Indipendenza-Firenze

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Una Votazione su Whapp come un sondaggio tra amici , là dove è tutto deciso , quando hanno tolto persone che avrebbero v...
06/04/2026

Una Votazione su Whapp come un sondaggio tra amici , là dove è tutto deciso , quando hanno tolto persone che avrebbero votato NO e inserito persone Asservite , per una falsa di votazione . Dall’ultimo direttivo Nazionale fatto fine luglio 2025 il nuovo esecutivo ha affondato indipendenza . E poi esce con un sondaggio su Whapp : un offesa all’intelletto delle persone.
Per la Toscana:
-tre persone hanno votato SÌ
-due persone hanno votato NO
-due persone si sono astenute

COMUNICATO STAMPA
Pescara, 5 aprile 2026

In merito all’articolo pubblicato oggi - 5 Aprile 2026 - su Il Centro dal titolo “La prima crepa nella Lega: «Da Vannacci per i valori», all'interno del quale è riportata la notizia come segue «Il Movimento Indipendenza, fondato da Gianni Alemanno, è subentrato in Futuro Nazionale» la segreteria regionale abruzzese del Movimento Indipendenza precisa quanto segue:

Desideriamo chiarire con assoluta nettezza che nessun membro della segreteria regionale abruzzese del Movimento Indipendenza né i suoi tesserati regionali hanno aderito a Futuro Nazionale.

Il nostro percorso politico, radicato nei valori di una alternativa sociale, sovrana e identitaria e anti-atlantista che ha sempre caratterizzato il Movimento Indipendenza in Abruzzo, rimane autonomo e coerente con la linea originaria del partito fondato da Gianni Alemanno. Non condividiamo l’operazione di confluenza nazionale del Movimento in Futuro Nazionale e, di conseguenza, non partecipiamo a questo progetto a livello regionale.

Continueremo a lavorare con impegno sul territorio abruzzese per difendere i principi di sovranità nazionale, tutela delle famiglie, sicurezza, lavoro e identità culturale del nostro popolo, senza compromessi e senza rincorrere nuove sigle incoerenti con la nostra visione del mondo, della politica e della cultura.

Restiamo a disposizione di tutti coloro che, in Abruzzo, condividono questa visione netta e non negoziabile dei valori.

La segreteria Regionale Abruzzese del Movimento Indipendenza.

06/04/2026

COMUNICATO STAMPA
Pescara, 5 aprile 2026

In merito all’articolo pubblicato oggi - 5 Aprile 2026 - su Il Centro dal titolo “La prima crepa nella Lega: «Da Vannacci per i valori», all'interno del quale è riportata la notizia come segue «Il Movimento Indipendenza, fondato da Gianni Alemanno, è subentrato in Futuro Nazionale» la segreteria regionale abruzzese del Movimento Indipendenza precisa quanto segue:

Desideriamo chiarire con assoluta nettezza che nessun membro della segreteria regionale abruzzese del Movimento Indipendenza né i suoi tesserati regionali hanno aderito a Futuro Nazionale.

Il nostro percorso politico, radicato nei valori di una alternativa sociale, sovrana e identitaria e anti-atlantista che ha sempre caratterizzato il Movimento Indipendenza in Abruzzo, rimane autonomo e coerente con la linea originaria del partito fondato da Gianni Alemanno. Non condividiamo l’operazione di confluenza nazionale del Movimento in Futuro Nazionale e, di conseguenza, non partecipiamo a questo progetto a livello regionale.

Continueremo a lavorare con impegno sul territorio abruzzese per difendere i principi di sovranità nazionale, tutela delle famiglie, sicurezza, lavoro e identità culturale del nostro popolo, senza compromessi e senza rincorrere nuove sigle incoerenti con la nostra visione del mondo, della politica e della cultura.

Restiamo a disposizione di tutti coloro che, in Abruzzo, condividono questa visione netta e non negoziabile dei valori.

La segreteria Regionale Abruzzese del Movimento Indipendenza.

15/11/2025

DIARIO DI CELLA 31. SOVRAFFOLLAMENTO NAZIONALE OLTRE IL 137%. SOVRAFFOLLAMENTO A REBIBBIA OLTRE IL 152%. RISULTATO: TRASFERIMENTI A CASO, CIRCOLARI REPRESSIVE, PERSONE DETENUTE CHE MUOIONO. DOBBIAMO ROMPERE IL MURO DEL SILENZIO.
Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.

Rebibbia, 9 novembre 2025 – 313° giorno di carcere.
Zitti, zitti, zitti. Silenzio totale. Parliamo delle carceri di tutto il mondo, indigniamoci per i regimi totalitari di Zitti, tutti zitti. Silenzio totale. Parliamo delle carceri di tutto il mondo, indigniamoci per i regimi totalitari di diverso colore che maltrattano le persone detenute. Ma sulla situazione in Italia, mi raccomando, manteniamo un rigoroso silenzio… Va tutto benissimo, siamo un grande esempio di democrazia che rispetta i diritti delle persone e nel contempo un efficiente meccanismo repressivo che tutela la sicurezza dei cittadini e dà il giusto castigo ai lestofanti…
E invece no. Non è vero nulla. È solo maledetta ipocrisia, conformismo vigliacco, che nessuno ha il coraggio di rompere fino a quando non arriva una piccola bambina che grida “Il Re è n**o!” e allora tutti fingono di scoprire sorpresi la realtà.

Cosa abbiamo detto per mesi, fin dall’inizio della primavera di quest’anno? Scorrete su questa pagina Facebook tutto il Diario di cella fino al 23 marzo scorso.
Avevamo detto che il sovraffollamento sarebbe continuato ad aumentare, abbiamo denunciato che i provvedimenti del Ministro Nordio per l’emergenza carceraria erano chiacchiere al vento. Bene, gli ultimi dati ci dicono che il sovraffollamento carcerario in Italia è giunto al 137,1% (63.467 persone detenute a fronte di 46.304 posti realmente disponibili: 17.163 persone in più del dovuto!). Da quando Giorgia Meloni è al governo il sovraffollamento è passato dal 107,4% al 137,1%, cioè è aumentato di quasi il 30%, e andando di questo passo, quando terminerà il suo mandato sarà oltre il 156%.
Avevamo detto che il “piano carceri” di Nordio non avrebbe risolto nessun problema e che al massimo poteva servire a sostituire le carceri più obsolete. Ebbene, non si vede neanche l’ombra dei 384 nuovi posti in cella che si dovevano costruire entro il 2025, peraltro con orribili strutture prefabbricate come nel Centro di raccolta per immigrati di Gjader in Albania, (hanno sbagliato l’appalto per queste nuove carceri prefabbricate e adesso il costo sarà pari a 118.000 euro per ogni nuovo posto cella!!).
Ma in compenso è crollato un pezzo del soffitto del carcere romano di Regina Coeli e adesso tutte le persone che vengono arrestate qui a Roma siamo portate direttamente nell’altro carcere romano di Rebibbia, cioè in quello in cui siamo reclusi noi. Qui il sovraffollamento è schizzato al 152,4% con 1.628 persone detenute su 1.068 posti disponibili secondo regolamento, ma c’è chi scommette che all’inizio dell’anno prossimo saremo più di 2.000.
Risultato? Qui a Rebibbia le persone detenute vengono spostate da una parte all’altra come dei pacchi postali. I lavoratori e gli ergastolani rischiano di perdere la cella singola di cui hanno diritto; le salette dedicate alla socialità vengono trasformate in “camerata” con 12-18 persone con un solo bagno; si minaccia di mettere la settima branda in celle che oggi ne hanno 6 e che in origine erano state progettate per solo 4 brande; ogni giorno persone detenute vengono trasferite a caso da un braccio a un altro, da un carcere ad un altro.

Tutti i “percorsi trattamentali” di studio, di lavoro, di Università, di confronto con gli psicologi e gli educatori, vengono bruscamente interrotti e azzerati. Così, come dimostrano tutte le statistiche, la recidiva aumenta vertiginosamente, restituendo alla società italiana delle persone a fine pena ancora più inattive e pericolose (alla faccia della sicurezza dei cittadini). Le persone detenute che pagano di più questa follia sono proprio le migliori, quelle che nella riabilitazione ci avevano creduto, quelle che si erano impegnate a lavorare e studiare, non certo quei reclusi che se ne fregano, che tirano avanti, magari con comportamenti e abitudini sbagliate (alla faccia della “giusta punizione” per chi sbaglia).

Non basta. Il DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) si sta esercitando a diramare circolari che sembrano servire solo a rendere più difficili quelle poche attività culturali e formative che sopravvivono nelle carceri. Come quella del 21 ottobre 2025, che impone un controllo centralizzato su tutte le attività trattamentali esterne, ovvero subordina a una decisione dell’Amministrazione centrale tutte le autorizzazioni d’ingresso di operatori esterni e di persone di cultura, decisioni che prima, secondo l’Ordinamento penitenziario, spettavano ai Direttori delle singole carceri e ai relativi Magistrati di sorveglianza. Certo, questa circolare riguarda solo le carceri che hanno nel loro interno reparti ad alta sorveglianza, ma sono la maggioranza degli istituti penitenziari e spesso per i pochi in alta sorveglianza si rovina la vita a tutte le normali persone detenute (a Rebibbia sono un centinaio in alta sorveglianza a fronte di un totale di 1628 persone detenute). Questa circolare impone asfissianti procedure burocratiche: richieste da inviare con largo anticipo, elenchi nominativi, titoli, spazi, pareri, un apparato che scoraggia, rallenta, esclude. Perché? Che senso ha? Università, associazioni e volontari sono in rivolta, ma qualcuno li ascolterà?

Mentre scriviamo ci avvertono che è appena morta una persona detenuta al braccio G9 di Rebibbia, mentre quattro giorni fa, giovedì scorso, ne è morta un’altra al G11. Motivo del decesso? In entrambi i casi si parla di infarti, causati da cosa? Perché, ovviamente, con questi tassi di sovraffollamento e questa carenza di organico di Polizia penitenziaria, chi può controllare la situazione nei diversi reparti? Sempre più spesso sono gli agenti della Penitenziaria che ci fermano per chiederci di parlare anche del loro disagio nel lavorare in pochissimi in Istituti penitenziari ridotti in questa situazione.
Ecco, questa è la realtà che si vuole dietro le sbarre: in Italia bisogna andare in qualche centro di assistenza per clochard o in qualche campo nomadi per trovare condizioni di vita peggiori.
Ma c’è chi, a diversi livelli, preferisce nascondere la polvere sotto il tappeto, fare finta di nulla, raccontare al proprio superiore, amministrativo o politico, che va tutto bene. Questa polvere sta diventando una montagna, per quanto tempo ancora il tappeto potrà nasconderla?

Gianni Alemanno e Fabio Falbo

15/11/2025

DIARIO DI CELLA 30. “ERO IN CARCERE E SIETE VENUTI A TROVARMI” (Mt 25,31-46). IL MINISTRO NORDIO E IL SOTTOSEGRETARIO DELMASTRO CONOSCONO QUESTO PASSO DEL VANGELO? E PERCHÉ NON VENGONO A VEDERE COSA STA SUCCEDENDO A REBIBBIA, COME IN TUTTE LE CARCERI ITALIANE?
Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.

Rebibbia, 2 novembre 2025 – 306° giorno di carcere.
Luciano fino a qualche giorno fa era il mio “capocella”: nella cella 2-B-13 (ovvero secondo piano, reparto B, cella 13, la stessa dove quarant’anni fa stavo con Paolo Di Nella) era il più anziano di permanenza. Da sei giorni Luciano è stato trasferito in una cella singola, i cosiddetti “cubicoli”.

Luciano è uomo d’altri tempi, trapiantato nella nostra contemporaneità. Scolpito nella roccia nonostante abbia superato i 60, faccia buona che in un attimo può diventare feroce, nella vita fa il muratore e il capomastro e qui a Rebibbia è uno dei migliori lavoranti impiegati nell’edilizia. Ogni giorno racconta con soddisfazione tutto il lavoro che ha fatto, spesso da solo e in condizioni proibitive, ma sempre a perfetta regola d’arte: l’abito mentale dell’artigiano, soddisfatto della sua maestria, del lavoro ben fatto, più che del ritorno economico ottenuto (qui in carcere veramente miserevole: mediamente 700 euro al mese).
In galera da più di 9 anni non ha mai avuto un beneficio, se non andare qualche giorno in permesso per la prima volta un mese fa. Poi, proprio in quanto lavorante d’eccellenza, aveva ottenuto, dopo tre anni d’attesa, la sospirata cella singola, che – quando non serve a isolare persone problematiche – è uno “status symbol” molto ambito: permette di guadagnare indipendenza e privacy, di leggere e scrivere giorno e notte senza disturbare nessuno, di sistemare e abbellire a piacimento il proprio ambiente.

Così, quando si è trasferito 6 giorni fa, Luciano era dispiaciuto di lasciarci, ma felice e orgoglioso per il riconoscimento ottenuto.
Passano 6 giorni e Luciano viene convocato insieme ai lavoranti che stanno in celle singole, per essere informati dall’Amministrazione che la cella singola può essere revocata a tutti da un momento all’altro. Uno scherzo di pessimo gusto? No, l’ennesimo effetto del sovraffollamento acuito dal crollo di Regina Coeli.

A lui, come a tutti i lavoranti che rischiano di essere trasferiti in celle a 6 posti, viene detto: “Ormai siamo costretti a trasferire le funzioni di Regina Coeli al braccio G8 di Rebibbia”. Ovvero quello che era il “fiore all’occhiello” del carcere, il reparto di media sicurezza ricco di attività lavorative e sociali, costruito in anni d’impegno appassionato dalla ex cooperatora Cinzia Silvano, sarà trasformato nel “reparto di transito” dove verranno portati tutti i 30-40 arrestati che ogni giorno vengono presi a Roma.
Stesso destino per il padiglione “Venere” che nel G8 era il reparto riservato ai lavoranti ex art. 21 o.p., ovvero quelli che vengono mandati a lavorare all’esterno del carcere, come ulteriore passo verso la riconquista della libertà. Padiglione abolito, tutti questi lavoranti sono già stati trasferiti nella “terza casa”, un tipo di carcere appositamente dedicato. Sembrerebbe una buona cosa, in realtà è pessima perché questo rappresenterà in futuro un’altra barriera all’accesso delle persone detenute al lavoro esterno.
Oggi servono posti a Rebibbia che supera già il 150% di sovraffollamento e il sistema diventa doppiamente punitivo: strappa quella sorta di “patto trattamentale” che ha permesso ai lavoranti di ottenere la cella singola o il lavoro esterno, seguendo le regole imposte di non avere rapporti disciplinari nei 6 mesi precedenti e di stare in cima a una graduatoria basata su un punteggio, sulla buona condotta e sull’anzianità nel carcere.
Sono stati colpiti anche gli ergastolani, visto che anche a loro hanno chiesto di lasciare le celle singole, forse dimenticando che l’art. 22 c.p. impone che l’ergastolo vada scontato lavorando e dormendo da soli. Diversi lavoranti minacciati di questo destino hanno chiesto di essere sospesi dal lavoro per non perdere la cella singola, ma la risposta è stata che così facendo non solo perdono lo stesso la cella singola ma ottengono anche un bel rapporto disciplinare.

Una domanda che non trova risposta è la seguente: perché servono tutte queste celle singole? Forse perché devono essere allocate persone problematiche di vario genere, affette da patologie psichiatriche o infettive? Se è così, significa che ogni reparto sarà esposto alle intemperanze violente dei “mattaccini” (nel gergo carcerario, chi è ingestibile per problemi psichiatrici) e al rischio contagio di malattie infettive.

In ogni caso quello che viene totalmente devastato è il “trattamento penitenziario” che dovrebbe essere il cuore pulsante della giurisdizione di sorveglianza. Se viene ignorato, svuotato, contraddetto, allora non è solo la persona detenuta a essere tradita, ma l’intero sistema penale e con esso la promessa costituzionale di una giustizia che deve tendere alla rieducazione del condannato.

Nel Vangelo della Messa di oggi, Padre Lucio ha letto il brano (Mt 25,31-46) in cui Gesù, per indicare i giusti, dice fra l’altro: “ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Il Ministro Nordio e il Sottosegretario Delmastro, che nei mesi scorsi avevano promesso di gestire il sovraffollamento senza violare i diritti delle persone detenute, conoscono questo Passo del Vangelo? E perché non vengono a vedere cosa sta succedendo? Oppure si limitano a celebrare i Baccanali del dio Bacco?

Gianni Alemanno e Fabio Falbo

P.S. Vi ricordate il gay messo in una cella singola con il “mattaccino”, di cui vi abbiamo parlato nel precedente Diario di Cella? È stato spostato, ma solo per essere messo in un’altra cella singola con un altro gay brasiliano, entrambi chiusi per tutta la giornata, senza separé davanti al WC e con meno di 2 mq di spazio a disposizione. Le famose “associazioni LGBT+” non hanno nulla da dire? O si fanno sentire solo quando devono attaccare i diritti delle famiglie tradizionali?

15/11/2025

DIARIO DI CELLA 29. DUE GAY IN UNA CELLA PER UNA PERSONA CON WC A VISTA. STORIA DI ORDINARIA FOLLIA DA SOVRAFFOLLAMENTO, OPPURE BRILLANTE IDEA PER GARANTIRE IL DIRITTO ALL’AFFETTIVITÀ?
Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.

Rebibbia, 26 ottobre 2025 – 299° giorno di carcere.
Prima di scrivere siamo andati a controllare di persona, perché questa è una storia tanto f***e che non sembrava vera neanche a noi.
E invece è tutto vero, lo abbiamo visto con i nostri occhi: Zoran e Joao Victor stanno realmente insieme nella stessa cella da una sola persona. Non solo, ma non hanno neanche il lavandino, mentre il WC (come in tutte le celle singole, dette “cubicoli”) è a vista senza nessuno schermo per difendere la privacy. Ma andiamo con ordine.

Zoran, un rom con cittadinanza italiana che si dichiara gay, molto matto e incontrollabile, arriva il 30 agosto al nostro braccio G8 per essere messo in parziale isolamento in una cella singola del secondo piano, cioè in un normale reparto di persone detenute comuni. Durante una delle sue crisi di follia, Zoran distrugge il lavandino della sua cella e tenta il suicidio tagliandosi le vene con un frammento di questo lavandino. Dopo essere stato medicato, viene lasciato comunque nella cella rimasta senza lavabo e senza sorveglianza.

Nel frattempo il 17 ottobre arriva al G8 Joao Victor, un brasiliano immigrato che si dichiara gay e per questo motivo viene recluso in una cella singola del reparto dei trans, nonostante non abbia ancora intrapreso nessun processo di trasformazione sessuale (gli altri trans dicono perché l’endocrinologo non si fa vedere da tempo…). Peccato che la cella in cui viene rinchiuso ha un piccolo problema: non ha i servizi igienici, né lavandino, né WC. Per cui Joao Victor di giorno ha chiesto asilo alle celle vicine, mentre di notte ha dovuto utilizzare il classico secchio (scusate, non è una bella storia, ma è solo la realtà…). Per quattro giorni le cose sono andate avanti così, finché l’Amministrazione, resasi conto dell’insostenibilità della situazione, ha avuto una brillante idea: trasferire Joao Victor nella stessa cella di Zoran.

Hanno montato un letto a castello e così, dove c’è posto solo per una persona (in condizioni disagiate) adesso sono rinchiusi in due. Come abbiamo detto il lavandino non è stato ancora ricostruito, mentre c’è solo un WC che, come in tutte le celle singole, non ha nessuna copertura per garantire un minimo di privacy.

E così, da cinque giorni, Zoran e Joao Victor convivono in assoluta intimità, di letto e di cesso, nello stesso “cubicolo” dove avranno circa un metro quadro di spazio ciascuno, quando i regolamenti europei impongono che ogni detenuto abbia almeno 3 mq a testa, altrimenti le condizioni di vita sono dichiarate “inumane” e vengono equiparate alla “tortura” (art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo). Questa intimità è rafforzata dal fatto che entrambi non possono andare all’aria neppure per un’ora, né con le persone detenute comuni, perché sono gay, né con gli altri detenuti transessuali perché questi stanno in un altro reparto al piano terra.

Come vogliamo catalogare questa vicenda? Come una storia di ordinaria follia da sovraffollamento, cioè la dimostrazione che a Rebibbia, dopo il blocco di Regina Coeli per il crollo del tetto, non c’è più nessuno spazio e l’amministrazione non sa dove mettere le persone che hanno qualche problema? Questo nonostante negli altri bracci anche le salette per la convivialità siano state trasformate in celle per 12 persone.

Oppure si tratta di una brillante idea per garantire il “diritto all’affettività”? Stiamo parlando del diritto ad incontri intimi con il proprio partner sancito da una sentenza del 26 gennaio 2024 della Corte Costituzionale, come avviene in quasi tutti gli altri paesi europei. Dopo più di un anno e mezzo, secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, solo 32 istituti su 189 dispongono di spazi idonei per questi rapporti intimi.

Tra questi istituti fortunati ovviamente non c’è Rebibbia. E, allora, vuoi vedere che l’Amministrazione abbia voluto rimediare per almeno 2 delle 1576 persone detenute, mettendole nella stessa cella? Peccato che si tratti di un matrimonio combinato e nessuno ha chiesto a Zordan e a Joao Victor se gradiscono questa soluzione.

Come vedete, non si sa se ridere o piangere. Ma sappiate che, a Rebibbia come in tutta Italia, siamo vicini al disastro. Nel frattempo ci auguriamo che qualcuno intervenga per riammettere Zordan e Joao Victor nell’ambito dei diritti elementari appartenenti a tutti gli esseri umani, anche se detenuti.

Gianni Alemanno e Fabio Falbo

15/11/2025

DIARIO DI CELLA 28. NON AVEVA RAGIONE NORDIO, AVEVAMO RAGIONE NOI: REGINA COELI COSTRETTA A SFOLLARE, MANDA REBIBBIA VERSO LA CATASTROFE. E VIENE TRAVOLTO ANCHE LUCA, UN VERO CAMPIONE DELL’IMPRENDITORIA IN CARCERE.
Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.

Rebibbia, 19 ottobre 2025 – 292° giorno di carcere.
Non aveva ragione Nordio, purtroppo avevamo ragione noi. Quando in tutti questi mesi abbiamo ripetuto che il “piano carceri” e gli altri palliativi messi in campo dal Ministro non avrebbero risolto il sovraffollamento, ma l’avrebbero aggravato, eravamo facili profeti di quello che sarebbe successo e succederà ancora.

Mentre di nuovi posti in carcere non se ne vede l’ombra, la magistratura di sorveglianza continua a non far accedere le persone detenute alle pene alternative, e la percentuale del sovraffollamento aumenta inesorabilmente di settimana in settimana, un’altra mazzata si è abbattuta sul sistema penitenziario italiano, in particolare su quello romano: il crollo di una porzione del tetto, vecchio e marcio, di Regina Coeli.

Il sottosegretario Delmastro si è affrettato a minimizzare, ma la realtà è ben diversa: circa 300 detenuti sono stati trasferiti in altri carceri, in particolare in Sardegna e qui a Rebibbia. Non solo: dal momento del crollo, tutti i nuovi arrestati di Roma (circa 40–50 persone al giorno), invece di finire in prima istanza a Regina Coeli, saranno sistematicamente dirottati a Rebibbia.

Risultato: anche Rebibbia sta andando oltre ogni limite. Una buona parte delle salette fino ad ora dedicate alla socialità nei vari reparti sono state frettolosamente trasformate in celle da riempire fino a 10–12 persone e anche di più, modello Poggioreale. Dove, dalla nascita di Rebibbia ad oggi, si è sempre giocato a carte o a ping-pong, adesso ci sono le brande imbullonate per terra.

Anche qui al G8 arriva di tutto: da persone immigrate che presto si organizzeranno in clan etnici pronti a scontrarsi tra loro e con gli italiani (non è intolleranza, è la realtà), a persone malate e tossicodipendenti che non dovrebbero neppure stare in cella. Mentre i lavoranti, le persone con più lunga detenzione – quelle che stabilizzano i reparti e li rendono governabili – sono state tutte portate via e raggruppate in bracci a parte.

Alcuni dei nuovi venuti si sono trovati senza materassi e senza cuscini, e hanno dovuto dormire una o più notti sul n**o ferro della branda. D’altra parte la dotazione d’organico del personale di sorveglianza è rimasta la stessa, e gli agenti della Penitenziaria fanno quello che possono. È solo l’inizio: ogni settimana andrà peggio e anche l’“isola felice” del G8 sarà presto livellata all’invivibilità degli altri reparti.

Di questi processi faticosissimi di trasformazione e redistribuzione delle persone detenute, non ha fatto le spese solo la vita quotidiana dei reparti, ma anche la speranza.

Stiamo parlando di Luca, il detenuto coordinatore della famosa pizzeria del G8, che serve tutte le persone detenute e il personale di servizio del carcere. Un fiore all’occhiello, uno dei pochi esempi di imprenditoria privata trapiantata nel carcere, che dà lavoro a decine di persone detenute e che si preparava ad offrire una professionalità organizzando con la Regione Lazio corsi di formazione per pizzaioli.

Quando qualche personalità vuole visitare Rebibbia (l’ultimo venerdì scorso è stato Roberto Vannacci), viene sempre condotta nel piccolo “circuito modello” del G8, dove ci sono la falegnameria, il call center del Bambino Gesù, la sala teatro e quella per la musica. E dove c’è la pizzeria, che fa assaggiare a tutti un prodotto che non ha nulla da invidiare ai ristoranti del centro di Roma.

Di chi è il merito di tutto questo? Sicuramente di Gennaro, l’imprenditore che ha investito in questa pizzeria; sicuramente delle decine di persone che ci lavorano dentro; ma soprattutto di Luca, un solido e laborioso quarantenne originario di Latina, ex paracadutista, vecchio militante del Fronte della Gioventù, che quando era in libertà come lavoro faceva proprio l’imprenditore nel campo della ristorazione.

Per interi mesi Luca ha lavorato giorno e notte con Gennaro per organizzare i piani di lavoro e la sostenibilità economica della pizzeria, per sperimentare gli impasti, per addestrare i lavoratori detenuti, per fare marketing in tutto il carcere. È sempre rimasto “sul pezzo”, a organizzare tutto, ogni giorno, dalla mattina alla sera.

Ebbene, venerdì, senza nessun preavviso, Luca è stato trasferito in un altro carcere. In due ore ha dovuto “fare i sacchi”, lasciare le consegne del suo lavoro, abbracciare tutti (è amato e stimato da tutte le persone detenute e da tutti gli agenti della Penitenziaria) e andarsene.

Perché? Perché quarantan giorni fa, quando è arrivata al braccio l’ennesimo disperato, una persona detenuta con problemi infettivi seri, si è fatto interprete della protesta delle persone detenute, alzando un po’ la voce. Poi quella persona detenuta è stata mandata via dal braccio (segno che la protesta non era infondata), ma a Luca ha avuto un’ammonizione, che doveva rimanere solo un atto burocratico. Invece, quell’ammonizione è stata la base per un trasferimento per motivi “di ordine e sicurezza”, semplicemente perché di fronte a questo sovraffollamento montante ci si attacca a tutto per giustificare gli spostamenti.

Stessa cosa sta accadendo al coordinatore di sala del call center del Bambino Gesù, anche lui portavoce di quella protesta, ma la responsabile del progetto ha fatto sapere che, se questo trasferimento non rientrava, avrebbe chiuso l’attività.

Anche Gennaro, l’imprenditore della pizzeria che ha incontrato oggi quasi in lacrime, non sa se riuscirà a mandare avanti l’attività senza Luca.

Il sovraffollamento, l’emergenza continua, generano questi corti circuiti, fanno saltare i “percorsi trattamentali”, disarticolano le poche iniziative di lavoro carcerario. Luca era anche iscritto all’Università di Tor Vergata con cui aveva fatto molti esami, ma anche questo percorso rischia di essere cancellato con un tratto di penna.

Dove sono gli esponenti del CNEL che – su impulso del presidente Brunetta, all’uopo sollecitato proprio dal Ministro Nordio – avevano lanciato l’iniziativa “Recidiva zero” attraverso la diffusione del lavoro e dell’imprenditoria nelle carceri? Dove sono i tanti onorevoli, uomini di governo, professori e alti dirigenti che hanno assaggiato la pizza preparata dai ragazzi di Luca, commuovendosi per la loro bravura e laboriosità?

Dov’è finita tutta la retorica sul lavoro che riscatta e rieduca?
Dov’è finito l’articolo 27 della Costituzione italiana?

Nel sacco di plastica dove Luca ha raccolto le sue cose, il suo orgoglio e la sua bravura. Quel sacco che si è caricato sulle spalle per andare – a fronte alta e con un leggero sorriso di disprezzo, da vero paracadutista – in un altro carcere a ricostruire da zero la sua vita.

Gianni Alemanno e Fabio Falbo

15/11/2025

DIARIO DI CELLA 27. NEL MONDO, SPERANZA DI PACE PER LA PALESTINA. IN ITALIA, REGINA COELI CROLLA, DELMASTRO FARNETICA, MA MAURO BATTEZZA SUA FIGLIA EVA.
Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.

Rebibbia, 12 ottobre 2025 – 261° giorno di carcere.
In questo Diario ho sempre voluto evitare di parlare di temi politici generali, per non mettere nessuno in imbarazzo e per non creare difficoltà alla causa delle persone detenute.
Ma questa volta non posso non esultare per la tregua e la speranza di pace che si sta aprendo in Palestina.
Dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre, dopo due anni di folli bombardamenti su Gaza, dopo decenni di colonizzazione illegale in Cisgiordania, è stato bello vedere esultare contemporaneamente i superstiti palestinesi in mezzo alle rovine di Gaza e il popolo israeliano nella “piazza degli ostaggi” di Tel Aviv.
E non si può sottacere che questo è avvenuto soprattutto grazie a Donald Trump. Il Presidente americano, “pazzo sovranista”, per realizzare questo successo diplomatico non si è mosso in un’ottica puramente occidentalista, ma ha saputo dialogare con il mondo arabo e musulmano, che si è fatto garante per Hamas.
Ci sarà anche l’Iran in Egitto quando si firmerà l’accordo di pace, mentre Putin ha applaudito l’operato di Trump. Manifestazioni queste di un mondo multipolare molto diverso dalla “crociata contro le autocrazie orientali e contro l’islam” con cui progressisti e neo-conservatori ci vorrebbero far sprofondare in una guerra permanente in Europa e nel Mondo.

Ma dal mondo torniamo a casa nostra: abbiamo sentito una grande indignazione da parte degli organi di stampa perché, nei pochi giorni di detenzione, gli equipaggi della Flottilla sono stati “trattati senza umanità” dai soldati israeliani, mentre Ilaria Salis sarebbe stata salvata dal Parlamento Europeo per sottrarla all’“orrore” delle carceri ungheresi. Ci permettiamo di ricordare ai giornalisti e attivisti, che molte cose che li hanno indignati in queste vicende, sono tranquillamente all’ordine del giorno anche in Italia. “Alle donne della Flottilla non sono stati dati gli assorbenti”, ma in Italia le sacchettine (le sacchette di plastica che raccolgono direttamente le feci dall’intestino) non vengono cambiate e i malati non sono curati anche per mesi. E molti dei dettagli raccontati della Salis sulle carceri ungheresi, sono migliori di quelli delle nostre carceri. Così, giusto per saperlo e per ricordarlo in futuro.

In Italia, poi, crollano le carceri e le autorità ci farneticano sopra. È accaduto a Regina Coeli, edificio monumentale nel cuore di Roma, costruito nel 1642 ed adibito a carcere tra il 1870 e il 1890. Una porzione di soffitto ampia un metro quadrato è crollata con una trentina di metri di altezza in una “rotonda” (i punti di passaggio che collegano i vari bracci) ed è stata una tragedia sfiorata, perché in quel punto abitualmente passano decine di persone detenute e agenti della Polizia penitenziaria. Infatti sono 200 e anche di più i detenuti di Regina Coeli che sono stati trasferiti, alcuni a Rebibbia, tanto per aumentare lì già insostenibile sovraffollamento.

Il Sottosegretario Andrea Delmastro, prontamente intervenuto, ha detto: “La cupola della seconda rotonda è crollata a causa di una tramutatura delle travi interne, già indebolite dall’umidità, non rilevabile”, per poi sentenziare in modo lunare: “Il carcere è in sicurezza sotto tutti i profili”. Ma, scusa Andrea (mi permetto di chiamarlo per nome, perché ci conosciamo da più di trent’anni ed eravamo amici), se la tramutatura non era rilevabile nel punto in cui le travi hanno ceduto, come fate a essere così sicuri che il resto del soffitto è “in sicurezza sotto tutti i profili”?

Per fortuna il presidente della Regione Lazio Rocca lo ha corretto sottolineando: “È un carcere obsoleto che va chiuso, l’ho detto in più occasioni”, mentre la Garante comunale dei detenuti, Valentina Calderone, è andata giù dura: “Il crollo è stata la perfetta rappresentazione di un carcere che implode tra indifferenza e illegalità, ferocia e connivenza”.
Questo è il piano carceri del Ministro Nordio: ma, Signor Ministro, le vogliamo sostituire queste carceri che cadono a pezzi?

La vita penitenziaria non è solo questo. Oggi alla messa domenicale, Padre Lucio ha chiamato Mauro, persona detenuta di 32 anni, a pregare sull’altare. Gli ha concesso questo onore perché oggi la figlia di Mauro è stata battezzata, con il nome di Eva. Mauro è stato arrestato quattro mesi prima della nascita della figlia, non l’ha mai vista in libertà, ma le autorità penitenziarie, insieme a quelle comunali, in cinque mesi non sono riuscite a fargli riconoscere quella bambina e quindi gli hanno negato il permesso per andare a presenziare al battesimo. Il nostro applauso e i nostri abbracci in Chiesa hanno cercato di compensare questo “furto di paternità” che Mauro ha dovuto subire.
E voi vi scandalizzate delle carceri israeliane e di quelle ungheresi?

Gianni Alemanno e Fabio Falbo

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