Presidente Dimitri Bettini - ANPAS Toscana

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Se imparassimo di nuovo a prenderci cura degli altriIl femminicidio di Lorena Isceri, uccisa dall’ex compagno dopo esser...
06/09/2026

Se imparassimo di nuovo a prenderci cura degli altri

Il femminicidio di Lorena Isceri, uccisa dall’ex compagno dopo essere stata sequestrata e portata fino al viadotto dell’A1 a Barberino del Mugello, ci lascia ancora una volta davanti a una domanda alla quale non possiamo rispondere soltanto con l’indignazione.

Perché dietro una tragedia così terribile c’è certamente la violenza di un uomo, ma c’è anche qualcosa di più profondo che riguarda la nostra società: la difficoltà crescente ad accettare l’altro, la sua libertà, le sue scelte, perfino il suo diritto a dirci di no.

Raccogliamo l’appello del padre di questa donna, lo raccolgano le istituzioni. Possiamo e dobbiamo fare tutto ciò che serve per proteggere le donne che subiscono violenza. In Anpas Toscana lo facciamo anche attraverso il progetto Vanessa, con una rete di sportelli di ascolto e orientamento gestiti da volontarie formate.

Ma credo che non basti intervenire quando la violenza è già esplosa.

Dobbiamo lavorare molto prima. Dobbiamo lavorare sulle persone.

Il volontariato, in questo senso, è una straordinaria palestra di umanità. Perché obbliga a uscire da noi stessi. A occuparsi di qualcuno che non conosciamo, ad ascoltare una persona senza chiederci prima che cosa possiamo ottenere in cambio. A capire che il dolore degli altri ci riguarda.

È esattamente il contrario della cultura dell’io che rischiamo di costruire ogni giorno: quella dell’apparenza, della perfezione artificiale, del consenso ottenuto attraverso i social, della vita raccontata come se tutto dovesse essere bello, desiderabile, vincente. Una rappresentazione nella quale anche le relazioni rischiano di diventare possesso, conferma, controllo.

Il volontariato insegna invece una cosa semplice e rivoluzionaria: non siamo soli e non siamo padroni degli altri.

Per questo penso che investire nel volontariato significhi anche fare prevenzione. Non sostituisce la scuola, la famiglia, le istituzioni, i servizi sociali o i centri antiviolenza. Ma può contribuire a costruire persone più capaci di riconoscere la fragilità, rispettare i confini, accettare una diversità, ascoltare un disagio.

Davanti a un femminicidio non possiamo limitarci a chiederci come fermare il prossimo assassino. Dobbiamo anche chiederci quale società vogliamo costruire per fare in modo che sempre meno persone crescano pensando che l’altro sia qualcosa da possedere, controllare o distruggere.

Forse dobbiamo ripartire da una parola antica: cura.

Curare gli altri significa anche imparare a guardarli davvero. E forse, in una società sempre più concentrata sul proprio riflesso, è proprio questo il primo passo per tornare a riconoscere un essere umano davanti a noi.

Prevenire costa meno. Sempre. Ci sono cose che impariamo solo quando è troppo tardi. E lo stiamo vedendo in questi giorn...
30/08/2026

Prevenire costa meno. Sempre. Ci sono cose che impariamo solo quando è troppo tardi. E lo stiamo vedendo in questi giorni di ritorno al maltempo dopo il caldo soffocante di questo agosto. Un’alluvione, un incendio, una strada che cede, un territorio che non regge più. E ogni volta ci chiediamo come sia stato possibile. Nei giorni in cui ricordiamo le vittime del sisma del centro Italia, abbiamo negli occhi le terribili immagini del Nepal che ci hanno fatto ricordare l’immane tragedia del Vajont.
Non è mai una questione di fortuna o sfortuna. È una questione di prevenzione.
E la prevenzione, diciamolo senza troppi fronzoli, costa. Vale la pena ricordare ai nostri decisori tuttavia, che costa sempre meno dell’emergenza.

Il problema è che la prevenzione non fa rumore. Non ha sirene, non ha elicotteri, non riempie i telegiornali. Quando funziona, semplicemente non succede niente. Ed è forse proprio questo il suo più grande limite: politicamente e mediaticamente è molto più facile raccontare l’emergenza che raccontare un disastro evitato.

Cambiamo prospettiva. Perché continuare a spendere milioni dopo ogni evento per riparare i danni, quando una parte di quella stessa spesa potrebbe servire a evitarli, non è inevitabile. È una scelta. Gino La prevenzione non è una voce di bilancio da tagliare quando i soldi sono pochi. È il modo più intelligente per spendere quei soldi.

Da sempre il volontariato fa della prevenzione una delle sue armi vincenti. Un metodo. Dovremmo essere in grado di trasferirlo, perché funziona.

Sul caro carburanti non ci fermeremo. Ci sono battaglie che partono da un problema molto concreto e che, piano piano, di...
23/08/2026

Sul caro carburanti non ci fermeremo. Ci sono battaglie che partono da un problema molto concreto e che, piano piano, diventano una questione politica.
Come Comitato regionale Anpas Toscana lo stiamo dicendo da tempo: per le associazioni che ogni giorno mettono in strada ambulanze, mezzi per il trasporto sociale e veicoli della protezione civile, il prezzo del carburante non è una voce qualsiasi del bilancio. È un costo che incide direttamente sulla possibilità di continuare a garantire servizi.
E i numeri lo dimostrano. Le Pubbliche Assistenze toscane percorrono ogni anno milioni di chilometri. Ogni aumento del carburante significa quindi migliaia di euro in più che devono essere trovati da associazioni che vivono soprattutto di volontariato, donazioni e convenzioni.
Non stiamo chiedendo un trattamento di favore. Stiamo chiedendo che venga riconosciuto il valore di un sistema che svolge una funzione essenziale per le nostre comunità.
In queste settimane abbiamo portato questa richiesta nelle istituzioni e sui media. E devo dire che la risposta dell’informazione è stata importante.

Grazie ai giornali e alle televisioni, grazie soprattutto alle nostre campagne di sensibilizzazione, la questione è arrivata all’attenzione della politica nazionale e alcuni parlamentari toscani hanno annunciato un’interrogazione al Governo proprio sul problema sollevato da Anpas Toscana.

È un fatto positivo, perché significa che il problema è stato ascoltato. Ma adesso viene la parte più difficile: ottenere risposte. Perché la visibilità non basta e non possiamo pensare che sia sufficiente qualche intervento temporaneo. Il volontariato ha bisogno di condizioni che gli consentano di continuare a fare quello che fa ogni giorno.

Dietro il costo di un pieno c’è un’ambulanza che deve andare a prendere una persona. C’è un trasporto sociale. C’è un volontario che dedica il proprio tempo agli altri. Ci sono servizi che, se il sistema del volontariato dovesse arretrare, qualcuno dovrebbe comunque garantire.

Per questo continueremo a insistere. Lo faremo nelle istituzioni, continueremo a parlare con la politica e coi media. Adesso servono risposte concrete. E noi continueremo a chiederle.

C’è qualcosa che non torna nell’Europa che abbiamo costruito. Abbiamo abbattuto frontiere, inventato Schengen, reso poss...
09/08/2026

C’è qualcosa che non torna nell’Europa che abbiamo costruito. Abbiamo abbattuto frontiere, inventato Schengen, reso possibile per milioni di cittadini attraversare i confini quasi senza accorgersene. Eppure, quando arrivano le persone più fragili, quelle frontiere sembrano tornare improvvisamente visibili.
È una contraddizione che dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia.
Prima la vicenda di Ceuta, con le tensioni sul confine spagnolo e il tema di chi può entrare e chi deve essere respinto. Poi le notizie sulle restrizioni e sui controlli che coinvolgono anche i cittadini italiani diretti in Spagna. E adesso la Germania che, applicando le regole europee e il principio del Paese di primo ingresso, rimanda in Italia alcuni richiedenti asilo.
Il problema non è stabilire, ogni volta, chi abbia torto e chi abbia ragione. Il problema è che, davanti ai flussi migratori, l’Europa continua troppo spesso a comportarsi come una somma di Stati che cercano di scaricare il problema sul vicino.
E così le persone diventano numeri, pratiche, fascicoli, quote, respingimenti.
È quella che potremmo chiamare la disumanizzazione dei flussi.
Riconoscere questo non significa sostenere che le frontiere non debbano esistere, che non debbano esserci controlli o che chi arriva in Europa possa essere accolto senza regole. Al contrario. Una politica seria dell’accoglienza ha bisogno di regole certe, di procedure rapide, di controlli, di percorsi di integrazione e anche della capacità di dire dei no quando le condizioni non consentono di accogliere.
Ma le regole, per essere davvero europee, non possono diventare semplicemente il modo più elegante per lasciare solo il Paese che si trova sulla frontiera.
L’Italia è uno dei principali punti d’ingresso nel Mediterraneo. La Spagna guarda al proprio confine meridionale. La Grecia affronta da anni una pressione particolare. La Germania riceve una parte consistente delle domande di protezione internazionale.
Non è difficile capire che nessuno di questi problemi può essere risolto da solo.
E allora forse dovremmo tornare alla parola più difficile e più dimenticata del nostro vocabolario europeo: solidarietà.
Solidarietà non significa assenza di regole. Significa, semmai, condividere responsabilità e regole.
In questo senso anche l’esperienza della Toscana può offrire qualche elemento di riflessione. Non perché sia un modello perfetto, né perché basti da sola a risolvere una questione che ha dimensioni continentali. Ma perché l’idea di accoglienza diffusa, il coinvolgimento delle comunità locali, dei Comuni, del volontariato e delle realtà sociali mostra che dietro la parola “migrante” c’è sempre una persona.
E questo è precisamente il punto dal quale non dovremmo mai allontanarci.
Lo stesso patrimonio culturale di ANPAS, fatto di volontariato, soccorso, prossimità e attenzione alla persona, ci ricorda qualcosa di molto semplice: prima del problema viene la persona che quel problema lo sta vivendo.
Il volontariato non sostituisce lo Stato e non può sostituire la politica. Può però ricordare alla politica perché esiste.
E forse è proprio questo che manca oggi all’Europa: una politica capace di governare i flussi senza smarrire le persone.
Perché Schengen non può essere soltanto la libertà di attraversare un confine per andare in vacanza o per lavorare. L’Europa deve essere capace di costruire una gestione comune delle proprie frontiere, dei propri sistemi di asilo e dell’accoglienza.
Altrimenti rischiamo una strana Europa: senza frontiere quando circolano merci, turisti e lavoratori; piena di frontiere quando arrivano uomini, donne e bambini che chiedono protezione.
E alla fine il problema non sarà soltanto quanti migranti saremo riusciti a fermare o a distribuire.
Sarà capire quale Europa vogliamo essere.
Un’Europa che si limita a rimandare le persone da un confine all’altro, oppure un’Europa capace di difendere i propri confini senza dimenticare ciò che dovrebbe esserci oltre quei confini: una comunità di Stati, ma anche una comunità di valori.
Le regole servono. L’accoglienza serve. La sicurezza serve.

C’è un filo che unisce Bologna all’Italia di oggi. E ci sono date che appartengono alla coscienza di un Paese. Il 2 agos...
02/08/2026

C’è un filo che unisce Bologna all’Italia di oggi. E ci sono date che appartengono alla coscienza di un Paese. Il 2 agosto è una di queste. Alle 10.25 del 1980 una bomba devastò la stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200. Una ferita ancora aperta, non solo per le famiglie delle vittime, ma per tutti gli italiani. Perché quel giorno venne colpita l’idea stessa di convivenza civile.

Ogni anniversario è un momento di memoria. Ma la memoria serve davvero soltanto se ci aiuta a leggere il presente.

L’Italia di oggi non è quella degli anni di piombo. Sarebbe un errore storico affermarlo. Eppure viviamo un tempo nel quale il confronto pubblico si è fatto più duro, le divisioni sembrano insanabili e troppo spesso il dissenso viene trasformato in odio. I social amplificano ogni scontro, le parole diventano pietre e il sospetto verso chi la pensa diversamente rischia di sostituire il dialogo.

In questo clima c’è bisogno di qualcosa che ricucia il tessuto della comunità. E forse vale la pena guardare proprio a chi, spesso lontano dai riflettori, lo fa ogni giorno.

Dopo la strage di Bologna furono i cittadini comuni, insieme ai volontari, ai soccorritori, al personale sanitario, alle associazioni e alle istituzioni, a dimostrare il volto migliore dell’Italia. Nel caos e nel dolore nessuno chiese a chi appartenesse politicamente chi aveva bisogno di aiuto. Si corse semplicemente a soccorrere, a donare sangue, ad assistere i feriti, a confortare le famiglie.

Fu una straordinaria lezione di umanità.

È la stessa lezione che il volontariato continua a dare ogni giorno. È un principio semplice ma rivoluzionario: la persona viene prima di ogni appartenenza.

Il volontariato educa proprio a questo. A lavorare insieme senza chiedere per chi si vota, quale squadra si tifa o quale fede si professi.

Forse è questa la risposta più concreta anche alle tensioni che attraversano il Paese. Non saranno le polemiche a renderci più forti, ma la capacità di ritrovarci attorno a valori condivisi: rispetto, solidarietà, responsabilità e servizio.

La memoria della strage di Bologna ci ricorda dove può portare l’odio quando smette di essere soltanto una parola. Il volontariato ci insegna invece dove può arrivare una comunità quando sceglie di prendersi cura di se stessa.

(Foto da fb Anpas Emilia Romagna)

Alzi la mano chi, da ragazzo, non ha fatto confusione durante una gita scolastica. Una risata di troppo, una notte inson...
26/07/2026

Alzi la mano chi, da ragazzo, non ha fatto confusione durante una gita scolastica. Una risata di troppo, una notte insonne in albergo, gli scherzo agli amici. Fa parte dell’età, della scoperta del mondo e di quel desiderio di sentirsi, per qualche giorno, liberi dallo sguardo dei genitori.

Ma non tutte le bravate sono uguali.

Quanto accaduto in Thailandia, dove un gruppo di studenti italiani ha irriso e offeso una tradizione profondamente radicata nella cultura del Paese ospitante, il silenzio cortese sui mezzi pubblici, non è soltanto un episodio di maleducazione. È qualcosa di diverso. Perché quando si viaggia si entra in casa d’altri e il primo dovere di un ospite è il rispetto. Non è una questione di religione, di usanze o di sensibilità personali: è educazione civica nella sua forma più autentica.

Viene inevitabile domandarsi dove fossero gli insegnanti. Non tanto per esercitare un controllo poliziesco sui ragazzi, quanto per fare ciò che la scuola dovrebbe fare sempre: spiegare. Spiegare perché certi luoghi, certi riti e certe tradizioni non sono un’attrazione turistica da prendere in giro, ma un patrimonio immateriale che racconta l’identità di un popolo. Preparare una classe a un viaggio significa anche insegnare che esistono culture diverse dalla nostra e che meritano rispetto, anche quando non le comprendiamo fino in fondo.

Ma questa responsabilità educativa non appartiene soltanto alla scuola. È anche della famiglia, delle associazioni, del volontariato. È anche nostro compito.
Perché ragazze e ragazzi che entrano in una ‘pubblica’ devono imparare che indossare una divisa non significa sentirsi superiori agli altri, ma mettersi al loro servizio. Imparano il valore del sacrificio, del rispetto, dell’ascolto, della solidarietà. Scoprono che il mondo gira intorno alle persone che incontrano e ai bisogni che condividono.

Nel volontariato non conta quanto rumore fai, ma quanto bene riesci a fare. Si cresce prestando soccorso, aiutando un anziano, spalando il fango dopo un’alluvione, tendendo una mano a chi è in difficoltà. È lì che si impara il rispetto per gli altri e, di conseguenza, anche per le culture degli altri.

La vicenda ci mette davanti a uno specchio. Ci siamo indignati, giustamente, quando una studentessa di Kyoto usò un pennarello indelebile per scrivere il proprio nome e quello di alcune compagne sul marmo della terrazza panoramica della Cupola del Duomo. Ricordammo allora che il patrimonio culturale non appartiene solo agli italiani, ma all’umanità intera. Oggi non possiamo usare un metro diverso perché i protagonisti sono ragazzi italiani all’estero. Il rispetto non cambia passaporto. E lo testimoniano le scuse formali inviate dalla nostra ambasciata.

C’è poi un elemento nuovo che rende episodi come questo ancora più significativi. Una volta certi episodi rimanevano confinati nel ricordo di chi c’era. Oggi gli stessi protagonisti che filmano, postano cercando approvazione sui social, finiscono colpiti dai loro stessi mezzi: la loro notorietà social è diventata la prova della mancanza di rispetto. È una lezione amara, ma forse necessaria.

Viaggiare apre la mente. A ogni età. Ed è uno dei privilegi più grandi che la scuola possa offrire. Non serve soltanto a vedere luoghi nuovi, ma a imparare che il mondo non è fatto a nostra misura. Se questo insegnamento viene meno, la gita perde il suo significato educativo.

Perché l’educazione non si misura da come ci comportiamo a casa nostra. Si misura da come sappiamo entrare, in punta di piedi, nella casa degli altri.

«Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo»È qualche giorno che mi suona in testa uno dei versi pi...
19/07/2026

«Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo»
È qualche giorno che mi suona in testa uno dei versi più disarmanti di Fabrizio De André. La sua Città Vecchia, una delle canzoni più potenti sul tema sociale. Il motivo? Ricorda semplicemente una verità che troppo spesso dimentichiamo: prima delle categorie, delle sentenze e perfino delle colpe, esistono gli esseri umani.

Il caso di Mario Roggero, il gioielliere che ha ucciso rincorrendoli due dei tre rapinatori che avevano assaltato il suo negozio, è ormai diventata molto più di una vicenda giudiziaria. È il terreno sul quale una certa politica prova a costruire un simbolo. Il gioielliere che reagisce. L’uomo che si difende. Il cittadino che supplisce a uno Stato percepito come incapace di proteggerlo.

È una narrazione a mio avviso molto pericolosa.

Lo Stato di diritto nasce per impedire che siano i singoli a decidere chi vive e chi muore Non perché lo Stato sia infallibile, ma perché l’alternativa è sempre stata la legge del più forte, della paura, della vendetta. La civiltà giuridica europea si è costruita nei secoli proprio sottraendo la giustizia alle mani dei cittadini e affidandola a regole, garanzie, processi. Imperfetti, certamente. Ma infinitamente migliori dell’istinto.

Roggero è stato giudicato da tre gradi di giudizio. Si può ritenere quella sentenza troppo severa. Si può perfino sostenere che la disciplina della legittima difesa debba essere modificata. Fa parte del confronto democratico. Altro è trasformare una condanna definitiva in una bandiera elettorale.

Quando la politica elegge a simbolo chi si è fatto giustizia da sé, il messaggio che rischia di passare è devastante: la forza prevale sul diritto, l’emozione sulla legge, il consenso sulla responsabilità.

Le due persone uccise avevano commesso una rapina. Erano criminali. Non erano innocenti. Ma erano esseri umani. Appunto non certo figli, ma figli, vittime a loro volta di questo mondo. Riconoscere la loro umanità non significa cancellarne le colpe. Significa impedire che la nostra società perda la propria.

Il populismo vive di semplificazioni. Divide il mondo tra buoni e cattivi, tra popolo ed élite, tra chi ha sempre ragione e chi merita solo disprezzo. Lo Stato di diritto, invece, vive di complessità. Chiede prove, tempi, equilibrio. È più lento, meno spettacolare e spesso meno gratificante. Ma è l’unico argine che conosciamo contro l’arbitrio e la tirannia.

L’altro tema è che il controllo del territorio compete a tutti noi, cittadini, singoli o associati, ma anche ai Sindaci che devono favorire la vita sociale nelle città e nei borghi. Le forze di polizia, soprattutto la locale devono essere mobilitate per questo, non tanto per multare chi ha identità ed è ben riconoscibile. Regole certe per tutti, la certezza del diritto è democrazia contro Far West.

Per questo la vera domanda non riguarda Mario Roggero. Riguarda noi. Riguarda la società che vogliamo consegnare ai nostri figli. Una società nella quale la giustizia continua a essere amministrata in nome della legge o una nella quale diventa il riflesso delle nostre paure e delle nostre emozioni.

La partita si gioca tutta su questo confine.

Ci accorgiamo dell’importanza della Protezione civile e dell’antincendio boschivo quando vediamo il fumo salire da un bo...
12/07/2026

Ci accorgiamo dell’importanza della Protezione civile e dell’antincendio boschivo quando vediamo il fumo salire da un bosco. In realtà, il lavoro più importante si fa molto prima.

Per questo considero l’inaugurazione del nuovo serbatoio idrico sulla Calvana da parte di Regione Toscana una scelta intelligente. Significa dare agli elicotteri la possibilità di rifornirsi rapidamente e tornare subito sulle fiamme. Significa guadagnare tempo. E, negli incendi boschivi, il tempo salva boschi, ambiente e comunità.

Come Anpas Toscana sappiamo che non bastano la generosità e la passione dei volontari. Servono formazione, organizzazione e investimenti concreti, perché chi è chiamato a intervenire deve poter contare sugli strumenti migliori. Come il mezzo inaugurato dalla Croce Verde di Viareggio, unico nel suo genere in Toscana, ha la capacità di proiettare i naspi di spegnimento fino a ben 1km dalla fonte d’acqua.

Tra poche settimane il rischio incendi raggiungerà il suo punto più alto. Ai nostri volontari va il mio grazie per la professionalità e la disponibilità con cui saranno, ancora una volta, al servizio della Toscana. Ai cittadini rivolgo un invito semplice: rispettiamo le regole e prestiamo attenzione ai nostri comportamenti. La prevenzione non è solo compito delle istituzioni, è una responsabilità di tutti.

Solo così potremo continuare a proteggere uno dei beni più preziosi che abbiamo: il nostro territorio.

L’estate di chi sceglie di esserciNon è quella delle spiagge affollate, delle partenze intelligenti o delle serate sotto...
05/07/2026

L’estate di chi sceglie di esserci

Non è quella delle spiagge affollate, delle partenze intelligenti o delle serate sotto le stelle. O almeno, non solo. È l’estate dei volontari delle pubbliche assistenze, che mentre molti rallentano continuano a garantire servizi, assistenza e vicinanza alle comunità.
Le alte temperature fanno aumentare gli interventi sanitari, le richieste di trasporto, le emergenze. Le ambulanze continuano a percorrere le strade con la stessa intensità di ogni altro periodo dell’anno. Dietro ogni servizio ci sono volontarie e volontari che hanno scelto di mettere il proprio tempo a disposizione degli altri, spesso rinunciando a qualche giorno di vacanza o organizzando le ferie in funzione dei turni.
L’estate è anche il tempo della massima attenzione verso il territorio. Le squadre dell’antincendio boschivo presidiano boschi e colline, pronte a intervenire quando il caldo e la siccità aumentano il rischio di incendi. Un lavoro fatto di prevenzione, monitoraggio e intervento, spesso in condizioni difficili, che protegge il patrimonio ambientale e la sicurezza delle persone.
Ma il volontariato non si misura soltanto nelle emergenze. Si misura anche nella capacità di costruire relazioni. I campi estivi e i campi scuola promossi dalle nostre associazioni rappresentano molto più di un’occasione di svago. Sono luoghi nei quali i bambini e i ragazzi imparano il valore della solidarietà, della protezione civile, del lavoro di squadra e del rispetto delle regole. È qui che nasce il volontariato di domani, attraverso esperienze che lasciano un segno ben oltre la fine dell’estate.
Accanto ai più piccoli ci sono poi quei giovani che vivono situazioni di fragilità e che proprio nei mesi estivi rischiano di sentirsi più soli. Le attività di inclusione, i centri estivi dedicati, i progetti educativi e il sostegno alle famiglie diventano strumenti preziosi per non interrompere percorsi costruiti durante l’anno. Così come resta fondamentale la vicinanza agli anziani, alle persone con disabilità e a chi vive condizioni di isolamento, perché i bisogni non vanno in vacanza quando chiudono le scuole o rallentano molte attività.
In questa capacità di tenere insieme emergenza e prossimità si riconosce l’identità di Anpas Toscana. Le pubbliche assistenze sono presidio e punto di riferimento sociale.
Una comunità è davvero forte quando qualcuno sceglie di esserci anche quando sarebbe più facile guardare altrove. Il volontariato non conosce stagioni e che continua, giorno dopo giorno, a tenere unite le nostre comunità.

Il Toscana Pride a Grosseto rappresenta un momento importante non solo per la comunità LGBTQIA+, ma per tutte le realtà ...
14/06/2026

Il Toscana Pride a Grosseto rappresenta un momento importante non solo per la comunità LGBTQIA+, ma per tutte le realtà che ogni giorno lavorano per costruire una società più inclusiva, accogliente e rispettosa delle differenze.

Come Anpas Toscana ci siamo. Da sempre guardiamo a questa giornata con attenzione e partecipazione. Lo facciamo per profonda convinzione e per sostenere Ireos che orgogliosamente è tra le nostre associazioni. Ireos è una realtà che da anni opera sul territorio toscano promuovendo ascolto, supporto, prevenzione, cultura dei diritti e contrasto alle discriminazioni. Un’associazione che con le sue specificità, condivide pienamente i valori che sono alla base del movimento delle pubbliche assistenze.

Le nostre associazioni nascono per prendersi cura delle persone. Tutte. Senza distinzioni. È un principio semplice, che guida il lavoro quotidiano di migliaia di volontarie e volontari nei servizi sanitari, sociali, di protezione civile e nelle tante attività rivolte alle comunità.

Per questo inclusione, rispetto e dignità della persona non sono concetti astratti. Sono parte integrante del nostro modo di essere volontariato.

Il Pride ci ricorda che la costruzione di una comunità più giusta passa anche dalla capacità di riconoscere e valorizzare le differenze. Nessuno deve sentirsi escluso, invisibile o discriminato. È un messaggio che riguarda tutti e che trova nel volontariato un alleato naturale.

Anpas Toscana continuerà a sostenere le proprie associazioni nel loro impegno quotidiano per una società aperta, solidale e capace di accogliere. Perché una comunità è davvero forte quando ogni persona può sentirsi parte di essa, senza paura e senza dover rinunciare a essere sé stessa.

Il volontariato è questo: esserci. Per chiunque abbia bisogno. Sempre.

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