PCI Genova

PCI Genova Pagina ufficiale della Federazione di Genova del Partito Comunista Italiano

18/06/2026

𝗜𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗔𝗟𝗟’𝗔𝗦𝗦𝗘𝗠𝗕𝗟𝗘𝗔 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 “𝗣𝗘𝗥 𝗨𝗡 𝗖𝗔𝗠𝗣𝗢 𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗢 𝗜𝗡𝗗𝗜𝗣𝗘𝗡𝗗𝗘𝗡𝗧𝗘, 𝗣𝗘𝗥 𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗖𝗘, 𝗣𝗘𝗥 𝗜 𝗗𝗜𝗥𝗜𝗧𝗧𝗜 𝗦𝗢𝗖𝗜𝗔𝗟𝗜, 𝗣𝗘𝗥 𝗔𝗨𝗠𝗘𝗡𝗧𝗔𝗥𝗘 𝗜 𝗦𝗔𝗟𝗔𝗥𝗜, 𝗣𝗘𝗥 𝗖𝗔𝗦𝗔, 𝗦𝗔𝗡𝗜𝗧𝗔̀ 𝗘 𝗜𝗦𝗧𝗥𝗨𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘”

Si è svolta a Roma, all' Hotel Hive, l’evento: “Per un campo politico indipendente, per la pace, per i diritti sociali, per aumentare i salari, per casa, sanità e istruzione”.

Oltre 35 interventi di cinque minuti l'uno si sono susseguiti per oltre tre ore e mezzo di assemblea dove sono intervenuti, dopo l'apertura di Granato, soggetti di movimento: tra gli altri Global Sumud Flottilla, Resistenza palestinese, La voce delle Lotte, Ultima generazione, Movimento per il diritto all'abitare e altri collettivi appartenenti prevalentemente all'area di Pap, USB, Cambiare Rotta, Osa. Di rilievo l'intervento dell'Ambasciatore della Repubblicana Socialista Cubana, mentre Rifondazione Comunista non è era presente così come le altre formazioni del sindacalismo conflittuale.

Sono stati affrontati ed ampliati i temi presenti nel documento di convocazione.

Per parte nostra nei 5 minuti concessi, il Compagno Carlo Romagnoli, a nome del partito, ha richiamato i punti centrali del dispositivo approvato nel nostro Comitato Centrale del 3 giugno: https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2026/06/03/il-pci-contro-il-riarmo-e-la-guerra-per-la-pace-la-costituzione-lalternativa/ di cui sono state consegnate alcune copie alla Presidenza e dalle cui parole chiave Romagnoli è “partito” per sottolineare come si sia confermata e sviluppata la linea politica stabilita al Congresso di Forlì nel 2025.

Su questa base è stato sottolineato come il PCI sia in campo per costruire un blocco politico e sociale più ampio possibile entro le coordinate sopra richiamate.

Questo impone di calibrare opportunamente strategia e politiche di opposizione a Nato, neoliberismo, warfare, crisi ecologica, etc., in modo da articolarne con metodo e razionalità sviluppi politici attraverso unioni di scopo o eventuali alleanze elettorali, tenendo conto dei numerosi problemi che caratterizzano fase e congiuntura, tra cui:

- disgiunzione tra composizione e collocazione di classe, frutto di una mobilità sociale ormai assente per la classe salariata, ancora attiva per i ceti alti -i miliardari aumentano- con una erosione ancora insufficiente della cetomedizzazione, che comporta il prevalere di posizione individualiste e rafforza la tendenza alla autorappresentazione.

- Il prevalere della accumulazione per estorsione, con conseguente annullamento del diritto internazionale e l'inaffidabilità dei suprematisti occidentali sul piano diplomatico -che parlano con lingua biforcuta mentre preparano azioni militari...

- I processi di ricolonizzazione interna, che hanno soppiantato le politiche di preferenza nazionale -prima gli Italiani-...

- Il persistere e l'approfondirsi da alcuni decenni dei programmi di de-cognitivizzazione delle classi popolari tramite scuola, università e apparati mediatici...

- la presenza di leggi elettorali escludenti, volte a garantire la governabilità neoliberista rispetto alla rappresentanza....

- l'incessante processo di frammentazione della sinistra di classe...

La nostra proposta politica si fonda su un aspetto di metodo prioritario; pari dignità nei processi programmatici per produrre effettive sinergie su lotta alla guerra capitalista e alla Nato, contrasto al warfare e azioni di sicurezza, sostegno al welfare (de-privatizzazione programmata in sanità) ed al mondo del lavoro (cantiere dei diritti).

Mix appropriato di orizzontalità e verticalizzazione nelle lotte contro sfruttamento, estrattivismo, produzioni inquinanti...

In chiusura è stato evidenziato come il PCI si batta per una moderna società socialista, oggi resa necessaria sia dalle molteplici crisi che scuotono la società capitalista che dall'enorme sviluppo delle forze produttive cognitive; il che richiede di aprire un ampio e approfondito dibattito a cui abbiamo iniziato a fornire contributi sia noi nel numero 30 di “Ragioni e Conflitti”, che Giorgio Cremaschi con il suo libro “Solo il socialismo ci può salvare”, sullo sfondo di quanto prodotto da altri autori tra cui Brancaccio.

Nelle conclusioni di Marta Collot sono state ricondotte a sintesi e valorizzazioni le numerose proposte emerse dal dibattito che dovrebbero trovare un primo sbocco di metodo per quanto riguarda le modalità di convocazione e di merito per quanto riguarda i contenuti in una manifestazione nazionale da iniziare ad organizzare a settembre.

Carlo Romagnoli
Segreteria nazionale PCI

𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗪𝗔𝗦𝗛𝗜𝗡𝗚𝗧𝗢𝗡 𝗦𝗧𝗥𝗔𝗡𝗚𝗢𝗟𝗔 𝗖𝗨𝗕𝗔: 𝗔 𝗦𝗔𝗩𝗢𝗡𝗔 𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗦𝗘𝗡𝗧𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗘𝗟 𝗟𝗜𝗕𝗥𝗢 "𝗠𝗔𝗥𝗖𝗢 𝗥𝗨𝗕𝗜𝗢, 𝗨𝗡 𝗠𝗜𝗧𝗢𝗠𝗔𝗡𝗘 𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢𝗟𝗟𝗔𝗕𝗜𝗟𝗘"𝗦𝗮𝗯𝗮𝘁𝗼 𝟮𝟬 ...
18/06/2026

𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗪𝗔𝗦𝗛𝗜𝗡𝗚𝗧𝗢𝗡 𝗦𝗧𝗥𝗔𝗡𝗚𝗢𝗟𝗔 𝗖𝗨𝗕𝗔: 𝗔 𝗦𝗔𝗩𝗢𝗡𝗔 𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗘𝗦𝗘𝗡𝗧𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗘𝗟 𝗟𝗜𝗕𝗥𝗢 "𝗠𝗔𝗥𝗖𝗢 𝗥𝗨𝗕𝗜𝗢, 𝗨𝗡 𝗠𝗜𝗧𝗢𝗠𝗔𝗡𝗘 𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢𝗟𝗟𝗔𝗕𝗜𝗟𝗘"

𝗦𝗮𝗯𝗮𝘁𝗼 𝟮𝟬 𝗚𝗶𝘂𝗴𝗻𝗼, 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗼𝗿𝗲 𝟭𝟴:𝟬𝟬, il Circolo ARCI Milleluci di Savona (Via Chiabrera, 4) ospiterà un importante incontro pubblico che unirà approfondimento politico e attualità internazionale.

L'evento, organizzato congiuntamente dalla Federazione di Savona del Partito Comunista Italiano e dal Circolo “Granma” di Celle/Savona dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, sarà focalizzato sulla presentazione del libro "Marco Rubio: un mitomane incontrollabile".

Scritto dall’autorevole giornalista e scrittore cubano Hedelberto López Blanch, tradotto in diverse lingue e già presentato in diversi paesi soprattutto latino-americani, il libro è una rigorosa anatomia politica e morale di Marco Rubio, attuale segretario di stato degli Stati Uniti.

Americano di origine cubana, nel corso della sua carriera politica Rubio è stato caratterizzato da una mancanza di etica, scandali di corruzione, tendenza alla mitomania, posizioni di estrema destra e soprattutto da una malsana ossessione di rovesciare le nazioni progressiste e sovrane dell’America Latina, principalmente Cuba, Venezuela e Nicaragua, ma anche gli attuali governi di Brasile, Messico e Colombia.

Basandosi su documenti ufficiali e resoconti della stampa governativa americana, il libro ha lo scopo di smascherare le menzogne di un "mostro della politica", come lo ha definito l'autore stesso, descrivendolo come un "incontrollabile mitomane".

L'iniziativa sarà un'occasione non solo per presentare l’opera, ma anche per fare il punto sulla difficile situazione attuale dell'isola caraibica causata dell’inasprimento del “bloqueo”.

Il dibattito, introdotto da Anna Bianchi, segretaria provinciale del PCI di Savona, si avvarrà del contributo di Roberto Casella, presidente del circolo “Granma” dell’Associazione Italia-Cuba e di Scardigli Sandro, Responsabile Esteri del PCI - Partito Comunista Italiano per l’America Latina.

Ingresso Libero. La cittadinanza e gli organi di informazione sono invitati a partecipare.

Federazione PCI Savona

18/06/2026

𝗣𝗥𝗜𝗠𝗢 𝗦𝗜̀ 𝗔𝗟 𝗡𝗨𝗖𝗟𝗘𝗔𝗥𝗘

Il 5 giugno la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge delega del governo per reintrodurre l’energia nucleare in Italia. Si tratta di un passo antidemocratico, incostituzionale ed eversivo nel metodo e contrario all’interesse del popolo italiano nel merito.

Scelta in primo luogo antidemocratica in quanto il referendum del novembre 1987, un anno dopo la catastrofe di Cernobyl, aveva chiaramente esplicitato la volontà del popolo italiano di cancellare gli impianti nucleari come fonte di produzione dell’energia elettrica, per la loro estrema pericolosità, per l’impossibilità di smaltire i rifiuti radioattivi, per il loro ingentissimo costo di costruzione e di manutenzione.

Scelta incostituzionale in quanto pretenderebbe di negare la legittimità, il valore nel tempo e il significato cogente della forma di democrazia diretta sancita dalla Costituzione.

Scelta eversiva in quanto la produzione di energia nucleare fa riferimento a una concezione dello Stato autoritaria, in quanto il confine tra produzione a fini civili e a fini militari è assai labile e in quanto tale forma di produzione è contraria alla salute e al ben essere della popolazione. La spesa pubblica incrementata dagli enormi costi di costruzione, manutenzione e smantellamento a fine vita degli impianti è un attacco in particolare ai ceti popolari.

Cernobyl, in Ucraina, nel 1986 era stata solo la catastrofe peggiore, ma non l’unica: quella Fukushima in Giappone, nel 2011, portò in Italia a un secondo referendum contro il ritorno dell’energia nucleare. Altri incidenti, per citare solo i più gravi, erano avvenuti a Kyshtym in Russia nel 1957; a Windscale, in Gran Bretagna, nel 1957; a Three Miles Island in USA nel 1979; a Goiania, in Brasile nel 1987. Incidenti sempre rilevanti si erano verificati in altri luoghi del pianeta, tra cui ancora in Giappone e nel sud della Francia, nel 1969 e nel 1980, vicinissimo a noi.

Nonostante lo smantellamento iniziato nel 1999, esistono ancora in Italia quattro centrali nucleari: Trino Vercellese, Caorso (Piacenza) sulla riva del Po, Latina e Garigliano (Caserta), e quattro impianti legati al ciclo del combustibile nucleare: Eurex di Saluggia (Vercelli), Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo (Alessandria), Ipu e Opec a Casaccia (Roma) per lo stoccaggio temporaneo (!) di rifiuti radioattivi solidi e liquidi e Itrec (Impianto di Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibili) di Rotondella (Matera).

Da oltre 25 anni la Sogin, società pubblica responsabile del processo di smantellamento di tali impianti, ha speso più di 5 miliardi di euro e, quando i lavori saranno terminati, si arriverà a superare gli 11 miliardi, secondo le stime di ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente). Intanto nelle bollette pagate dal popolo italiano sono comprese non solo le accise sui carburanti, ma anche i costi per lo smantellamento dei vecchi impianti, anche se di questo non si parla.

Data la natura franosa e soggetta ai terremoti - dal Friuli alla Sicilia – del territorio italiano è pure arduo, se non impossibile, individuare un sito adatto allo stoccaggio permanente delle scorie radioattive già esistenti: forse l’unica possibilità da questo punto di vista sarebbe la Pianura Padana, dato e non concesso che ciò sia consentito dall’estesa urbanizzazione e dal consenso delle popolazioni che ne sarebbero più direttamente coinvolte. Figurarsi pensare a nuovi impianti.

La produzione di energia mediante impianti nucleari di qualunque generazione e con qualunque tecnologia è antidemocratica anche in quanto è centralizzata in pochi siti facilmente suscettibili di attacchi eversivi (meglio prevenire, anche se le mafie hanno cambiato strategia e l’estrema destra ha scelto la via elettorale); e comunque è sottratta a qualunque forma di controllo e di coinvolgimento popolare e da parte degli enti locali. Opposta è la produzione di energia da fonti alternative mediante le Comunità energetiche.

Il governo dimostra di aver fretta, per sfruttare la crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina e l’aumento del costo del petrolio a seguito della guerra contro l’Iran e per distrarre dai bisogni delle classi lavoratrici. A tal fine arriva all’impudenza di definire “pulita “l’energia dall’atomo e di cercare di nascondere che la costruzione di nuove centrali richiede almeno un decennio: un decennio in Paesi “normali”, che in Italia si allungherebbe a dismisura per il gioco degli extracosti e delle relative tangenti.

Maria Carla Baroni
Dipartimento Territorio e Ambiente

15/06/2026

𝗗𝗔𝗟 "𝗦𝗔𝗟𝗔𝗥𝗜𝗢 𝗚𝗜𝗨𝗦𝗧𝗢" 𝗔𝗟 "𝗣𝗔𝗖𝗖𝗛𝗘𝗧𝗧𝗢 𝗜𝗡𝗖𝗘𝗡𝗧𝗜𝗩𝗜" 𝗗𝗜 𝗠𝗘𝗟𝗢𝗡𝗜: 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗪𝗘𝗟𝗙𝗔𝗥𝗘 𝗔𝗭𝗜𝗘𝗡𝗗𝗔𝗟𝗘, 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗣𝗥𝗘𝗖𝗔𝗥𝗜𝗘𝗧𝗔̀, 𝗠𝗘𝗡𝗢 𝗦𝗔𝗟𝗔𝗥𝗜

Il decreto Primo Maggio approvato dalla Camera viene presentato come una risposta alla questione salariale. In realtà consolida la sostituzione del salario con i benefit, amplia la flessibilità e lascia irrisolto il problema fondamentale: in Italia si continua a lavorare per stipendi troppo bassi.

Il via libera della Camera al decreto Primo Maggio segna un passaggio importante nella politica del governo Meloni verso il mondo del lavoro. Dietro la propaganda sul cosiddetto "salario giusto" emerge però una realtà diversa: nessuna misura strutturale per recuperare il potere d'acquisto perduto dai lavoratori e nuove concessioni alle esigenze delle imprese.

Non è casuale che, mentre si parla di salario giusto, il decreto metta al centro quasi un miliardo di euro di incentivi alle imprese.

Il vero baricentro del provvedimento non è la redistribuzione della ricchezza a favore del lavoro, ma il sostegno alla competitività delle aziende attraverso nuove agevolazioni e sgravi.

Da anni l'Italia è uno dei pochi Paesi europei in cui i salari reali sono diminuiti. L'inflazione degli ultimi anni ha aggravato ulteriormente la situazione, mentre milioni di lavoratrici e lavoratori continuano a fare i conti con stipendi insufficienti a sostenere il costo della vita.

Di fronte a questa emergenza sociale il governo sceglie ancora una volta di non affrontare il problema alla radice.

Particolarmente significativa è la definizione di "salario giusto" introdotta dal decreto. Nel calcolo del trattamento economico complessivo vengono infatti inseriti non soltanto gli elementi salariali diretti, ma anche il welfare aziendale e contrattuale. Si tratta di una scelta politica precisa: equiparare il salario monetario a benefit e prestazioni che non aumentano realmente il reddito disponibile dei lavoratori.

Con le assicurazioni sanitarie integrative o con i buoni welfare non si pagano l'affitto, il mutuo, le bollette né la spesa quotidiana.

Come non ricondurre queste norme alla tendenza, ormai consolidata, della detassazione del welfare aziendale e alla privatizzazione strisciante della sanità e della previdenza?
È una concezione che favorisce un processo già in atto da anni: la progressiva sostituzione del salario con strumenti che riducono il costo del lavoro per le imprese e indeboliscono il sistema pubblico di welfare.
Inoltre, poiché molte di queste voci non incidono come il salario sui contributi previdenziali, il rischio è quello di produrre effetti negativi anche sulle pensioni future e sul trattamento di fine rapporto.

Il decreto contiene anche un meccanismo di tutela per i contratti collettivi scaduti da oltre nove mesi, con il riconoscimento automatico di una quota dell'inflazione. Si tratta di una misura che va nella direzione giusta, ma che risulta fortemente limitata dalle numerose deroghe introdotte durante l'iter parlamentare. Interi comparti caratterizzati da lavoro povero e precario, come il turismo, restano esclusi dal beneficio, insieme ad altri settori per i quali sono state introdotte specifiche eccezioni.

Ancora più preoccupanti sono le disposizioni che ampliano gli spazi della precarietà. L'estensione da 24 a 36 mesi della possibilità di utilizzare lavoratori somministrati presso la stessa azienda conferma una tendenza ormai consolidata: invece di favorire occupazione stabile e diritti, si continua a moltiplicare le forme di lavoro flessibile e ricattabile.

Non meno grave è il tentativo, emerso attraverso un ordine del giorno della maggioranza, di modificare le regole sulla prescrizione dei crediti di lavoro. Se questa impostazione dovesse tradursi in una norma, molti lavoratori sarebbero costretti a contestare il datore di lavoro mentre sono ancora occupati nell'azienda, con il rischio evidente di ritorsioni e discriminazioni. Si tratterebbe di un ulteriore arretramento delle tutele conquistate in decenni di lotte del movimento operaio e sindacale.

Il cosiddetto "pacchetto incentivi" rappresenta un altro tassello della stessa impostazione. Le imprese che assumono o stabilizzano giovani, donne e disoccupati nelle Zone Economiche Speciali potranno accedere a consistenti agevolazioni pubbliche a condizione di garantire il cosiddetto "salario giusto".

Anche qui emerge tutta l'ambiguità del provvedimento. Da un lato lo Stato mette a disposizione risorse pubbliche per sostenere le imprese; dall'altro non interviene in modo efficace per garantire salari adeguati, occupazione stabile e diritti universali. Ancora una volta il lavoro viene considerato soprattutto come un costo da alleggerire attraverso incentivi e sgravi, mentre passa in secondo piano il suo ruolo di fonte della ricchezza sociale e fondamento della dignità delle persone.

Il decreto Primo Maggio conferma così una linea ormai consolidata: sostituzione del salario con il welfare aziendale, ampliamento degli spazi di precarietà, indebolimento delle tutele e crescente trasferimento di risorse pubbliche verso il sistema delle imprese.

Dietro la formula del "salario giusto" si nasconde in realtà una nuova offensiva contro il lavoro. Un'offensiva che si colloca in continuità con quelle politiche che negli ultimi decenni hanno progressivamente ridotto il potere contrattuale dei lavoratori, favorito la precarizzazione dell'occupazione e indebolito il carattere universale del welfare pubblico.

Noi dobbiamo rilanciare una battaglia politica e sociale per l'aumento reale dei salari, per la stabilità del lavoro, per il rafforzamento della contrattazione collettiva e per la difesa dei servizi pubblici universali.

Noi dobbiamo contrastare una deriva che scarica ancora una volta il peso della crisi sulle lavoratrici e sui lavoratori.

Noi non possiamo accettare che il lavoro venga ridotto a una variabile dipendente delle esigenze del mercato e della competitività delle imprese.

Noi dobbiamo rappresentare e divulgare la realtà del lavoro, smantellando gli slogan attraverso l'informazione e la conoscenza.

Emanuela Seno
Dipartimento Lavoro

15/06/2026

𝗙𝗨𝗢𝗥𝗜 𝗟𝗔 𝗚𝗘𝗥𝗠𝗔𝗡𝗜𝗔 𝗗𝗔𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗦𝗜𝗚𝗟𝗜𝗢 𝗗𝗜 𝗦𝗜𝗖𝗨𝗥𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟’𝗢𝗡𝗨

Il 3 giugno l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha eletto Portogallo e Austria come membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, per il biennio 2027-2028. La Germania, candidata per uno dei due seggi riservati all'Europa occidentale, è stata esclusa per una trentina di voti, e hanno prevalso, appunto, Portogallo e Austria.

Si tratta della prima sconfitta tedesca in una candidatura al Consiglio di sicurezza dopo la sua riunificazione. La cosa è sicuramente da rimarcare come un segnale delle contraddizioni esistenti all'interno del blocco occidentale, in particolare tra Paesi Nato, e costituisce, senza dubbio, una battuta d'arresto alle ambizioni tedesche in ambito internazionale, tanto più che da tempo la Germania sostiene una riforma dell'Onu, che le consenta di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, insieme ad India, Brasile e Giappone. Questa aspirazione riflette il tentativo del capitale tedesco di tradurre la propria forza economica, per quanto indebolita, in maggiore influenza politica e strategica a livello globale.

L'esclusione dal Consiglio di Sicurezza costituisce quindi una battuta d'arresto e un ridimensionamento temporaneo della classe dirigente tedesca. Al contrario l'ampio consenso ottenuto dal Portogallo, per quanto questo Paese faccia parte della Nato e del sistema occidentale, dimostra che molti Stati membri dell'Onu abbiano percepito questo Paese come un attore più neutrale e meno dominante rispetto alla Germania.

Il Portogallo appare sicuramente meno schierato e meno minaccioso per molti Paesi del sud globale. La Germania infatti si è distinta sui grandi temi di attualità internazionale per la propria posizione bellicista e russofoba quasi alla stregua dei Paesi Baltici riguardo al conflitto ucraino e alla sua escalation, per non parlare di una posizione appiattita verso Israele, essendo, insieme all'Italia, oppostasi più volte alle sanzioni contro lo Stato ebraico.

L'esito di questa votazione nella sostanza non sposta affatto i rapporti e i pesi politici nell'area occidentale, si tratta piuttosto di un mutamento degli equilibri diplomatici tra gli Stati del capitalismo europeo all'interno di un sistema internazionale che continua ad essere dominato dalle grandi potenze economiche e militari. Tuttavia, non si può ignorare il segnale che molti Paesi del Sud del mondo danno nel processo inarrestabile verso un equilibrio mondiale multipolare preferendo attori più piccoli ma meno disposti verso avventure pericolose guerrafondaie e punendo l'ipocrita doppiopesismo in cui si è distinta la Germania per le vicende di Gaza e Ucraina.

Dipartimento Esteri PCI

𝗟𝗔 𝗙𝗘𝗗𝗘𝗥𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗚𝗘𝗡𝗢𝗩𝗘𝗦𝗘 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗔𝗟𝗟'𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗦𝗢𝗟𝗘 𝗖𝗨𝗕𝗔𝗡𝗢 🇨🇺𝗔𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶, 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗮𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶, 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘀𝗽𝗲𝗿𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗿𝗶𝘃𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗿...
14/06/2026

𝗟𝗔 𝗙𝗘𝗗𝗘𝗥𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗚𝗘𝗡𝗢𝗩𝗘𝗦𝗘 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗔𝗟𝗟'𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗦𝗢𝗟𝗘 𝗖𝗨𝗕𝗔𝗡𝗢 🇨🇺

𝗔𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶, 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗮𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶, 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘀𝗽𝗲𝗿𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗿𝗶𝘃𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗿𝗶𝗮!

Lo scorso 8 Giugno a “Music for Peace” abbiamo avuto l'onore di ascoltare il Console Generale di Cuba, José Luis Darias Suárez. Con la sua voce, dignitosa e ferma, ci ha raccontato il presente straziante di un popolo che da oltre sessant'anni subisce il blocco criminale degli Stati Uniti. Una guerra economica, politica e mediatica che oggi si fa ancora più spietata, con minacce militari e nuovi attacchi per lasciare l'isola senza carburante e senza respiro. Eppure Cuba non si piega.

E mentre l'ipocrisia occidentale colpevolizza il comunismo additandolo come la causa della povertà a Cuba, la verità è una sola: è il bloqueo il vero motivo delle difficoltà. Ed è proprio il comunismo, con la sua capacità di resistere, organizzare la speranza e difendere la sovranità, che ha permesso a Cuba di non arrendersi per tutti questi decenni.

Il Console ha ringraziato la solidarietà del popolo italiano. Ma siamo noi a dover ringraziare Cuba: per i suoi medici che durante la pandemia corsero in Italia, per quelli che ancora oggi curano i nostri fratelli in Calabria, per la sua storia di internazionalismo senza pari. Come ha ricordato il rappresentante cubano, il popolo di Fidel e del Che non chiede permesso per essere libero e non si sottometterà mai alla tirannia di nessun impero.

Il PCI abbraccia idealmente ogni cubano e ogni cubana. La loro lotta è anche la nostra.

Resistere al blocco, denunciare l'ipocrisia occidentale, costruire ponti di solidarietà attiva: questo è il nostro impegno. Oggi più che mai diciamo: Viva Cuba! Viva Fidel! Giù le mani da Cuba! Abbasso il bloqueo!

Avanti, sempre avanti, con la speranza rivoluzionaria!

Federazione PCI Genova

11/06/2026

𝗔𝗟𝗧𝗥𝗘 𝗖𝗢𝗡𝗦𝗜𝗗𝗘𝗥𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗦𝗨 𝗜𝗔 (𝗦𝗩𝗜𝗟𝗨𝗣𝗣𝗜, 𝗨𝗦𝗢 𝗘 𝗖𝗢𝗡𝗦𝗨𝗠𝗢)

Il rapporto dell’Onu su Costo ambientale del consumo energetico dell’IA: impronta di carbonio, acqua e suolo prevede che entro il 2030 l’Intelligenza Artificiale consumerà l’acqua necessaria a 1,3 miliardi di persone, l’intera popolazione dell’Africa subsahariana, e ben 945 terawatt/ora di elettricità, il triplo di quella usata dalle persone (650 milioni) che vivono tra Pakistan, Bangladesh e Nigeria messe insieme. Una previsione che non vuole essere un’accusa contro l'IA ma un “appello a un suo utilizzo responsabile e ad affrontare in modo proattivo i suoi impatti indesiderati, per renderla sostenibile ed equa”. (Ansa, 3 giugno 2026)

Nel frattempo, dai documenti depositati per il debutto in borsa di SpaceX, emerge la volontà di spostare i server nello spazio dove, a detta di Elon Musk, esisterebbero le condizioni ideali per controllare il riscaldamento dei data server, aumentare la capacità di ottenere l’energia necessaria e garantire la massima efficienza della IA.

Di fronte a queste notizie siamo tutti chiamati a prendere posizione e a costituire un fronte che eviti il rifiuto delle nuove tecnologie ma ponga con forza la questione del loro utilizzo e dei loro obiettivi.

Possiamo lasciare le decisioni strategiche e il governo dello sviluppo, dell’uso e del controllo delle nuove tecnologie (compresa l’IA) a un’esigua minoranza di ricchi che attualmente (soprattutto in Occidente) ne detengono la proprietà e che da esse traggono un potere assoluto del tutto estraneo a qualsiasi logica democratica?

Accettare che alcune società private, che mirano solo a incrementare il profitto dei loro soci, siano le principali depositarie della proprietà delle nuove tecnologie (materiali e immateriali) senza alcun controllo da parte dei popoli non significherebbe forse dar loro il potere di provocare conflitti e guerre per la conquista di beni comuni e indispensabili come l’acqua? (La progressiva sostituzione dei governi statali con il potere privato è già in atto sul terreno delle fonti di energia tradizionali).

In definitiva i singoli Stati, i governi più o meno democratici, sarebbero sostituiti anche nelle decisioni strategiche che influenzano la vita dei popoli da entità sovranazionali i cui proprietari diventerebbero i padroni del mondo imponendosi in maniera autoritaria...

Con questa visione qualsiasi strumento tecnologico, materiale e immateriale, sarebbe destinato a produrre ricchezza per pochissimi autocrati privilegiati e a controllare il resto della popolazione costretta a subire e accettare (più o meno inconsciamente) la verità dei padroni del mondo.

Si prospetta un futuro cupo, distopico, nel quale anche il pensiero sarebbe condizionato. Un futuro in cui la tecnologia non sarebbe uno strumento al servizio della collettività ma ciascun individuo diverrebbe un ingranaggio di un’entità suprema che rappresenta solo sé stessa e che risponde, ben che vada, ai consigli di amministrazione delle società proprietarie della tecnologia stessa.

Di fatto gli Stati non esisterebbero più.

Occorre agire e costruire un progetto realistico che riesca a unire le forze politiche e sociali che pensano che l’IA (e le nuove tecnologie) debbano essere inquadrate in un sistema profondamente diverso da quello che ci sta portando al disastro della rassegnazione e dell’indifferenza. Riprendiamoci la vita e il futuro. Sottraiamo ai pochi che vogliono accumulare enormi ricchezze la conoscenza, mostriamo che un altro sistema è possibile. Il controllo collettivo e la proprietà sociale della tecnologia e dell’IA è il modo migliore per fermare il declino inesorabile dell’intero pianeta.

Giorgio Langella
Dipartimento Lavoro PCI

08/06/2026
07/06/2026

𝗘𝗗𝗨𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗔𝗙𝗙𝗘𝗧𝗧𝗜𝗩𝗔 𝗘 𝗦𝗘𝗦𝗦𝗨𝗔𝗟𝗘: 𝗔𝗣𝗣𝗥𝗢𝗩𝗔𝗧𝗔 𝗟𝗔 𝗟𝗘𝗚𝗚𝗘 𝗦𝗨𝗟𝗟’𝗜𝗚𝗡𝗢𝗥𝗔𝗡𝗭𝗔

Alla fine, la Legge che impedisce l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole è stata approvata.

-Il divieto è assoluto nella scuola dell’infanzia e primaria;
-Nella scuola secondaria le attività che riguardano i temi della sessualità sono subordinate al consenso scritto preventivo dei genitori dopo che le scuole avranno messo a disposizione il materiale didattico che intendono utilizzare.

Sulla gravità di questo provvedimento il PCI si è già espresso con nettezza nei mesi scorsi. Questo esito è il frutto della visione oscurantista e autoritaria della maggioranza di governo; del comportamento ambiguo e pusillanime dei precedenti governi che non hanno mai approvato una legge per rendere obbligatoria l’educazione all’affettività e alla sessualità; dei tentativi, in atto da anni, di mettere in discussione il carattere laico della scuola pubblica e il suo compito educativo, la libertà di insegnamento e il diritto alla formazione di studentesse e studenti.

Ogni persona che si occupa di educazione, sa che i pregiudizi legati al genere, il sessismo e l’omofobia, sono appresi sin dalla prima infanzia nel contesto relazionale, sociale e familiare, e attraverso i media. Pregiudizi che stanno alla base delle discriminazioni e della violenza di cui un numero crescente di ragazze e ragazzi sono vittime.

Per questo ribadiamo che l’educazione alle relazioni e alla sessualità nelle scuole non solo non deve essere ostacolata, ma deve essere obbligatoria, perché non c’è altro luogo dove possano essere forniti a tutti e tutte, in base all’età, gli strumenti per costruire relazioni sane e libere da stereotipi e violenza, in linea con le Linee Guida Unesco e gli standard dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Dipartimento Istruzione PCI

Indirizzo

Via Capoverde, 3
Genova
16159

Orario di apertura

Lunedì 15:30 - 18:00
Mercoledì 15:30 - 18:00
Venerdì 15:30 - 18:00
Sabato 09:30 - 13:00

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