17/05/2026
Appena la notizia è esplosa, il riflesso automatico dei media è stato il solito: minimizzare, anestetizzare, addolcire la realtà. Guai a pronunciare certe parole. Guai a parlare di terrorismo, di violenza deliberata, di odio sociale. Meglio rifugiarsi nelle formule burocratiche: “disagio”, “fragilità”, “emarginazione”. E così un uomo che lancia l’auto sulla folla diventa improvvisamente una vittima della società invece che il responsabile di una strage.
Se l’aggressore è occidentale, allora è un mostro. Se invece arriva da un contesto migratorio complicato, ecco partire immediatamente il carosello delle attenuanti sociologiche: il bullismo, la solitudine, il lavoro che manca, la società che non accoglie abbastanza. Come se milioni di persone che vivono difficoltà economiche o personali decidessero per questo di investire innocenti per strada.
La verità è che esiste un gigantesco problema culturale che non si supera concedendo cittadinanze, nemmeno a chi è nato e cresciuto qui, perché evidentemente l’integrazione non l’ha mai davvero voluta. E la realtà dei fatti, al di là delle ideologie, prima o poi emerge sempre, a volte purtroppo nel modo più brutale. E ogni volta che accade qualcosa del genere, invece di interrogarsi seriamente sui limiti e sul fallimento di quel modello, si preferisce zittire il dibattito con accuse morali e giustificazioni di ogni tipo.
Nel frattempo però restano le vittime. Ma persino davanti a questo, il primo pensiero di una certa élite sembra essere quello di proteggere la narrazione, non di capire il problema. Perché ammettere che qualcosa non ha funzionato in questi anni di porte aperte significherebbe mettere in discussione anni di propaganda sull’integrazione perfetta e sulla società multiculturale senza confini.
E allora si continua così: ogni episodio viene dichiarato “eccezionale”, ogni allarme è “strumentalizzazione”, ogni critica è “odio”. Ogni aggressione o attacco diventa un “problema di integrazione” o un “disagio psichico”, quasi che questo basti automaticamente a cancellare responsabilità e conseguenze, perché “bisogna aiutarlo”.
Fino a quando arriva il caso successivo. E poi quello dopo ancora.