ANPI Gallarate

ANPI Gallarate Pres. Guja Baldazzi
Segreteria: - Ilaria Enrica Mascella - Ennio Melandri
V. Franco Pisu
Pres. Onorario M. Mascella E’ utopia o semplicemente buon senso?

Valori ed obiettivi

L’ Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia, che tutti gli anni, dal 1945, celebra la ricorrenza del 25 Aprile in tutto il territorio nazionale, si pone oggi come obiettivo prioritario tra i suoi compiti istituzionali quello, indifferibile, della difesa della Costituzione Repubblicana e dei valori e principi politici e morali che ne informano tutto il suo impianto. Non son

o parole vane: quando si parla di vivere civile, di diritti-doveri (inseparabili tra loro), di solidarietà umana e politica, di uguaglianza, di certezza del Diritto, di norme unificatrici univoche e condivisibili, riconosciute ed accettate da tutti gli attori in campo (i Cittadini sovrani), si parla e ci si riferisce alla Costituzione Italiana nata dalla Resistenza ed appunto, ai valori che essa portò in dote nella Carta. Valori intramontabili, non soggetti a revisioni di comodo ed “aggiustamenti” di parte, che però oggi possono confluire in un progetto più ampio ed aggiornato dopo quasi 70 anni dalla loro istituzionalizzazione, quando ampia fosse la convergenza sulle eventuali modifiche che si ritenessero necessarie. Ma con lo scopo preciso di rendere la Carta semplicemente più fruibile dai Cittadini di quanto non lo sia stata finora. Perché è innegabile che se ci sono stati in Essa difetti, questi vi sono stati indotti da cause esterne alla Carta stessa, non applicandone interamente i dettati ed i principi ivi contenuti. Una celebrazione asettica della Resistenza, come mera rimembranza di un periodo epico della nostra Storia, da rinnovare solo come Memoria, è ciò che meno serve alla causa dell’attualità della Costituzione, promulgata il 1° Gennaio 1948. Si tratta invece di rilanciare l’idea di come questa Costituzione sia una “dote” degli Italiani fin dal loro primo nascere, di una loro “seconda pelle” di cui avere cura sempre, badando ad evitare estemporanei “maquillage” che ne deturperebbero l’intima bellezza e la solida struttura. Si tratta di divulgarne i significati, ed il loro inscindibile nesso con la Resistenza, tra i Cittadini, nelle scuole, ovunque vi siano comunità di uomini e di donne che nella Costituzione si riconoscono e dalla quale possono trarre l’orgoglio di appartenenza ad una identità che va salvaguardata ma aperta al mondo che ci circonda, e non nascosta in facili egoismi nazionalistici e meno che mai in pericolosi arroccamenti territoriali. Si tratta di renderla meno “lontana” da coloro ai quali si rivolge e per i quali è stata redatta, con grande ed ineguagliabile lungimiranza dai suoi Padri fondatori: si tratta di viverla e farla vivere nei fatti di ogni giorno, nella stesura di leggi che da Essa traggono linfa, e che ad Essa si ispirano. Noi crediamo ovviamente che sia buon senso, accompagnato da una forte volontà che accomuni tutti gli “uomini di buona volontà” che si ispirano ai valori prima espressi. Ed è per questo che l’ ANPI rinnova, in occasione del 70.mo Anniversario dell’Epopea Resistenziale, un appello alle forze politiche - che si riconoscono nei principi e nei valori della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza- , affinché i deputati e i senatori eletti nelle ultime consultazioni elettorali, presentino al più presto in Parlamento una proposta di legge ed operino per la sua approvazione affinché, in modo analogo a quanto avviene in quasi tutti i paesi democratici, renda obbligatoria, vincolante ed operativa in tutte le scuole italiane l’insegnamento della Costituzione e del suo processo fondativo.

31/05/2026
30/05/2026

L’Ottantesimo del 2 Giugno

Fra pochi giorni celebreremo l’80° della Repubblica. Come Anpi saremo in Piazza e distribuiremo copie della Costituzione, che del referendum del 2 giugno è figlia naturale.
Ma torniamo a quel 2 Giugno del 1946. Il 1946 fu un anno di svolta, non solo per noi Italiani ma anche per altri popoli, che come noi subirono una guerra strana, stando un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Penso ad esempio alla Grecia, su cui ho appena letto un bel saggio di Mario Cervi sugli anni dell’invasione italiana e della guerra civile.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale la Grecia era uno stato fascista, così come lo erano nel loro complesso i Balcani. Metaxas ne era il capo, non meno autoritario e intollerante di quanto non lo fosse Mussolini in Italia. Soppressa ogni voce di dissenso, carceri piene di oppositori, comunisti braccati. Ciò nonostante Mussolini l’invase, il 28 ottobre 1940, senza una ragione apparente, se non l’ansia di non volere essere da meno del suo alleato tedesco e vincere una sua guerra parallela per poi sedersi al tavolo dei vincitori. Non andò così, l’esercito greco respinse in Albania l’esercito italiano in un inverno che coi suoi rigori mise in luce tutta l’inadeguatezza militare della retorica fascista.
Fu Hi**er a metterci una pezza. In un battibaleno invase i Balcani e la Grecia, e nell’aprile del 1941 ne distribuì una parte ai suoi alleati minori, la Bulgaria e naturalmente l’Italia, la cui occupazione fu particolarmente feroce con la popolazione locale, disattendendo una volta di più lo slogan duro a morire degli “Italiani brava gente”.
Fu in questo contesto che si sviluppò la Resistenza greca: già durante i tre anni dell’occupazione italiana prima dell’8 settembre e ancor prima che anche le forze militari tedesche iniziassero a ritirarsi da Atene, il 12 ottobre 1944, per poi sgombrare l’intera Grecia in un paio di settimane per non rimanere chiuse in trappola dall’avanzata dell’armata rossa nei Balcani. Fu quello greco uno dei movimenti partigiani più forti d’Europa: il fronte di liberazione nazionale (EAM) e il suo braccio armato (ELAS), a forte predominanza comunista, arrivarono a controllare gran parte dell’entroterra montuoso, ma si dovette scontrare ben presto con le logiche espansionistiche delle potenze alleate che ancor prima di Yalta già si stavano accordando sulla divisione del mondo. In questo caso, per volontà di Churchill e Stalin che si scambiarono i famosi bigliettini con le percentuali, la Grecia per il 90% toccò all’Inghilterra, che aveva dato ospitalità al re in esilio e che, dopo il ritiro tedesco supportò la formazione di un nuovo governo monarchico.
Ebbe inizio di lì la guerra civile , che avrebbe insanguinato la Grecia in particolare dal 1946 al 1949: da una parte i sostenitori del governo monarchico rientrato dall’esilio, appoggiati anche militarmente da Gran Bretagna e Stati Uniti; dall’altra i partigiani in gran parte appartenenti all’ELAS. Il “primo scontro per procura della nascente guerra fredda” venne definito dalla stampa di allora. Il conflitto, impari sul piano militare, assunse la forma di una estenuante guerriglia, a tratti anche feroce. Nel ‘49 l’esercito regolare alleato sconfisse le ultime sacche di resistenza comunista sul monte Grammos, lasciando sul campo centinaia di migliaia di vittime e di esuli e una Grecia politicamente divisa.
Storia parallela e nello stesso tempo antitetica in Italia, entrata in guerra proprio contro la Grecia, ma da questa sconfitta, non solo militarmente ma più in profondità, nell’anima, Golia umiliato da Davide. Fu da questa umiliazione che si diffuse sempre più profondo il senso di estraneità verso il regime che l’aveva voluta. Poi, dopo la sconfitta e la resa incondizionata, il destino volle che l’Italia condividesse con la Grecia una nuovo e sempre crescente avversione contro il fascismo, feroce perché morente, e il nazismo, incattivito e vendicativo. Con la Grecia condivise anche il lacerante dualismo tra il moderatismo e il trasformismo di popoli che in maggioranza per vent’anni erano convissuti col costume fascista e la speranza di un nuovo futuro di una minoranza che invece l’aveva combattuto pagando di persona, nel carcere, al confino, in esilio e stava ora trovando nuova linfa nei tanti giovani che trovavano il coraggio di fare una scelta di campo radicale, dando vita alla Resistenza.
Ma come in Grecia non tutti i resistenti erano stati uguali. C’era chi era rimasto fedele ad un’idea di continuità con lo stato prefascista e ancora si riconosceva nella monarchia, nonostante il suo vergognoso comportamento; e chi voleva rompere definitivamente con il passato, sconfiggendo una volta per tutte il nazifascismo e creare nel contempo una società nuova. Anche da noi, come in Grecia la questione istituzionale era stata immediatamente dirimente, da subito, dal quel 25 luglio 1943 che segnò il colpo di stato della monarchia e depose Mussolini, al modo di porsi dei partiti antifascisti che tentavano di riorganizzarsi nei confronti del governo tecnico di Badoglio, fino alla resa incondizionata dell’8 settembre e alla vergognosa fuga del re prima a Brindisi e poi a Salerno.
Poi fu la catastrofe, la Repubblica Sociale eterodiretta dai nazisti e la conseguente guerra civile.

Il 28-29 gennaio del ‘44 ebbe luogo a Bari un grande congresso dei partiti del CLN, la struttura organizzativa che si erano data per combattere la lotta partigiana. Domandarono l’immediata abdicazione del re, complice senza attenuanti della dittatura fascista, e la convocazione di un’assemblea costituente da eleggersi appena finita la guerra: una costituente che ridefinisse i caratteri di una nuova Italia repubblicana. Nobile richiesta, ma sterile, se non controproducente.
Perché nel frattempo Badoglio andava avanti col suo governo di tecnici, sostenuto, pur con qualche remora, dagli angloamericani che lentamente avanzavano dal sud. Così i partiti antifascisti si trovarono a chiedere un governo autenticamente democratico, mentre gli alleati facevano orecchie da mercante, e assolutamente non volevano cambiamenti radicali, non volevano fastidi soprattutto con i comunisti, con i socialisti, col Partito d’azione.
Una situazione parallela a quella greca. Lì gli Inglesi appoggiavano il re e il suo governo in esilio e non esitarono a reprimere l’ELAS quando prese la direzione della Resistenza. Qui cercarono di evitare decisioni così radicali ma non mancarono mai di frenare l’azione dei partigiani. Il proclama del generale inglese Alexander del 13 novembre 1944 ne fu una conferma: intimò ai partigiani dell’Italia del nord di cessare le operazioni e di tornarsene a casa dalle montagne in cui stavano combattendo. Così, come se niente fosse, ritorno in famiglia in un territorio occupato dai tedeschi.
La situazione fu sul punto di precipitare, quando Palmiro Togliatti, il segretario del PCI, dopo circa vent’anni di esilio, sbarcò a Salerno nel marzo del 1944, mentre era in corso l’ultima eruzione del Vesuvio, e sostenne con forza la necessità di rinviare la questione monarchica al dopoguerra per costituire immediatamente un nuovo governo, non più tecnico, ma fatto da esponenti dei partiti antifascisti. Un governo di unità nazionale, che non si perdesse in inutili e divisivi distinguo di fronte alla monarchia e Badoglio, ma che unisse tutte le proprie forze contro il nemico comune, i tedeschi che stavano occupando l’Italia e i fascisti repubblichini. Fu un cambiamento radicale rispetto al congresso di Bari, di fronte al quale anche i partiti più tenacemente repubblicani si convinsero.
Così il 21 aprile 1944 si costituì, sempre sotto la presidenza ancora del maresciallo Badoglio il primo governo italiano di uomini politici. Passò alla storia come il governo della svolta di Salerno, che sommò il meglio delle forze democratiche e antifasciste, che seppero accantonare le diversità politiche per concentrare tutte le forze sull’obbiettivo della sconfitta del nazifascismo . Il re Vittorio Emanuele si impegnò a trasmettere provvisoriamente i suoi poteri al figlio fino a quando il popolo italiano non avesse scelto liberamente il suo futuro. Quando Roma fu liberata seppe mantenere la parola data.
In questo clima di reciproca collaborazione si giunse così al referendum del 2 giugno 1946, ottant’anni fa. Fu la logica e democratica conseguenza di un compromesso di alta politica, di quella alta politica che sa guardare avanti e crede nel bene comune. La politica di cui tanto avvertiamo oggi la mancanza, purtroppo.

Ennio Melandri
Maggio 2026

20/05/2026

Ancora cultura e potere (Toscanini)

Mai come oggi, nel buio politico e culturale che ci opprime, assume un preciso significato civile il richiamo alle date storiche di quella che fu la ricostruzione materiale e morale di un paese uscito a pezzi da una guerra voluta dalla colpevole sconsideratezza di un dittatore megalomane. Date di cui cade o è appena caduto l’Ottantesimo, date dal forte significato simbolico, il 25 aprile e il 2 giugno. E date quasi dimenticate, sicuramente minori, ma non meno significative. Date comunque divisive, come lamentano i nuovi gestori del potere, quelli che non hanno ancora digerito la sconfitta storica del fascismo, ma che, anzi, ce lo ripropongono giorno dopo giorno, camuffato sotto sigle diverse.
Una settimana fa abbiamo celebrato l’ottantesimo dell’11 maggio 1946, data di riapertura della Scala. La guerra era finita da un anno. A Milano le macerie non erano state ancora del tutto rimosse, interi quartieri portavano i segni dei bombardamenti e la vita quotidiana procedeva in una forma di provvisorietà che sembrava destinata a durare in eterno. Ma fu in questo contesto che si collocò quella scelta precisa, oggi diremmo sorprendente: considerare la ricostruzione del principale teatro cittadino la prima tra le priorità, per dare visibilità al senso di appartenenza di un’intera comunità. Perché la riapertura della Scala non fu solo musica, fu un atto civile, fu la dichiarazione implicita che la cultura non può essere considerata alla stregua di un qualsiasi atto amministrativo perché parte fondante di un intero processo di rinascita.
Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1943, il teatro della Scala era stato colpito al cuore dai bombardamenti alleati: il crollo del tetto e della volta aveva devastato la sala, compromettendo palchi e gallerie: una scia di rovine non solo materiali, ma morali. Era stata colpito il luogo simbolo dell’identità milanese.
Già nei mesi successivi alla Liberazione Comune, Governo del CLN, cittadini, si riconobbero nella scelta di ripartire di lì, da quel teatro, per realizzare qualcosa che andava ben oltre l’architettura.
Diresse quel concerto di riapertura Arturo Toscanini, figura simbolica dell’intera storia della Scala. Un concerto che non restò confinato nello spazio chiuso della sala rifatta, ma che venne trasmesso per radio, diffuso attraverso altoparlanti nelle vie e nelle piazze. Perché quella sera Toscanini non diresse solo per i tremila che avevano potuto pagarsi un posto a teatro. Diresse per tutta la folla che gremì le piazze vicine, la Galleria, il Duomo. Per una notte la Scala smise di essere un luogo separato per privilegiati, fu una diversa idea di cultura, non più un ambito specialistico, ma un’esperienza pubblica, uno spazio in cui una comunità provò a riprendere forma.
Il ritorno di Toscanini caricò l’evento di un ulteriore significato: non solo il gesto tecnico di un grande direttore d’orchestra che accettava di dirigere un concerto, bensì anche quello di un artista che si era sottratto a qualsiasi compromesso con il regime fascista, scegliendo per oltre un decennio l’esilio oltreoceano. La sua presenza quindi non fu neutrale, e tale fu recepita: fu un segno, un modo per affermare che la cultura, se vuol essere tale, è libertà.

Arturo Toscanini si era opposto con fierezza e coerenza all’avanzata del fascismo in Italia e in Europa.. Due scelte dolorose lo avevano contraddistinto.
A Bologna, la sera del 14 maggio 1931 era stato aggredito e schiaffeggiato per avere rifiutato di eseguire l’inno fascista “Giovinezza” come brano di apertura del concerto. Da allora non aveva più diretto in Italia, fino appunto all’ 11 maggio dl ’46.
Due anni dopo, primo non tedesco chiamato a dirigere un’orchestra al festival dedicato a Wagner a Beyreuch, in Germania, aveva scelto di non partecipare all’evento per protesta contro il regime nazista da poco al potere. Da aIlora il controllo capillare che il nazismo esercitava su tutte le opinioni bollò Toscanini come “incapace di resistere alla propaganda antigermanica”. “Degenerazione musicale” vennero definiti dal Terzo Reich direttori d’orchestra come lui o compositori del calibro di Igor Stravinsky, Kurt Weill, l’autore della musica dell’”Opera da tre soldi” di Bertolt Brecht, .Alfred Heuss, Arnold Schoenberg, che sarebbe morto nel 1951 negli Stati Uniti dopo aver composto l’opera considerata il più grande monumento che la musica abbia dedicato all’Olocausto, “Un sopravvissuto di Varsavia”.
Anche Toscanini era andato in esilio, in America, perché da noi il clima era diventato politicamente irrespirabile. Ne era tornato proprio per dirigere il concerto di riapertura della Scala, un evento che precedette di poche settimane un altro passaggio, ben più decisivo, il referendum del 2 Giugno 1946.
Infatti, quando Toscanini diresse il concerto di ritorno la Repubblica Italiana non era ancora nata, ma ormai quello era l’orizzonte. Quel concerto, magari involontariamente, mostrò che una comunità può tornare ad esistere simbolicamente ancor prima di definirsi politicamente.

A ottant’anni da quella sera il contrasto con l’oggi è inevitabile. Oggi ci chiediamo se la cultura sia ancora il luogo in cui una società si costruisce, oppure sia diventato un fastidioso ingombro, uno spazio da occupare militarmente.

Ennio Melandri
Maggio 2026

18/05/2026

COMUNICATO STAMPA

Nel giorno dello sciopero generale nazionale del pubblico impiego proclamato da Usb con l’adesione di Fi-si, per le condizioni economiche e la sicurezza sul lavoro ma soprattutto contro la guerra e le politiche di riarmo con la parola d’ordine “Non un chiodo per la guerra”, il Direttivo di Anpi Gallarate avrebbe voluto rivolgere un pensiero benaugurante alla Global Sumud Flotilla, nuovamente in viaggio verso Gaza, spargendo semi di pace e solidarietà umana in un mare che troppo spesso è teatro di tragedie tristissime, come la morte di freddo di una neonata, la cui madre viaggiava verso l’Europa alla ricerca di una vita migliore.
Purtroppo il nostro augurio è naufragato sul nuovo assalto che Israele sta muovendo proprio oggi al convoglio umanitario, in acque internazionali, contro ogni diritto e nel silenzio assordante della comunità internazionale.
Questa ennesima violazione avviene mentre si è appena chiusa una settimana davvero drammatica per il nostro Paese, segnata da due gravissimi, quanto insensati, fatti di sangue, ovvero la strage di Modena ad opera di un uomo, apparentemente in preda alla follia, e l’assassinio di un bracciante 35enne maliano, Bakary Sako, ucciso a Taranto da un gruppo di ragazzi giovanissimi, nell’indifferenza di chi ha assistito.
Il primo pensiero è di accorata partecipazione e va alle vittime e ai loro familiari; il secondo pensiero è di profonda preoccupazione e va alla società nel suo complesso: abbiamo urgenza di una riflessione seria sulle vere matrici di questa violenza, sul profondo disagio che nasconde, sulle radici fatte di indifferenza, incertezza, insufficienza delle istituzioni, ignoranza, deprivazione materiale e spirituale, inadeguatezza dei servizi, paura del diverso.
Abbiamo, insomma, urgenza di una politica seria, che ci risparmi i facili slogan, le scorciatoie securitarie e le ricette obsolete e si impegni nella costruzione di una prospettiva davvero efficace.

Per il Direttivo Anpi Gallarate
La Presidente
Guja Baldazzi

13/05/2026

Cultura e potere (Yellow letters)

Il rapporto tra potere e cultura è sempre stato di una dinamica complessa, in quanto la cultura può essere sia uno strumento utilizzata dal potere per legittimarsi e annullare il dissenso, sia una forza critica e antagonista in grado di metterlo in difficoltà.
Nel primo caso, la cultura al servizio del potere, le forme sono state storicamente le più varie, dal mecenatismo rinascimentale alla funzione di propaganda e consenso imposto coercitivamente nei regimi teocratici, autocratici o smaccatamente dittatoriali di oggi.
Nel secondo caso, la cultura come contro potere, la conoscenza, l’arte e il pensiero critico offrono gli strumenti per decodificare il presente, smascherare le logiche di dominio e manipolazione delle coscienza e promuovere istanze di libertà e resistenza democratica. In altri termini la cultura può anche essere potere, perché possedere un alto livello di istruzione e consapevolezza sociale si traduce in un’effettiva capacità di incidere sulle decisioni collettive, costituire un vero e proprio bene comune: tutto il contrario di quanto avviene oggi in Italia, e in gran parte del mondo.

Un film robusto, visto domenica scorsa, mi ha portato a queste schematiche considerazioni: “Yellow letters” ne è il titolo, l’opera recentissima di un regista turco costretto per motivi politici a rifugiarsi all’estero, in Germania, Ilker Catak.
A un certo punto del film due scritte in rosso, inattese e singolari, riempiono lo schermo: la prima è “Berlino interpreta Ankara”, la seconda “Amburgo interprete Istanbul”. Ci segnalano che il film è stato girato interamente in Germania, ma è ambientato in un contesto narrativo che richiama la Turchia: infatti le città di Berlino e Amburgo sono utilizzate come interfaccia di Ankara e Istanbul, senza che il film cerchi di mascherarne i diversi elementi di riconoscibilità architettonici e urbanistici; ma nello stesso tempo ambienta i personaggi in spazi abitati , appartamenti, teatri, aule universitarie, del tutto plausibili in qualsiasi città contemporanea.
Anzi, ci vogliono dire con chiarezza che Berlino in ogni momento può diventare Ankara e Amburgo Istanbul: in altri termini che le dinamiche mostrate nel film possano ben ripetersi in altri contesti, in altre parole che il nostro Occidente che noi consideriamo il più civilizzato per eccellenza, non è al riparo dal rischio dell’intolleranza o, per usare un parola italiana che si capisce in tutto il mondo, del fascismo.

Derya è un’attrice famosa, all’apice del successo; Aziz, il marito, è docente universitario e drammaturgo e la moglie ne interpreta spesso i suoi soggetti nel circuito teatrale statale. Una coppia affiatata, ma quando lei rifiuta di posare in una foto ricordo celebrativa con un ministro che manifestamente ha seguito lo spettacolo con disinteresse; e lui, nel suo lavoro di docente, invita gli studenti a non avere remore a disertare una sua lezione per partecipare a una manifestazione per la pace; entrambi ricevano due distinte lettere gialle; che comunicano ad Aziz, accusato di terrorismo, il licenziamento dall’università e a Derya la cancellazione dello spettacolo. Lettere gialle, quelle con cui il governo di Erdogan comunica azioni punitive nei confronti dei cittadini in odore di dissidenza.
Così i due protagonisti, disoccupati ed emarginati, vedono inevitabilmente deteriorarsi i loro rapporti interpersonali, nonostante il cambio di residenza da Ankara a Istanbul. Ma non sto a raccontare la trama del film.
Ciò che nel film mi ha colpito è stata la natura della repressione che subiscono. Non la repressione brutale che arresta, tortura, magari condanna a morte, ma una repressione più subdola, amministrativa e burocratica: una repressione fatta di delazioni, denunce, sospensioni, controlli sui social media, ritorsioni lavorative; elementi che agiscono come forze esterne, ma che costringono i personaggi a ridefinire i propri obiettivi e la propria vita.
Così il dissenso e la repressione non vengono affrontati in modo diretto o esplicito, ma emergono come sottofondo costante. “Il privato è politico”, recitava un celebre slogan a cavallo degli anni ’60 e ’70: qui è vero il contrario. Sono le condizioni politiche e sociali che si riflettono nella vita privata di ogni singola persona, per cui la vicenda dei protagonisti costituisce la cartina di tornasole della Turchia contemporanea del dittatore Erdogan: il rapporto con il potere è incorporeo, ritratto in fuoricampo, ne vediamo le conseguenze materiali, ma sembra un’entità astratta, apparentemente lontana e intoccabile ma in realtà immanente, soffocante, che chiede di piegarsi alla legge pervasiva del più forte, pena la punizione più severa.
Un film di impegno civile, di quelli che ormai non se ne girano più, che invece proprio nell’Italia di oggi appare più attuale che mai, perché qualcosa di simile potrebbe capitare, anzi capita sempre più spesso, agli artisti e agli intellettuali dei nostri paesi “democratici”: una giustizia e una democrazia che nella propaganda ufficiale sembrerebbero garantite in eterno, quando invece il monito di “Yellow letters” è che l’eternità non esiste e non bisogna mai abbassare la guardia.

Ennio Melandri
Maggio 2026

Indirizzo

Via Lo Gambero 5
Gallarate
21013

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