Social Liberali

Social Liberali Non siamo liberisti e non siamo socialisti, crediamo in una società giusta che premi il lavoro, la fatica e il sudore Il mercato è un nostro valore.

CHI SIAMO E IN COSA CREDIAMO

L’uomo è un individuo che si è migliorato naturalmente nei secoli facendo leva sulle sue qualità, in un contesto concorrenziale che lo ha stimolato a cambiare e in questo modo a progredire. La leale concorrenza fra individui è un nostro valore. L’uomo ha identificato naturalmente nella famiglia allargata la sua prima forma di socialità. La famiglia allargata è il matt

one che sta alla base della forma sociale che noi auspichiamo. La famiglia allargata è costituita da tutti quegli individui che per diritto di nascita o per scelta si assumono il dovere dell’assistenza reciproca sia morale che materiale. I doveri in seno alla famiglia allargata sono nostri valori. Il lavoro contraddistingue l’uomo ed è la reale possibilità per l’individuo di essere protagonista nella costruzione di se stesso e della società in cui vive. È un atto creativo, con il quale egli si esprime, e manifesta le sue potenzialità, la sua libertà ed il suo ruolo all’interno della società. È dunque impossibile pensare ad una società dove il lavoro sia un fattore marginale o contingente. Non esistono né lavori umili e denigranti né lavori ambiziosi e rispettabili. Ogni lavoro ha in sé pari dignità proprio perché fattore costituente ed imprescindibile della società stessa. L’uomo ha il dovere di lavorare per contribuire alla costruzione della società. Nessuno può impedire od ostacolare l’uomo nella ricerca del lavoro adatto a se stesso. La biunivocità del diritto e del dovere di lavorare per contribuire al benessere della società è un nostro valore. Il merito, valutato in base ai risultati ottenuti, è per noi l’unico fattore premiante per l’individuo. Noi siamo contrari ad ogni forma di premio dato per appartenenze lobbistiche, familiari (nepotismo e, in senso allargato, clientelismo) o di casta economica (oligarchia). Il premio in base al merito è un nostro valore. Il mercato inteso come molteplicità di individui che operano in regime di piena concorrenza sul mercato economico è per noi il giudice più imparziale per valutare il merito. Gli agenti economici distinti in compratori e venditori, fra i quali sono compresi:
- i consumatori (che acquistano beni e servizi per uso personale),
- le imprese (che strumentalmente acquistano lavoro, capitale e materie prime per produrre beni e servizi e nel contempo vendono i beni ed i servizi da loro prodotti),
- i lavoratori (che vendono le proprie conoscenze),
- i proprietari di risorse produttive (ad esempio beni immobili) che possono essere cedute a titolo definitivo (vendita, o meglio alienazione)

Queste “categorie” di individui sono per noi gli unici giudici imparziali all’interno della società e di conseguenza gli attori unici nella valutazione del merito. Ogni forma di valutazione del merito non verificata dal giudizio del mercato è per noi fuorviante ed è foriera di ingiustizie. Lo Stato deve essere arbitro e mai giocatore. Lo Stato può intervenire nel libero mercato nel caso in cui l’impresa economica vada oltre le possibilità dell’iniziativa privata o là ove la concorrenza non abbia più modo di operare (monopoli, oligopoli). Noi crediamo fermamente nei diritti fondamentali dell’uomo. Il diritto alla libertà individuale e alla sicurezza, il diritto alla vita, il diritto all’autodeterminazione, il diritto ad un giusto processo, il diritto ad un’esistenza dignitosa, il diritto alla libertà religiosa, di opinione e d’informazione, il diritto all’istruzione, il diritto alla salute. Altri diritti possono essere garantiti solo a coloro che si assumono pari doveri. Per noi ogni individuo ha il dovere di contribuire al benessere dell’intera comunità, all’interno della quale è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità. Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento ed il rispetto dei diritti e della libertà degli altri. I diritti fondamentali dell’uomo e la biunivocità di diritti e doveri sono nostri valori. Lo Stato è soltanto uno strumento della comunità: esso non deve assumersi alcun potere che possa entrare in conflitto con i diritti fondamentali dei cittadini e con le condizioni indispensabili per una vita responsabile e creativa di ogni individuo. Ad ogni individuo dovrebbero essere garantiti pari diritti e possibilità iniziali. Ogni individuo dovrebbe essere lasciato libero di crescere e di raggiungere i suoi personali obbiettivi. Lo Stato non deve consumare le risorse dei cittadini nell’assistenzialismo mirato e negli aiuti di stato che creano inevitabilmente delle categorie di privilegiati. Lo Stato deve garantire i diritti fondamentali e rimuovere gli ostacoli che rendono i cittadini diversi all’inizio della loro vita sociale, della loro collaborazione attiva alla costruzione della società. La parità di risorse iniziali è un nostro valore. I diritti fondamentali dell’uomo e le condizioni per la crescita responsabile di ciascun individuo possono essere assicurati solo da una vera democrazia. La vera democrazia è inseparabile dalla libertà economica e dalla libertà politica ed è basata sul consenso cosciente, libero ed illuminato della maggioranza, espresso tramite un voto libero e segreto, con il dovuto rispetto per la libertà e le opinioni delle minoranze. La democrazia è un nostro valore. Gli interessi dei lavoratori e degli imprenditori sono complementari; la consultazione e la collaborazione organizzata tra datori di lavoro e lavoratori è di vitale importanza per il buon andamento dell’attività produttiva ed è un nostro valore. DOVE VORREMMO ANDARE

Noi siamo quelli che credono nella parte alta della forbice. Crediamo nella funzione dello Stato regolatore e arbitro. In poche parole non siamo liberisti, e non siamo socialisti, noi crediamo nell’uomo e nella famiglia e sosteniamo l’economia sociale di mercato. Siamo per uno Stato forte e di diritto, in cui tutti abbiano le stesse reali possibilità di potersi difendere contro i colossi economici e contro i potenti. Siamo per uno Stato-comunità, che dia a tutti le stesse opportunità alla partenza della vita ma che sappia premiare chi ha fatto meglio di altri attraverso la meritocrazia. Il merito individuale come sprono ed esempio per tutti, per spingere verso un circuito virtuoso la società, far avanzare scuola e ricerca, far rientrare i nostri cervelli migliori, che troppo spesso preferiscono emigrare. Noi crediamo che il cittadino debba contribuire al benessere della società pagando dei contributi, ma questi oneri devono essere minimali e concorrenziali: la tassazione minima indispensabile per mantenere le funzioni essenziali dello Stato:
Giustizia, Difesa, Scuola, Sanità ed una struttura minima amministrativa dello Stato. Il liberismo-jungla che vuole uno Stato minimo, in realtà nasconde l’aspirazione alla non-legge, per perpetrare il dominio del più forte, che sempre ha necessità di vuoti normativi mascherati da libertà. Il socialismo-asfissiante che vuole uno Stato dominante nell’economia e nel mercato, in realtà nasconde la soppressione degli stimoli naturali di ciascun uomo che nella concorrenza e nella libertà trova la sua naturale propensione al miglioramento continuo. La vera libertà e la vera uguaglianza risiedono nella parità delle risorse iniziali e nelle regole uguali per tutti. Ecco perché vogliamo uno Stato forte che sappia garantire questi principi. Vogliamo costruire una comunità solidale ma intorno all’individuo. Vogliamo abbattere la contrapposizione: individualismo / statalismo. Noi crediamo che l’individuo si realizzi appieno solo all’interno della società, ma nello stesso tempo la comunità deve avere come obiettivo finale dei suoi sforzi l’esaltazione massima delle potenzialità individuali. Solo così si possono superare le false contrapposizioni tra i due concetti. In una frase: individualismo solidale, comunità incubatrice del merito. Da questo motto discende la liberazione dalle altre false contrapposizioni: imprenditori / lavoratori, stato / mercato, merito / egualitarismo. Vogliamo la vera liberazione dell’individuo, attraverso i servizi ed i valori della sua comunità: libero dal bisogno dell’istruzione (istruzione accessibile a tutti), dal bisogno di curarsi (sistema sanitario per tutti), dal bisogno del lavoro (mercato capace di riassorbire velocemente chi lo perde), dalle catene delle discriminazioni, dei pregiudizi, dei monopoli, delle ingiustizie. Solo questo è il nostro scopo e crediamo che solo il nostro modo d’intendere il liberalismo porti alla realizzazione dell’uomo, laddove chiaramente hanno fallito altre idee ed altre ideologie. Senza dimenticare il rispetto della legalità, la lotta a tutte le mafie, contro la partitocrazia e contro ogni forma di discriminazione. Siamo per lo Stato laico, a-confessionale, per le libertà civili e religiose. Noi siamo per il multiculturalismo ma solo se la cultura straniera accetta e rispetta i valori fondamentali costituenti la nostra società. Mai accetteremmo culture che relegano i deboli ai margini della società, mai accetteremmo culture che discriminano gli individui, mai accetteremmo culture che non credano nella democrazia e nel rispetto della legalità. Noi non riteniamo uguali tutti i valori e ripudiamo ogni fanatismo, anche fosse esso travestito da credo religioso. Chi uccide, uccide; chi viola la legge, viola la legge. Quindi non può accampare scusanti ideologiche o religiose di qualsiasi genere. Nessuna attenuante pseudo-buonista o tollerante. Sarebbe contraddittorio con il nostro credo legalitario ed autenticamente egualitario. Quanto alla nostra posizione internazionale, noi ci sentiamo parte del sistema occidentale, vogliamo gli Stati Uniti d’Europa, anche se rivendichiamo ogni indipendenza di giudizio ed autonomia di posizionamento su questioni particolari, che possono ledere l’interesse nazionale. Vogliamo – coerentemente con la nostra visione politica – un’Italia che si realizza pienamente nel consesso internazionale, nel diritto internazionale, libera ed in pace, rispettosa ma rispettata. Perciò noi siamo un movimento diverso da ogni altro presente, che deve preservare il suo sogno di una società fondata sui doveri, sul lavoro, sull’impegno, sulla determinazione, sulla conoscenza, sul merito, ma deve anche saper lavorare sempre nell’interesse generale del paese, senza pregiudiziali, concretamente, senza paura di allearsi con chi porterà acqua al nostro mulino, al liberalismo sociale e al pragmatismo.

Nel duemilauno incontrai due fuochi,uno scaldava le mani,l’altro bruciava dentro.Gli Alpini avevano tende apertecome vec...
07/05/2026

Nel duemilauno incontrai due fuochi,
uno scaldava le mani,
l’altro bruciava dentro.

Gli Alpini avevano tende aperte
come vecchie case di montagna,
odore di vino, pane spezzato,
voci intense contro il freddo della sera.

Mi offrirono da bere
come si offre appartenenza a uno sconosciuto,
mi offrirono cibo
come si offre fiducia ad un amico,
e nei loro occhi vidi la fatica
diventare orgoglio,
il sudore trasformarsi in fratellanza.
Ridevano.
Ed era un sorriso semplice, umano,
capace di unire uomini e donne diversi
sotto lo stesso cielo.

Poi incontrai l’antagonista.
Camminava con la rabbia addosso
come un cappotto troppo stretto.
Nulla bastava al suo cuore,
nulla salvava il mondo ai suoi occhi.
Attorno a lui altri volti tesi,
indifesi davanti alla propria inquietudine,
insensibili davanti alla speranza.

Non c’erano sorrisi,
solo pugni chiusi
e parole di rabbia scagliate nel vento.

E il mondo stava lì,
in bilico fra quei due incontri:
da una parte il calore di una tenda,
dall’altra il gelo della rivolta.

Poi arrivò Settembre.
Non un mese, ma una ferita.
Il cielo si riempì di cenere e paura,
gli aeroporti divennero confini,
ogni sguardo un sospetto,
ogni viaggio una domanda silenziosa.

Da quel giorno il tempo smise di svivolare normalmente.
Non vennero davvero
Ottobre, Novembre o Dicembre.

Il duemilauno finì lì,
in quell’istante sospeso
fra le torri che cadevano
e il cuore che non capiva.

E ancora oggi ricordo
tre cose soltanto:
il sorriso dell’Alpino,
la rabbia dell’antagonista,
e quella morte improvvisa nel cuore del mondo.

Il 25 aprile è una data fondamentale per l’Italia: si celebra la Festa della Liberazione, che ricorda la fine dell’occup...
25/04/2026

Il 25 aprile è una data fondamentale per l’Italia: si celebra la Festa della Liberazione, che ricorda la fine dell’occupazione nazifascista e la vittoria della Resistenza nel 1945. In molte città del Nord, proprio il 25 aprile, le formazioni partigiane entrarono nei centri urbani liberandoli prima dell’arrivo degli Alleati.

In questo contesto si inserisce la figura di Aldo Gastaldi, conosciuto come “Bisagno”, uno dei comandanti partigiani più importanti della Liguria.

Chi era Bisagno
Aldo Gastaldi nacque a Genova nel 1921. Giovane cattolico molto impegnato, dopo l’8 settembre 1943 (l’Armistizio di Cassibile) entrò nella Resistenza contro nazisti e fascisti.

Divenne comandante della Brigata “Cichero”, attiva nell’entroterra ligure (soprattutto nell’Appennino tra Genova e Piacenza). Era noto per la sua disciplina rigorosa, il forte senso morale e religioso e l'attenzione alla popolazione civile

Il ruolo nella Liberazione
Le brigate guidate da Bisagno ebbero un ruolo decisivo nella liberazione della Liguria. Nei giorni intorno al 25 aprile 1945, i partigiani attaccarono presidi tedeschi e fascisti, bloccarono vie di comunicazione e contribuirono alla resa delle truppe nemiche

In città come Genova, la liberazione avvenne in gran parte grazie all’azione coordinata delle formazioni partigiane, prima ancora dell’arrivo degli Alleati: un caso quasi unico in Italia.

La morte e il mito
Pochi giorni dopo la Liberazione, il 21 maggio 1945, Aldo Gastaldi morì in un incidente stradale. Aveva solo 23 anni.

La sua figura è rimasta simbolica perché rappresenta una Resistenza non solo militare ma anche etica. Bisagno è ricordato come comandante “giusto” e rispettato ed oggi è oggetto di studi e anche di un processo di beatificazione nella Chiesa cattolica.

Perché è legato al 25 aprile
Bisagno incarna lo spirito della Resistenza che il 25 aprile celebra la lotta per la libertà, il rifiuto della dittatura e il sacrificio personale per il bene collettivo

Cosa mi ha impressionato delle gesta di "Bisagno":
L'aver definito il codice Cichero, una serie di norme comportamentali fra amici di montagna, fra ribelli, fra resistenti.

“Alla popolazione contadina si chiede, non si prende; e, possibilmente, si paga o si ricambia ciò che si riceve. Non si importunano le donne. Non si bestemmia”.

“Il capo, che viene eletto dai compagni, sarà il primo nelle azioni più pericolose, l’ultimo nel ricevere il cibo e il vestiario. A lui spetterà il turno di guardia più gravoso”.

“Nelle attività e nelle operazioni si eseguono gli ordini dei comandanti, ma la loro condotta verrà poi sempre discussa in assemblea”.

Si queste sono le regole del partigiano Cichero, regole che definiscono il mio senso della leadership da quando ero solo un ragazzo.

Rapporto personale con il concetto di guerraA mio parere esistono diverse culture attraverso cui l’uomo interpreta e giu...
11/04/2026

Rapporto personale con il concetto di guerra

A mio parere esistono diverse culture attraverso cui l’uomo interpreta e giudica la guerra, ciascuna con i propri criteri morali, politici o religiosi.

Esiste innanzitutto la cultura pacifista, per la quale la guerra non è mai giusta. In questa visione, la guerra rappresenta la massima espressione di distruzione: provoca morte, sofferenza e devastazione in misura superiore a qualsiasi altra azione umana. Per questo motivo, non può esistere alcuna giustificazione valida per scatenarla. L’unica forma di lotta considerata accettabile è la difesa, che non viene nemmeno definita “guerra”, ma piuttosto resistenza contro chi la guerra l’ha voluta e iniziata.

Accanto a questa prospettiva troviamo la cultura della legalità internazionale, che si fonda sugli sforzi compiuti dalla comunità globale per stabilire regole condivise su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Secondo questa visione, il giudizio sulla guerra non è assoluto, ma si basa su principi codificati: trattati, convenzioni, organismi sovranazionali. È a questi strumenti che si fa riferimento per stabilire se un conflitto possa essere considerato legittimo o illegittimo.

Vi è poi quella che possiamo definire cultura occidentale, spesso caratterizzata dalla convinzione di rappresentare un modello superiore di civiltà. In questa prospettiva, l’Occidente tende ad assumere il ruolo di arbitro morale, giustificando talvolta la guerra in nome della diffusione di valori come democrazia, libertà e diritti. In questo senso, si pone contemporaneamente come giudice e come attore, attribuendosi il diritto di decidere quando un intervento armato sia giusto.

Allo stesso modo, esistono visioni legate ad altre aree culturali, come quella che potremmo definire tradizione mediorientale intrecciata con la dimensione religiosa, in cui alcuni interpretano la guerra come strumento per realizzare una volontà divina, ritenuta superiore alle leggi degli uomini. In questo caso, la giustificazione del conflitto non è politica o giuridica, ma spirituale.

Si possono individuare anche altre prospettive, come quella legata all’idea di un’identità collettiva fondata su una terra e su una promessa storica, che porta a considerare la guerra come mezzo per affermare il diritto all’esistenza e all’appartenenza.

E naturalmente esistono molte altre culture e visioni, ciascuna capace di giustificare o condannare la guerra secondo i propri valori e le proprie priorità.

E allora, cos’è davvero la guerra?

La guerra, in fondo, appare come il confronto tra poteri che rifiutano di soccombere. È l’espressione di gruppi eserciti, stati, comunità che si organizzano per imporsi sugli altri. Non esiste guerra senza un “branco”, senza un’identità collettiva contrapposta a un’altra.

La guerra nasce anche dall’incapacità dell’uomo di riconoscere nell’altro un proprio simile. Si combatte sempre contro qualcuno percepito come diverso, distante, spesso disumanizzato e quindi più facile da odiare.

È anche figlia della rimozione: delle immagini troppo crude per essere mostrate, delle verità nascoste per evitare lo sdegno di chi, vedendole, non potrebbe più accettarle.

Ma la guerra affonda le sue radici anche nell’insoddisfazione e nell’inquietudine umana: nell’incapacità di sentirsi appagati, nel desiderio di controllo, nella paura del caos e della perdita di potere.

In ultima analisi, la guerra è sempre figlia della paura: paura dell’altro, paura di perdere, paura di non esistere abbastanza.

Ed è forse proprio questa paura, più di ogni ideologia o giustificazione, il vero motore di ogni conflitto.

Per cui un uomo che non ha paura non può trovar giustificazioni per fare la guerra!

I "costruttori" senza casa: l’identità smarrita di una cultura politica necessaria.Negli ultimi decenni, con l’affermars...
08/04/2026

I "costruttori" senza casa: l’identità smarrita di una cultura politica necessaria.

Negli ultimi decenni, con l’affermarsi di un sistema politico sempre più orientato al bipolarismo, una vasta area culturale e civile sembra aver progressivamente perso rappresentanza: quella dei moderati-costruttori, coloro che costruiscono invece che distruggere. Non si tratta semplicemente di elettori indecisi o di cittadini privi di convinzioni forti, come spesso vengono superficialmente descritti, ma di una componente storicamente centrale nella costruzione degli equilibri democratici. Oggi, invece, appaiono costretti in una scelta continua tra opzioni percepite come entrambe insoddisfacenti, se non addirittura incompatibili con i propri valori.

Da un lato, una visione che privilegia politiche assistenzialiste, in cui i diritti rischiano di essere scollegati dai doveri, accompagnata da un giustizialismo che talvolta sfiora la logica della persecuzione. Dall’altro, un approccio che può scivolare verso l’autoritarismo, il culto della leadership, la difesa rigida di privilegi acquisiti e, nei casi più estremi, derive identitarie e discriminatorie. In questo scenario, il moderato si trova intrappolato in una dinamica del “male minore”, che nel tempo finisce per erodere non solo la rappresentanza politica, ma anche la dignità stessa di una posizione autonoma.

Eppure, ridurre "i costruttori" a una semplice media aritmetica tra due poli opposti è un errore concettuale profondo. I "costruttori" non sono il punto intermedio di un segmento, ma un vertice alternativo di un triangolo politico. Non cercano compromessi al ribasso tra estremi contrapposti, ma propongono una visione diversa della società e del futuro.

Questa visione si fonda su alcuni principi distintivi. Innanzitutto, il rifiuto della contrapposizione sistematica come chiave di lettura della realtà sociale. L’idea che il mondo debba essere interpretato attraverso conflitti binari ricchi contro poveri, sani contro malati, bianchi contro neri, “noi” contro “loro” viene sostituita da una prospettiva che privilegia l’integrazione, la cooperazione e la costruzione di legami. Non è una negazione delle differenze, ma un tentativo di ricomporle in un quadro più ampio e inclusivo.

In secondo luogo, il moderatismo-costruttivo autentico crede nel valore del merito, ma non come strumento di esclusione o giustificazione delle disuguaglianze. Al contrario, il merito viene inteso come un processo condiviso, che nasce all’interno di comunità coese e che comprende che il merito non è mai del singolo, ma di una comunità. È una visione che tiene insieme responsabilità individuale e solidarietà collettiva, evitando sia l’appiattimento assistenzialista sia l’individualismo competitivo esasperato.

Un altro elemento centrale è la fiducia nelle istituzioni e nei corpi intermedi. I moderati-costruttori storicamente riconoscono il valore delle strutture che mediano tra individuo e Stato, associazioni, imprese, comunità locali come luoghi in cui si costruisce il tessuto sociale. In un’epoca dominata dalla comunicazione diretta e dalla personalizzazione estrema della politica, questa attenzione alla mediazione appare quasi anacronistica, ma resta fondamentale per i valori dei moderati-costruttori.

Infine, vi è una dimensione culturale spesso trascurata: il moderatismo-costruttivo come stile, prima ancora che come programma. È la capacità di dubitare, di ascoltare, di evitare semplificazioni eccessive. È il rifiuto della retorica incendiaria e della ricerca del consenso immediato a favore di una costruzione paziente e razionale delle decisioni.

La vera crisi dei moderati-costruttori quindi, non è solo elettorale o organizzativa, ma identitaria. In un sistema che premia la polarizzazione e la radicalizzazione del linguaggio, lo spazio per una proposta complessa e non urlata si restringe. Tuttavia, proprio questa complessità potrebbe rappresentare una risorsa decisiva per il futuro.

Se la politica continuerà a essere dominata da logiche di contrapposizione, il rischio è quello di una società sempre più frammentata, incapace di trovare sintesi durature. In questo contesto, il ritorno di una cultura moderata-costruttiva non come compromesso debole, ma come progetto forte e autonomo potrebbe offrire una via d’uscita.

I moderati-costruttori dunque, non sono senza casa per mancanza di idee, ma perché il sistema attuale fatica a riconoscere e valorizzare la loro specificità e identità differenziante.
Ritrovare quella casa significa, prima di tutto, riaffermare con chiarezza che esiste un altro modo di interpretare la realtà: non attraverso lo scontro permanente, ma attraverso la costruzione condivisa del bene comune.

Io voto convintamente NO.NO al SORTEGGIO per eleggere un organo di rappresentanza e di autogoverno della magistratura.Da...
27/03/2026

Io voto convintamente NO.

NO al SORTEGGIO per eleggere un organo di rappresentanza e di autogoverno della magistratura.

Davvero possiamo ritenere ragionevole che il destino della carriera di magistrati esperti e capaci sia deciso da chi è stato semplicemente sorteggiato? Immaginiamo un magistrato appena entrato nei requisiti, senza particolare esperienza o merito specifico, chiamato a decidere sulla carriera di un giudice veterano, stimato e competente. In quale altra realtà professionale accetteremmo un sistema simile? Nella vostra azienda, affidereste scelte così delicate al caso?

NO all’ALTA CORTE DISCIPLINARE composta da collegi in cui i magistrati non sono necessariamente in maggioranza.
Ha davvero senso che i magistrati siano giudicati disciplinarmente da un organo in cui la maggioranza potrebbe non appartenere alla magistratura? Soprattutto quando quella stessa maggioranza potrebbe provenire da ambiti politici che, spesso, attaccano quotidianamente la magistratura?

Se si sostiene, giustamente, la necessità di un giudice terzo ed equidistante tra accusa e difesa, allora la stessa logica dovrebbe valere anche per il giudizio disciplinare sui magistrati.
Un organo disciplinare con una possibile maggioranza espressa dalla politica rischia davvero di garantire quell’equilibrio, quella indipendenza e quella serenità di giudizio che sono essenziali per la giustizia?

Per tutte queste ragioni, la mia posizione è chiara: NO a riforme che introducono meccanismi casuali o potenzialmente condizionati dalla politica in ambiti così delicati dell’autonomia della magistratura.

Tutti gli Italiani dovrebbero mobilitarsi perchè la NOSTRA COSTITUZIONE non sia rovinata per sempre!
Con la costituzione NON si può dire mi sono sbagliato e voglio tornare indietro!

Movimento No Global:Contesto del movimento No Global.Nato negli anni ’90 e primi 2000 (proteste di Seattle 1999 contro l...
26/03/2026

Movimento No Global:

Contesto del movimento No Global.

Nato negli anni ’90 e primi 2000 (proteste di Seattle 1999 contro l’OMC, Forum Sociale Mondiale 2001).

Rappresentava una rete di attivisti, ONG, sindacati e gruppi locali contrari agli effetti della globalizzazione economica incontrollata.

Obiettivi principali:

1. Criticare le politiche neoliberiste di istituzioni come FMI, Banca Mondiale, OMC.

2. Difendere diritti dei lavoratori, ambiente, sovranità alimentare e equità sociale.

3. Opporsi alla concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi a scapito della maggioranza globale.

Critica alla globalizzazione.

Il movimento No Global denunciava che la globalizzazione economica tendeva a:

1. Trasferire produzioni nei paesi in via di sviluppo per ridurre i costi del lavoro.

2. Favorire grandi corporation e oligopoli a scapito di economie locali e diversità produttiva.

3. Creare un arricchimento sproporzionato di pochi soggetti (multinazionali, grandi azionisti).

4. Ridurre la molteplicità dell’offerta, favorendo standardizzazione e perdita di cultura e autonomia produttiva locale.

Visione politica ed economica.

Il movimento No global non proponeva la chiusura dei mercati, ma una globalizzazione equa:

1. Commercio internazionale regolamentato.

2. Salvaguardia dei diritti dei lavoratori.

3. Distribuzione più equilibrata dei profitti.

4. Rispetto dell’ambiente e sviluppo sostenibile.

Termini come “arricchimento indiscriminato” o “sfruttamento dei paesi poveri” erano proprio gli effetti che il movimento contestava.

Dopo 30 anni dalle contestazioni No global, molte delle loro previsioni si sono avverate. In realtà quasi tutte ad eccezzione dello sfruttamento dei paesi poveri.

In realtà molti dei paesi poveri che sono stati oggetto della globalizzazione sono ora protagonisti dell'economia globale, Cina, India, Brasile, Vietnam hanno beneficiato in modo massiccio dalla globalizzazione.

É forse questo effetto "imprevisto" della globalizzazione che da estremamente fastidio a chi l'ha voluta e resa possibile?

I principali sostenitori della globalizzazione:
Il FMI (Fondo Monetario Internazionale)
La Banca Mondiale
Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC)

I principali sostenitori politici della globabizzazione:
Ronald Reagan (USA), Margaret Thatcher (UK), Bill Clinton (USA), Tony Blair (UK), Deng Xiaoping (Cina), Fernando Henrique Cardoso (Brasile).

Dopo 30 anni, siamo proprio convinti che abbiano migliorato le nostre vite? La classe media che allora sostenne la globalizzazione è ancora convinta dei benefici dei suoi effetti?

Il Paradosso storico

La globalizzazione ha “tradito” una parte dei suoi stessi sostenitori.

Le classi medio-alte pensavano di:

1. Controllare il processo
2. Essere indispensabili

Ma:

1. Il capitale è diventato più mobile di loro
2. La tecnologia ha accelerato la competizione

Solo chi possedeva tanto capitale, non solo competenze, è rimasto davvero vincente.@

17/03/2026
11/08/2018

L'avvento di Di Maio e Salvini hanno bruciato ogni intento di migliorare, ogni proposito, ogni idea di libertà, quella vera, quella che ti permette di sognare.
Ora i miei sogni sono funestati dal reddito di cittadinanza come se essere cittadini dovesse in qualche modo garantire un guadagno. Ora i miei sogni sono funestati da Trump che a ragione non mi farà mai emigrare negli USA se anche gli Italiani si rifiutano di accogliere un africano. Chi siamo noi se non gli africani degli states?
Per far sti "brutti sogni" meglio smettere di sognare, di illudersi, meglio adeguarsi alla nullità della rappresentanza Italiana che premia i parolai che mai hanno fatto nulla nella vita se non appunto parlare.
Chi mai farebbe guidare una grande azienda ad un amministratore che nella vita mai ha amministrato? Ecco gli Italiani hanno così deciso ed io accetto il verdetto, ammaino la mia bandiera che innalzava il merito sopra a tutto, che chiedeva impegno e dedizione prima di concedere un qualsiasi cosa in più, che chiedeva fatica e lavoro prima di dare. Ammaino la mia bandiera dei doveri prima dei diritti, sono sconfitto da una schiacciante maggioranza che pensa siano i neri il problema d'Italia, che pensa che regalando si possa risollevare il sud Italia.
Peccato in fondo ci avevo creduto 6 anni fa. Ora non credo più niente, giocherò i miei quattro assi nella mia mano, non più al tavolo con altri.

09/10/2016

[Stai leggendo dal pc? Clicca qui per una risoluzione migliore!] A breve si andrà a votare per il referendum confermativo sulla riforma costituzionale. La legge in questione è complessa, difficile da districare e piena di argomenti importanti, sui quali però non si ha sempre competenza o capacità di...

Forse è per questo che la democrazia non è il governo della maggioranza ma la tutela delle minoranze.Forse sia in Iran c...
04/01/2016

Forse è per questo che la democrazia non è il governo della maggioranza ma la tutela delle minoranze.
Forse sia in Iran che in Arabia Saudita un po' di "cultura" democratica farebbe bene. In realtà la "cultura" democratica farebbe bene anche in Italia 😄.

Arabia Saudita-Iran, la crisi in cinque punti - Dai motivi dell'esecuzione dell'imam Nimr al Nimr alle conseguenze sulla regione, passando per le origini del conflitto tra Riad e Teheran. Le cause della rivalità che infiamma il Medio Oriente.

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