30/04/2026
𝗩𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗚𝗮𝗹𝗮𝘁𝗶𝗻𝗮 𝟮𝟬𝟮𝟳: 𝘀𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗲 𝗹𝗮 𝗯𝘂𝘀𝘀𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗼
𝘗𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘩𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘪𝘯 𝘷𝘦𝘳𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘨𝘳𝘢𝘭𝘦 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘪𝘣𝘶𝘵𝘰 𝘥𝘪 Edoardo Mauro 𝘰𝘴𝘱𝘪𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘶𝘭 𝘯𝘶𝘮𝘦𝘳𝘰 𝘥𝘦 Il Galatino 𝘥𝘪𝘴𝘱𝘰𝘯𝘪𝘣𝘪𝘭𝘦, 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘩𝘦 𝘨𝘪𝘰𝘳𝘯𝘰 𝘪𝘯 𝘦𝘥𝘪𝘤𝘰𝘭𝘢.
Alcide De Gasperi amava richiamare spesso, nei suoi articoli e interventi istituzionali, una frase di James Freeman Clarke: «Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni».
Lo so, per chi leggerà potrà sembrare la mia ennesima citazione "da scole erte". E detta alla soglia dei trent’anni, mi farà apparire, ancora una volta, come il più giovane anziano di questo circo politico cittadino.
Eppure è proprio da questo monito che, oggi, il dibattito a Galatina deve ripartire. In vista delle amministrative del 2027, la città non ha bisogno di una sequenza di interventi "spot" in cerca di engagement sui social, ma di una prospettiva più ampia, capace di indicare una rotta chiara per i prossimi anni.
In questo contesto emergono tre nodi centrali. Il primo riguarda la maggioranza a guida Vergine che, ad oggi, rappresenta la coalizione più forte in vista delle prossime amministrative, anche e soprattutto per l’assenza di reali competitor. Un modello che in molti ritengono essere ciò che la città merita, ma che non può essere considerato ciò di cui ha davvero bisogno.
Non sorprende che una coalizione nata (ed attualmente in espansione in vista del 2027), con l’obiettivo di occupare ogni spazio politico da destra a sinistra, abbia finito per privilegiare il consenso a tutti i costi rispetto alla qualità della proposta. Una corsa all’aggregazione trasversale, quasi compulsiva, che ha finito per sacrificare la visione d’insieme sul futuro della città. In questi anni hanno prevalso interventi puntuali, certo elettoralmente efficaci, ma privi di un disegno complessivo. Ne è derivato un modello fondato su equilibri interni e personalismi, con un sindaco nel ruolo di punto di tenuta di un sistema che, altrimenti, tenderebbe a frammentarsi. Il più banale dei divide et impera, principio antico quanto la politica stessa.
E i risultati si vedono. Basti pensare all’assenza di un ragionamento strutturato sul piano traffico cittadino. Oppure al dossier di candidatura di Galatina a Capitale della Cultura 2028: un’idea affascinante sul piano narrativo, ma che non è bastata a portare la città tra le finaliste per via di evidenti limiti nella proposta progettuale e nella sostenibilità delle promesse di lungo periodo.
Il secondo nodo riguarda l’alternativa, o forse sarebbe più corretto dire la difficoltà a farla esistere davvero. Anche perché, al netto delle legittime posizioni individuali, ciò che oggi manca è una sintesi tra chi si colloca fuori dall’ampio perimetro costruito intorno alla maggioranza. Il limite, però, è più profondo: una proposta che si definisce semplicemente "contro" qualcuno e che nasce sommando esclusioni difficilmente risulta credibile.
Il tema, allora, non è solo costruire un’alternativa, ma capire quale alternativa.
Perché oggi non basta più la critica, pur legittima. Serve un progetto riconoscibile, capace di partire da priorità condivise e da domande reali. Gli argomenti non mancano: lo sviluppo urbano, la qualità degli spazi pubblici, il lavoro, il sostegno alle imprese, le politiche sociali e le nuove fragilità. Questioni che richiedono studio, ascolto e capacità di sintesi, non slogan né aggregazioni costruite a ridosso delle scadenze elettorali. È su questo piano che si gioca la credibilità di una proposta alternativa. Non nella costruzione di narrazioni funzionali, ma nella capacità di avviare un percorso politico che guardi ai prossimi vent’anni, in cui vengano prima i contenuti e solo dopo le candidature.
Ed è proprio qui che si innesta il terzo nodo, forse il più amaro. Perché parlare di futuro significa inevitabilmente interrogarsi sul ruolo dei giovani e sulla loro partecipazione politica. Il punto è che, per molti giovani galatinesi, questa non è più la loro città. Vivono altrove. E allora, prima ancora di riportarli dentro il dibattito politico, bisognerebbe creare le condizioni perché possano tornare.
La leva più forte che la politica ha a disposizione è anche la più semplice: garantire, come ricordava qualche settimana fa Lorenza Del Coco tra le pagine di questo giornale, che il lavoro passi "dal curriculum e non dalla supplica", dal merito e non dall'inchino.
Ma è evidente che questi νόστοι metterebbero in discussione equilibri consolidati. Perché un giovane che torna non porta solo competenze: porta uno sguardo diverso. Porta con sé un mondo che non si riconosce più in un carrozzone politico alimentato da dinamiche e ragionamenti incapaci di andare oltre il passaggio a livello "de a via de Lecce" (anche questa espressione tratta dalle pagine de Il Galatino). Porta, soprattutto, una generazione meno disponibile ad accettare le squallide regole del gioco.
E allora non si tratta di scegliere tra questa o quella coalizione. Perché una maggioranza senza visione amministra per gli applausi, un’opposizione senza progetto la insegue e una generazione lasciata ai margini smette semplicemente di crederci. La vera sfida è un’altra: costruire le condizioni affinché, tra qualche anno, qualcuno possa ancora scegliere di restare, di tornare e di partecipare.
Tutto il resto è solo il tentativo di chi prova a essere De Gasperi, finendo poi, senza troppe pretese, a fare chiacchiere da bar in uno dei tanti locali in piazza.