Potere al Popolo - Ostia Fiumicino

Potere al Popolo - Ostia Fiumicino "Democrazia" vuol dire che il potere sta nelle mani del popolo. Oggi non è così, noi non decidiamo niente. Vogliamo riprenderci quello che ci spetta.

23/08/2026
06/08/2026

🔴 L'ACCORDO ANPI-UCEI È UN CEDIMENTO NEI CONFRONTI DEL SIONISMO
Al fianco dei circoli ANPI ribelli

Abbiamo letto attentamente il comunicato congiunto Anpi-Ucei del 28 luglio. Lo scriviamo senza mezze misure: si tratta di un cedimento di Anpi nei confronti del sionismo.

Non è un caso che il comunicato abbia lasciato allibita la base militante e chi vive il 25 aprile in prima fila, sfilando nei cortei e lavorando per costruire la festa della Liberazione, che in questi anni ha visto protagonista la causa palestinese.

L’antifascismo nell'attualità ha un significato preciso: opporsi al genocidio e alle guerre imperialiste che mettono a rischio i popoli del mondo. Rifiutare nei cortei del 25 aprile la presenza delle bandiere di uno Stato che ha le mani lorde di sangue non è "alzare i toni", è parte del “restare umani” e dei principi della Resistenza.

Storiograficamente la Brigata Ebraica non era una formazione partigiana e non appartiene alla Resistenza italiana del CLN, in cui combattevano ebrei come Primo Levi, Elio Toaff o Emanuele Artom. Al contrario la Brigata Ebraica era un reparto dell'esercito britannico promosso dalla leadership sionista nella Palestina mandataria.

Chiamarla in causa senza contesto ogni 25 Aprile è un'operazione ideologica e strumentale per portare sostegno politico allo Stato di Israele, mentre compie un genocidio.

Ci domandiamo dunque perché esca un simile comunicato a fine luglio, che cancella le offese sentite, le ferite inferte e le ripetute provocazioni degli ultimi anni.

Come antifascisti sosteniamo la resistenza palestinese che lotta da decenni contro un'occupazione militare che porta avanti un progetto di pulizia etnica da decenni.

Chi sostiene tutto questo, è bene che stia fuori dalla Festa di Liberazione per evidente incompatibilità: ricordando la Liberazione italiana dal nazifascismo, noi rinnoviamo l'impegno per le liberazioni ancora da conquistare, tra cui la liberazione del popolo palestinese dalla feroce occupazione israeliana.

La comunità di Potere al Popolo è a fianco delle sezioni ANPI che non chinano la testa, che difendono le radici dei valori resistenziali e che continuano a portare a testa alta la bandiera palestinese insieme ai tricolori delle formazioni partigiane.

26/07/2026

🔴LE ÉLITES CHIEDONO IMPUNITÀ PER SÉ STESSE E MANETTE PER I SUBALTERNI

Un articolo di Giuliano Granato per I blog del Fatto Quotidiano

È in corso una “rivolta delle élite”. Pare però che nessuno se ne sia accorto.

Il 1 luglio alcuni dei principali quotidiani nazionali (La Repubblica e Il Sole 24 Ore) pubblicano a tutta pagina un appello a pagamento dal titolo “La responsabilità penale è personale”. Il primo firmatario è Pietro Salini, patron del colosso delle costruzioni WeBuild, lo stesso che ha in mano la costruzione del Ponte sullo Stretto. Seguono firme trasversali a destra e sinistra: da Guido Crosetto a Luciano Violante, da Renato Brunetta a Paola Severino. E quelle di tanti imprenditori: Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, a Francesco Borgomeo (per info sul suo conto citofonare agli operai ex GKN).

L’appello di “Salini & friends” mette nero su bianco che la responsabilità penale “non può coincidere con la posizione ricoperta, né derivare automaticamente dal ruolo di vertice esercitato in organizzazioni complesse”. Arrivando all’indomani della condanna definitiva dell’ex Amministratore Delegato di FS, Mauro Moretti, per la strage di Viareggio, suona un po’ – ma solo leggermente eh! – come una critica a quella magistratura che parrebbe aver osato condannare Moretti per la carica rivestita e non per responsabilità personale. Salini & friends chiudono con un invito: “che il dibattito pubblico e istituzionale riaffermi con chiarezza un principio […]: la responsabilità penale è personale”.

Perché ribadire l’ovvio? Perché pagare profumatamente un inserto a tutta pagina sui quotidiani nazionali per riaffermare ciò che è già contenuto nella Costituzione? Perché le élite stanno mandando un segnale. Chiamatelo avvertimento se vi va. Avanzano la pretesa dell’immunità. Non parlamentare, ma generale. Ci dicono cioè che per loro non può valere la giustizia che vale per noi comuni mortali. Riaffermano il principio orwelliano secondo cui “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

I comandamenti che valgono per le nostre élite non sono quelli che abbiamo studiato al catechismo. Non vale, ad esempio, il “non uccidere”. Il 7 maggio 2011, l’assemblea degli industriali erompe in applausi all’indirizzo dell’ad della Thyssen Krupp, Herald Espenhanh; lo stesso Epenhanh che era stato da poco condannato a 16 anni e mezzo di galera per omicidio volontario plurimo per il rogo che il 6 dicembre 2007 aveva ammazzato sette operai: Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Roberto Scola.

Il 30 giugno 2026, a soli due giorni dalla pubblicazione dell’“appello delle élite per l’immunità”, Federacciai, la federazione delle imprese siderurgiche italiane, elegge il suo nuovo presidente. La scelta ricade – all’unanimità – su Alessandro Banzato. Chi è? Ansa ci informa dettagliatamente sul curriculum dell’amministratore delegato di Acciaierie Venete; curiosamente però dimentica di informare su un piccolo incidente di percorso: il sig. Banzato è stato condannato in primo grado dal tribunale di Padova a due anni e sei mesi per omicidio colposo per la morte di due operai (Marian Bratu e Sergio Todita) il 28 febbraio 2018 proprio nelle sue Acciaierie Venete. Inutile dire che tra le élite nessuno ha sollevato nemmeno un sopracciglio di fronte a quest’elezione all’unanimità.

Fresco di nomina è anche un altro manager che ha qualche conto aperto con la giustizia. Alla guida di Ferrovie dello Stato, infatti, il ministro Salvini ha scelto Gianpiero Strisciuglio. Quando si è diffusa la notizia di questa possibilità, “bell’esempio che dà lo Stato” ha esclamato Lidia Orastella. La signora Orastella è la madre di Giuseppe Aversa, uno dei cinque operai della Sigifer morti nella strage di Brandizzo del 30 agosto 2023 e per la quale è indagato Strisciuglio.

Infine, fresco di condanna e non di nomina, è Giovanni Castellucci, ex ad di Aspi (Autostrade per l’Italia), concessionaria di tratte autostradali: a dodici anni per il crollo del Ponte Morandi di Genova il 14 agosto 2018. Sulla condanna molto si è scritto. Ma ce n’è un’altra, precedente, di cui invece si parla sempre troppo poco. Castellucci era stato già condannato, in appello, per la strage del viadotto di Acqualonga. Il 28 luglio 2013 tra Baiano e Monteforte Irpino (AV) un bus sfonda il guardrail e precipita per 30 metri. Il bilancio è quello di una strage: 40 morti e 8 feriti.

I giudici hanno accertato che il pullman era vecchio e con revisioni farlocche. Ma hanno aggiunto un altro elemento: il guardrail era corroso dalla ruggine. Chi doveva occuparsi della manutenzione del guard rail? La stessa Aspi che avrebbe dovuto provvedere alla sicurezza del Ponte Morandi. Quel ponte che invece, come scrive il Corriere della Sera, “era malato perché non erano state fatte le necessarie manutenzioni e i dovuti controlli. Obiettivo: massimizzare i profitti e quindi i dividendi degli azionisti”. La stessa tesi sostenuta dal procuratore Cantelmo che seguì l’inchiesta per la strage di Acqualonga: “politiche dei profitti a scapito della manutenzione”.

Chi ha incassato profitti e dividendi? La famiglia Benetton, che nella concessione delle autostrade per anni ha trovato la gallina dalle uova d’oro. E che non si vide nemmeno comminare la revoca delle concessioni perché, come ha affermato l’ex Ministro grillino Toninelli, “non ci fu coraggio”.

Con la loro “rivolta”, le élite rivendicano il diritto a perseguire il profitto senza che qualcuno possa metter loro i bastoni tra le ruote. Le élite chiedono un adeguamento definitivo del sistema ai loro desideri. E in fondo non chiedono niente di troppo diverso da quanto enunciò Giorgia Meloni il giorno dell’insediamento del suo governo: “non disturbare chi vuole fare”. Una filosofia propria di un intero blocco di potere, di destra o sinistra che si professino gli interpreti.

Alla rivolta delle élite dovremmo contrapporre una rivolta popolare, diretta contro il blocco di potere dominante e la sua logica di fondo. Una rivolta, però, non si evoca per ottenere un titolo di giornale. Si organizza. Con determinazione e pazienza. Chi ci sta, batta un colpo.

14/07/2026

Il Campo Largo è così unito che, mercoledì scorso, al Parlamento europeo, Movimento 5 Stelle, AVS e PD hanno votato in tre modi diversi sulla relazione riguardante l'Ucraina.

Nello specifico, il Movimento 5 Stelle ha votato contro (bravi!); il PD ha votato, ovviamente, a favore, fatta eccezione per Tarquinio e Strada, che si sono astenuti, così come la componente dei Verdi di AVS.

Lucano era assente per motivi familiari, ma ha dichiarato che avrebbe votato contro, mentre Salis non pervenuta. In pratica, persino all'interno di Alleanza Verdi e Sinistra ci sono posizioni diverse.

Ma se nemmeno sulla guerra, che è la questione fondamentale del nostro tempo, la pensate allo stesso modo, con quale coraggio vi presentate davanti alle cittadine e ai cittadini?

Non è più tempo di ipocrisie e moderatismo.

Giù le armi, su i salari.
Patrimoniale subito!

12/07/2026

Solidarietà alla squadra di Report

"Questa sera Report non va in onda: la Rai ha sospeso cautelativamente le repliche estive, in attesa di chiarimenti sull’attentato che “abbiamo” subito lo scorso ottobre nella persona di Sigfrido Ranucci.

Una decisione che non condividiamo, e che l’Ordine dei giornalisti e l’Usigrai hanno definito priva di reali motivazioni giornalistiche, parlando di “censura senza precedenti”.

Siamo una squadra pesantemente attaccata — prima con un attentato, ora con una sospensione — ma non ci fermiamo: continuiamo a lavorare con la stessa determinazione di sempre.

Ed è proprio questa tenuta, crediamo, a fare di Report un patrimonio da difendere: una garanzia di libertà di informazione che riguarda tutti.

Per questo, come squadra, ci rivolgiamo al nostro pubblico, che in questi anni è sempre stato al nostro fianco, per una mobilitazione che vada a colmare il vuoto lasciato dalla sospensione delle repliche estive.

Per policy aziendale non possiamo usare i nostri canali social ufficiali per promuoverla, ma chiediamo la vostra partecipazione: stasera, alle 21.15 — l’orario in cui saremmo dovuti andare in onda su Rai3 - collegatevi a RaiPlay attraverso questo link:

bit.ly/RivediReport_pontemorandi

e guardate l’inchiesta che sarebbe dovuta andare in onda. Poi fatevi una foto davanti allo schermo (o dello schermo) e pubblicatela sui social, taggandoci e usando l’hashtag .

Report è anche il suo pubblico. La memoria delle nostre inchieste non si sospende per decreto aziendale, e una squadra di giornalisti sotto attacco non è sola quando il pubblico le sta accanto.

Report è un patrimonio di tutti.

La redazione di Report"

L'altra notte a Fiumicino e' accaduto un fatto gravissimo, due persone di origine straniera sono state colpite da colpi ...
12/07/2026

L'altra notte a Fiumicino e' accaduto un fatto gravissimo, due persone di origine straniera sono state colpite da colpi di pi***la a piombini. Stando a quanto riportato dalla stampa locale, alcune persone a bordo di una macchina incappucciate hanno compiuto questo gesto criminale.

Questo e' un fatto che deve fare riflettere tutta la comunità, non possiamo accettare che nel nostro territorio si formino gruppi di odio ed agiscano in questo modo nelle strade di Fiumicino.

Ci sorprende che non ci sia ancora stata una parola di condanna del fatto da parte delle istituzioni.

Ci auguriamo che nonostante non sia ancora stata presentata nessuna denuncia dalle persone colpite, i responsabili di questa azione vengano assicurati alla giustizia.

11/07/2026

Paolo Pepe, 45 anni; Carlo Spinelli, 54 anni; Nicola Colameo, 46 anni; Gianluca De Santis, 43 anni; Fernando Di Nella, 62 anni; Giulio Romano, 56 anni; Bruno Molisani, 48 anni.

Chi sono?

Sono gli operai morti ammazzati sul lavoro alla Esplodenti Sabino di Casalbordino, in provincia di Chieti, dal 1992 a ieri. Sei dei quali solo negli ultimi sei anni, in due stragi, causate da esplosioni, in ognuna delle quali hanno perso la vita tre lavoratori. Fino a ieri, appunto, quando una nuova esplosione ha ucciso Carlo Piscopo, 59 anni.

Più che uno stabilimento, un sacrario della classe lavoratrice, a memoria della sua condizione di insicurezza e a monito della necessità di riequilibrare i rapporti di forza tra lavoratori e soggetti che tengono e muovono le catene di comando del sistema produttivo italiano.

La Esplodenti Sabino, ora rilevata da Arca Defence Italy, ramo d’azienda del colosso turco Arca Defence, si occupava dello smantellamento e recupero di residuati bellici ed esplosivi. Con l’ingresso di Arca Defence, lo stabilimento di Casalbordino sarà convertito alla produzione diretta di munizioni, gettando i circa 60 lavoratori dell’ex Esplodenti Sabino e il territorio sul quale insiste dentro l’economia di guerra. Nel frattempo, nello stabilimento si sta procedendo alla bonifica nel corso della quale, ieri, si è consumata l’ennesima tragedia.

La ex Esplodenti Sabino si trova in un’area produttiva (quella del Vastese) che soffre da anni una crisi occupazionale, con circa 28.000 persone in cerca di un lavoro o con contratti a breve termine su un totale di poco meno di 100.000 abitanti. Questo è il territorio che negli anni scorsi ha visto la chiusura di diversi stabilimenti, tra i quali la Golden Lady, delocalizzata dove sfruttare lavoratori è ancora più conveniente che qui, dove, comunque, il reddito procapite è di poco più di 20.000 euro, spesso insufficiente per vivere dignitosamente.

Insomma, sacche enormi di disoccupazione e salari insufficienti. In una parola: ricattabilità. Una condizione che spesso e volentieri mette i lavoratori di fronte alla ignobile alternativa tra accettare il rischio o perdere il salario. Paolo Pepe, Carlo Spinelli, Nicola Colameo, Gianluca De Santis, Fernando Di Nella, Giulio Romano, Bruno Molisani e Carlo Piscopo lavoravano per un salario; per quel salario hanno perso la vita, pagando il prezzo più alto sull’altare del profitto. Eccolo lo specchio della lotta di classe, inevitabile e di cui recuperare il senso dalla parte dei lavoratori.

Perché non possiamo più accettare che una classe imprenditoriale e un ceto politico a quella accomodante, permettano il permanere di condizioni di vita e di lavoro che sono il presupposto della morte di oltre 1.000 lavoratori ogni anno (senza considerare le morti per malattia) che Engels considerava (in questo caso più che mai calzante) “tanto violenta quanto quella per mano di un proiettile”.

Ecco, allora, che non basta chiedere più controlli: occorre rimuovere le condizioni che permettono a pochi di godere dei profitti fatti sulla vita stessa dei lavoratori.

In questo senso: la produzione della ex Esplodenti Sabino andrebbe fermata immediatamente, garantendo ai lavoratori il salario pieno pagato dall’azienda e la sua produzione andrebbe riconvertita al settore civile, capace, tra l’altro di garantire maggiore occupazione e molti meno rischi per chi lavora e per chi vive sul territorio; andrebbe istituito il reato di omicidio sul lavoro e, accogliendo il suggerimento di Engels, bisognerebbe imporre ai datori di lavoro colpevoli di omissione delle misure di sicurezza, di provvedere per tutta la vita al mantenimento dei dipendenti non più in grado di lavorare a causa di infortuni o malattie professionali e, in caso di morte del lavoratore, al mantenimento della sua famiglia.

Ma, lo sappiamo, nulla sarà regalato; tutto deve essere conquistato attraverso il protagonismo dei lavoratori nelle lotte.

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