ANPI Gallarate

ANPI Gallarate Pres. Guja Baldazzi
Segreteria: - Ilaria Enrica Mascella - Ennio Melandri
V. Franco Pisu
Pres. Onorario M. Mascella E’ utopia o semplicemente buon senso?

Valori ed obiettivi

L’ Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia, che tutti gli anni, dal 1945, celebra la ricorrenza del 25 Aprile in tutto il territorio nazionale, si pone oggi come obiettivo prioritario tra i suoi compiti istituzionali quello, indifferibile, della difesa della Costituzione Repubblicana e dei valori e principi politici e morali che ne informano tutto il suo impianto. Non son

o parole vane: quando si parla di vivere civile, di diritti-doveri (inseparabili tra loro), di solidarietà umana e politica, di uguaglianza, di certezza del Diritto, di norme unificatrici univoche e condivisibili, riconosciute ed accettate da tutti gli attori in campo (i Cittadini sovrani), si parla e ci si riferisce alla Costituzione Italiana nata dalla Resistenza ed appunto, ai valori che essa portò in dote nella Carta. Valori intramontabili, non soggetti a revisioni di comodo ed “aggiustamenti” di parte, che però oggi possono confluire in un progetto più ampio ed aggiornato dopo quasi 70 anni dalla loro istituzionalizzazione, quando ampia fosse la convergenza sulle eventuali modifiche che si ritenessero necessarie. Ma con lo scopo preciso di rendere la Carta semplicemente più fruibile dai Cittadini di quanto non lo sia stata finora. Perché è innegabile che se ci sono stati in Essa difetti, questi vi sono stati indotti da cause esterne alla Carta stessa, non applicandone interamente i dettati ed i principi ivi contenuti. Una celebrazione asettica della Resistenza, come mera rimembranza di un periodo epico della nostra Storia, da rinnovare solo come Memoria, è ciò che meno serve alla causa dell’attualità della Costituzione, promulgata il 1° Gennaio 1948. Si tratta invece di rilanciare l’idea di come questa Costituzione sia una “dote” degli Italiani fin dal loro primo nascere, di una loro “seconda pelle” di cui avere cura sempre, badando ad evitare estemporanei “maquillage” che ne deturperebbero l’intima bellezza e la solida struttura. Si tratta di divulgarne i significati, ed il loro inscindibile nesso con la Resistenza, tra i Cittadini, nelle scuole, ovunque vi siano comunità di uomini e di donne che nella Costituzione si riconoscono e dalla quale possono trarre l’orgoglio di appartenenza ad una identità che va salvaguardata ma aperta al mondo che ci circonda, e non nascosta in facili egoismi nazionalistici e meno che mai in pericolosi arroccamenti territoriali. Si tratta di renderla meno “lontana” da coloro ai quali si rivolge e per i quali è stata redatta, con grande ed ineguagliabile lungimiranza dai suoi Padri fondatori: si tratta di viverla e farla vivere nei fatti di ogni giorno, nella stesura di leggi che da Essa traggono linfa, e che ad Essa si ispirano. Noi crediamo ovviamente che sia buon senso, accompagnato da una forte volontà che accomuni tutti gli “uomini di buona volontà” che si ispirano ai valori prima espressi. Ed è per questo che l’ ANPI rinnova, in occasione del 70.mo Anniversario dell’Epopea Resistenziale, un appello alle forze politiche - che si riconoscono nei principi e nei valori della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza- , affinché i deputati e i senatori eletti nelle ultime consultazioni elettorali, presentino al più presto in Parlamento una proposta di legge ed operino per la sua approvazione affinché, in modo analogo a quanto avviene in quasi tutti i paesi democratici, renda obbligatoria, vincolante ed operativa in tutte le scuole italiane l’insegnamento della Costituzione e del suo processo fondativo.

01/09/2026

Terza Repubblica?

Qualche sera fa, al termine di una simpatica rimpatriata conviviale, la nostra amica Guja è scesa in cantina e ha recuperato manifesti e locandine di oltre trent’anni fa, quando eravamo ancora attivi militanti di un PCI che stava cambiando pelle e stavamo più o meno consapevolmente transitando dalla Prima alla Seconda Repubblica. Lo scenario internazionale era in evoluzione. Il muro di Berlino
era crollato col suo divisivo significato simbolico; l’Unione Sovietica, sconfitta nella guerra fredda, si era dissolta ed era stata annunciata trionfalmente la “fine della storia” che tentava di certificare il passaggio da un equilibrio internazionale bipolare all’egemonia di un unico modello di società, l’occidente capitalistico a egemonia americana.
L’Italia non era da meno. Con la scomparsa dell’Unione Sovietica era iniziato anche il lungo travaglio che aveva portato il PCI a interrogarsi, anche aspramente, sulle sue prospettive attraverso un estenuante congresso in cui, anche “a livello di base”, si confrontarono tre articolate mozioni; ed era sorto un partito inedito, il PDS, Partito democratico della Sinistra, che poi, nel giro di poco più di un decennio avrebbe mutato più volte nome e natura. Da PCI era diventato PDS, perdendo per strada “comunista”; da PDS era diventato DS, Democratici di Sinistra, perdendo per strada “partito”; da DS era diventato PD, l’attuale Partito Democratico, perdendo per strada “di sinistra”.
“Mani pulite” d’altro canto aveva completato il quadro, spazzando via la Prima repubblica e i suoi partiti nati dalla Resistenza e aprendo la strada ad altri, nuovi, danarosi e populisti, personalistici e gestiti come aziende private, che sdoganarono definitivamente il fascismo, con Berlusconi che portò al governo il MSI e la Lega.
Un’ubriacatura generale che cambiò le stesse regole del gioco, non tanto riscrivendo la Costituzione, che anzi venne come imbalsamata e nei fatti quotidianamente disattesa, ma abbandonando più semplicemente la legge elettorale proporzionale propria della Prima repubblica, l’unica che assicurava una corretta rappresentanza parlamentare delle varie opinioni politiche dell’elettorato. Così da allora la Seconda repubblica si è fondata, e tutt’ora si fonda, su leggi elettorali che un tempo si sarebbero definite “truffa”, fondate sostanzialmente su sistemi maggioritari e premi di maggioranza sempre più elevati ed escludenti. Anche di qui trae origine l’attuale disaffezione politica ed elettorale.

Di questo passaggio parlavano i manifesti e le locandine riesumate quella sera, che si pronunciavano anche su una delle tante crisi di allora in Medio Oriente, sul popolo palestinese di Arafat, sulla guerra del Golfo e sulla guerra in generale come mezzo per risolvere le controversie internazionali.
Di qui la conseguente considerazione e la domanda d’obbligo che ci siamo posti: quante analogie, ma cosa è cambiato in trent’anni e più? E se ci sono stati cambiamenti, sono stati in positivo o in negativo?

Anche non considerando per il momento un contesto mondiale drammatico, significativamente battezzato autorevolmente “terza guerra mondiale a pezzi”, anche da noi, nella nostra Italietta meloniana, arrivati al 2026 credo si possa affermare in modo difficilmente confutabile come il progetto della cosiddetta Seconda repubblica sia definitivamente fallito, al punto che diversi analisti politici parlano ormai esplicitamente di Terza repubblica. Ne riassumo sinteticamente gli indicatori, confezionando un piccolo decalogo che spero non stucchevole.
1. L’inverno demografico, con le nascite sempre in calo e la crescita esponenziale della popolazione anziana; con conseguenze inevitabili quali il progressivo stato di arretratezza della produttività del lavoro e soprattutto gli immani problemi che comporta l’invecchiamento di una società.
2. L’evasione e l’iniquità fiscale con il relativo aumento delle disuguaglianze economiche e sociali. Problema cronico, mai affrontato con determinazione, anzi aggravato abolendo un po’ alla volta il criterio della progressività fiscale.
3. La conseguente riduzione della spesa pubblica per i settori più sensibili della sanità e dell’istruzione, sottoposti a scelte cervellotiche e demagogiche. Per non citare il bavaglio a cui si sta sottoponendo la cultura.
4. L’altro conseguente processo di continue privatizzazioni pubbliche, non solo nella sanità e nella scuola, ma anche la relativa dismissione di asset strategici come l’IRI, la Telecom, le autostrade. E private, basti pensare alla Fiat, sostenute per decenni con interventi pubblici e di fatto svendute a multinazionali fuori controllo.
5. La legalizzazione delle più diverse forme di flessibilità del lavoro e la tolleranza verso il lavoro nero, degenerato in ampie sacche non più appetibili alla nostra mano d’opera sottoposte a vere e proprie forme di schiavismo.
6. L’erosione del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi, consumatasi in decenni e ormai prima in Europa, dovuta a un’inflazione sottaciuta o minimizzata.
7. Lo smantellamento del principio costituzionale della separazione dei poteri, con l’esecutivo che di fatto ha assorbito le funzioni del legislativo e il giudiziario costantemente sotto attacco.
8. Il sempre più invasivo controllo dell’informazione televisiva e della stampa, ormai prevalentemente ridotte a teatrini mediatici eterodiretti e a procacciatori pubblicitari.
9. Il clima di insicurezza alimentato dalla destra al potere, un clima di femminicidi, rapine, delitti, più presunto che reale, cui si propone una terapia d’ordine orchestrata da uomini o donne forti.
10. Il tema dell’emigrazione, posto come centrale ed esasperato per creare un artificioso bisogno appunto di sicurezza di fronte a un presunto pericolo di sostituzione etnica. Una paura che genera intolleranza e ghettizza generando sempre più frequenti episodi razzismo.

Sono i primi dieci punti che mi vengono in mente, magari altri ugualmente importanti non li ho presi in considerazione. Tutti comunque da inserire in una realtà attuale che sembra segnare i connotati di una inedita Terza repubblica.
Neo connotati quali la mutazione climatica, il ritorno sempre più frequente alla guerra, lo smantellamento del diritto internazionale a vantaggio della legge del più forte. Infine la funzione dell’intelligenza artificiale dalle conseguenze inedite ma gravide di minacce, tema quest’ultimo affrontato con la semplicistica ricetta che l’IA è un’opportunità inedita, spetta a noi saperla guidarla e non esserne guidati. Come fosse una cosa facile.
Un futuro quindi quanto mai problematico, cui manca la chiaroveggenza di una classe politica all’altezza delle necessità e imprigionata viceversa nei propri fantasmi di un passato da cui non vuole o non può smarcarsi.

Ennio Melandri
Settembre 2026

24/08/2026

Ponte di Legno

La gentile disponibilità dei nostri consuoceri ha offerto a me e a mia moglie l’opportunità di trascorrere la decina di giorni attorno a Ferragosto in una località di montagna, Ponte di Legno, per beneficiare di un po’ di frescura in questa estate torrida. Non siamo stati gli unici: una cittadina di cui sono censiti 1914 residenti in queste settimana di alta stagione ha toccato la punta dei 25.000 villeggianti, tutti più o meno accompagnati dai propri cagnolini al guinzaglio e spensieratamente incuranti del grande tema che caratterizzerà il nostro futuro, il cambiamento climatico, con le relative conseguenze sanitarie economiche e demografiche, che per altro anche quest’estate si sono manifestate con virulenza: fasce intere di popolazione, soprattutto gli anziani, hanno sofferto l’inimmaginabile, molti non hanno retto al calore e all’afa delle città e dell’asfalto e sono deceduti per problemi respiratori.
Così è stato ovunque: chi se lo è potuto permettere ha cambiato aria nelle località di villeggiatura, in montagna come al mare. Ma meno numerosi rispetto agli scorsi anni: i dati statistici ufficiali relativi all’Italia lamentano un calo consistente del turismo, qualche straniero in più ma meno Italiani.
A questo punto mi è d’obbligo una prima riflessione. In una società globale, in cui, si dice, non ci sono più la destra e la sinistra se non nei talk-show, emergono sempre più forti le differenze di classe, forse addirittura più di una volta: in questo caso tra chi si può permettere una vacanza in montagna o al mare o anche soltanto un impianto di aria condizionata e chi invece no, non se lo può permettere, e boccheggia senza fiato fino a morirne.
Singolarmente in questi giorni ho letto un articolo il cui titolo era “L’Italia è come la Francia del 1788”. Quasi con noncuranza l’autore butta lì un’analogia apparentemente paradossale: come nel 1788, anno precedente la rivoluzione francese, anche l’Italia del 2026 è un paese tecnicamente in bancarotta, nel quale circola una valuta, l’euro, che lo mantiene ancora in vita ad un prezzo sociale altissimo.
Come nel 1788, anche oggi vi sono il primo, il secondo, e il terzo stato, ovviamente aggiornati ai nostri tempi: il primo è formato non più dalla nobiltà ma dalla grande borghesia, che dopo aver spogliato e venduto il paese, basti citare la Fiat nel settore privato e l’IRI in quello pubblico, non ha nessuna intenzione di restituire nemmeno parte del maltolto tramite le tasse o un qualche barlume di patrimoniale.
Vi è poi un secondo stato, formato oggi non dal clero ma da una diffusa classe media imprenditoriale, fatta in larga misura di evasori ed elusori fiscali, che hanno ancora meno voglia di versare imposte.
Infine vi è un terzo stato formato da coloro che, tramite il meccanismo del sostituto d’imposta, debbono pagare le tasse per tutti quanti. Per ora a questo scenario comparativo mancano i sanculotti parigini ridotti alla fame, ma ci si sta arrivando sotto forma, ad esempio, delle giovani generazioni senza futuro e sdegnosamente chiamate maranza e degli immigrati respinti come rifiuti in discariche legalizzate in accondiscendenti ed esosi paesi terzi quando non sfruttati come schiavi a costo zero. E’ su di loro che si catalizza l’odio dell’opinione pubblica attraverso il ricorso dei più svariati strumenti di persuasione di massa che le più aggiornate tecnologie mettono a disposizione.

Stavamo trascorrendo l’ultimo giorno della nostra permanenza a Ponte di Legno quando è bastata una giornata di intenso maltempo per isolare letteralmente il paese: la strada statale che sale la Valcamonica è franata in alcuni punti, torrentelli laterali sono esondati lasciando ovunque fango e detriti, le famiglie di sei comuni montani sono state evacuate.
Siamo partiti con un giorno di ritardo, quando il cielo si è rasserenato, attraverso un itinerario alternativo, salendo da Edolo e superando il passo dell’Aprica, scendendo la Valtellina e costeggiando il lago di Como: poco male per noi che non abbiamo vincoli e abbiamo percorso un itinerario più lungo ma comunque piacevole, che mi ha offerto l’occasione per una seconda riflessione.

E’ mai possibile che il nostro territorio, indubbiamente orograficamente fragile, ad ogni minima variazione meteorologica subisca danni tali da richiedere decenni per ricomporsi? E’ mai possibile che non sia concepibile prevenire con un minimo di lungimiranza disastri ambientali, per altro facilmente prevedibili, invece di chiedere puntualmente il riconoscimento dei tanti stati di emergenza che sottopongono i già magri bilanci delle Regioni a raschiare con fatica il fondo del barile ?
E’ mai possibile continuare a ignorare volutamente che stiamo subendo una crisi climatica senza precedenti in un pianeta che abbiamo compromesso con il nostro forsennato modello di sviluppo, un pianeta che si sta surriscaldando rapidamente, provocando migliaia di morti ormai non più solo tra gli anziani.
Forse è ancora possibile invertire la rotta, ma occorre la politica, nazionale, comunitaria, globale, quella vera, che sappia guardare avanti e programmare, tralasciando le piccole meschinità quotidiane spesso artificialmente alimentate per ottenerne illusori benefici elettorali.

Ennio Melandri
Agosto 2026

12/08/2026

Qui mira e qui ti specchia

“Qui mira e qui ti specchia,/ secol superbo e sciocco, […] del ritornar ti vanti/ e procedere il chiami”: mai come oggi paiono così attuali questi quattro versi di Giacomo Leopardi se consideriamo l’ennesima, e magari definitiva, rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo. Parlo della intelligenza artificiale, della IA, che ci aiuta a svolgere i compiti più disparati in tempi impossibili, senza che apparentemente paghiamo alcun prezzo.
Il mese scorso, quando ero in Liguria, mi ha colpito una notizia pubblicata un giorno solo e con poca rilevanza nelle pagini locali di un quotidiano nazionale. Evidentemente agli occhi dell’autore costituiva la norma e non meritava ulteriori approfondimenti.
Titolo: “ Rider licenziato. L’IA lo ha mandato all’indirizzo sbagliato. Non è l’unico caso”.
Riassumo: a perdere il lavoro non era stato un qualche ingranaggio digitale di una macchina o un file elettronico, ma un essere umano in carne ed ossa, uno dei tanti immigrati senza nome che vorremmo rimandare a casa loro anche quando ormai faticosamente, e fortunosamente, è stata riconosciuta loro la cittadinanza italiana: Giovanni Sanchez, il suo nome, rider di origine peruviana. Dal 2017 lavorava per la Just Eat di Genova, consegnando pacchi cubo di viveri in bicicletta con turni di lavoro impossibili. Poteva considerarsi comunque fortunato, percepiva novecento euro al mese con cui manteneva una famiglia.
Se non che in un tardo pomeriggio, mentre era ancora in sella alla sua bici, durante una pausa tra una consegna e l’altra, sullo smart-phone gli è apparsa una notifica: licenziato. Motivo? Due ritardi consecutivi, uno di sedici l’altro di nove minuti, per colpa di una app malfunzionante che gli aveva comunicato indirizzi sbagliati. In parole più semplici, per due giorni di fila il nostro Giovanni non era riuscito a iniziare il turno di consegna in orario a causa dell’intelligenza artificiale: la sua app aveva erroneamente cambiato il punto dove bisognava geolocalizzarsi cliccando su Play per iniziare il turno e non segnalava un punto preciso, girava a vuoto e non lo trovava. Tentativo dopo tentativo comunque ce l’aveva fatta, ma la lettera di licenziamento era partita inesorabile.
Non so altro, se non che Giovanni ha impugnato il licenziamento tramite un sindacato, ma a Genova l’ufficio di Just Eat, che si trovava in via XII Ottobre ha chiuso, per cui non potendo più contattare direttamente un responsabile non restava che l’IA, le cui risposte in automatico il più delle volte non sono pertinenti.

Non sto riportando un caso limite. A Genova altri sei ciclofattorini hanno testimoniato gli stessi disguidi; a Milano gli operatori di Just Eat licenziati sono stati quarantadue. Ma non fanno notizia, fanno un lavoro oscuro, che tuttavia ci serve come utenti che si vedono consegnare il pranzo o la cena a casa. Se siamo in buona diamo loro qualche spicciolo di mancia, ma pochi, per ca**tà, sono stranieri e magari di colore. Le notizie a cui ho potuto attingere finiscono qui.

Resta la domanda. Il mondo sta cambiando e ci cambia, lo percepiamo; ma cambia in meglio? E’ in corso un dibattito di esperti, spesso più presunti che reali, serrato ma troppo semplicistico, tutto su elementi quantitativi. Come il Pil. I Pil è un parametro puramente quantitativo; certifica lo sviluppo ma nasconde le differenze, anzi spesso le esaspera. Altra cosa è il progresso, i cui parametri sono prevalentemente qualitativi.
E l’IA dove si colloca? E’ fattore solo di sviluppo o anche di progresso?
I suoi fautori ne enumerano i vantaggi: l’IA aumenta la produttività del lavoro, soprattutto quando automatizza attività ripetitive; potenzia le capacità di analisi e i processi decisionali; riduce gli errori umani consentendo così benefici economici concreti. In sintesi, è un potente fattore di sviluppo, ci dicono.
I critici sottolineano le negatività oserei dire democratiche ed etiche: l’intelligenza artificiale, ci dicono, crea dipendenza tecnologica e pone enormi problemi di privacy e di sicurezza, perché raccoglie grandi volumi di dati personali, che, nelle mani sbagliate possono essere utilizzati per manipolare informazioni sensibili. E’ ormai evidente l’uso che se ne fa nel campo della propaganda politica, in cui si creano notizie e personaggi fasulli, al fine di strumentalizzare e indirizzare l’opinione pubblica.

Il caso del rider licenziato a Genova costituisce un ulteriore elemento di criticità, forse il più immediato e tangibile, perché si riferisce all’occupazione e alla trasformazione del lavoro, per la possibilità che consente di sostituire con algoritmi gli esseri umani in molti attività, non solo quelle ripetitive o poco qualificate, rendendo oscuri e intangibili i processi decisionali.

Io, confesso, non ho competenze in materia, ma mi rendo conto di vivere un cambiamento d’epoca che nulla ha di accattivante e mi fa sentire impotente di fronte alla sempre maggiore polarizzazione tra i detentori del potere, economico politico militare, e chi, e sono sempre i più, lo subisce.
Forse è nel giusto chi sostiene che il punto non è “evitare l’IA ma governarla”, ma allora ci vuole la politica, quella vera, che sa guardare lontano e sa governare i processi.

Ennio Melandri
Agosto 2026

06/08/2026
06/08/2026
05/08/2026

Strage di Bologna. Album di famiglia

Ho cercato di addentrarmi nella galassia nera di chi, a partire dai primi anni Sessanta decise di stare alla destra del MSI rifiutando la democrazia e dandosi anzi come suo obiettivo il suo abbattimento, costituendo e alimentando la cosiddetta Destra eversiva.
Avanguardia Nazionale nacque nel 1960 da una costola del Centro Studio OrdineNuovo di Pino Rauti da poco fuoriuscito dal MSI, che riteneva troppo moderato ed invischiato nei giochi parlamentari dell’odiata democrazia antifascista. Il suo fondatore, Stefano delle Chiaie, sarebbe finito poi dentro a tutte le indagini relative alle stragi e ai tentativi di colpo di stato in Italia. Avanguardia Nazionale fu coinvolta soprattutto nel tentato golpe Borghese ed ebbe sempre l’obiettivo di abbattere la democrazia. Si sciolse nel 1976. Stefano delle Chiaie ebbe una storia processuale molto travagliata e riparò diverse volte all’estero, nella Spagna franchista e nel Cile di Pinochet.
Ordine Nuovo fu fondato nel 1969, l’anno di Piazza Fontana, per iniziativa di un gruppo di militanti contrari alla scelta di Rauti di rientrare nel MSI. Si caratterizzava per la vena suprematista, per la rivolta contro il mondo moderno e la “plutocrazia” per la contrapposizione frontale tra Occidente e Oriente. Nel 1973 i dirigenti di Ordine Nuovo furono condannati per ricostituzione del Partito fascista e l’organizzazione venne sciolta.
Ordine Nero e il Fronte Nazionale Rivoluzionario nacquero l’anno dopo, in reazione allo scioglimento di Ordine Nuovo e si caratterizzarono subito per la scelta di entrare in clandestinità per praticare la lotta armata. Pierluigi Concutelli, a capo di Ordine Nero, e Mario Tuti, per il FNR furono punti di riferimento per la galassia dell’eversione nera, nonché due dei suoi più feroci e irriducibili combattenti, ancora oggi tra i nomi più noti e carismatici. Non hanno mai rinnegato le loro scelte e le loro azioni più efferate, anche dopo essere stati arrestati.
Terza Posizione fu invece un movimento neofascista nato nel 1978, l’anno del sequestro Moro, in una logica di rottura con le precedenti esperienze dell’eversione nera, quella golpista di Avanguardia Nazionale e quella più terroristica scaturita da Ordine Nuovo. Tra i suoi fondatori c’era anche quel Roberto Fiore attivo poi nella politica italiana come capo del partito Forza Nuova.
E’ proprio in questa già nutrita babilonia di sigle che già nel 1977 avevano cominciato a farsi notare i cosiddetti “ragazzini dei NAR”, capeggiati dal duo Mambro-Fioravanti. Da loro nacque una sorta di spontaneismo armato, caratterizzato dal puro culto della lotta armata come scelta quasi esistenziale di ribellione alla società e alla democrazia; una scelta che in breve si impose sulla scena dell’eversione nera grazie a un carisma che attirò molti altri giovani, affascinati dal loro modo di interpretare non solo la lotta armata ma la vita stessa.
Con questi presupposti il sabato 2 agosto 1980, giorno di inizio delle ferie, una bomba esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna: 85 morti e oltre duecento feriti. Furono ben quattro i processi celebrati in una quarantina d’anni per individuare esecutori e mandanti della strage, più uno per i depistaggi..
Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Paolo Bellini sono stati condannati all’ergastolo, Luigi Ciavardini a 30 anni di reclusione. Questi i fatti, queste le sentenze passate in giudicato dopo gli ormai canonici tre gradi di giudizio. L’ultima sentenza della Cassazione risale appena al luglio scorso, 2025.
Quarantasei anni dopo, tuttavia, la strage di Bologna continua a dividere, nonostante ora parlino le sentenze. Anzi, il punto è proprio quello: il Governo fatica a riconoscerne la matrice fascista e alza il livello dello scontro contro l’autonomia della Magistratura e, disattende gli appelli degli stessi familiari delle vittime, disertando la cerimonia e il corteo indetti domenica a Bologna.
La Presidente del Consiglio ha mandato un messaggio in cui parla genericamente di terrorismo ed ha evitato ancora una volta di attribuire la strage alla matrice fascista e la seconda carica dello Stato, il senatore La Russa ha chiesto di non fermarsi alla verità processuale per ricercare i colpevoli in altre direzioni.
Per cui mi sento di condividere la domanda, retorica, di un articolista di un quotidiano che leggo:
“Perché una generazione di destra che nulla ha a che fare con la stagione degli anni di piombo, che è cresciuta nella seconda repubblica e che potrebbe quindi fare i conti con quel passato, continua di fatto a disconoscerne le sentenze che parlano di strage neofascista a Bologna?”
La mia risposta è semplice, perché quei conti non vuole farli, perché in quell’album di famiglia ancora si riconosce; e perché la mette, come sempre, in caciara, assimilando la stagione dello stragismo nero, che iniziò il 12 dicembre 1969 con la bomba alla Banca dell’agricoltura di Milano e toccò il suo punto più alto il 2 agosto 1980 a Bologna, con il terrorismo rosso delle Brigate rosse o di Prima linea. Due percorsi entrambi esecrabili, ma da non confonderli perché le BR colpivano le persone simbolo, nel f***e obiettivo di punirne uno per convertirne cento, nell’illusione di ottenere così il consenso per una rivoluzione sociale del basso; mentre i Nar e tutta la galassia nera colpiva nel mucchio, nella folla ignara e indifesa, per creare un senso di paura diffusa che la inducesse al ricorso alla forza, alle leggi speciali, al ripudio della democrazia in attesa dell’uomo, o della donna, forte. Con la connivenza di apparati dello Stato, più o meno deviati.
Col terrorismo delle BR il PCI di allora seppe fare i conti, magari con un certo ritardo e pagandone un prezzo alto, ma li fece, diventando il più coerente ed intransigente sostenitore della linea della fermezza. Con la strategia della tensione e con lo stragismo Meloni e La Russa no, della democrazia non gliene frega niente, oggi come ieri mirano a creare un impasto di paura e repressione, capace di promuovere l’avvento di un regime autoritario.

Ennio Melandri
Agosto 2026

30/07/2026

Ho una doppietta in cantina

Ho una doppietta in cantina, ormai un cimelio del Novecento, era l’orgoglio di mio padre, uno dei cacciatori più bravi e più corretti di Romagna. Coi tempi che corrono potrebbe essermi utile, in questa società raccontata così violenta, fatta di ladri e assassini, soprattutto se, come predicano Salvini e il fido Borghi, il Governo dovesse seguire alla lettera il loro progetto di legge di dilatare la legittima difesa al punto di abolirla di fatto, lasciando mano libera agli aggrediti di esercitare “un sano diritto di vendetta” contro gli aggressori, anche se non colti sul fatto, anche fuori contesto, a distanza, magari mentre scappano, per strada, quando già si credono al sicuro e se ne vanno per i fatti loro.
Sai che pacchia sarebbe: uno ce l’ha con un altro, proprio non lo può soffrire, allora lo cura, lo sorprende da solo e lo uccide, ma poi confessa di essere stato aggredito, di aver esercitato il sacrosanto diritto alla difesa personale, che è sempre legittima. Le prove? La sua parola, di onesto cittadino utile alla società, magari gestisce un negozio che vende orologi e gioielli, contro l’altra, quella del delinquente, che necessariamente è menzognera, il quale purtroppo ormai non è più nella condizione di difendersi e smentire l’accusa.
E’ evidentemente un paradosso, ma non è detto che non diventi una possibilità reale in questa estate rovente di campagna elettorale anticipata, con una destra di governo che impone quotidianamente i suoi temi nel segno della sicurezza e della lotta all’immigrazione, non più solo quella irregolare, ma tutta, anche di chi ormai è di seconda generazione o addirittura di cittadinanza italiana.
Quanta ipocrisia, stiamo sfacciatamente imitando il copione di Trump e della sua Ice, abbiamo lanciato una vera e propria crociata che spaccia l’Italia per il Far West. Una crociata fatta di video, di milioni di appelli sui social, di raccolta fondi, che trasforma un gioielliere in un simbolo di cui appropriarsi. Come ha scritto di recente Paolo Berizzi, purtroppo non è una novità: la costruzione dell’”eroe” è da tempo una pura questione di propaganda, basta mischiare gli ingredienti e siamo tutti Mario Roggero, l’Italiano vittima del sistema.
I fatti sono noti, un gioielliere di Grinzano Cavour ha ucciso due ladri, inseguendoli e colpendoli alle spalle, ne ha ferito un terzo dopo una rapina nel suo negozio nell’ormai lontano 28 aprile 2021. Una reazione sproporzionata, un farsi giustizia da sé , la legge del taglione.
Nei tre gradi di giudizio cui il gioielliere è stato sottoposto è stata esclusa la legittima difesa: l’uccisione di un rapinatore è giustificata per legge solo se è l’unica, necessitata, via di salvezza di fronte a un pericolo attuale per la propria vita o integrità fisica. Quando il pericolo è cessato, quando i rapinatori hanno voltato le spalle e sono in fuga, ucciderli rappresenta una reazione sproporzionata, una giustizia da Far West, diventa una forma di vendetta.
Così i giudici in tre gradi di giudizio e in modo convergente hanno applicato la legge, come è giusto che sia, per altro con mano leggera, il minimo della pena, perché non esiste legittima difesa se insegui il tuo aggressore per sparargli alle spalle.
Ciò nonostante il caso Roggero è diventato immediatamente una bandiera della destra, una campagna cavalcata per rilanciare il tema della sicurezza e anche per arginare la temuta avanzata di Vannacci.
Abbozzo un elenco delle ultime posizioni emerse.
Il ministro della difesa Guido Crosetto ha accusato la Magistratura di interpretare le leggi al punto di stravolgere la Costituzione.
A verdetto della Corte di Cassazione appena emanato, il titolare della Giustizia Carlo Nordio ha avviato di propria iniziativa, senza avvertire il Quirinale ma con l’avallo della Meloni, l’istruttoria per concedere la grazia a Roggero, con una tempistica che non ha precedenti, lo stesso giorno in cui questi è entrato in carcere, trasformando l’istituto della grazia in una sorta di quarto grado di giudizio.
“Lo Stato sta dalla parte delle persone per bene” ha postato subito la presidente Meloni, “è una regola di buon senso”. Peccato che la persona per bene sia l’autore di un omicidio plurimo, non giustificato.
Al che Mattarella, trascinato ancora una volta al centro di polemiche infuocate, in questo caso perché conceda a Roggero le grazia ancor prima di conoscere le motivazioni della sentenza definitiva della Cassazione, ha dovuto convocare Nordio in Quirinale per ricordargli che la. titolarità del potere di clemenza spetta solo al capo dello Stato. Nordio da parte sua ha abbozzato, anche se di malavoglia, continuando tuttavia a rivendicare la correttezza del suo operato e della sua richiesta.
In quanto alla Lega, ha rilanciato più volte queste stesse posizioni, avanzando addirittura l’intenzione di candidare Roggero alle politiche: “Come Lega stiamo esaminando tutti i profili legali [per] se fosse possibile candidarlo come rappresentante degli italiani che vengono aggrediti e si difendono”, ha dichiarato testualmente Salvini; forse avendo dimenticato che la legge sulla legittima difesa l’ha firmata proprio lui, quando era ministro degli interni. E che la Meloni ha avuto quattro anni per cambiarla e non l’ha fatto: in compenso ha fatto sei decreti sicurezza, ultimo dei quali sui minorenni, e di legittima difesa non ha mai parlato.
Al che, pronto, Vannacci si è sentito in dovere di rispondere: “La Lega ci copia. Lo Stato tutela i criminali. Andrò anch’io a trovare Mario dove è recluso”.

Così, in breve, si è innescata una pericolosa ondata di odio e delegittimazione che sta travagliando la magistratura italiana, alimentata da una gogna mediatica e social in un clima in cui, sembra paradossale, si viene attaccati per aver applicato la legge proprio da parte di chi avrebbe il compito di renderla esecutiva.
Addirittura su facebook dopo la sentenza sono state pubblicate le fotografie, i nomi e i cognomi dei giudici di primo e secondo grado che hanno condannato Roggero, con una violenza verbale senza precedenti, con attacchi alla professionalità di tutti i magistrati, definiti corrotti o sinistroidi, con minacce esplicite. Un odio sociale estremamente pericoloso perché, oltre a minare la sfiducia nelle istituzioni, li espone a gravissimi rischi per la loro sicurezza e la loro stessa incolumità personale
Un odio sociale che porta allo scontro istituzionale con il Presidente della Repubblica, l’unica figura pubblica a cui la costituzione concede la prerogativa di concedere la grazia. Perché è evidente che quando si eccitano le persone e si crea un movimento come questo siamo di fronte al tentativo di mettere il capo dello Stato con le spalle al muro, preparando il terreno per una sua successione: una successione da parte di una destra di natura fascista, che, ormai lo dice esplicitamente, non è più un tabù.

Ennio Melandri
Luglio 2026

Indirizzo

Via Lo Gambero 5
Gallarate
21013

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