14/10/2025
Bizzarre queste elezioni regionali, caratterizzate da almeno 3 elementi macroscopici e da alcuni paradossi, che provo ad analizzare il più oggettivamente possibile:
1) la più scarsa affluenza mai avuta fino ad oggi: 47,7% (contro il 62,6% del 2020).
2) l’ assoluta mancanza della “paura della vittoria della destra” e del martellamento a favore del “voto utile”;
3) il minor numero di candidature alla presidenza mai viste in Toscana — solo 3 — con conseguente concentrazione del voto attorno a 3 poli, pur di diversa dimensione (contro i 7 candidati alla presidenza del 2020 e i 7 del 2015).
Giani ha vinto con un margine ancora maggiore rispetto al 2020. È riuscito a tenere insieme quasi tutti, da ItaliaViva (i cui esponenti erano presenti nella lista Giani Presidente) fino ad AVS e M5S. Ha avuto, come sempre, anche il voto di un pezzo consistente della destra, soprattutto una destra degli affari e del potere che si sente molto più garantita da lui (e dal sistema del PD toscano). D’altro canto la classe politica di destra, in Toscana, non ha mai provato a vincere per davvero, esattamente perché gli equilibri esistenti sono più sicuri di un salto nell’ignoto (nelle braccia dei Donzelli o dei Vannacci, che poi magari non manterranno la promessa di mettere tizio o caio nel CdA della Spa). Resta eccezionalmente illuminante la battuta pronunciata dietro le quinte da un noto esponete della destra toscana ad un esponente del PD: “voi fate di tutto per perdere, ma noi non ve lo permetteremo”.
Il primo paradosso è che con Giani vince il sistema di potere che domina in Toscana da lungo tempo e allo stesso tempo vince Elly Schlein, che ne dovrebbe rappresentare il superamento. Schlein che ha incoronato Giani in Regione e Funaro a Firenze, cioè appunto l’ala renziana (o se preferite la “destra” del PD) provando a tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Una specie di continuità nella discontinuità (o discontinuità nella continuità). E vedremo, in concreto, cosa accadrà rispetto ai tanti nodi aperti: multiutility e privatizzazioni, gamba privata della sanità e dimensionamento ASL, transizione ecologica, superamento dell’incenerimento verso rifiuti zero etc.
Il secondo paradosso è che un candidato presidente amministrativamente assai più preparato (e apparentemente meno becero) di Susanna Ceccardi è andato elettoralmente molto peggio della Ceccardi, non tanto in termini percentuali (più o meno è sempre attorno al 40%) ma in termini di voti assoluti: circa 560mila voti rispetto ai 719mila voti della Ceccardi (a queste tornata, infatti, considerata la scarsa affluenza, con meno voti assoluti si ottengono percentuali relative più alte, come ovvio). Ma l’elettorato, e non solo quello di destra, premia spesso elementi diversi dalla preparazione e dalle capacità del candidato presidente a vantaggio di altri elementi, spesso simbolici.
Terzo paradosso, Toscana Rossa, pur essendo a questo giro l’unica lista presente sulla scheda come alternativa ai due blocchi e pur in mancanza di competitori “a sinistra” (un’area ultimamente affollata da liste di sinistra radicale, dal M5S, da civiche etc, tutte con propri candidati/e presidente) non ce l’ha fatta lo stesso ad arrivare al 5%. E questo in una condizione del tutto inaspettata: il PD, nel corso della campagna elettorale, non ha sfoderato la consueta arma del “voto utile” e non ha alimentato la “paura della destra” per riportare voti all’ovile. In questa tornata elettorale, insomma, il voto è stato di nuovo “libero” da ricatti, e anzi, si sono persino levate voci di simpatia da figure del centrosinistra per Toscana Rossa e per la sua candidata presidente Bundu (cito quella di Adriano Sofri, solitamente durissimo verso i progetti a sinistra del PD, o addirittura quella dell’ex presidente Enrico Rossi: “Antonella è mia amica, è una persona straordinaria ed è candidata nella lista di Toscana Rossa”, solidarizzando contro gli schifosi attacchi razzisti alla candidata). Insomma, nel complesso un clima insolitamente disteso, rispetto al passato, quasi amichevole.
Ed eccoci all’ultimo paradosso, che mi consente di tornare al punto n.1, ossia il dato più rilevante della tornata elettorale: la maggioranza dei toscani ha deciso di non andare alle urne. Normalmente l’astensionismo viene considerato una forma semiqualunquistica di disaffezione al voto. In questa tornata elettorale, però, mi pare che vi sia stata una componente non piccola di astensionismo “consapevole”. Una scelta tutta politica che ha coinvolto un pezzo di elettorato di sinistra e un pezzo di elettorato del M5S che non se l’è sentita di votare per Giani e per le liste che lo sostenevano (ma neppure per Toscana Rossa).
Infine una constatazione, non un paradosso: la legge elettorale toscana è indecente, prevede persino sbarramenti differenziati per le liste che corrono sole e per quelle che corrono in coalizione. Da capogruppo della sinistra in consiglio regionale a suo tempo mi sono battuto a favore di un sistema proporzionale senza sbarramento, dove tutti i voti hanno eguale peso. In Toscana oggi non è così, non tutti i voti valgono allo stesso modo.
Bizzarre queste elezioni regionali, caratterizzate da almeno 3 elementi macroscopici e da alcuni paradossi, che provo ad analizzare il più oggettivamente possibile:
1) la più scarsa affluenza mai avuta fino ad oggi: 47,7% (contro il 62,6% del 2020).
2) l’ assoluta mancanza della “paura della vittoria della destra” e del martellamento a favore del “voto utile”;
3) il minor numero di candidature alla presidenza mai viste in Toscana — solo 3 — con conseguente concentrazione del voto attorno a 3 poli, pur di diversa dimensione (contro i 7 candidati alla presidenza del 2020 e i 7 del 2015).
Giani ha vinto con un margine ancora maggiore rispetto al 2020. È riuscito a tenere insieme quasi tutti, da ItaliaViva (i cui esponenti erano presenti nella lista Giani Presidente) fino ad AVS e M5S. Ha avuto, come sempre, anche il voto di un pezzo consistente della destra, soprattutto una destra degli affari e del potere che si sente molto più garantita da lui (e dal sistema del PD toscano). D’altro canto la classe politica di destra, in Toscana, non ha mai provato a vincere per davvero, esattamente perché gli equilibri esistenti sono più sicuri di un salto nell’ignoto (nelle braccia dei Donzelli o dei Vannacci, che poi magari non manterranno la promessa di mettere tizio o caio nel CdA della Spa). Resta eccezionalmente illuminante la battuta pronunciata dietro le quinte da un noto esponete della destra toscana ad un esponente del PD: “voi fate di tutto per perdere, ma noi non ve lo permetteremo”.
Il primo paradosso è che con Giani vince il sistema di potere che domina in Toscana da lungo tempo e allo stesso tempo vince Elly Schlein, che ne dovrebbe rappresentare il superamento. Schlein che ha incoronato Giani in Regione e Funaro a Firenze, cioè appunto l’ala renziana (o se preferite la “destra” del PD) provando a tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Una specie di continuità nella discontinuità (o discontinuità nella continuità). E vedremo, in concreto, cosa accadrà rispetto ai tanti nodi aperti: multiutility e privatizzazioni, gamba privata della sanità e dimensionamento ASL, transizione ecologica, superamento dell’incenerimento verso rifiuti zero etc.
Il secondo paradosso è che un candidato presidente amministrativamente assai più preparato (e apparentemente meno becero) di Susanna Ceccardi è andato elettoralmente molto peggio della Ceccardi, non tanto in termini percentuali (più o meno è sempre attorno al 40%) ma in termini di voti assoluti: circa 560mila voti rispetto ai 719mila voti della Ceccardi (a queste tornata, infatti, considerata la scarsa affluenza, con meno voti assoluti si ottengono percentuali relative più alte, come ovvio). Ma l’elettorato, e non solo quello di destra, premia spesso elementi diversi dalla preparazione e dalle capacità del candidato presidente a vantaggio di altri elementi, spesso simbolici.
Terzo paradosso, Toscana Rossa, pur essendo a questo giro l’unica lista presente sulla scheda come alternativa ai due blocchi e pur in mancanza di competitori “a sinistra” (un’area ultimamente affollata da liste di sinistra radicale, dal M5S, da civiche etc, tutte con propri candidati/e presidente) non ce l’ha fatta lo stesso ad arrivare al 5%. E questo in una condizione del tutto inaspettata: il PD, nel corso della campagna elettorale, non ha sfoderato la consueta arma del “voto utile” e non ha alimentato la “paura della destra” per riportare voti all’ovile (ricordate le regionali del 2020, dove il voto a “Toscana a Sinistra” venne marchiato con la lettera scarlatta? colpevole di far vincere la destra e la Ceccardi?). In questa tornata elettorale, insomma, il voto è stato di nuovo “libero” da ricatti, e anzi, si sono persino levate voci di simpatia da figure del centrosinistra per Toscana Rossa e per la sua candidata presidente Bundu (cito quella di Adriano Sofri, solitamente durissimo verso i progetti a sinistra del PD, o addirittura quella dell’ex presidente Enrico Rossi: “Antonella è mia amica, è una persona straordinaria ed è candidata nella lista di Toscana Rossa”, solidarizzando contro gli schifosi attacchi razzisti alla candidata). Insomma, nel complesso un clima insolitamente disteso, rispetto al passato, quasi amichevole.
Ed eccoci all’ultimo paradosso, che mi consente di tornare al punto n.1, ossia il dato più rilevante della tornata elettorale: la maggioranza dei toscani ha deciso di non andare alle urne. Normalmente l’astensionismo viene considerato una forma semiqualunquistica di disaffezione al voto. In questa tornata elettorale, però, mi pare che vi sia stata una componente non piccola di astensionismo “consapevole”. Una scelta tutta politica che ha coinvolto un pezzo di elettorato di sinistra e un pezzo di elettorato del M5S che non se l’è sentita di votare per Giani e per le liste che lo sostenevano (ma neppure per Toscana Rossa).
Infine una constatazione, non un paradosso: la legge elettorale toscana è indecente, prevede persino sbarramenti differenziati per le liste che corrono sole e per quelle che corrono in coalizione. Da capogruppo della sinistra in consiglio regionale a suo tempo mi sono battuto a favore di un sistema proporzionale senza sbarramento, dove tutti i voti hanno eguale peso. In Toscana oggi non è così, non tutti i voti valgono allo stesso modo.