30/05/2026
L’Ottantesimo del 2 Giugno
Fra pochi giorni celebreremo l’80° della Repubblica. Come Anpi saremo in Piazza e distribuiremo copie della Costituzione, che del referendum del 2 giugno è figlia naturale.
Ma torniamo a quel 2 Giugno del 1946. Il 1946 fu un anno di svolta, non solo per noi Italiani ma anche per altri popoli, che come noi subirono una guerra strana, stando un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Penso ad esempio alla Grecia, su cui ho appena letto un bel saggio di Mario Cervi sugli anni dell’invasione italiana e della guerra civile.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale la Grecia era uno stato fascista, così come lo erano nel loro complesso i Balcani. Metaxas ne era il capo, non meno autoritario e intollerante di quanto non lo fosse Mussolini in Italia. Soppressa ogni voce di dissenso, carceri piene di oppositori, comunisti braccati. Ciò nonostante Mussolini l’invase, il 28 ottobre 1940, senza una ragione apparente, se non l’ansia di non volere essere da meno del suo alleato tedesco e vincere una sua guerra parallela per poi sedersi al tavolo dei vincitori. Non andò così, l’esercito greco respinse in Albania l’esercito italiano in un inverno che coi suoi rigori mise in luce tutta l’inadeguatezza militare della retorica fascista.
Fu Hi**er a metterci una pezza. In un battibaleno invase i Balcani e la Grecia, e nell’aprile del 1941 ne distribuì una parte ai suoi alleati minori, la Bulgaria e naturalmente l’Italia, la cui occupazione fu particolarmente feroce con la popolazione locale, disattendendo una volta di più lo slogan duro a morire degli “Italiani brava gente”.
Fu in questo contesto che si sviluppò la Resistenza greca: già durante i tre anni dell’occupazione italiana prima dell’8 settembre e ancor prima che anche le forze militari tedesche iniziassero a ritirarsi da Atene, il 12 ottobre 1944, per poi sgombrare l’intera Grecia in un paio di settimane per non rimanere chiuse in trappola dall’avanzata dell’armata rossa nei Balcani. Fu quello greco uno dei movimenti partigiani più forti d’Europa: il fronte di liberazione nazionale (EAM) e il suo braccio armato (ELAS), a forte predominanza comunista, arrivarono a controllare gran parte dell’entroterra montuoso, ma si dovette scontrare ben presto con le logiche espansionistiche delle potenze alleate che ancor prima di Yalta già si stavano accordando sulla divisione del mondo. In questo caso, per volontà di Churchill e Stalin che si scambiarono i famosi bigliettini con le percentuali, la Grecia per il 90% toccò all’Inghilterra, che aveva dato ospitalità al re in esilio e che, dopo il ritiro tedesco supportò la formazione di un nuovo governo monarchico.
Ebbe inizio di lì la guerra civile , che avrebbe insanguinato la Grecia in particolare dal 1946 al 1949: da una parte i sostenitori del governo monarchico rientrato dall’esilio, appoggiati anche militarmente da Gran Bretagna e Stati Uniti; dall’altra i partigiani in gran parte appartenenti all’ELAS. Il “primo scontro per procura della nascente guerra fredda” venne definito dalla stampa di allora. Il conflitto, impari sul piano militare, assunse la forma di una estenuante guerriglia, a tratti anche feroce. Nel ‘49 l’esercito regolare alleato sconfisse le ultime sacche di resistenza comunista sul monte Grammos, lasciando sul campo centinaia di migliaia di vittime e di esuli e una Grecia politicamente divisa.
Storia parallela e nello stesso tempo antitetica in Italia, entrata in guerra proprio contro la Grecia, ma da questa sconfitta, non solo militarmente ma più in profondità, nell’anima, Golia umiliato da Davide. Fu da questa umiliazione che si diffuse sempre più profondo il senso di estraneità verso il regime che l’aveva voluta. Poi, dopo la sconfitta e la resa incondizionata, il destino volle che l’Italia condividesse con la Grecia una nuovo e sempre crescente avversione contro il fascismo, feroce perché morente, e il nazismo, incattivito e vendicativo. Con la Grecia condivise anche il lacerante dualismo tra il moderatismo e il trasformismo di popoli che in maggioranza per vent’anni erano convissuti col costume fascista e la speranza di un nuovo futuro di una minoranza che invece l’aveva combattuto pagando di persona, nel carcere, al confino, in esilio e stava ora trovando nuova linfa nei tanti giovani che trovavano il coraggio di fare una scelta di campo radicale, dando vita alla Resistenza.
Ma come in Grecia non tutti i resistenti erano stati uguali. C’era chi era rimasto fedele ad un’idea di continuità con lo stato prefascista e ancora si riconosceva nella monarchia, nonostante il suo vergognoso comportamento; e chi voleva rompere definitivamente con il passato, sconfiggendo una volta per tutte il nazifascismo e creare nel contempo una società nuova. Anche da noi, come in Grecia la questione istituzionale era stata immediatamente dirimente, da subito, dal quel 25 luglio 1943 che segnò il colpo di stato della monarchia e depose Mussolini, al modo di porsi dei partiti antifascisti che tentavano di riorganizzarsi nei confronti del governo tecnico di Badoglio, fino alla resa incondizionata dell’8 settembre e alla vergognosa fuga del re prima a Brindisi e poi a Salerno.
Poi fu la catastrofe, la Repubblica Sociale eterodiretta dai nazisti e la conseguente guerra civile.
Il 28-29 gennaio del ‘44 ebbe luogo a Bari un grande congresso dei partiti del CLN, la struttura organizzativa che si erano data per combattere la lotta partigiana. Domandarono l’immediata abdicazione del re, complice senza attenuanti della dittatura fascista, e la convocazione di un’assemblea costituente da eleggersi appena finita la guerra: una costituente che ridefinisse i caratteri di una nuova Italia repubblicana. Nobile richiesta, ma sterile, se non controproducente.
Perché nel frattempo Badoglio andava avanti col suo governo di tecnici, sostenuto, pur con qualche remora, dagli angloamericani che lentamente avanzavano dal sud. Così i partiti antifascisti si trovarono a chiedere un governo autenticamente democratico, mentre gli alleati facevano orecchie da mercante, e assolutamente non volevano cambiamenti radicali, non volevano fastidi soprattutto con i comunisti, con i socialisti, col Partito d’azione.
Una situazione parallela a quella greca. Lì gli Inglesi appoggiavano il re e il suo governo in esilio e non esitarono a reprimere l’ELAS quando prese la direzione della Resistenza. Qui cercarono di evitare decisioni così radicali ma non mancarono mai di frenare l’azione dei partigiani. Il proclama del generale inglese Alexander del 13 novembre 1944 ne fu una conferma: intimò ai partigiani dell’Italia del nord di cessare le operazioni e di tornarsene a casa dalle montagne in cui stavano combattendo. Così, come se niente fosse, ritorno in famiglia in un territorio occupato dai tedeschi.
La situazione fu sul punto di precipitare, quando Palmiro Togliatti, il segretario del PCI, dopo circa vent’anni di esilio, sbarcò a Salerno nel marzo del 1944, mentre era in corso l’ultima eruzione del Vesuvio, e sostenne con forza la necessità di rinviare la questione monarchica al dopoguerra per costituire immediatamente un nuovo governo, non più tecnico, ma fatto da esponenti dei partiti antifascisti. Un governo di unità nazionale, che non si perdesse in inutili e divisivi distinguo di fronte alla monarchia e Badoglio, ma che unisse tutte le proprie forze contro il nemico comune, i tedeschi che stavano occupando l’Italia e i fascisti repubblichini. Fu un cambiamento radicale rispetto al congresso di Bari, di fronte al quale anche i partiti più tenacemente repubblicani si convinsero.
Così il 21 aprile 1944 si costituì, sempre sotto la presidenza ancora del maresciallo Badoglio il primo governo italiano di uomini politici. Passò alla storia come il governo della svolta di Salerno, che sommò il meglio delle forze democratiche e antifasciste, che seppero accantonare le diversità politiche per concentrare tutte le forze sull’obbiettivo della sconfitta del nazifascismo . Il re Vittorio Emanuele si impegnò a trasmettere provvisoriamente i suoi poteri al figlio fino a quando il popolo italiano non avesse scelto liberamente il suo futuro. Quando Roma fu liberata seppe mantenere la parola data.
In questo clima di reciproca collaborazione si giunse così al referendum del 2 giugno 1946, ottant’anni fa. Fu la logica e democratica conseguenza di un compromesso di alta politica, di quella alta politica che sa guardare avanti e crede nel bene comune. La politica di cui tanto avvertiamo oggi la mancanza, purtroppo.
Ennio Melandri
Maggio 2026