22/09/2026
Maria Pellegatta
Tre ore e mezzo di interventi sabato mattina a Villa Oliva nel suggestivo Parco della Magana a
Cassano Magnago in occasione dell’evento in ricordo di Maria Pellegatta, scomparsa il 10 aprile
scorso, figura storica della sinistra in provincia di Varese, prima donna varesina ad essere eletta
deputata in Parlamento. Una trentina di interventi, mai agiografici, alcuni giocati sui ricordi e
sull’aneddotica, altri di riflessione, oserei dire, politico-filosofica. Ne è emerso il profilo di una
personalità dalle tante sfaccettature, non solo per il suo iter politico che ha accompagnato, spesso da
protagonista, l’evoluzione del Partito Comunista dagli anni Settanta fino al suo scioglimento e i
successivi approdi prima in Rifondazione e successivamente nei Comunisti Italiani, ma per la
pluralità di interessi che ha coltivato come scrittrice e come competente appassionata di musica e di
storia, in particolare dei paesi che oggi definiremmo riduttivamente e impropriamente comunisti.
Una personalità forte, coerente e a tratti spigolosa, mai incline ai compromessi.
E’ stato proprio partendo da questo aspetto caratteriale che sabato ho dato inizio al mio intervento,
che ha ricordato il lontano 1973, quando venni a vivere a Gallarate e una delle prime persone che
conobbi fu proprio Maria Pellegatta. Mi ero iscritto da poco al PCI e stavo partecipando
all’imbiancatura della nuova sede di Via Buonarroti, quando per la prima volta vidi Maria,
neodeputata eletta l’anno prima nel PCI: era scrupolosamente attenta allo svolgimento dei lavori e
prodiga di consigli, proprio tosta direi, magari anche un po’ conformista. Per esempio, quando,
finiti i lavori, si trattò di inaugurare la sede e lei si oppose categoricamente allo svolgimento di una
festa da ballo con un’orchestrine che avrebbe potuto suonare sulla piattaforma realizzata
puntigliosamente da un compianto compagno originario di Sermide: i comunisti sono gente seria,
ci disse, e non devono dare l’immagine di un partito festaiolo.
Tosta ma coerente lo sarebbe stata anche anni dopo quando visse con evidente sofferenza
l’evoluzione storica del PCI di allora, quando, non condividendo quell’evoluzione, aderì prima a
Rifondazione e poi al Partito dei comunisti italiani: lei togliattiana convinta, pragmatica in politica,
che sulla svolta di Salerno aveva scritto un breve saggio e contribuito alla la realizzazione di un
documentario.
Dello spirito della svolta di Togliatti, che nel marzo del ‘44 sbloccò le rigidità in cui si erano
cacciati col congresso di Bari i partiti antifascisti con la loro pregiudiziale antimonarchica, Maria
Pellegatta avrebbe fatto la sua bussola politica, fatta di coerenza e realismo. Realismo che allora
volle dire il rinvio a dopo la guerra della scelta istituzionale tra monarchia e repubblica
privilegiando l’urgenza di inquadrare la Resistenza in una lotta unitaria che liberasse l’Italia dai
Tedeschi e dal fascismo. Quel saggio me lo regalò un giorno in cui la incontrai in una libreria
cittadina, esattamente il 2 aprile del 2021, data che compare nella dedica che mi rilasciò.
Quel lungo travaglio dello scioglimento del PCI dopo il crollo del muro di Berlino e il discorso
della Bolognina di Occhetto, lo vivemmo con partecipazione anche noi, allora comunisti gallaratesi,
che per l’occasione demmo vita alla pubblicazione di un mensile, “Città futura”, che ospitò il
dibattito suscitato dalle tre mozioni congressuali e resse per diversi numeri, fino a quando il PCI
non cambiò nome e natura diventando PDS, poi DS e infine PD: Maria Pellegatta ci aiutò a
pubblicarlo e diffonderlo consentendone l’iscrizione al Tribunale di Varese avendo assunto la
responsabilità di Direttore responsabile della testata..
Ma non è del suo ruolo politico che voglio continuare a scrivere qui ma della conclusione del mio
intervento di sabato. Verteva sulla considerazione di cui Maria aveva goduto in vita anche fuori dal
suo recinto politico, quando la politica era ancora prevalentemente confronto anche aspro di idee
ma anche rispetto degli avversari, che appunto avversari erano e non nemici da insultare come
purtroppo sono considerati oggi.
“Perché questo preambolo? Perché ricordo ancora le parole del sacerdote che qualche mese fa ha
pronunciato l’orazione funebre per Maria, chiamandola per nome, ricordandole di aver fatto i
bambini insieme, frequentando la stessa classe alle elementari e di avere poi vissuto due percorsi
diversi ma in un certo senso paralleli.
Disse don Roggiani: “Quando ci siamo ritrovati dopo 70 anni eravamo due vecchietti
ultraottantenni. Ma anche se eravamo stati su posizioni politiche diverse ci siamo abbracciati e
baciati. Entrambi siamo stati figli di un paese dove Rossi e Bianchi hanno subito le angherie dei
fascisti e poi hanno preso strade spesso opposte. Ma abbiamo sempre condiviso la stessa passione:
costruire un paese libero e giusto dopo la guerra. Percorsi distinti, ma sempre con un comune
denominatore. Lottavamo entrambi contro l’individualismo e la struttura del male. Tu Maria volevi
aggiustare il mondo, rimuovere le sopraffazioni e le ingiustizie per permettere a tutti una vita
dignitosa, fraterna, e per quanto possibile felice e tranquilla”.
Maria era Rossa; don Roggiani, che non conosco, evidentemente era Bianco, ma ciò non impedì
loro la stima e l’affetto reciproco.
Ennio Melandri.
Sett. 2026