Toscana a Sinistra

Toscana a Sinistra Toscana a Sinistra La sinistra del Sì.

Sì al reddito minimo, sì ad un piano speciale per il lavoro in Toscana; sì all'obiettivo "rifiuti zero"; sì all'attuazione dei referendum e alla gestione pubblica dell'acqua e dei servizi pubblici locali; sì ad una sanità pubblica, non residuale e di qualità per tutti; sì al rafforzamento del trasporto pubblico regionale e metropolitano di qualità, a partire dai treni per i pendolari; sì ad un pia

no straordinario per le periferie, oggi abbandonate a se stesse, senza servizi; sì al rafforzamento dell'edilizia pubblica popolare; sì ad un piano di piccole opere per la manutenzione e la cura del territorio, in alternativa alla logica delle grandi opere inutili, dannose, costosissime e che favoriscono corruzione e malaffare; sì all'agricoltura contadina a filiera corta, alla biodiversità, e alla tutela del paesaggio, oggi sotto attacco proprio qui in Toscana; sì al rafforzamento della scuola pubblica e del diritto allo studio; sì alla trasparenza, contro i rapporti occulti fra lobby affaristiche e potere politico.

Ma davvero, come semplici cittadine e cittadini, non possiamo fare nulla? Impotenti davanti a governi balbettanti, spess...
12/04/2026

Ma davvero, come semplici cittadine e cittadini, non possiamo fare nulla? Impotenti davanti a governi balbettanti, spesso complici?

L'UE resta il principale partner commerciale di Israele, con circa 45 miliardi d’interscambio: Israele compra dalla UE il 40% dei beni che importa, noi compriamo il 30% delle merci che Israele produce. Stiamo persino continuando a vendere armi a Netanyahu, grazie alle quali ha potuto compiere un genocidio, trasformando Gaza in un gigantesco “cimitero per bambini”, per citare le parole del segretario generale dell’ONU. A Gaza vige formalmente una tregua ma i raid non si sono mai fermati e Israele continua a bloccare gli aiuti umanitari, cioè continua a usare la fame come arma di guerra.

Insomma, tutto sta andando avanti come se nulla fosse, in barba all’ Accordo bilaterale UE-Israele che prevederebbe come precondizione per il suo mantenimento il “rispetto dei diritti umani” (art.2).

Quando alcuni Paesi UE hanno proposto la sospensione dell’Accordo bilaterale, il governo Meloni - assieme ad altri governi fra cui quelli di Germania e Ungheria - si è opposto. Nel frattempo, lo sappiamo, Israele si è messo a bombardare anche Iran e Libano.

E allora, tornando alla domanda iniziale, sì, qualcosa in realtà possiamo fare. È stata lanciata un’importante Iniziativa dei Cittadini europei, uno strumento di democrazia diretta previsto dal Trattato di Lisbona che permette ai cittadini dell’Unione, raccogliendo un milione di firme in almeno sette Paesi, di chiedere ufficialmente alla Commissione europea di proporre nuove misure o prendere determinati provvedimenti, in questo caso la sospensione dell’accordo bilaterale con Israele. Questo è il link al sito ufficiale dell’UE dove potete aggiungere la vostra firma: https://shorturl.at/GUHlh

Firmiamo, facciamo firmare e - se vi va - condividete questo post per far circolare l’informazione.

24/03/2026

"Non so voi ma io oggi mi sono svegliato così"

Tommaso Fattori

In Italia toccare la Costituzione è un azzardo assai pericoloso: la maggioranza delle cittadine e dei cittadini, anche i...
23/03/2026

In Italia toccare la Costituzione è un azzardo assai pericoloso: la maggioranza delle cittadine e dei cittadini, anche i più giovani (il no stravince con oltre il 61% tra i 18-34enni), si sente più tutelata dalla Carta fondamentale che dalle maggioranze parlamentari e di governo che si sono susseguite nei decenni. Ormai è un dato acquisito.

Questo non è stato di certo un voto di tipo tecnico su questioni giuridiche ma non è stato neppure un voto politico dal quale ricavare la sicura riscossa elettorale di un centro-sinistra ancora senza progetto, diviso sull’invio delle armi e le guerre, le politiche economiche, la privatizzazione dei servizi. È stato essenzialmente un voto antiautoritario e in difesa di alcuni basilari principi liberaldemocratici, a partire dall’indipendenza della magistratura e della separazione dei poteri.

Meloni ha cercato di trasformarlo in una consacrazione plebiscitaria e ha avuto indietro un bel boomerang. Per il momento una cosa è certa: da oggi la riforma del così detto premierato è morta e sepolta.

Non è stata principalmente una vittoria politica, dicevo, e tantomeno è stata una vittoria del “campo largo”, ancora una volta sabotato dal suo interno. Renzi, Calenda e persino la corrente così detta riformista (meglio: controriformista) del PD si sono schierati attivamente per il Sì. Felici di legittimare Meloni, Nordio e Delmastro come nuove madri e padri Costituenti, in un gioco rischiosissimo, proprio per le sue ricadute politiche generali. Semmai è stata la sinistra in senso stretto, compresa la vituperata sinistra così detta “radicale” e quell’ampio pezzo di sinistra che ha accresciuto negli anni le fila dell’astensionismo, ad essere stata decisiva, non il pezzo centrista del così detto “campo largo”.

Oggi possiamo solo festeggiare e, per quanto mi riguarda, rimpiangere un progetto politico che sarebbe decisamente rivoluzionario: un progetto per la piena attuazione della nostra Costituzione, a partire dall’articolo 3 e dall’articolo 11.

La risposta all’attacco indiscriminato alla magistratura da parte di Meloni & Nordio, svolto secondo la più classica tra...
21/03/2026

La risposta all’attacco indiscriminato alla magistratura da parte di Meloni & Nordio, svolto secondo la più classica tradizione berlusconiana, non consiste nella santificazione della magistratura. Né nell’adorazione acritica del sistema della giustizia italiano, che necessiterebbe di serie riforme (oltre che di un finanziamento adeguato). Accanto a tante e tanti magistrati ottimi e dediti al proprio lavoro, ci sono magistrati che il loro lavoro lo fanno meno bene. Insomma, non me la sentirei di glorificare l’intera categoria, anche se tanta strada è stata fatta dal dopoguerra a oggi.

Il sistema della giustizia italiana produce anche ingiustizie, purtroppo, e siccome mi ritengo di sinistra, mi piacerebbe che a sinistra ci si ponesse il tema di una riforma progressiva e organica della giustizia, in piena attuazione del dettato costituzionale, anziché ogni volta doverci limitare a contrastare le pessime controriforme volute da una classe politica che ha a cuore la preservazione del proprio potere e l’impunità per i potenti invece della tutela dei diritti dei “normali” cittadini.

Questa campagna referendaria è stata piena di paradossi. Il primo paradosso è che la compagine governativa meloniana, per convincere la gente a votare, ha intonato una cantilena ipergiustizialista del tutto contraddittoria rispetto all’obiettivo sbandierato della riforma. Ci hanno elencato ogni giorno, con la bava alla bocca, casi di cronaca con (presunti) colpevoli non condannati, mettendo alla gogna i giudici che hanno assolto Tizio, Caio o Sempronio (preferibilmente un Sempronio immigrato). Peccato che la “separazione delle carriere” sia sempre stata sostenuta da coloro che vorrebbero che si condannasse meno, non di più. La netta separazione giudice-PM, è sempre stato sostenuto, è un modo per assolvere più imputati, non per condannarne un numero maggiore. In altre parole, è un modo per aumentare il numero delle decisioni in cui i giudici danno ragione alla difesa e danno torto ai PM. Non a caso la categoria degli avvocati - cioè coloro che difendono gli imputati - è schierata largamente per il sì. Un interessante cortocircuito logico.

La verità, lo sappiamo bene, è che la separazione ormai esiste già di fatto e quindi non è certo questo l’obiettivo reale della riforma costituzionale Meloni Nordio: oggi i passaggi di carriera riguardano ogni anno un miserissimo 0,4% dei magistrati. Lo specchietto per le allodole della separazione delle carriere è solo un pretesto per fare a pezzetti il CSM e indebolire le garanzie di indipendenza della magistratura. E ridurre l’autonomia della magistratura incrina la separazione dei poteri, un fatto assai pericoloso, chiunque sia al governo (ma lo sapete, Nordio ha sostenuto che la riforma converrebbe anche a Elly Schlein, qualora dovesse governare). Una cosa è certa, mettere al guinzaglio la magistratura conviene a chi ha il potere, non conviene ai cittadini.

Il nuovo CSM ridotto a spezzatino, l’assurdità del sorteggio che affida alla dea bendata la selezione dei componenti togati del CSM (un unicum nel panorama internazionale) sono parte di un progetto complessivo per indebolire e in ultima istanza per sottoporre la magistratura al controllo della politica. Il ministro Nordio ha tranquillamente fatto sapere che a suo parere bisognerebbe che la politica definisse i criteri di priorità dell’azione penale, da non lasciare alla discrezionalità della magistratura. È evidente che il loro sogno proibito è il modello statunitense, per intenderci quello dove Jeffrey Epstein potè negoziare un accordo extragiudiziale con il Procuratore federale della Florida nominato dall’amministrazione Bush, accordo che evitò al miliardario l’incriminazione federale per reati gravissimi e gli garantì una pena estremamente ridotta a livello statale.

C’è anche un altro paradosso. È stato rivendicato dal governo che l’obiettivo dello spezzettamento del CSM è il depotenziamento delle “correnti”. Ma nella magistratura dovrebbero preoccupare le reti di potere informali, magari capaci di influenzare o controllare chi viene selezionato tramite il sorteggio, piuttosto che un confronto aperto e trasparente tra diverse sensibilità. Le correnti sono un elemento di democratizzazione della magistratura e rappresentano una forma di pluralismo alla luce del sole.

Domenica voterò NO, con convinzione. E mi tengo ben stretta la nostra Costituzione che fino ad oggi ha tutelato le italiane e gli italiani più di ogni governo e maggioranza parlamentare.

Ignazio Benito La Russa, diciamocelo, è un uomo baciato dalla fortuna. Senza che nessuno ne rammenti particolari qualità...
09/03/2026

Ignazio Benito La Russa, diciamocelo, è un uomo baciato dalla fortuna. Senza che nessuno ne rammenti particolari qualità, il nostro è stato capace di galleggiare per quasi 40 anni nel Parlamento di una Repubblica antifascista pur senza mai nascondere di essere un “nostalgico” del fascismo (“siamo tutti eredi del Duce”, ipse dixit). Ma noi siamo notoriamente un Paese dalle mille opportunità, niente da dire.

La cosa che mi ha sempre colpito è il suo animo fanciullesco - un po’ alla Franti, s’intende - per cui lo si ricorda più per le sue “provocazioni” e il suo temperamento irascibile che per il contenuto dei suoi interventi. Fra gli atteggiamenti un po’ bambineschi del nostro Ignazio Benito c’è quello di far finta di non conoscere l’avversario, di fingere di non sapere chi sia, come a volerne sminuire l’importanza. Che poi non è altro che una delle infinite varianti della spacconata alla Marchese del Grillo “Io so’ io, e voi non siete un c…”. Ricordo bene un episodio: nei giorni successivi al G8 di Genova, Luca Casarini, in quelle settimane una delle figure più in vista, era intervenuto in una trasmissione TV, credo Porta a Porta, e con il suo ragionamento aveva messo in difficoltà La Russa e allora Ignazio, spiazzato, teatralmente si mise a dire con tono sprezzante “ma chi è questo Canarini, Caparini, Calarini...”, storpiandone insistentemente il nome (tra parentesi, fu magistrale l’ironica risposta di Casarini, non appena gli venne ridata la parola: “ma chi è questo La Rutta?”, suscitando una sonora risata in studio).

L’episodio mi è tornato in mente nelle ultime ore, quando ho letto la dichiarazione nella quale Ignazio Benito La Russa minaccia di querela Tomaso Montanari, uno degli intellettuali pubblici più noti in Italia, plurieditorialista, spesso ospite di varie trasmissioni TV di approfondimento in prima serata. Anche i gatti sanno chi sia Tomaso eppure, mosso dal suo mai sopito istinto puerile, Ignazio La Russa non teme il ridicolo: “non ho mai considerato degno della minima considerazione ciò che diceva o scriveva tal Tomaso Montanari che, mi dicono, insegni a sfortunati studenti di non so quale Università”. Proprio così, “tal” Montanari che “mi dicono insegni”. Ecco, in questo incipit c’è tutto La Russa: c’è quel fanciullino a cui era stata messa la camicia nera e che in fondo non è davvero mai cresciuto, che chiama i suoi figli con il nome degli indiani, che in casa si balocca con i cimeli e il busto del Duce e che il Parlamento ha cullato per 40 anni.

Anch’io, come Tomaso Montanari - a cui va tutta la mia solidarietà, come avrete inteso - continuo a preferire come padri e madri costituenti Lelio Basso, Teresa Mattei, Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti, Nilde Iotti a Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Ignazio La Russa e per questo, con buona pace, voterò NO, senza farmi intimidire.

Ignazio Benito La Russa, diciamocelo, è un uomo baciato dalla fortuna. Senza che nessuno ne rammenti particolari qualità, il nostro è stato capace di galleggiare per quasi 40 anni nel Parlamento di una Repubblica antifascista pur senza mai nascondere di essere un “nostalgico” del fascismo (“siamo tutti eredi del Duce”, ipse dixit). Ma noi siamo notoriamente un Paese dalle mille opportunità, niente da dire.

La cosa che mi ha sempre colpito è il suo animo fanciullesco - un po’ alla Franti, s’intende - per cui lo si ricorda più per le sue “provocazioni” e il suo temperamento irascibile che per il contenuto dei suoi interventi. Fra gli atteggiamenti un po’ bambineschi del nostro Ignazio Benito c’è quello di far finta di non conoscere l’avversario, di fingere di non sapere chi sia, come a volerne sminuire l’importanza. Che poi non è altro che una delle infinite varianti della spacconata alla Marchese del Grillo “Io so’ io, e voi non siete un c…”. Ricordo bene un episodio: nei giorni successivi al G8 di Genova, Luca Casarini, in quelle settimane una delle figure più in vista, era intervenuto in una trasmissione TV, credo Porta a Porta, e con il suo ragionamento aveva messo in difficoltà La Russa e allora Ignazio, spiazzato, teatralmente si mise a dire con tono sprezzante “ma chi è questo Canarini, Caparini, Calarini...”, storpiandone insistentemente il nome (tra parentesi, fu magistrale l’ironica risposta di Casarini, non appena gli venne ridata la parola: “ma chi è questo La Rutta?”, suscitando una sonora risata in studio).

L’episodio mi è tornato in mente nelle ultime ore, quando ho letto la dichiarazione nella quale Ignazio Benito La Russa minaccia di querela Tomaso Montanari, uno degli intellettuali pubblici più noti in Italia, plurieditorialista, spesso ospite di varie trasmissioni TV di approfondimento in prima serata. Anche i gatti sanno chi sia Tomaso eppure, mosso dal suo mai sopito istinto puerile, Ignazio La Russa non teme il ridicolo: “non ho mai considerato degno della minima considerazione ciò che diceva o scriveva tal Tomaso Montanari che, mi dicono, insegni a sfortunati studenti di non so quale Università”. Proprio così, “tal” Montanari che “mi dicono insegni”. Ecco, in questo incipit c’è tutto La Russa: c’è quel fanciullino a cui era stata messa la camicia nera e che in fondo non è davvero mai cresciuto, che chiama i suoi figli con il nome degli indiani, che in casa si balocca con i cimeli e il busto del Duce e che il Parlamento ha cullato per 40 anni.

Anch’io, come Tomaso Montanari - a cui va tutta la mia solidarietà, come avrete inteso - continuo a preferire come padri e madri costituenti Lelio Basso, Teresa Mattei, Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti e Nilde Iotti a Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Ignazio La Russa e per questo, con buona pace, voterò NO, senza farmi intimidire.

Mentre Trump si ingegna di far scoppiare la terza guerra mondiale e chiudere definitivamente la breve storia dell’umanit...
07/03/2026

Mentre Trump si ingegna di far scoppiare la terza guerra mondiale e chiudere definitivamente la breve storia dell’umanità, ecco che i trumpiani di casa nostra, assieme a CasaPound, al Veneto Fronte Skinheads e altre sigle neofasciste che sarebbero folkloristiche se non avessero nel governo Meloni un governo amico, propongono una legge per la “remigrazione” di chi non abbia il nostro “sangue”, cioè abbia la pelle scura.

Questa è gente che sostiene che “è in atto un piano per sostituire i bianchi con individui di altre razze”, che quando guarda un film sulle piantagioni di cotone parteggia per i bianchi del Ku Klux Klan che sparano sugli schiavi neri, che vaneggia di rimandarli a “casa loro” mentre “casa loro” la bombardano, la colonizzano, la depredano, la saccheggiano di ogni risorsa, la sfruttano fino all’ultimo acro in superficie e fino all’ultima risorsa mineraria sottoterra.

Questi simpatizzanti del Ku Klux Klan avrebbero voluto essere oggi 7 marzo in piazza qui a Prato. Una data che è stata scelta non a caso, perché il 7 marzo del 1944 a Prato avvenne una delle più grandi deportazioni di operai italiani nei campi di concentramento nazisti. Fu una rappresaglia nazifascista contro uno sciopero in cui gli operai chiedevano cibo, la fine della guerra, la libertà politica.

Allora come oggi siamo dalla parte giusta della storia.

Antonio Gramsci e Aleksandr Bogdanov sono due “classici” la cui attualità è indiscutibile. Bogdanov è stato il geniale e...
30/01/2026

Antonio Gramsci e Aleksandr Bogdanov sono due “classici” la cui attualità è indiscutibile. Bogdanov è stato il geniale e poliedrico precursore della teoria generale dei sistemi (ben prima del lavoro di Bertalanffy e Wiener), il primo a tentare una formulazione sistematica dei principi di organizzazione nei sistemi viventi e non viventi. Gramsci è studiato in tutto il mondo come teorico della politica nelle società complesse per la sua analisi del potere, dell’egemonia culturale, del ruolo degli intellettuali. Due rivoluzionari che hanno dedicato la loro intera esistenza all’organizzazione e all’emancipazione degli oppressi.

Di Bogdanov e Gramsci, delle loro affinità, del loro marxismo non dottrinario ma anche della loro attualità in questa nostra epoca d’“interregno”, discuteremo sabato al Libraccio, in via de' Cerretani 16r, con Noemi Ghetti, Andreas Iacarella, Örsan Şenalp, autori di “Bogdanov, Gramsci e l'altra rivoluzione”.

sabato 31 gennaio ore 17
presentazione di “Bogdanov, Gramsci e l'altra rivoluzione”
di Noemi Ghetti, Andreas Iacarella, Örsan Şenalp
Donzelli editore
dialogano con gli autori Tommaso Fattori e Giulia Rispoli

Link all’evento: https://shorturl.at/9N0BL

Dice Liliana Segre che "non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria". E ha ragione, infatti dovrebbe avvenire  ...
27/01/2026

Dice Liliana Segre che "non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria". E ha ragione, infatti dovrebbe avvenire esattamente il contrario: dovremmo esercitare la memoria proprio per impedire Gaza e ogni altro genocidio.

A questo dovrebbe servire il Giorno della Memoria, nato dalla consapevolezza che i genocidi, nella storia, sono esistiti ben prima della Shoah e che altri genocidi avrebbero potuto seguire.

Mentre a Parigi e Berlino, dopo il disastro delle privatizzazioni, hanno ripubblicizzato il servizio idrico, in Italia i...
15/11/2025

Mentre a Parigi e Berlino, dopo il disastro delle privatizzazioni, hanno ripubblicizzato il servizio idrico, in Italia il tempo si è fermato: siamo rimasti agli anni ’80 del secolo scorso, in piena sbornia neoliberista. Mancano solo le foto di Ronald Reagan e Margaret Thatcher attaccate alle pareti.

Anzi, ormai non basta più neppure la privatizzazione: la nuova frontiera è la finanziarizzazione dei servizi, le Multiutility quotate in borsa. Non contenti di aver fatto entrare i grandi fondi di investimento — da BlackRock a Vanguard — in tutti i settori strategici del Paese, dalle infrastrutture alle banche, adesso anche in Toscana c’è chi vorrebbe quotare in borsa la gestione dell’acqua e degli altri servizi (ex) pubblici locali, seguendo l’esempio di altre regioni italiane.

Viene persino raccontata favola per cui la Multiutility sarebbe necessaria per impedire che «vengano da fuori» a mettere le mani sull’acqua e sui servizi della Toscana. L’allusione, naturalmente, è alle altre Multiutility «italiane»: Hera, A2A, Acea, Iren. Ma è vero esattamente il contrario: con la Multiutility toscana c’è l’assoluta certezza che arriveranno qui gli stessi fondi internazionali che sono oggi azionisti in Hera, A2A, Acea, Iren. C’è una sola strada per impedirlo: garantire una gestione completamente pubblica dell’acqua e degli altri servizi locali, nel pieno rispetto del referendum del 2011.

[ Di questo — e del referendum appena celebratosi a Empoli contro la Multiutility — scrivo distesamente qui: https://jacobinitalia.it/multiutility-no-grazie/
Ne parlo anche in questa intervista a Controradio-Popolare Network: https://shorturl.at/EpCVL ]

Domenica tutti gli occhi su Empoli.Come il villaggio gallico di Asterix e Obelix, la cittadinanza empolese sfida il prog...
08/11/2025

Domenica tutti gli occhi su Empoli.

Come il villaggio gallico di Asterix e Obelix, la cittadinanza empolese sfida il progetto di Multiutility regionale per la gestione dell’acqua, dei rifiuti e dell’energia, e lo fa attraverso un inedito referendum cittadino. Il progetto di Multiutility, fortemente voluto dai grandi fondi di investimento internazionali, è il frutto di un accordo fra il (vecchio?) PD e Fratelli d’Italia. Non è stato difficile convincere i Nardella, i Biffoni, le Barnini, le Funaro o i Tomasi (sì proprio lui, il candidato presidente del centrodestra alle ultime regionali!) che non sarebbe più bastata la semplice privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici. Adesso i servizi essenziali è necessario finanziarizzarli, quotandoli in borsa.

E giù un grande entusiasmo, a briglia sciolta: “con la multiutility potremo raddoppiare i dividendi” (a vantaggio degli azionisti pubblici e privati), giubila Nardella. A ruota seguono gli altri: “finalmente potremo fare gli investimenti necessari!”, oppure “adesso sì che le banche concederanno prestiti e mutui alla Multiutility” e via di questo passo. Ora, chiunque abbia un po’ di dimestichezza con questa materia sa benissimo almeno due cose. La prima è che gli investimenti, per legge, sono tutti pagati dalle tariffe dei cittadini da oltre 20 anni (si chiama meccanismo del “full cost recovery”) indipendentemente da chi sia il gestore. E però, in una multiutility, le tariffe sborsate dai cittadini pagano, oltre agli investimenti e al costo del servizio stesso, anche i profitti degli azionisti pubblici e privati (i “dividendi raddoppiati” di cui gioisce Nardella). La seconda cosa è che mai una banca ha negato o negherà un prestito ad un gestore di servizi pubblici e per il semplice fatto che nessuno darà maggiori garanzie di solvibilità di chi gestisce servizi essenziali in regime di monopolio (si tratta di così detti “monopoli naturali”, servizi di cui la cittadinanza non potrà mai fare a meno e che hanno un solo soggetto gestore, senza concorrenza né rischio d’impresa).

In un certo senso, l’unica verità resta quella candidamente rivelata da Nardella: “raddoppieremo i dividendi”.

Ma allora, andando al nocciolo, il referendum empolese (vergognosamente oscurato dai mezzi di informazione, ma questa è un’altra storia) riprende il cuore del referendum del 2011: la gestione dell’acqua e degli altri servizi pubblici locali deve generare profitti e arricchire gli azionisti oppure garantire un servizio essenziale ai cittadini, in modo efficace e al minor costo possibile? Stiamo parlando di merci o di beni comuni?

Nessuna persona ragionevole potrebbe sostenere che il fine della gestione di un ospedale pubblico o di una scuola sia generare profitti per gli azionisti. Ma allora perché mai dovrebbe essere ragionevole ritenere che la gestione dell’acqua - un bene di tutti - debba arricchire pochi? Debba produrre profitti?

Le multiutility sono il coronamento del processo iniziato con le Spa miste pubblico-private per la gestione dei servizi, cui mancava solo la finanziarizzazione. Sono megamacchine congegnate per massimizzare il valore per gli azionisti, per produrre profitti, per distribuire dividendi, non per gestire efficacemente i servizi. Chiunque abbia studiato i bilanci delle multiutility esistenti sa quanti miliardi si sono intascati gli azionisti in pochi anni e sa qual è la logica della borsa: l’imperativo di tenere alto il valore del titolo e di distribuire gli utili, in un orizzonte di brevissimo termine. Se per garantire il flusso di dividendi agli azionisti occorre indebitarsi, ci si indebita; se bisogna alzare le tariffe fino al livello massimo consentito dalle norme, si alzano; se bisogna licenziare, precarizzare, esternalizzare, allora si licenzia, si precarizza, si esternalizza.

Fra le favole più fantasiose che si raccontano c’è quella per cui la multiutility regionale sarebbe necessaria per impedire che “vengano da fuori” a mettere le mani sull’acqua e sui servizi della Toscana (alludendo alle altre Multiutility “italiane”: Hera, A2A, Acea, Iren). Ma è vero esattamente il contrario: con la Multiutility toscana c’è l’assoluta certezza che arriveranno qui esattamente gli stessi fondi internazionali che sono oggi azionisti in Hera, A2A, Acea, Iren e cioè BlackRock e Vanguard, o multinazionali come Suez. C’è una sola strada per impedirlo: garantire una gestione completamente pubblica dell’acqua e degli altri servizi pubblici locali, nel pieno rispetto del referendum del 2011.

E per chi ha la fortuna di essere di Empoli, c’è un modo molto concreto e immediato per farlo: votare sì al referendum!

31/10/2025
Bizzarre queste elezioni regionali, caratterizzate da almeno 3 elementi macroscopici e da alcuni paradossi, che provo ad...
14/10/2025

Bizzarre queste elezioni regionali, caratterizzate da almeno 3 elementi macroscopici e da alcuni paradossi, che provo ad analizzare il più oggettivamente possibile:

1) la più scarsa affluenza mai avuta fino ad oggi: 47,7% (contro il 62,6% del 2020).

2) l’ assoluta mancanza della “paura della vittoria della destra” e del martellamento a favore del “voto utile”;

3) il minor numero di candidature alla presidenza mai viste in Toscana — solo 3 — con conseguente concentrazione del voto attorno a 3 poli, pur di diversa dimensione (contro i 7 candidati alla presidenza del 2020 e i 7 del 2015).

Giani ha vinto con un margine ancora maggiore rispetto al 2020. È riuscito a tenere insieme quasi tutti, da ItaliaViva (i cui esponenti erano presenti nella lista Giani Presidente) fino ad AVS e M5S. Ha avuto, come sempre, anche il voto di un pezzo consistente della destra, soprattutto una destra degli affari e del potere che si sente molto più garantita da lui (e dal sistema del PD toscano). D’altro canto la classe politica di destra, in Toscana, non ha mai provato a vincere per davvero, esattamente perché gli equilibri esistenti sono più sicuri di un salto nell’ignoto (nelle braccia dei Donzelli o dei Vannacci, che poi magari non manterranno la promessa di mettere tizio o caio nel CdA della Spa). Resta eccezionalmente illuminante la battuta pronunciata dietro le quinte da un noto esponete della destra toscana ad un esponente del PD: “voi fate di tutto per perdere, ma noi non ve lo permetteremo”.

Il primo paradosso è che con Giani vince il sistema di potere che domina in Toscana da lungo tempo e allo stesso tempo vince Elly Schlein, che ne dovrebbe rappresentare il superamento. Schlein che ha incoronato Giani in Regione e Funaro a Firenze, cioè appunto l’ala renziana (o se preferite la “destra” del PD) provando a tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Una specie di continuità nella discontinuità (o discontinuità nella continuità). E vedremo, in concreto, cosa accadrà rispetto ai tanti nodi aperti: multiutility e privatizzazioni, gamba privata della sanità e dimensionamento ASL, transizione ecologica, superamento dell’incenerimento verso rifiuti zero etc.

Il secondo paradosso è che un candidato presidente amministrativamente assai più preparato (e apparentemente meno becero) di Susanna Ceccardi è andato elettoralmente molto peggio della Ceccardi, non tanto in termini percentuali (più o meno è sempre attorno al 40%) ma in termini di voti assoluti: circa 560mila voti rispetto ai 719mila voti della Ceccardi (a queste tornata, infatti, considerata la scarsa affluenza, con meno voti assoluti si ottengono percentuali relative più alte, come ovvio). Ma l’elettorato, e non solo quello di destra, premia spesso elementi diversi dalla preparazione e dalle capacità del candidato presidente a vantaggio di altri elementi, spesso simbolici.

Terzo paradosso, Toscana Rossa, pur essendo a questo giro l’unica lista presente sulla scheda come alternativa ai due blocchi e pur in mancanza di competitori “a sinistra” (un’area ultimamente affollata da liste di sinistra radicale, dal M5S, da civiche etc, tutte con propri candidati/e presidente) non ce l’ha fatta lo stesso ad arrivare al 5%. E questo in una condizione del tutto inaspettata: il PD, nel corso della campagna elettorale, non ha sfoderato la consueta arma del “voto utile” e non ha alimentato la “paura della destra” per riportare voti all’ovile. In questa tornata elettorale, insomma, il voto è stato di nuovo “libero” da ricatti, e anzi, si sono persino levate voci di simpatia da figure del centrosinistra per Toscana Rossa e per la sua candidata presidente Bundu (cito quella di Adriano Sofri, solitamente durissimo verso i progetti a sinistra del PD, o addirittura quella dell’ex presidente Enrico Rossi: “Antonella è mia amica, è una persona straordinaria ed è candidata nella lista di Toscana Rossa”, solidarizzando contro gli schifosi attacchi razzisti alla candidata). Insomma, nel complesso un clima insolitamente disteso, rispetto al passato, quasi amichevole.

Ed eccoci all’ultimo paradosso, che mi consente di tornare al punto n.1, ossia il dato più rilevante della tornata elettorale: la maggioranza dei toscani ha deciso di non andare alle urne. Normalmente l’astensionismo viene considerato una forma semiqualunquistica di disaffezione al voto. In questa tornata elettorale, però, mi pare che vi sia stata una componente non piccola di astensionismo “consapevole”. Una scelta tutta politica che ha coinvolto un pezzo di elettorato di sinistra e un pezzo di elettorato del M5S che non se l’è sentita di votare per Giani e per le liste che lo sostenevano (ma neppure per Toscana Rossa).

Infine una constatazione, non un paradosso: la legge elettorale toscana è indecente, prevede persino sbarramenti differenziati per le liste che corrono sole e per quelle che corrono in coalizione. Da capogruppo della sinistra in consiglio regionale a suo tempo mi sono battuto a favore di un sistema proporzionale senza sbarramento, dove tutti i voti hanno eguale peso. In Toscana oggi non è così, non tutti i voti valgono allo stesso modo.

Bizzarre queste elezioni regionali, caratterizzate da almeno 3 elementi macroscopici e da alcuni paradossi, che provo ad analizzare il più oggettivamente possibile:

1) la più scarsa affluenza mai avuta fino ad oggi: 47,7% (contro il 62,6% del 2020).

2) l’ assoluta mancanza della “paura della vittoria della destra” e del martellamento a favore del “voto utile”;

3) il minor numero di candidature alla presidenza mai viste in Toscana — solo 3 — con conseguente concentrazione del voto attorno a 3 poli, pur di diversa dimensione (contro i 7 candidati alla presidenza del 2020 e i 7 del 2015).

Giani ha vinto con un margine ancora maggiore rispetto al 2020. È riuscito a tenere insieme quasi tutti, da ItaliaViva (i cui esponenti erano presenti nella lista Giani Presidente) fino ad AVS e M5S. Ha avuto, come sempre, anche il voto di un pezzo consistente della destra, soprattutto una destra degli affari e del potere che si sente molto più garantita da lui (e dal sistema del PD toscano). D’altro canto la classe politica di destra, in Toscana, non ha mai provato a vincere per davvero, esattamente perché gli equilibri esistenti sono più sicuri di un salto nell’ignoto (nelle braccia dei Donzelli o dei Vannacci, che poi magari non manterranno la promessa di mettere tizio o caio nel CdA della Spa). Resta eccezionalmente illuminante la battuta pronunciata dietro le quinte da un noto esponete della destra toscana ad un esponente del PD: “voi fate di tutto per perdere, ma noi non ve lo permetteremo”.

Il primo paradosso è che con Giani vince il sistema di potere che domina in Toscana da lungo tempo e allo stesso tempo vince Elly Schlein, che ne dovrebbe rappresentare il superamento. Schlein che ha incoronato Giani in Regione e Funaro a Firenze, cioè appunto l’ala renziana (o se preferite la “destra” del PD) provando a tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Una specie di continuità nella discontinuità (o discontinuità nella continuità). E vedremo, in concreto, cosa accadrà rispetto ai tanti nodi aperti: multiutility e privatizzazioni, gamba privata della sanità e dimensionamento ASL, transizione ecologica, superamento dell’incenerimento verso rifiuti zero etc.

Il secondo paradosso è che un candidato presidente amministrativamente assai più preparato (e apparentemente meno becero) di Susanna Ceccardi è andato elettoralmente molto peggio della Ceccardi, non tanto in termini percentuali (più o meno è sempre attorno al 40%) ma in termini di voti assoluti: circa 560mila voti rispetto ai 719mila voti della Ceccardi (a queste tornata, infatti, considerata la scarsa affluenza, con meno voti assoluti si ottengono percentuali relative più alte, come ovvio). Ma l’elettorato, e non solo quello di destra, premia spesso elementi diversi dalla preparazione e dalle capacità del candidato presidente a vantaggio di altri elementi, spesso simbolici.

Terzo paradosso, Toscana Rossa, pur essendo a questo giro l’unica lista presente sulla scheda come alternativa ai due blocchi e pur in mancanza di competitori “a sinistra” (un’area ultimamente affollata da liste di sinistra radicale, dal M5S, da civiche etc, tutte con propri candidati/e presidente) non ce l’ha fatta lo stesso ad arrivare al 5%. E questo in una condizione del tutto inaspettata: il PD, nel corso della campagna elettorale, non ha sfoderato la consueta arma del “voto utile” e non ha alimentato la “paura della destra” per riportare voti all’ovile (ricordate le regionali del 2020, dove il voto a “Toscana a Sinistra” venne marchiato con la lettera scarlatta? colpevole di far vincere la destra e la Ceccardi?). In questa tornata elettorale, insomma, il voto è stato di nuovo “libero” da ricatti, e anzi, si sono persino levate voci di simpatia da figure del centrosinistra per Toscana Rossa e per la sua candidata presidente Bundu (cito quella di Adriano Sofri, solitamente durissimo verso i progetti a sinistra del PD, o addirittura quella dell’ex presidente Enrico Rossi: “Antonella è mia amica, è una persona straordinaria ed è candidata nella lista di Toscana Rossa”, solidarizzando contro gli schifosi attacchi razzisti alla candidata). Insomma, nel complesso un clima insolitamente disteso, rispetto al passato, quasi amichevole.

Ed eccoci all’ultimo paradosso, che mi consente di tornare al punto n.1, ossia il dato più rilevante della tornata elettorale: la maggioranza dei toscani ha deciso di non andare alle urne. Normalmente l’astensionismo viene considerato una forma semiqualunquistica di disaffezione al voto. In questa tornata elettorale, però, mi pare che vi sia stata una componente non piccola di astensionismo “consapevole”. Una scelta tutta politica che ha coinvolto un pezzo di elettorato di sinistra e un pezzo di elettorato del M5S che non se l’è sentita di votare per Giani e per le liste che lo sostenevano (ma neppure per Toscana Rossa).

Infine una constatazione, non un paradosso: la legge elettorale toscana è indecente, prevede persino sbarramenti differenziati per le liste che corrono sole e per quelle che corrono in coalizione. Da capogruppo della sinistra in consiglio regionale a suo tempo mi sono battuto a favore di un sistema proporzionale senza sbarramento, dove tutti i voti hanno eguale peso. In Toscana oggi non è così, non tutti i voti valgono allo stesso modo.

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