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Formia 5 Stelle accoglie tutti coloro che intendono promuovere e sostenere a livello comunale un Movimento politico il cui scopo principale è quello di incidere profondamente nella vita sociale e politica della città. Il nostro è un MoVimento politico di rottura che invita i cittadini di Formia, ad una partecipazione diretta ed attiva alla vita politica della propria città indipendentemente dagli attuali partiti sia di destra che di sinistra.

Se non sappiamo più distinguere tra aggressione e difesa, tra propaganda e realtà, tra diplomazia e sabotaggio della dip...
06/03/2026

Se non sappiamo più distinguere tra aggressione e difesa, tra propaganda e realtà, tra diplomazia e sabotaggio della diplomazia, allora il rischio è evidente. L’inferno della guerra non arriva all’improvviso. Arriva quando viene giustificato e normalizzato. Perché l’inferno non è soltanto qualcosa che potrebbe arrivare, ma qualcosa che stiamo già accettando.
Articolo del Prof. Fabio Massimo Parenti nel link al primo commento👇
----------di Fabio Massimo Parenti

Stati Uniti e Israele vanno chiamati alle loro responsabilità se non vogliamo farci trascinare in un conflitto senza ritorno. Usa e Israele non possono sconfiggere l’Iran senza il coinvolgimento dell’Europa, e per questo stanno già cercando l’incidente. Ci hanno testato con l’Ucraina, proveranno a costringerci anche con l’Iran. Ci stiamo giocando il futuro pezzo per pezzo e le classi dirigenti europee e italiane, miopi e stordite, non sono in grado nemmeno di pronunciare una parola di condanna dell’aggressione contro l’Iran e degli attentati terroristici contro i civili. Agenti del Mossad sarebbero stati arrestati in Arabia e in Qatar perché progettavano attentati in quei paesi, l’uso dei curdi a stelle e strisce per penetrare in Iran potrebbe far intervenire la Turchia (abbiamo già le dichiarazioni del ministero della Difesa turco), i missili su Cipro di dubbia provenienza, ecc… Ne sentiremo tante altre di notizie pericolose, finalizzate a un’escalation incontrollabile.

Il nuovo attacco all’Iran sta innescando una sempre più ampia destabilizzazione regionale e globale. Un pericolo imponderabile per la regione, per l’Asia e per il mondo. E’ una aggressione contro la resistenza palestinese, ma anche contro Russia e Cina, i principali partner alleati di Teheran. Già sono emerse pubblicamente sui social cinesi confronti in ambito militare che iniziano a mettere in discussione la fede cieca nella pace e nella diplomazia – caratteristiche cinesi per eccellenza che, tuttavia, sembrano tenere sempre meno a fronte della spavalderia criminale Usa-Israele.

Quella all’Iran è un’aggressione che colpisce le rotte commerciali, energetiche e le collaborazioni militari nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization. Ma umanamente, ancor più grave, è un’ennesima aggressione contro civili inermi. Ricordiamo inoltre che l’Iran non è una minaccia nucleare, e lo hanno fatto trapelare, tra gli altri, perfino Witkoff e Rubio, l’autoproclamato rappresentante dell’orgoglio neocoloniale occidentale. Oramai decostruire le falsità dell’occidente è una perdita di tempo rispetto alla presa di coscienza di doverci sradicare da questi paesi che agiscono fuori da ogni principio di diritto internazionale, e mostrano totale indifferenza al diritto alla vita e alla dignità umana.

Insomma, quali sono davvero le colpe dell’Iran? La prima è regionale: da decenni sostiene apertamente la causa palestinese e le reti di resistenza nell’area. Questo lo rende incompatibile con un Medio Oriente normalizzato sotto l’egemonia/il controllo di Israele e degli Stati Uniti. La seconda è macro-sistemica: l’Iran è uno snodo fondamentale nei rapporti con Russia e Cina. Energia – terzo paese al mondo per riserve petrolifere – corridoi strategici, cooperazione militare, architetture alternative, ed è anche parte del fronte che impedisce l’espansione del sistema US-NATO ad Est, spinta da Tel Aviv. Vi ricorda qualcosa il problema della nostra espansione militare ad est?

Insomma, l’Iran è un nodo eurasiatico che collega troppi mondi, e per questo va contenuto, isolato e se possibile spezzato. In ultima istanza, qui c’entra una cosa sola: impedire che si consolidi un equilibrio internazionale policentrico fuori dal controllo della triade Washington-Tel Aviv-Londra.

E l’Europa? Subirà ulteriori contraccolpi economici, come minimo, per l’effetto sui prezzi indotto dalla chiusura di Hormuz e probabilmente anche di Bab el Mandeb, dopo aver ridotto drasticamente le forniture di gas e petrolio dalla Russia negli ultimi anni. Ma come sta reagendo l’Europa? Nessuno la ascolta, anche perché non ha alcunché di utile e ragionevole da dire o proporre: è talmente subordinata e priva di autonomia strategica – una sorta di invertebrato politico – che è stata capace di affermare, per bocca dei suoi alti rappresentanti, che “gli attacchi dell’Iran contro le basi americane nella regione sono ingiustificati”. Se questa non è abdicazione alla ragione, può essere solo ed esclusivamente una scelta deliberata di schieramento. Peraltro, le basi militari, le alleanze e le dinamiche del sistema US-NATO rendono l’UE potenzialmente coinvolta in ogni escalation. Eppure il dibattito pubblico europeo rimane spesso prigioniero di una narrazione semplicistica che oscilla tra propaganda morale e rimozione dei fatti storici. Si parla di sicurezza mentre si moltiplicano guerre. Si parla di diritti mentre si tollerano massacri. Si parla di democrazia mentre si sostengono regimi monarchici e interventi militari.

Il nuovo parossistico attacco Israelo-statunitense è avvenuto a negoziati ancora in corso, uccidendo ben 165 bambine a Minab, oltre i vertici della guida del paese. Colpire in quel momento significa violare non solo il diritto internazionale, ma anche le norme minime della diplomazia. L’Europa paladina dei diritti tace. Ma oltre alla controfigura denominata “UE”, mai dimenticare con chi si ha a che fare: stiamo parlando dei paesi protagonisti-carnefici del genocidio a Gaza, ancora in corso, e della rete depravata-ricattatoria degli Epstein, nonché del sostegno al terrorismo jihadista fin dagli anni Ottanta. Negli ultimi decenni un altro pilastro della legittimazione delle guerre occidentali è stata infatti la cosiddetta finzione della “lotta al terrorismo”. Anche qui la distanza tra narrazione e realtà è evidente (ne ho scritto ampiamente nel mio Geofinanza e geopolitica del 2016).

Gli stessi paesi che si presentano come protagonisti della guerra al terrorismo hanno sostenuto, armato e finanziato in diversi contesti bande armate jihadiste utilizzate come strumenti geopolitici. Il caso siriano è emblematico. Dopo anni di destabilizzazione e guerra per procura, uno dei leader provenienti dall’universo jihadista legato a Jabhat al-Nusra – branca siriana di al-Qaeda – è arrivato ai vertici del nuovo potere politico nel paese. È un paradosso solo apparente: le stesse reti jihadiste sono state usate per decenni come leve di pressione contro governi e Stati considerati ostili.

Dietro la retorica dei diritti, per la verità meno sbandierata del solito, o della sicurezza, Washington e Tel Aviv, insieme ai loro vassalli, ripropongono uno schema ben noto nella storia recente: l’uso della violenza e della guerra come strumenti di dominio, in una fase storica di perdita di presa sulle trasformazioni economico-politiche già realizzatesi – la nuova geografia economica caratterizzata da molteplici centri di influenza spesso trainati dall’ascesa pacifica cinese.
Ottant’anni alla ricerca dell’Iran

Per comprendere l’attuale crisi con l’Iran bisogna risalire agli anni cinquanta del secolo scorso. Nella storia contemporanea, l’Iran è sempre stato oggetto di interesse strategico, un bersaglio predefinito. Nel 1951, il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq aveva avviato un processo di nazionalizzazione del petrolio e di riforme che rafforzavano la sovranità nazionale e un sistema politico relativamente pluralista. Nel 1953 quel processo fu spezzato bruscamente dal colpo di Stato organizzato da CIA e intelligence britannica, con il sostegno di altri servizi occidentali. L’operazione – nota come Operation Ajax – rovesciò Mossadeq e ristabilì il potere assoluto dello Scià. Da quel momento l’Iran divenne uno dei pilastri dell’ordine regionale costruito dagli Stati Uniti durante la Guerra Fredda.

Il regime dello Scià fu presentato come un alleato “modernizzatore”, ma nella realtà si trattò di uno dei sistemi più repressivi del Medio Oriente: il potere era sostenuto dalla polizia politica Savak, addestrata e sostenuta dagli stessi servizi occidentali. E’ anche da questa lunga stagione di repressione e dipendenza che presero forma le condizioni che portarono alla rivoluzione del 1979.

Perso il controllo di un paese fondamentale nei transiti tra Estremo oriente ed Europa, tra Asia settentrionale e meridionale, nonché terzo al mondo per riserve petrolifere (il primo è il Venezuela), l’Iran ridiventa uno degli obiettivi centrali della pianificazione strategica statunitense in Medio Oriente. All’interno del Pentagono e della comunità di sicurezza statunitense matura fin da subito l’obiettivo di contenere, indebolire e possibilmente trasformare il nuovo sistema politico emerso con la Repubblica Islamica.

Una prima manifestazione concreta di questa strategia si colloca nella guerra Iran-Iraq (1980-1988). E’ lì che Saddam Hussein diventa amico da sostenere, con trasferimento di armamenti e di armi chimiche occidentali, per poi mutare nuovamente, alla bisogna, in “grande minaccia dell’umanità”. E’ stato così coi Talebani ed è così con le diramazioni di Al Qaeda. Amici-nemici dell’occidente a seconda della possibilità di usare e strumentalizzare questi gruppi in una determinata direzione. Non è un caso che durante il conflitto Iraq-Iran, numerose ricostruzioni storiche e documenti diplomatici hanno evidenziato il sostegno politico, finanziario e militare fornito a Saddam Hussein da parte degli Stati Uniti, di diversi paesi europei – tra cui in particolare il Regno Unito – e di altri alleati regionali come Israele. Il conflitto, durato otto anni e costato oltre un milione di vittime, rappresentò uno dei momenti più evidenti di questa strategia di contenimento.

Con la fine della guerra fredda, l’obiettivo di limitare o trasformare il sistema politico iraniano non è mai venuto meno nella pianificazione strategica statunitense. Al contrario, diversi documenti e analisi di sicurezza elaborati negli anni Novanta e Duemila hanno continuato a indicare l’Iran come uno dei principali ostacoli alla configurazione dell’ordine regionale auspicato da Washington e dai suoi alleati (Rand 2009). In parallelo, testimonianze provenienti da ambienti militari statunitensi hanno confermato come il cambiamento di regime in diversi paesi del Medio Oriente fosse discusso all’interno della pianificazione strategica americana già all’inizio degli anni Duemila (Clark 2007). Nel corso dei decenni, le modalità operative della destabilizzazione sono cambiate nella composizione (economiche-politiche-militari), ma la finalità strategica è rimasta sostanzialmente invariata: ridurre il ruolo geopolitico dell’Iran e favorire, nel lungo periodo, una trasformazione del suo sistema politico a vantaggio degli interessi energetici e strategici degli Usa e di Israele in primis.

L’attacco diretto rappresenta dunque l’ultimo stadio di una lunga traiettoria di pressione strategica che attraversa ottanta anni, più amministrazioni statunitensi e diversi contesti geopolitici, confermando la continuità di una linea di fondo nella politica Washington verso l’Iran.

Per concludere, da una parte c’è una logica di dominio costruita sull’uso della forza militare e sulla supremazia geopolitico-economica; dall’altra emergono tentativi di costruire un equilibrio più policentrico, sostenuto anche dall’ascesa di attori come la Cina e dal rafforzamento di nuovi allineamenti internazionali. È in questo scontro di visioni che si inserisce l’attuale crisi.

Se non sappiamo più distinguere tra aggressione e difesa, tra propaganda e realtà, tra diplomazia e sabotaggio della diplomazia, allora il rischio è evidente. L’inferno della guerra non arriva all’improvviso. Arriva quando viene giustificato e normalizzato. Perché l’inferno non è soltanto qualcosa che potrebbe arrivare, ma qualcosa che stiamo già accettando.


L’AUTORE

“Figli e nipoti al posto dei capi, così si rigenera la camorra a Napoli”, la parole di GratteriDi Antonio Mangione3 Marz...
03/03/2026

“Figli e nipoti al posto dei capi, così si rigenera la camorra a Napoli”, la parole di Gratteri

Di Antonio Mangione

3 Marzo 2026

I Carabinieri del Nucleo investigativo e la Squadra Mobile di Napoli, nel corso di un’operazione congiunta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, hanno dato esecuzione a 4 ordinanze di custodia cautelare emesse, complessivamente, nei confronti di 71 indagati al termine delle indagini svolte nei confronti delle organizzazioni camorristiche espressione di due cartelli criminali, Mazzarella e Alleanza di Secondigliano, attivi nella città e nella provincia di Napoli.

Le indagini si sono concentrate, in particolare, sui quartieri della città ricostruendo la mappa della divisione del territorio cittadino nelle zone del centro e consentendo l’acquisizione di gravi indizi di colpevolezza nei confronti degli attuali capi dei clan Mazzarella, Contini e Savarese-Pirozzi, nonchè dei reggenti delle rispettive zone. Le indagini hanno consentito la ricostruzione del controllo dei rioni cittadini attraverso il presidio stabile degli affiliati, attuato anche e soprattutto con l’uso di armi da fuoco, dell’enorme capacità offensiva nell’attuare rivalse armate nei confronti di gruppi criminali rivali, della diffusa disponibilità di armi.
Potere criminale esercitato con estorsioni, spaccio di droga, pagamento degli ‘stipendi’ agli associati.

Con una delle quattro ordinanze è stato ricostruito anche il quadro indiziario nei confronti del presunto secondo esecutore materiale dell’omicidio di Emanuele Durante, vittima di un agguato di camorra il 15 marzo 2025, strettamente collegato con quello di Emanuele Tufano, raggiunto da colpi d’arma da fuoco nel corso del conflitto armato maturato il 24 ottobre 2024 nell’ambito di contrasti armati tra gruppi criminali dei quartieri della Sanità e di Piazza Mercato. Per questo omicidio era stato già ricostruito il quadro indiziario relativo al presunto mandante ed all’altro presunto esecutore materiale del delitto.

Le persone raggiunte da custodia cautelare in carcere

Il giudice ha applicato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti dei seguenti indagati: Luigi Acone, Alessandro Borriello, Salvatore Capasso, Leonardo Cimminiello, Gennaro Ciotola, Gennaro Corvino, Carmine De Luca, Gennaro De Luca, Maurizio Di Lorenzo, Gaetano Donzetti, Gaetano Esposito, Stefano Esposito, Pietro Falco, Carlo Finizio, Gaetano Girgenti, Vincenzo Grossi, Francesco Laezza, Vincenzo Lanzetta, Gioele Lucarelli, Emanuela Longobardi, Salvatore Longobardi, Pasquale Luongo, Pasquale Martinelli, Salvatore Martinelli, Vincenzo Merolla, Antonio Montagna, Emmanuele Palmieri, Giovanni Piccirillo, Francesco Piscopo, Gennaro Riccio, Giovanni Risi, Gennaro Ruggiero, Antonio Russo, Gennaro Russo, Giovanni Russo, Antonio Sepe, Pasquale Sepe, Antonio Trambarulo, Antonio Venezia
I NOMI DEGLI ALTRI INDAGATI CONTRO CLAN SEQUINO

Alessandro Aprea, Luis Antonio Rnodio, Antonio Bonavolta, Alexandr Babalyan, Iemmúa Cardilloli, Biagio D’Alterio, Carmine De Cham, Gennaro De Marino, Antonio Di Giovanni, Luca Di Vicino, Cito Esposito, Mario Moschella, Salvatore Anilo, Salvatore Frattini, Emanuele Frenna, Gianluca Galeota, Luigi Gherardi, Carmine Grosso, Salvatore La Marca, Salvatore La Salvia, Vincenzo Leonardo, Salvatore Matrone, Vittorio Maumno, Carlo Mariani, Mauro Aro, Giovanni Nacarlo, Vincenzo Nacarlo, Assunta Napoletano, Salvatore Palumbo, Vincenzo Peluso, Valentina Peluso, Vincenzo Pitoni, Simone Quagliarella, Giuseppe Repetti, Luigi Santagata, Salvatore Savarese, Salvatore Savarese, Luigi Scapolatiello, Nicola Sequino, Vincenzo Taiani, Salvatore Verdicchio
Sequestrati borse, orologi di lusso e gioielli

Borse, gioielli, orologi di lusso. Denaro contante, cambiali, champagne. Sono tra i beni sequestrati nel corso della maxi operazione anti camorra condotta a Napoli con l’esecuzione di 71 misure cautelari nei confronti degli esponenti di alcuni clan del centro storico. Contestualmente alle ordinanze cautelari personali, infatti, è stato disposto nei confronti di alcuni indagati il sequestro preventivo di conti correnti, immobili e società commerciali con sedi anche in altre regioni del territorio nazionale. L’attività di indagine è stata condotta dai Carabinieri del nucleo investigativo e dalla Squadra Mobile, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli.
Gratteri: ‘clan si rigenerano con figli e nipoti al posto dei capi’

“Questa notte abbiamo eseguito con polizia e carabinieri 71 ordinanze di custodia cautelare per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsioni, riciclaggio e anche utilizzo di cripto valute. Tra gli arresti c’è l’esecutore materiale dell’omicidio di Emanuele Durante ucciso il 15 marzo 2025”, spiega il procuratore della Repubblica, presso il tribunale di Napoli, Nicola Gratteri. �”Sono state interessate le famiglie “storiche” della camorra del clan Secondigliano e dei Mazzarella. Da questa operazione è emerso che i clan si rigenerano, con i figli, i nipoti che prendono il posto dei capi nel mentre sono al 41 bis e all’alta sicurezza”, spiega il procuratore. �Gratteri parla di “una camorra che sta al passo con i tempi, con la tecnologia, che è abbastanza avanti rispetto ad altre anche nell’utilizzo delle criptovalute e nell’utilizzo del dark web. Quindi una mafia contemporanea”.

Depistaggio via d'Amelio: ''La Barbera volle proteggere interessi esterni Cosa nostra''    Aaron Pettinari 03 Marzo 2026...
03/03/2026

Depistaggio via d'Amelio: ''La Barbera volle proteggere interessi esterni Cosa nostra''

Aaron Pettinari 03 Marzo 2026

Depositate le motivazioni della sentenza d'appello. "Servizi quantomeno assecondarono la tesi minimalista"

"La Barbera (l'ex capo della Mobile di Palermo deceduto nel 2002, ndr) con la sua azione nel depistare le indagini volle agevolare chi intendeva tutelare assetti di interessi e di potere diversi e più compositi del sodalizio mafioso che procedette all'esecuzione dell'attentato".
E' questo il giudizio tranciante che i giudici della corte d'appello di Caltanissetta, presieduta da Giovanbattista Tona, mettono nero su bianco nelle motivazioni della sentenza con cui, a maggio del 2024, era stata dichiarata prescritta l'accusa di calunnia aggravata dall'aver favorito la mafia contestata al funzionario di polizia Maio Bo, all'ispettore Fabrizio Mattei e all'agente Michele Ribaudo, finiti sotto processo per il depistaggio delle indagini sulla strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino e ai 5 agenti della scorta.
Nella ricostruzione dei giudici la figura di La Barbera è centrale. Era lui il "dominus" dell'indagine. Il collegio mette in evidenza come sulla sua figura "è emersa la capacità di coltivare relazioni e di accreditarsi non solo negli ambienti delle forze dell'ordine e degli uffici giudiziari, non solo tra gli uomini dei servizi di sicurezza nazionale, ma anche tra gli appartenenti alla criminalità organizzata o alle articolazioni più opache degli stessi servizi di sicurezza, il tutto riuscendo a compiacere i suoi vertici istituzionali, dai quali ricevette qualificati riconoscimenti di carriera".

Anomalie d'indagine

Un altro passaggio è dedicato ovviamente sui pezzi mancanti come la sparizione dell'agenda rossa. "Il mancato tempestivo rinvenimento dell'agenda e l'altrettanto tempestiva manifestazione del convincimento della sua definitiva distruzione (queste furono le dichiarazioni di La Barbera) si accompagnano alle altre anomalie della prima fase delle indagini, alcune delle quali pure evidenziate da Gioacchino Genchi, raccontando, ad esempio che, quando gli furono fatte esaminare i tabulati delle utenze del dottor Borsellino, scopri' che erano stati trasmessi all'autorità giudiziaria in maniera anomala, limitando le informazioni al solo traffico in uscita e non inserendo il traffico in entrata". "Operazione - si legge nelle motivazioni della sentenza - che doveva essere frutto di una specifica e deliberata selezione a monte da parte degli operatori, tenuto conto delle modalita' con le quali questi tabulati venivano generati, conservati e poi messi a disposizione delle autorita' giudiziaria all'epoca, modalita' che prevedevano la stampa in documento unico tanto dei flussi in entrata tanto dei flussi in uscita. Sicche' deve concludersi che, anche in forza delle dichiarazioni di Genchi, si ricavano conferme della sussistenza di operazioni di condizionamento delle indagini per la strage di via D'Amelio governate per larga parte da Arnaldo La Barbera, il cui pur decisivo protagonismo era stato certamente preceduto da altre (e altrui) iniziative e che da altri era stato orientato".

"Di La Barbera e' emersa la capacita' di coltivare relazioni e di accreditarsi non solo negli ambienti delle forze dell'ordine e degli uffici giudiziari, non solo tra gli uomini dei servizi di sicurezza nazionale, ma anche tra gli appartenenti alla criminalita' organizzata, o alle articolazioni piu' opache degli stessi servizi di sicurezza, il tutto - proseguono i giudici - riuscendo a compiacere i suoi vertici istituzionali, dai quali ricevette qualificati riconoscimenti di carriera".

I soggetti esterni e il ruolo dei servizi

Nella lettura della sentenza emerge chiaramente che Cosa nostra non fu sola a colpire. E nascondere questa verità era anche l'obiettivo dell'ex capo della Squadra mobile.
“Suo obiettivo certamente principale – scrive il collegio – era quello di dare corso ad una prospettazione minimalista che non intaccasse responsabilità di soggetti esterni in qualsiasi modo coinvolti nella strage”.
Il collegio si è anche concentrato sul ruolo dei servizi di sicurezza, che furono irritualmente coinvolti dal Procuratore Capo di Caltanissetta Tinebra e che produssero diverse note. Secondo i giudici "il ruolo che di fatto svolsero i servizi di sicurezza fu, se non quello di orientare la pista 'minimalista' e deviante, quantomeno quello di assecondarla e di acquietarsi ad essa". "Proprio nel momento in cui bisognava 'testare' l'ipotesi investigativa già formulata su un segmento operativo della preparazione della strage e poi cercare di andare oltre le dinamiche di mandamento nel quale si erano inserite per approfondire moventi, interessi e coinvolgimenti di un'azione delittuosa di così grande impatto e di rilevantissime conseguenze - spiega la Corte - quegli apparati il cui intervento si sarebbe potuto giustificare in una prospettiva di eccezione parametrata all'eccezionalità dell'evento, scompaiono dalla scena e si disimpegnano, senza offrire quel qualificato apporto informativo, che, pur rimanendo fuori o ai margini della legge, avrebbe potuto dare impulso ai percorsi investigativi che sarebbero dovuti giungere verso orizzonti e territori ben diversi dal quartiere della Guadagna".

Il silenzio di Cosa nostra

Analizzando i contributi dei collaboratori di giustizia Francesco Onorato, Vito Gelatolo e Franco Di Carlo, la Corte evidenzia una sorta di "anomalia" interna a Cosa nostra.
"Come emerge dall'excursus di tutto ciò che accadde nel corso delle indagini e del dibattimento, gli uomini di 'cosa nostra', anche quelli che erano rimasti coinvolti nei processi per la strage di via d'Amelio, non fecero nulla per far emergere la fragilità del quadro probatorio che si stava costruendo attorno a Scarantino". Non solo. "L'organizzazione mafiosa assunse una ben più che sospetta neutralità lasciando che alcune informazioni vere giungessero ai canali che le fornirono ai falsi collaboratori per mescolare con le loro calunnie ed evitando di introdurre solide prove di fatti veri che rendessero definitivamente insostenibili le ricostruzioni già minate da contraddizioni e vischiosità, basate sulle propalazioni inquinate".

Il pupo vestito

La corte d’appello di Caltanissetta scrive in maniera chiara che “il gruppo investigativo svolse indagini finalizzate ad indurre Vincenzo Scarantino ad accreditare la falsa pista della sua partecipazione alla preparazione della strage, curando il furto della Fiat 126 di Pietrina Valenti e agevolando la predisposizione quale autobomba per via D’Amelio”. Un giudizio pesante sui tre poliziotti imputati: “La Corte ritiene che le condotte contestate agli odierni imputati vadano inserite nella complessiva, lunga ed articolata sequenza che ha condotto allo sviamento delle indagini, oramai acclarato con sentenze passate in giudicato”.

Nella motivazione si legge che "c'era piena condivisione delle modalità di conduzione delle indagini da parte degli imputati, ossia dei componenti del gruppo che più di altri si trovarono impegnati in attività irregolari o illecite idonee ad orientare la volontà di Scarantino a rendere le sue dichiarazioni mendaci". "Può considerarsi incontestabile quindi la pluralità di indizi in ordine all'adesione da parte di Bo, Mattei e Ribaudo in particolare alla complessiva attività che sostenne e indusse Scarantino ad accusare soggetti estranei alla strage.- scrivono- Non vi possono essere dubbi sul fatto che tutti e tre gli imputati aderirono alle direttive impartite da La Barbera (e in realtà oramai consolidatesi per la condivisione ampia ricevuta sia dai vertici della polizia sia da quelli della Procura competente) consapevoli di stare instradando un 'collaboratore' inattendibile al fine di costruire attorno a lui un'aura di attendibilità e rafforzarlo nelle sue dichiarazioni calunniose". "Né si può discutere del fatto che essi potessero avere dubbi legittimi sull'innocenza delle persone da costui accusate. Si trattava di pubblici ufficiali che in presenza di elementi che dovevano fare semmai dubitare della veridicità delle dichiarazioni accusatorie di un soggetto il quale aveva mostrato in ogni modo la sua inaffidabilità, si adoperavano per eliderli, ridimensionarli, quando non occultarli o mistificarli", scrivono.

Per conto di chi?

Guardando al quadro più ampio il collegio scrive che sulla strage di via d'Amelio, restano ancora diversi nodi irrisolti. Su La Barbera “Non può considerarsi quindi certa la prova che egli in tal modo volesse favorire l’organizzazione mafiosa nel suo complesso e non alcuni suoi singoli membri in ragione delle loro cointeressenze con altri esponenti istituzionali. Nè può considerarsi delineato con la necessaria chiarezza quale fosse l’interesse superiore di Cosa nostra sull’altare del quale l’accordo intervenuto prevedeva il sacrificio di una larga parte dei suoi componenti anche di vertice da portare alla condanna all’ergastolo”.
Concludono i giudici: "E' certamente vero che all'epoca della strage le dinamiche di 'cosa nostra' erano mutate e, come aveva anche segnalato lo stesso dott. Borsellino, tra i corleonesi stavamo maturando linee diverse, alle quali potevano comunicare ad essere riconducibili interessi diversi e non del tutto sovrapponibili reti di alleanze; da una parte quella promessa anche con insistenza da Riina, tendente alla contrapposizione frontale per giungere ad un'imposizione delle condizioni di 'cosa nostra', e dall'altra quella riconducibile a Provenzano, più moderata e felpata nei metodi nella gestione dei rapporti con gli interlocutori e gli avversari dell'organizzazione".
"Può darsi per certo - si legge ancora - che quando si procede a preparare con significativa ma sospetta tempestività la strage di via d'Amelio, Riina e i suoi alleati nella Commissione erano certi di avere ricevuto rassicurazioni che avrebbero fatto loro ritenere trascurabili le prevedibili reazioni dello Stato in un momento in cui non poteva essere per 'cosa nostra' conveniente dare esecuzione a quell'eclatante attentato". E sul punto ancora una volta vengono richiamare le considerazioni della sentenza della Corte d'assise di Caltanissetta del Borsellino quater.
Inoltre "è emerso che la strage di via d'Amelio fu preparata parcellizzando in modo estremo i segmenti operativi e deliberativi per limitare il grado di coinvolgimento degli associati e la circolazione di notizie; il che fu certamente funzionale anche a far giungere agli inquirenti solo quelle notizie che sarebbero bastata a dare un minimo di credibilità ai sicofanti che le avrebbero propalate senza mettere gli inquirenti sul percorso che li avrebbe portati a disvelare la verità e frattanto evitare per un apprezzabile lasso di tempo che altri, anche de relato, le potessero riferire. Ma questo dato non dà ancora conto del fatto che l'eventuale finalità di eliminare Borsellino perché ostacolo di una trattativa (ipotesi affacciata dalla sentenza del c.d. Borsellino ter) fosse oggetto di consapevole e piena condivisione da parte di tutta la cosca o appartenesse alle 'pre-trattative' riservate di solo alcune frange dell'organizzazione".
Ciò che resta su La Barbera è che "certamente sapeva che stava coprendo responsabilità diverse da quelle di esponenti di 'Cosa nostra', ma mostrava anche di volerne colpire articolazioni e struttura in una prospettiva minimalista ma funzionale ad agevolare apparati più che l'organizzazione; o meglio ad agevolare alcuni esponenti di 'cosa nostra' laddove accomunati da responsabilità con esponenti degli apparati".
E sono proprio queste precisazioni che hanno portati i giudici di far cadere l'aggravante mafiosa dalle accuse rivolte ai tre imputati, complici del loro capo, e di dichiarare la prescrizione delle accuse.

'Ndrangheta: amministrazione giudiziaria per 6 imprese reggine    AMDuemila 03 Marzo 2026Sei imprese tra Calabria e Lazi...
03/03/2026

'Ndrangheta: amministrazione giudiziaria per 6 imprese reggine

AMDuemila 03 Marzo 2026

Sei imprese tra Calabria e Lazio sono state sottoposte ad amministrazione giudiziaria nell’ambito di un provvedimento notificato dalla Guardia di finanza di Reggio Calabria. La misura di prevenzione, disposta dalla sezione specializzata del tribunale reggino, riguarda società attive nei settori dell’edilizia e del mercato immobiliare, per un valore complessivo stimato attorno ai 10 milioni di euro.
Secondo gli inquirenti, le aziende sarebbero riconducibili a un imprenditore ritenuto in rapporti di continuità con la locale di ’Ndrangheta. Il provvedimento nasce da un’indagine patrimoniale che ha fatto leva su diversi elementi investigativi, tra cui dichiarazioni di collaboratori di giustizia e intercettazioni. Gli accertamenti si inseriscono nel solco delle attività istruttorie coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e collegate all’operazione “Atto IV” del 2023.
Per il tribunale, l’imprenditore era ben consapevole delle dinamiche mafiose del territorio e della necessità, in un contesto segnato dalla presenza criminale, di mantenere rapporti con gli esponenti della cosca dominante. In particolare, secondo i giudici, era convinto “che per poter lavorare senza aver problemi su un territorio contaminato dalla mafia dovesse mantenere buoni rapporti con i mafiosi nella convinzione che diversamente li sarebbe stata preclusa ogni possibilità di lavorare o comunque di lavorare in maniera proficua”.
Pur essendo stato vittima di estorsione, l’uomo avrebbe comunque beneficiato della protezione del clan egemone di Reggio Calabria, offrendo in cambio disponibilità e favori. Stando a quanto emerso, il boss lo avrebbe informato delle proprie attività estorsive e delle difficoltà “nel reperire denaro utile alla cosca e al mantenimento dei detenuti”.
Alla luce di questi elementi, il tribunale ha ritenuto sussistente il pericolo di infiltrazione mafiosa nelle società riconducibili all’imprenditore, disponendo così l’amministrazione giudiziaria delle sei imprese.

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