascale piange miseria quando deve garantire prestazioni agli emiliano-romagnoli, giustificando così i ticket alle stelle, le tasse ai massimi storici e liste d’attesa infinite. Però, guarda caso, quando entrano in scena i pazienti stranieri extracomunitari, ecco spuntare fuori dal cilindro qualche milioncino Senza alcun tetto, nessuna remora, o emergenza di bilancio.

Eppure lo stesso De Pascale ammette che non si può curare chiunque arrivi da altre regioni italiane, dove la sanità funziona peggio. Strano: l’italiano no, l’extracomunitario si?

Nel frattempo, per tappare i buchi lasciati in eredità dal predecessore dello stesso partito — nel frattempo comodamente emigrato a Bruxelles — si continua a ba***re cassa sempre sugli stessi: ticket sulle ricette raddoppiati, aumenti sulle visite, incentivi ai medici che prescrivono meno esami (anche quando servirebbero), e finanziamenti a politiche “progressiste” che nulla hanno a che fare con la tutela della salute pubblica.

Il risultato? Pronto soccorso sovraffollati, attese interminabili, cittadini che pagano di più per avere di meno, mentre la Regione spende centinaia di milioni per prestazioni che spesso non vengono nemmeno rimborsate. Altro che sanità universalistica: qui si sta costruendo un sistema dove chi paga è l’ultimo ad essere curato.

Ma del resto è il copione di sempre: la sinistra tassa i cittadini per bene e chiama solidarietà ciò che è cattiva gestione, presentando il conto a chi non può scappare altrove.

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