28/05/2026
Il racconto
2 minuti, 2 minuti e mezzo...
Ad Ashdod, quando chiedono chi è italiano, dico io e mi trascinano davanti alla scrivania dove siedono una funzionaria e un interprete. Compare un giovane uomo palestinese, dice di essere di Adalah, il team legale che segue gli arrestati della GSF. Gli arrestati sono centinaia.
Prova a sedersi. Una funzionaria gli abbaia qualcosa in ebraico: lui rimane in piedi accanto a me, mentre io ho ancora le mani legate dietro la schiena. La scena è tutta lì, nel linguaggio del potere. Chi può sedersi, chi deve restare in piedi, chi può parlare, chi deve aspettare.
L’interprete mi chiede se voglio essere rappresentata da quel giovane. Lo guardo e rispondo subito: «Sì, certo». Solo allora gli concedono di sedersi su una sedia di plastica. Fanno sedere anche me e riesco ad avvicinare il viso alle ginocchia per asciugare via le lacrime.
L’interprete fa partire il cronometro. Due minuti, forse due e mezzo, il tempo di un semaforo. il legale va diretto: «Abbiamo poco tempo. Mi servono nome e dati. Rispondi “no comment” a tutte le domande che ti faranno». In quel momento l’interprete mi guarda e scuote la testa, come a dire: “Non ascoltarlo. Collabora”. Anche questo è il dispositivo del dominio: isolare, confondere, spezzare la fiducia.
L’avvocato continua: «Domani verrà il console italiano. Poi andrai davanti al giudice. Non ti preoccupare, andrà tutto bene». Lo dice mentre gli occhi cercano già un altro tavolo, un’altra persona da assistere, un’altra urgenza dentro quella catena industriale di arresti. «Firma qui la delega, la power of attorney».
Chiedo al giovane avvocato palestinese come si chiama.
«Mohammed di Adalah», mi risponde.
Ho i polsi bloccati dietro la schiena. Lo faccio notare. L’impiegata ordina alla poliziotta di liberarmi per pochi secondi. Fatica a infilare una specie di coltellino nelle fascette di plastica. Me le tagliano, mi fanno firmare, poi me le stringono di nuovo ai polsi.
«Andrà tutto bene», ripete Mohammed, rassicurandomi una seconda volta, prima di essere risucchiato altrove, verso altre persone da aiutare.
Io intanto piango. Forse sono l’unica a piangere in quella stanza. C’è gente più rotta e più sporca di me ma con lo sguardo fiero, come a non voler mostrare la debolezza. Avrei dovuto fare lo stesso, ma non ce la faccio.
Piango non tanto perché non sono sicura che andrà tutto bene. Piango perché i primi funzionari che mi sono trovata davanti sono israeliani neri. Piango perché il colonialismo e l’apartheid funzionano così: trasformano gli oppressi in ingranaggi dell’oppressione, usano il dolore di alcuni contro quello di altri...
Sulla barca con noi c’era anche un uomo oggi cittadino americano, nato palestinese a Gaza. Se n’era andato a diciott’anni per trasferirsi negli Stati Uniti. Durante l’intercettazione ha buttato il telefono in mare, come tutti noi. Nei giorni precedenti ci mostrava le fotografie che teneva dentro: il passaporto di suo padre negli anni Cinquanta, con scritto “nazionalità palestinese”; sua madre ragazza al liceo insieme alle compagne; il patio della zia dove beveva il caffè con lei, ancora nell’ultima visita che aveva fatto ai suoi parenti, nel 2022. Poi le immagini della stessa casa distrutta. La zia uccisa mentre tornava a casa.
Mi raccontava dei familiari uccisi dalle forze di occupazione israeliane e si consolava pensando che sua madre fosse morta prima di vedere la distruzione della propria casa e l’uccisione della sorella.
Ieri ho visto un messaggio che mi aveva inviato un caro amico sul telefono. Ho recuperato la funzionalità del telefono e di WhatsApp solo da un paio di giorni. Mi scriveva: «Mi raccomando, specifica che quello che avete passato voi non è niente in confronto a quanto passano i palestinesi».
Sì, penso di averlo fatto dal primo momento. Ma se non l’avessi fatto abbastanza, lo ribadisco qui.
Per questo ripeto -quello che abbiamo vissuto noi non è niente in confronto a ciò che vivono i palestinesi. Anche il solo fatto che io possa raccontare nei dettagli cosa succede a chi possiede un “passaporto forte” misura la distanza da chi invece ha un passaporto debole, o da chi — come i palestinesi — non si vede riconosciuto nemmeno uno Stato e dunque, per molti, nemmeno un passaporto.
La violenza dell’occupazione passa anche da qui: dal decidere chi ha diritto a documenti, protezione, mobilità, voce, e chi invece può essere cancellato persino anagraficamente.
Mohammed, il mio avvocato di Adalah che ho conosciuto per 2 minuti, 2 minuti e mezzo.
Adalah — che in arabo significa “giustizia” — è il centro legale palestinese che da quasi trent’anni difende i diritti dei palestinesi cittadini di Israele, dei detenuti politici, prigionieri amministrativi, attivisti, giornalisti, accademici, parlamentari e le comunità palestinesi sottoposte all’occupazione.
Negli anni leggo che il team di Adalah si è schierato al fianco di figure politiche e pubbliche palestinesi come Mohammed Barakeh, Sheikh Kamal Khatib e la criminologa e docente Nadera Shalhoub-Kevorkian, perseguita per le sue posizioni pubbliche sulla guerra e sull’occupazione. La loro rete di protezione legale si estende dagli attivisti internazionali alle famiglie di detenuti storici palestinesi come Walid Daqqa.
Ma il lavoro di Adalah non riguarda soltanto arresti e processi, prova ogni giorno a difendere la continuità della vita palestinese: il diritto alla terra, alla casa, alla mobilità, alla memoria, combatte da anni contro demolizioni, sgomberi forzati e trasferimenti coatti che colpiscono le comunità beduine palestinesi, soprattutto nelle aree del Naqab/Negev e del Deserto di Giuda. Villaggi come Umm al-Hiran sono diventati simbolo di questa battaglia: comunità intere minacciate di espulsione per fare spazio a nuovi insediamenti ebraici o a progetti di colonizzazione interna.
In foto, ElDorato, dal progetto Il Testimone di Giovanni de Gara e Umi Carroy, dedicato proprio alle comunità beduine del Deserto di Giuda. Il progetto ha portato al Patto di Fratellanza da un atto di Sinistra Progetto Comune tra la città di Firenze e i quattordici villaggi beduini: una mozione presentata nel 2023 e approvata nel 2024 con l’obiettivo di costruire relazioni ufficiali e percorsi concreti di cooperazione tra Firenze e queste comunità palestinesi