06/09/2026
Se imparassimo di nuovo a prenderci cura degli altri
Il femminicidio di Lorena Isceri, uccisa dall’ex compagno dopo essere stata sequestrata e portata fino al viadotto dell’A1 a Barberino del Mugello, ci lascia ancora una volta davanti a una domanda alla quale non possiamo rispondere soltanto con l’indignazione.
Perché dietro una tragedia così terribile c’è certamente la violenza di un uomo, ma c’è anche qualcosa di più profondo che riguarda la nostra società: la difficoltà crescente ad accettare l’altro, la sua libertà, le sue scelte, perfino il suo diritto a dirci di no.
Raccogliamo l’appello del padre di questa donna, lo raccolgano le istituzioni. Possiamo e dobbiamo fare tutto ciò che serve per proteggere le donne che subiscono violenza. In Anpas Toscana lo facciamo anche attraverso il progetto Vanessa, con una rete di sportelli di ascolto e orientamento gestiti da volontarie formate.
Ma credo che non basti intervenire quando la violenza è già esplosa.
Dobbiamo lavorare molto prima. Dobbiamo lavorare sulle persone.
Il volontariato, in questo senso, è una straordinaria palestra di umanità. Perché obbliga a uscire da noi stessi. A occuparsi di qualcuno che non conosciamo, ad ascoltare una persona senza chiederci prima che cosa possiamo ottenere in cambio. A capire che il dolore degli altri ci riguarda.
È esattamente il contrario della cultura dell’io che rischiamo di costruire ogni giorno: quella dell’apparenza, della perfezione artificiale, del consenso ottenuto attraverso i social, della vita raccontata come se tutto dovesse essere bello, desiderabile, vincente. Una rappresentazione nella quale anche le relazioni rischiano di diventare possesso, conferma, controllo.
Il volontariato insegna invece una cosa semplice e rivoluzionaria: non siamo soli e non siamo padroni degli altri.
Per questo penso che investire nel volontariato significhi anche fare prevenzione. Non sostituisce la scuola, la famiglia, le istituzioni, i servizi sociali o i centri antiviolenza. Ma può contribuire a costruire persone più capaci di riconoscere la fragilità, rispettare i confini, accettare una diversità, ascoltare un disagio.
Davanti a un femminicidio non possiamo limitarci a chiederci come fermare il prossimo assassino. Dobbiamo anche chiederci quale società vogliamo costruire per fare in modo che sempre meno persone crescano pensando che l’altro sia qualcosa da possedere, controllare o distruggere.
Forse dobbiamo ripartire da una parola antica: cura.
Curare gli altri significa anche imparare a guardarli davvero. E forse, in una società sempre più concentrata sul proprio riflesso, è proprio questo il primo passo per tornare a riconoscere un essere umano davanti a noi.