12/06/2026
Con le gambe sotto la canna
Interrompo le mie considerazioni storico-politiche per diffondere il primo capitolo di un libro che ho scritto anni fa: un libro su una mia vecchia passione, il ciclismo, un capitolo in prevalenza di costume e di storia locale.
RACCONTI DI SERE INVERNALI
Coppi, Bartali, Ortelli, Ronconi: una vera e propria classifica merito, e di simpatia. Vi si riconoscevano mio padre, i vicini, gli amici di famiglia quando discorrevano di ciclismo.
Accadeva di frequente nelle serate di veglia, soprattutto d’inverno, mentre ci si sfregava le mani al tepore del camino, quando dopo cena si faceva volentieri visita ai vicini. A “trebbio”, come si diceva in Romagna, a rotazione, da chi aveva le cucine più spaziose e col camino. Quando faceva brutto tempo le visite erano preannunciate dal batti e ribatti dei piedi sull’uscio di casa, per staccare dal fondo delle scarpe i grumi del fango o della neve.
Ci si raccoglieva attorno al focolare, dove, appeso alla catena, il paiolo era tenuto tiepido da una brace raramente spenta: sementa di fuoco, la chiamavamo, perché non moriva mai ed era sempre pronta per rifare la fiamma. Avvolte nelle ceneri si tenevano al caldo le patate americane. Ai lati, imponenti alari di ferro e di ottone delimitavano il confine invisibile che veniva negato a noi bambini, che non dovevamo scottarci.
Non mancava mai il vino. Quando si poteva schietto, quando non si poteva alternato col mezzovino, quello che si otteneva dopo la prima svinatura da una sciacquatura delle vinacce. Il primo bicchiere comunque doveva essere sempre schietto, per non rischiare di perdere un’amicizia, perché il vino dava corpo e forma all’ospitalità. Lo si chiamava familiarmente “e bé”, il bere, e non lo si rifiutava a nessuno, neppure al passante che non si faceva premura di richiederne un bicchiere, per sete o anche solo per vizio.
Non si rifiutava neppure un grappolo d’uva. Non c’era casa che non ne avesse fatto provvista nei giorni della vendemmia, appendendola in lunghi mazzi alle travi, come auspicio di benessere per l’inverno. L’uva, si diceva, porta guadagno e sette chicchi di quella bianca, mangiati possibilmente a digiuno il giorno di Capodanno, garantiscono il benessere economico.
A trebbio gli adulti, “i grandi” come li chiamavamo, giocavano a carte, come al circolo o all’osteria: a briscola, a scopa o a beccaccino, un tipo di tressette col taglio. Qualche sera giocavano anche a maletto e a bestia, giochi proibiti e un po’ misteriosi ai nostri occhi di bambini, dove chicchi di granoturco o fagioli secchi venivano usati come posta.
Per lo più però le serate erano dedicate alle chiacchiere, accompagnate, oltre che dall’immancabile bicchiere di vino, da lupini e brustolini sbucciati con i denti, o, se si era sotto le feste, da una fetta di sugoli, un dolce che si ricavava dal mosto bollito col pane grattugiato: si discorreva della guerra finita da poco, del lavoro, di politica e soprattutto di ciclismo.
Le donne avevano in mano la rocca, l’ago, i ferri della maglia, l’uncinetto, le gugliate del filo da rammendo: conversavano anch’esse attorno al focolare, cercando di coinvolgere noi bambini nei loro lavori, facendoci tenere con le mani le matasse di lana da dipanare o intrattenendoci col gioco degli indovinelli e con le trame di storie del loro vissuto che avevano il sapore di fiaba.
Le volte in cui si poteva fare più tardi, le serate dei giorni di festa o di carnevale, ci consentivano di giocare a carte, a rubamazzo o a somarone, dove bisognava evitare di rimanere con l’asso di bastoni in mano per non essere presi in giro o subire qualche imbarazzante penitenza.
Ma erano attività che ci coinvolgevano solo parzialmente: un po’ ce ne vergognavamo, ci sentivamo sotto tutela femminile. Ci interessavano piuttosto le conversazioni degli uomini, dei grandi, che ci parevano più varie, e più difficili. La politica e i problemi del lavoro non li capivamo ancora, ma i fatti della guerra e il ciclismo sì, quelli ci interessavano.
I fatti di guerra avevano avuto inizio nel novembre del '44, quando il fronte aveva raggiunto il Senio, il piccolo torrente che lambisce il paese. Dalla parte della campagna si erano attestate le forze soverchianti degli alleati; dall'altra, quella che includeva il centro, i tedeschi, ormai ridotti allo stremo. Su quelle posizioni il fronte era rimasto fermo a lungo, fino al sopraggiungere della primavera.
Per la popolazione civile erano stati mesi difficili di miseria e paura, con carenze di ogni genere, viveri, acqua, medicinali. Tutto era insicuro, provvisorio. La corrente elettrica veniva a mancare un giorno sì e uno no, bastava una granata che colpisse un palo della luce o danneggiasse la cabina elettrica: allora si ricorreva alle candele o alle lampade ad acetilene, le stesse che si usavano per abbagliare le rane, “i lumi a carburo”.
Spesso si era costretti a periodi di isolamento forzato in rifugi improvvisati, ricavati dalle cantine o da buche scavate sotto terra e ricoperte alla meglio per stare al riparo dalle bombe e dal crollo delle macerie.
I tedeschi rastrellavano tutto con sistematicità: negozi e botteghe in paese; stalle, pollai, magazzini in campagna. Il meglio che trovavano lo caricavano e lo portavano in Germania, dove si moriva di fame: dal pollame ai suini, dal bestiame ai cereali, dagli insaccati alla farina.
Nel giro di poco tempo era quasi scomparso anche il pane e si consumavano soprattutto zuppe di verdura e legumi, oppure minestre ricavate da semplici impasti di acqua e farina.
A guerra finita, ognuno portava nelle serate di trebbio i ricordi delle paure e delle privazioni subite, ma anche delle disavventure di conoscenti comuni: un contadino che era stato costretto a condurre verso il Brennero il bestiame requisito dalla sua stessa stalla, ben inteso sotto la minaccia delle armi; un altro che era stato mandato a rinforzare gli argini del Senio e del Santerno e che, nel costruire le trincee e le postazioni dei tedeschi, per ironia della sorte si era trovato a utilizzare i mobili e le masserizie razziate da casa sua; un altro ancora che era stato mandato a lavorare in Germania e che era tornato a casa a guerra finita, anni dopo, quando tutti da tempo l’avevano dato per morto.
La mia famiglia era sfollata in campagna, nel “casetto”, lungo un vicolo polveroso che portava verso la chiusa del fiume. Non c’era l'acqua corrente, si attingeva dal pozzo, ma in compenso disponevamo di alcuni utili spazi esterni: un cortile in terra battuta delimitato da piante di oleandro, un ampio orto che mio padre coltivava con meticolosità e che comprendeva due filari d’uva, un capannoncino diviso in stalletto per il maiale e pollaio per le galline. Non mancava un angolo per le stie dei conigli.
Lì avevamo trascorso i mesi di quell'inverno di guerra e lì saremmo vissuti anche dopo, per una decina di anni ancora, fino al '54, perché il casetto era rimasto quasi intatto al passaggio del fronte, a differenza delle abitazioni del centro, letteralmente rase al suolo: cambiammo casa quando fu portata a buon punto la ricostruzione del paese e per mio padre iniziarono a profilarsi inedite e impreviste opportunità di lavoro.
Al casetto ci sentivamo relativamente al sicuro, perché era un po’ fuori mano, ma, nei giorni in cui suonava la sirena che annunciava un bombardamento imminente, correvamo a rifugiarci nella cantina di una casa padronale che distava un centinaio di metri. Era spaziosa e fungeva da rifugio naturale per tutte le famiglie del vicinato: le stesse famiglie che negli anni del dopoguerra si sarebbero poi alternate ad ospitare i vicini nelle serate di trebbio.
Non serbo ricordi nitidi di quell'inverno di guerra, solo immagini di fatti che non so più se mi sono rimasti fissi nella memoria perché effettivamente vissuti o perché sentiti raccontare tante volte.
Nelle narrazioni delle serate d'inverno attorno al focolare rivivevano i tedeschi cattivi, che circolavano da padroni per le case, rancorosi verso i civili, soprattutto verso gli uomini che ai loro occhi avrebbero dovuto essere al fronte o a lavorare in Germania, e i tedeschi buoni, disponibili e teneri soprattutto con i bambini. A me raccontavano di un “Otto buono”, da non confondere col suo omonimo “Otto cattivo”, che una volta che mi ammalai mi portò del brodo di carne dal comando tedesco e che mi cercava i pidocchi nei capelli e negli abiti perché non mi facessero prurito.
Negli ultimi mesi di quell’inverno di guerra i tedeschi spostavano di continuo le loro batterie, le poche rimaste, sparando cannonate a ripetizione per far credere al nemico di essere molto più numerosi e armati di quanto non fossero. Una postazione di catiuscie, catturate dal fronte russo, ci tenne svegli per notti intere e mandò più volte in frantumi i vetri delle finestre del casetto.
Di frequente, nelle sere di veglia, si parlava della mattina del 10 aprile, il giorno dello sfondamento, quando formazioni di bombardieri pesanti rasero al suolo il paese, da cui gli ultimi tedeschi erano scappati via da un pezzo. Solo allora comparvero i primi soldati, in carne e ossa, quando l’argine destro del fiume si coprì di una linea ininterrotta di fucili spianati.
Fu allora che Don Stefano e Leno, un sacerdote e un comunista, membri del CLN clandestino, attraversarono il fiume e si presentarono con un drappo bianco al comando alleato. Riferirono che i pochi tedeschi che non avevano fatto in tempo a fuggire erano stati fatti prigionieri dai partigiani e implorarono accorati che il massacro finisse. Ma gli alleati, increduli, non si vollero fidare. Fu solo alla fine di una lunga faticosa trattativa che una pattuglia neozelandese fece riattraversare il fiume minato a Leno, sotto la minaccia delle armi, pronta a sparargli al minimo segnale sospetto. Don Stefano nel frattempo era tenuto in ostaggio.
Sotto le macerie, invece dei tedeschi, erano rimasti sepolti trecento civili. Nelle settimane e nei mesi
che seguirono sarebbe morta un'altra decina di persone, tra cui tre bambini, a causa delle mine inesplose. Bossoli, schegge, resti di granate o di bombe a mano avrebbero costituito per anni il segno evidente del passaggio del fronte.
A questi racconti di guerra, storie di quotidiana sofferenza e atti di imprevedibile coraggio, si alternavano gesta e aneddoti legati allo sport del ciclismo: imprese, rivalità, peripezie di campioni che sapevano ugualmente di leggenda e di mistero e che avevano il potere di suscitare discussioni animate e farci sognare.
Era allora che anche noi bambini ci inserivamo nei discorsi dei grandi, ponevamo domande, chiedevamo precisazioni e dettagli.
Ricorrevano di frequente, nei ricordi dei più anziani, le imprese leggendarie di un corridore di casa, uno dei protagonisti del ciclismo eroico dell’anteguerra, quello delle partenze di notte e dei percorsi impossibili sulle strade d’Italia e di Francia. Da tempo non correva più, ma per il suo passato e per lo spirito di inventiva che sempre l’aveva animato, tutti lo consideravano ancora una delle figure più rappresentative del paese, forse la più ingegnosa e la più pratica.
In quegli anni difficili del dopoguerra Michele Gordini, questo era il suo nome, aveva saputo inventarsi una serie di attività con cui stava tirando su una numerosissima famiglia: d’inverno con le vinacce dell’uva essiccate e pressate produceva grosse piade a forma circolare o particolari cilindri bucati al centro, le brichette, che, fatte bruciare, assicuravano una lunga combustione. Non c’era giorno in cui davanti alla sua casa vicino al macello non si formassero file di donne che ne compravano scorte per alimentare le loro cucine economiche. In estate trebbiava il grano nelle aie delle case di campagna con un’ingegnosa trebbiatrice fatta di assi di legno e di un trattore vecchio e indistruttibile, il mitico Landini, che l’alimentava tramite una cinghia di cuoio attaccata al volano.
Due dei suoi figli più piccoli mi furono per qualche anno compagni di scuola: ingegnosi come lui ma poco inclini alla disciplina, erano la disperazione di una maestra un po’ manesca a cui spesso rinfacciavano apertamente i trascorsi fascisti. Non doveva permettersi di punirli, le dicevano, lei che era stata rapata a zero dai partigiani. Erano invece corteggiati dai compagni più piccoli, un po’ per la loro autorevolezza trasgressiva, un po’ per la bravura con cui sapevano costruire giocattoli dai materiali più impensati.
Uno dei figli più grandi era stato chiamato Isolato, perché era nato quando il padre era lontano da casa, a guadagnarsi da vivere correndo in bicicletta appunto nella categoria degli isolati. Li avevano inventati i Francesi i “touristes routiers”, in occasione del Giro di Francia, ma Isolato Gordini era nato durante il Giro d’Italia del 1921, anno in cui il padre vinse tre tappe e la classifica finale degli isolati.
Erano i “favolosi anni venti”. In Italia correvano i vari Girardengo, Binda, Belloni, Brunero; in Francia Bottecchia, Frantz, Leducq, Antonin Magne, tutti campioni, tutti grandi vincitori di Tour.
Gordini aveva corso alla pari con loro, per via della sua potenza eccezionale, ma gli erano sempre mancati i mezzi materiali, la serenità, il tempo, in breve le risorse di cui solo un professionista a tempo pieno inserito in una squadra ricca e organizzata poteva disporre.
Aveva corso quando aveva potuto, alternando la sua attività di corridore a quella di facchino, spesso con poco allenamento e comunque mai osservando la giusta alimentazione.
Gli isolati dovevano versare una tassa d’iscrizione per ogni gara a cui partecipavano. Nelle corse a tappe dovevano anticipare una certa somma di denaro per il trasporto della valigia e in cambio ricevevano un’indennità giornaliera, appena sufficiente a pagarsi la notte in una qualche pensione fuori mano. Solo i rifornimenti ai controlli fissi erano gratuiti. Per il resto dovevano mantenersi guadagnandosi i soldi dei premi. Quando restava loro qualcosa, e non sempre succedeva, lo spedivano a casa.
Non era semplice correre in simili condizioni, e fu per far fronte alle loro necessità che vennero istituite classifiche e premi particolari per la “categoria isolati”.
Gordini in carriera vinse tredici corse primeggiando su tutti, anche sugli accasati: gare “open” le chiameremmo oggi. Le più prestigiose furono il Giro dell’Emilia del 1923 e la Milano-Bellinzona del 1922. Fu secondo nella Milano-Torino e nel Giro del Veneto, due volte terzo nel Giro di Romagna, otto volte primo della categoria “isolati” in tappe del Giro d’Italia e 11 volte in quelle del Tour.
Oggi, in un’epoca in cui il calendario delle corse è impazzito e l’invadenza ossessiva delle tecnologie minano alle radici l’ormai sfibrata fiducia del pubblico, nonostante la boccata di ossigeno dei Pogacar o Van der Poel di turno l’abbiano un po’ vitalizzato, fa una certa impressione avvicinarsi a quel ciclismo eroico, alla fatica e allo spirito di sacrificio che richiedeva.
Se Gordini era il passato, in paese il presente si chiamava Pietro Babini. Giovanissimo, gentile d’aspetto e socievole di carattere, per qualche anno sembrò essere il campione di casa che da tempo aspettavamo: è vero che la Romagna era ricca di buoni corridori, a Faenza c’erano Ortelli e Ronconi, a Russi Pezzi, a Solarolo stava emergendo Minardi, ma erano un’altra cosa, non erano compaesani, parte della nostra vita quotidiana.
Babini era una bella promessa, sapeva difendersi su ogni percorso, ma il suo punto di forza era la volata, uno spunto secco e bruciante che sapeva produrre negli ultimi metri rimontando qualunque avversario.
Purtroppo, la sua carriera fu breve e sfortunata: vinse una trentina di volte da dilettante, vestì anche la maglia azzurra, nel 1951, ma quando passò professionista fu vittima di una paurosa caduta che gli procurò una br**ta frattura a una gamba e lo costrinse ad abbandonare il ciclismo.
Si parlava dei tempi di Gordini e della promessa Babini nelle serate di trebbio, ma si parlava soprattutto dei profili dei corridori più famosi, delle loro vittorie e delle loro sconfitte, dei loro successi e dei loro drammi. Il tifo, in particolare per noi bambini, nasceva di lì, da quel tessuto di fatti e racconti che alimentavano le rivalità, e si cominciava a “tenere” per Coppi o per Bartali; o magari per qualcun altro, ma solo se si aveva la forza di andare contro corrente e sostenere tesi p***e in partenza.
Quando a notte inoltrata tornavamo a casa, a piccoli gruppi, la conversazione non si spegneva. Ricordo che io in particolare mi dilungavo con domande su domande, che mia madre, ansiosa di portarmi a letto, cercava di spegnere sul nascere, ma che mio padre invece assecondava con piacere.
A quel tempo, escludendo Babini che a volte mi capitava di incontrare mentre si allenava, avevo visto da vicino un corridore vero una volta sola, a una punzonatura, e appena un paio di volte avevo assistito al passaggio di una corsa: erano stati episodi sporadici, che mi avevano affascinato, come tutte le novità affascinano il bambino che inizia a guardarsi attorno.
Erano i primi anni di scuola e ormai stavo acquisendo quel gusto per la lettura che tanto avrebbe concorso ad alimentare la mia passione per il ciclismo. L'approccio e la familiarità con la carta stampata fu merito del maestro di quarta e di quinta, una figura singolare che da appassionato di ciclismo ci motivava allo studio della geografia attraverso i percorsi delle tappe del Giro e del Tour.
I campioni, i comprimari, i percorsi delle gare, le gerarchie, entrati nel mio immaginario con le parole dei grandi assumevano così quei contorni più precisi e consolidati che solo la lettura dei quotidiani e delle riviste specializzate permetteva.
Ormai c’è tutta una letteratura sullo sport di quel periodo e in particolare sull’intreccio che lo sport
allacciava con la politica e il costume: una letteratura che ci offre il quadro di una grande ed epica metafora, in cui si riconoscono i miei ricordi e in cui si riconosceva la società del dopoguerra. Era la metafora della vita, fatta di vocazione alla fatica e al sacrificio, con cui ci si sforzava di farsi strada, annullando, o illudendosi di annullare, i condizionamenti della nascita.
Anche il calcio e il pugilato erano parte della metafora, ma lo era soprattutto il ciclismo, che già nell’anteguerra aveva goduto di larghissima popolarità, ma che nel dopoguerra era diventato lo sport più amato dal pubblico, quello più in sintonia coi tempi che correvano.
Questo era il clima. Per questi motivi il pubblico, o meglio il popolo, amava tanto il ciclismo: un clima che riflettevano, e contribuivano ad alimentare, giornalisti e narratori di rango che sapevano riconoscere e raccontare lo spessore delle imprese dei campioni. Fra le tante le firme di Raschi, Biagi, Brera, Fossati, Vergani, Pratolini, Gatto, Mosca, Buzzati, Montanelli, Tedeschi, Malaparte: furono loro a rendere epico uno sport che non si vede come il ciclismo, in cui il passaggio dei corridori si consuma nello spazio di pochi istanti lasciando campo libero al ricordo e all’immaginazione: prima che la televisione se ne impadronisse, depauperandolo.
Fu fatto anche un film sul ciclismo, negli anni d’oro del neorealismo, un film che in realtà non aveva molto in comune con la poetica di quella stagione, perché era una favola, o meglio una parodia. Lo diresse Mario Mattoli e lo interpretò Totò, nel 1948. Si intitolava “Totò al Giro d’Italia” e raccontava la grottesca storia di un professore di liceo che, partecipando come membro della giuria ad un concorso di bellezza, si innamorò di una splendida ragazza, che gli promise di corrispondere al suo amore solo se avesse vinto il Giro d’Italia. Il professore, incapace di andare in bicicletta ma follemente innamorato, era disposto a tutto, anche a vendere l’anima al diavolo pur di emergere in quel Giro; e il diavolo prontamente comparve e gli fece firmare il contratto.
Totò partecipò così alla corsa rosa cogliendo una decina di strepitose vittorie, fino a quando, prima della partenza dell’ultima tappa, il diavolo gli ricordò che il patto era in scadenza: un’ora dopo l’arrivo si sarebbe presa la sua anima. A quel punto fece di tutto per perdere e ci riuscì, ma solo dopo lunghe peripezie.
Parteciparono alla pellicola numerosi campioni del ciclismo, Coppi, Bartali, Bobet, Kubler, Magni, Ortelli, Schotte, Cottur, che in gustose particine interpretarono se stessi, pedalando in corsa e discorrendo ai punti di partenza e agli arrivi di tappa, con la loro parlata dalle flessioni dialettali, senza alcun ricorso al filtro del doppiaggio.
La leggenda della bicicletta è fatta di uomini d’eccezione e di grandi contrapposizioni. E’ noto che il segno esemplare del nostro dopoguerra fu la rivalità tra Bartali e Coppi, che in breve divenne la rappresentazione allusiva della frattura che attraversava allora il paese.
Era un periodo di grandi contrasti, durante il quale tutti i movimenti della società avevano assunto colorazioni e tonalità forti, forme di rivalità che avevano coinvolto quasi tutti i settori della vita quotidiana: un gusto alla discussione, e alla divisione, che dalla politica si estendeva al costume, al mondo dello spettacolo e allo sport, soprattutto al ciclismo, riprendendo le forme dell'eterno duello tra il vecchio e il nuovo, tra la conservazione e il progresso.
Così Bartali, di cui era nota fin dagli anni ’30 l'appartenenza all'Azione cattolica, diventò l'alfiere delle perfette virtù cristiane, il buon cattolico che osservava con scrupolo, perfino con ostentazione, le pratiche della religione, che credeva nella provvidenza e si sentiva investito della missione di battersi per il trionfo della fede.
Per Coppi viceversa lo sport non aveva nulla a che fare con la provvidenza: non si sentiva affatto investito di una missione divina, credeva solo nell’uomo, nella sua forza fisica e morale, nella sua intelligenza e nelle sue capacità organizzative.
Così, quasi naturalmente, la rivalità sportiva si modellò sui tratti di quella ben più sostanziale di natura politica che attraversava il paese. Di fronte alla coerente e sistematica costruzione del personaggio Bartali in chiave democristiana, Coppi finì per essere identificato suo malgrado con l'altro schieramento, quello socialcomunista, anche se, a dire il vero, sia l’uno che l’altro si videro attribuire appartenenze e ruoli politici non sollecitati e nell’anno critico del 1948 ad entrambi fu offerta la candidatura nelle liste della DC: rifiutarono entrambi.
Assumendo la guerra come elemento di cesura, la figura di Bartali segnava il confine tra il vecchio che stava scomparendo e il nuovo che si stava affermando. Nonostante i poco più di cinque anni di differenza, era come se tra la lui e Coppi ci passasse una generazione; la guerra gli aveva tolto gli anni della maturità e per tutti era diventato “il vecchio”.
A Coppi la guerra aveva tolto la giovinezza, ma gli aveva dato la modernità, una modernità fatta di comparsa di nuove tecnologie, di modo diverso di intendere l’esercizio di un mestiere che per conseguire risultati d’eccellenza cominciava a cercare gli apporti della scienza, della medicina, della dietetica, della programmazione accurata.
Le rivalità sono il sale dello sport: il massimo della passione è potersi schierare, dividersi in due partiti contrapposti e fra tutti gli sport di allora il ciclismo era quello che meglio offriva occasioni di questo tipo, perché aveva un’anima assolutamente speciale, perché il confronto avveniva sulla strada, e la strada era di tutti, condita di sudore e di fatica.
Così divenne quasi impossibile per gli italiani di quegli anni sfuggire al dilemma bartaliani-coppiani: arrivava per tutti il momento obbligato in cui dichiarare la propria scelta di campo. O Bartali o Coppi. Fu una dicotomia che andò bene a tutti, anche ai due protagonisti, i quali non fecero nulla per accentuarla ma neppure nulla per smentirla. I giornali parlavano soltanto di loro due, scatenando una rivalità che in alcuni casi si rivelò nociva a entrambi, attenti com’erano a controllarsi l'un l'altro. Storici sarebbero diventati il doppio ritiro al mondiale del ’48 a Valkemburg e la successiva doppia squalifica subita dalla Federazione Ciclistica Italiana.
Se non fossero esistiti si sarebbe dovuto inventarli, che è un po’ quanto facevano i maestri artigiani del carnevale viareggino o della Segavecchia, dove i due rivali sfilarono più volte, grandiosamente raffigurati in cartapesta.
Coppi, Bartali, Ortelli, Ronconi: avrei voluto una qualche delucidazione in più di quell’ordine di merito di cui sentivo parlare e di cui chiedevo ragione a mio padre di ritorno dal trebbio. Avrei voluto saperne di più di Coppi e Bartali, ma soprattutto di Ortelli e Ronconi, nomi di corridori di cui non conoscevo quasi nulla, se non che erano di Faenza, che dalle nostre parti era la cittadina più grande. Intuivo però che non era una gerarchia stramba, ma diffusa, condivisa.
Poco più avanti nel tempo mi sono chiesto il perché di quella graduatoria, di quel sentire comune, quando mi sono reso conto che c'era un dato che non tornava: non vi era incluso Magni, il corridore che oggi tutti riconoscono come il terzo uomo del ciclismo del dopoguerra.
La ragione, l’avrei imparata anni dopo, era molto semplice: Magni era stato fascista, anzi addirittura repubblichino.
Ma la guerra, quando colpisce da vicino, impone decisioni drastiche, a volte anche sbagliate, destinate a segnare per tutta la vita.
Nel '44, l'anno più cruento dell'occupazione nazista e dell'Italia divisa in due, l’anno della Resistenza e della Repubblica di Salò, qualcuno consigliò a Magni di passare nei repubblichini della RSI, perché si diceva che dessero spazio alla gente di sport. Prestò servizio per tre mesi in un reparto addetto alle ferrovie, poi venne trasferito a Monza, da dove ebbe la possibilità di raggiungere le località in cui si disputava ancora qualche corsa. Erano gare promiscue di dilettanti e professionisti, prive di valore tecnico, la cui natura era soprattutto propagandistica, dimostrare che nell’Italia sotto Salò la vita manteneva comunque una sua quotidianità. Magni vi partecipò, per passione e anche per convenienza, o meglio per necessità: in un momento disperato come quello non gli sembrò proprio il caso di rifiutare un ingaggio che avrebbe potuto fruttare qualche soldo.
Poi, per quasi un anno e mezzo il nome di Magni non comparve da nessuna parte: pareva svanito nel nulla, ma la realtà fu che in quel periodo non poté correre. Gli era stata revocata la licenza perché nei suoi confronti era pendente un procedimento giudiziario: nell’infuocato clima del primo dopoguerra Magni era stato rinviato a giudizio con l’accusa di partecipazione a banda armata per l’eccidio compiuto da un gruppo di nazifascisti a Valibona, un paesino della Toscana.
L’Unione Velocipedistica Italiana, senza aspettare l’esito del processo, fu solerte a sospenderlo dalle corse, per altro facendo proprio anche il sospetto che avesse gareggiato diverse volte sotto falso nome. Fu solo il 25 febbraio 1947 che la Corte d'Assise di Firenze lo scagionò di ogni addebito, mentre condannò gli altri accusati. Ho letto di recente che al processo testimoniò a suo favore Alfredo Martini, il futuro commissario tecnico della nazionale italiana, suo conterraneo, che durate la guerra aveva combattuto nei partigiani.
Ennio Melandri
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