30/09/2026
Eh già, ormai è così ovunque, noi, pochi, paghiamo le tasse, altri se le godono lasciando la mancia!
Milano ha finalmente risolto uno dei grandi equivoci della democrazia occidentale: la differenza tra spazio pubblico e spazio privato.
Non c’è.
C’è soltanto lo spazio pubblico che non hai ancora affittato abbastanza bene.
E così Vogue World prende la Galleria Vittorio Emanuele II e per qualche ora la trasforma nel salotto privato di Anna Wintour: modelle, stilisti, celebrities, Gigi Hadid, Jennifer Lopez, Naomi Campbell, Monica Bellucci, Roberto Bolle e naturalmente lei, Anna, che ormai immagino possa far chiudere anche il traforo del Monte Bianco semplicemente abbassando gli occhiali.
Cinquecento eletti. Gli altri fuori.
Galleria chiusa, zona blindata, transenne, vigilanza. Il cittadino milanese, quello che contribuisce anche a mantenere tutto pagando tasse sufficienti a finanziare personalmente un piccolo emirato, per qualche ora può cortesemente levarsi dai cōglioni.
Passa la moda.
E sia chiaro: io non ce l’ho con Anna Wintour. Anna Wintour fa Anna Wintour. Se le consegni la Galleria Vittorio Emanuele, mica lei risponde: «No, Beppe, davvero, non vorrei disturbare, facciamolo nel retro del Carrefour, ti prego».
Il punto è un altro.
Abbiamo trovato il vocabolario perfetto per rendere elegante qualsiasi sottrazione temporanea dello spazio comune.
Chiudi una piazza? Location.
Transenni una strada? Evento.
Impedisci alla gente di passare? Experience.
Ci piazzi un marchio? Valorizzazione.
Se aggiungi due top model e quattro tizi con l’auricolare, non hai più chiuso un pezzo di città: hai creato un’esperienza immersiva.
Immersiva soprattutto per quello che deve fare il giro dell’isolato.
Poi arriva la parola magica: beneficenza.
Vogue World ha raccolto 3 milioni di dollari, circa 2,65 milioni di euro, per riqualificare la biblioteca comunale di Quarto Oggiaro.
Bellissimo.
Davvero.
Ma a questo punto avrei una domanda talmente cretina da risultare quasi offensiva: davvero Milano non ha 2,65 milioni per rifare una cazzō di biblioteca?
Milano, eh.
Non Roccasecca di Sotto dopo l’invasione delle cavallette.
Milano.
E davvero in questo Paese, con quello che paghiamo di tasse, contributi, addizionali, accise, IVA, bolli e imposte assortite, per sistemare una biblioteca pubblica dobbiamo aspettare Anna Wintour?
Perché io le tasse le pago già. Quando guadagno, compro, consumo, possiedo, metto benzina, accendo il riscaldamento. Tra un po’ arriverà un funzionario dell’Agenzia delle Entrate a chiedermi se ho dormito bene e, in caso affermativo, su quale aliquota intendo dichiarare il riposo.
E pensavo, nella mia commovente ingenuità novecentesca, che tra le cose finanziate con tutto questo ci fossero anche le biblioteche pubbliche.
Invece abbiamo inventato Robin Hood con il pass VIP.
Prendiamo uno dei luoghi più prestigiosi della città, lo consegniamo per qualche ora a cinquecento persone abbastanza importanti da essere sulla lista, teniamo fuori tutti gli altri e una parte della magnificenza precipita verso la periferia sotto forma di biblioteca.
Il feudalesimo, ma con Dior.
E grazie per i 2,65 milioni, naturalmente. Meglio averli che non averli.
Ma la domanda resta, enorme e completamente priva di paillettes: i soldi che vi diamo noi dove cazzō finiscono? Giusto per sapere, sia chiaro.
Perché una biblioteca comunale dovrebbe essere bella, moderna e funzionante semplicemente perché è una biblioteca comunale.
Non perché Gigi Hadid ha camminato abbastanza bene.
Altrimenti organizziamoci: serve rifare una scuola? Aspettiamo Prada. Manca una TAC? Chiamiamo Gucci. Per il pronto soccorso del Niguarda vediamo se Beyoncé ha una serata libera.
E non chiamatela privatizzazione, che suona brutto.
Chiamiamola sinergia pubblico-privato con ricaduta sociale ad alto valore esperienziale.
Così mentre ti vendono il marciapiede sotto i piedi puoi almeno sentirti parte di un progetto innovativo.
Il problema, naturalmente, non è Vogue World. Un grande evento porta visibilità, lavoro, turismo, indotto e in questo caso anche parecchi soldi a un progetto pubblico.
Il problema è che ormai ci sembra perfettamente normale che per finanziare ciò che è pubblico si debba concedere al privato ciò che è pubblico.
E se quei 2,65 milioni Milano non li aveva, vorrei capire come c***o sia possibile.
Se invece li aveva, vorrei capire perché Quarto Oggiaro abbia dovuto aspettare Vogue.
Perché alla fine abbiamo scoperto una cosa piuttosto semplice.
Il pubblico non è più ciò che appartiene a tutti.
È ciò che appartiene a tutti finché non arriva qualcuno disposto a pagare abbastanza per averlo senza tutti gli altri.
Prima paghi le tasse.
Poi ti spiegano che i soldi non ci sono.
Poi arriva il privato con i soldi.
Gli prestano casa tua.
Con quei soldi ti rifanno il bagno.
E alla fine devi pure ringraziarlo.
Questa non è più la Milano da bere.
È la Milano da affittare.
E noi, naturalmente, avevamo già pagato l’affitto.