L'Altra Liguria

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Abbiamo un sogno, quello di una società in cui siano difesi i diritti, (specialmente dei più deboli), i beni comuni, l'ambiente e il territorio, il lavoro, la scuola pubblica, i servizi pubblici. Vogliamo uno sviluppo sostenibile, rispettoso dei bisogni delle comunità, vogliamo tante piccole opere utili a rilanciare la nostra regione, vogliamo che i cittadini partecipino alle scelte che li riguardano e le loro decisioni vengano rispettate (come i referendum...).....

Storia da ricordare
30/05/2026

Storia da ricordare

Tra il 1904 e il 1908, nel territorio che oggi corrisponde alla Namibia, decine di migliaia di persone furono condannate a morire nel deserto.

Non fu una carestia né una calamità naturale. Fu una decisione presa dalle autorità coloniali tedesche.

In quegli anni i popoli Herero e Nama si ribellarono al dominio imposto dall'Impero tedesco. La risposta arrivò sotto il comando del generale Lothar von Trotha e non lasciò alcuno spazio a trattative o compromessi.

Le truppe coloniali spinsero migliaia di Herero verso il deserto di Omaheke, una regione arida ai margini del Kalahari. Le vie di fuga furono controllate, i punti d'acqua resi inutilizzabili e l'accesso alle risorse essenziali impedito. Intere famiglie rimasero intrappolate senza possibilità di sopravvivenza.

Ma non finì lì.

Molti morirono di sete, fame e stenti. Altri vennero catturati e rinchiusi in campi di prigionia dove furono costretti ai lavori forzati in condizioni estreme.

Al termine della repressione, il bilancio fu devastante. Gli storici stimano che fino all'80% della popolazione Herero e circa la metà del popolo Nama siano stati uccisi.

Per questo motivo molti studiosi considerano questi eventi il primo genocidio del XX secolo, avvenuto molti anni prima della Seconda guerra mondiale e dell'Olocausto.

Eppure questa pagina della storia rimane poco conosciuta fuori dall'Africa australe.

I nomi Herero e Nama compaiono raramente nei programmi scolastici internazionali. Molte persone conoscono nel dettaglio i grandi conflitti europei del Novecento, ma non hanno mai sentito parlare di quanto accadde in Namibia durante il periodo coloniale.

Ricordare questi fatti non significa alimentare divisioni o rancori. Significa conservare la memoria di comunità che subirono deportazioni, espropri e persecuzioni sistematiche.

Le conseguenze del colonialismo non terminarono con la fine delle operazioni militari. La perdita delle terre, la distruzione delle strutture sociali e le profonde disuguaglianze lasciarono segni destinati a durare per generazioni.

La storia degli Herero e dei Nama non appartiene soltanto alla Namibia. Fa parte della storia africana e della storia mondiale.

Conoscerla significa comprendere meglio come il colonialismo abbia influenzato intere popolazioni e perché la memoria di quei fatti continui ancora oggi a essere oggetto di studio, confronto e richiesta di riconoscimento.

Il racconto
28/05/2026

Il racconto

2 minuti, 2 minuti e mezzo...

Ad Ashdod, quando chiedono chi è italiano, dico io e mi trascinano davanti alla scrivania dove siedono una funzionaria e un interprete. Compare un giovane uomo palestinese, dice di essere di Adalah, il team legale che segue gli arrestati della GSF. Gli arrestati sono centinaia.

Prova a sedersi. Una funzionaria gli abbaia qualcosa in ebraico: lui rimane in piedi accanto a me, mentre io ho ancora le mani legate dietro la schiena. La scena è tutta lì, nel linguaggio del potere. Chi può sedersi, chi deve restare in piedi, chi può parlare, chi deve aspettare.

L’interprete mi chiede se voglio essere rappresentata da quel giovane. Lo guardo e rispondo subito: «Sì, certo». Solo allora gli concedono di sedersi su una sedia di plastica. Fanno sedere anche me e riesco ad avvicinare il viso alle ginocchia per asciugare via le lacrime.

L’interprete fa partire il cronometro. Due minuti, forse due e mezzo, il tempo di un semaforo. il legale va diretto: «Abbiamo poco tempo. Mi servono nome e dati. Rispondi “no comment” a tutte le domande che ti faranno». In quel momento l’interprete mi guarda e scuote la testa, come a dire: “Non ascoltarlo. Collabora”. Anche questo è il dispositivo del dominio: isolare, confondere, spezzare la fiducia.

L’avvocato continua: «Domani verrà il console italiano. Poi andrai davanti al giudice. Non ti preoccupare, andrà tutto bene». Lo dice mentre gli occhi cercano già un altro tavolo, un’altra persona da assistere, un’altra urgenza dentro quella catena industriale di arresti. «Firma qui la delega, la power of attorney».

Chiedo al giovane avvocato palestinese come si chiama.
«Mohammed di Adalah», mi risponde.

Ho i polsi bloccati dietro la schiena. Lo faccio notare. L’impiegata ordina alla poliziotta di liberarmi per pochi secondi. Fatica a infilare una specie di coltellino nelle fascette di plastica. Me le tagliano, mi fanno firmare, poi me le stringono di nuovo ai polsi.

«Andrà tutto bene», ripete Mohammed, rassicurandomi una seconda volta, prima di essere risucchiato altrove, verso altre persone da aiutare.

Io intanto piango. Forse sono l’unica a piangere in quella stanza. C’è gente più rotta e più sporca di me ma con lo sguardo fiero, come a non voler mostrare la debolezza. Avrei dovuto fare lo stesso, ma non ce la faccio.

Piango non tanto perché non sono sicura che andrà tutto bene. Piango perché i primi funzionari che mi sono trovata davanti sono israeliani neri. Piango perché il colonialismo e l’apartheid funzionano così: trasformano gli oppressi in ingranaggi dell’oppressione, usano il dolore di alcuni contro quello di altri...

Sulla barca con noi c’era anche un uomo oggi cittadino americano, nato palestinese a Gaza. Se n’era andato a diciott’anni per trasferirsi negli Stati Uniti. Durante l’intercettazione ha buttato il telefono in mare, come tutti noi. Nei giorni precedenti ci mostrava le fotografie che teneva dentro: il passaporto di suo padre negli anni Cinquanta, con scritto “nazionalità palestinese”; sua madre ragazza al liceo insieme alle compagne; il patio della zia dove beveva il caffè con lei, ancora nell’ultima visita che aveva fatto ai suoi parenti, nel 2022. Poi le immagini della stessa casa distrutta. La zia uccisa mentre tornava a casa.

Mi raccontava dei familiari uccisi dalle forze di occupazione israeliane e si consolava pensando che sua madre fosse morta prima di vedere la distruzione della propria casa e l’uccisione della sorella.

Ieri ho visto un messaggio che mi aveva inviato un caro amico sul telefono. Ho recuperato la funzionalità del telefono e di WhatsApp solo da un paio di giorni. Mi scriveva: «Mi raccomando, specifica che quello che avete passato voi non è niente in confronto a quanto passano i palestinesi».

Sì, penso di averlo fatto dal primo momento. Ma se non l’avessi fatto abbastanza, lo ribadisco qui.
Per questo ripeto -quello che abbiamo vissuto noi non è niente in confronto a ciò che vivono i palestinesi. Anche il solo fatto che io possa raccontare nei dettagli cosa succede a chi possiede un “passaporto forte” misura la distanza da chi invece ha un passaporto debole, o da chi — come i palestinesi — non si vede riconosciuto nemmeno uno Stato e dunque, per molti, nemmeno un passaporto.

La violenza dell’occupazione passa anche da qui: dal decidere chi ha diritto a documenti, protezione, mobilità, voce, e chi invece può essere cancellato persino anagraficamente.

Mohammed, il mio avvocato di Adalah che ho conosciuto per 2 minuti, 2 minuti e mezzo.

Adalah — che in arabo significa “giustizia” — è il centro legale palestinese che da quasi trent’anni difende i diritti dei palestinesi cittadini di Israele, dei detenuti politici, prigionieri amministrativi, attivisti, giornalisti, accademici, parlamentari e le comunità palestinesi sottoposte all’occupazione.

Negli anni leggo che il team di Adalah si è schierato al fianco di figure politiche e pubbliche palestinesi come Mohammed Barakeh, Sheikh Kamal Khatib e la criminologa e docente Nadera Shalhoub-Kevorkian, perseguita per le sue posizioni pubbliche sulla guerra e sull’occupazione. La loro rete di protezione legale si estende dagli attivisti internazionali alle famiglie di detenuti storici palestinesi come Walid Daqqa.

Ma il lavoro di Adalah non riguarda soltanto arresti e processi, prova ogni giorno a difendere la continuità della vita palestinese: il diritto alla terra, alla casa, alla mobilità, alla memoria, combatte da anni contro demolizioni, sgomberi forzati e trasferimenti coatti che colpiscono le comunità beduine palestinesi, soprattutto nelle aree del Naqab/Negev e del Deserto di Giuda. Villaggi come Umm al-Hiran sono diventati simbolo di questa battaglia: comunità intere minacciate di espulsione per fare spazio a nuovi insediamenti ebraici o a progetti di colonizzazione interna.

In foto, ElDorato, dal progetto Il Testimone di Giovanni de Gara e Umi Carroy, dedicato proprio alle comunità beduine del Deserto di Giuda. Il progetto ha portato al Patto di Fratellanza da un atto di Sinistra Progetto Comune tra la città di Firenze e i quattordici villaggi beduini: una mozione presentata nel 2023 e approvata nel 2024 con l’obiettivo di costruire relazioni ufficiali e percorsi concreti di cooperazione tra Firenze e queste comunità palestinesi

16/05/2026

is time someone stops these

Ecco che dopo la buona notizia arriva subito quella cattiva !
16/05/2026

Ecco che dopo la buona notizia arriva subito quella cattiva !

A Genova la giunta Salis, senza alcun confronto con i sindacati e in totale continuità con l'amministrazione precedente, ha deciso di delegare la gestione dei musei civici ai privati. Un bando di concessione dalla durata di 9 anni prevede che tutti gli introiti (biglietti, eventi, bookshop) vadano al gestore, il quale dovrà investire appena 100.000 € annui per tutto il polo museale. Le spese ingenti di manutenzione e restauro resteranno invece a carico del Comune.

Non a caso, i soggetti che hanno presentato la proposta sono le stesse cooperative che già gestiscono diversi servizi nei musei esternalizzati: L'Orologio e Solidarietà e Lavoro. In breve: la collettività paga gli oneri con le proprie tasse, mentre il privato incassa i guadagni. L'ennesimo esempio di privatizzazione della cultura. Nonostante l'assessore Montanari parli di musei "più efficienti", questa procedura rischia di renderli sempre più inaccessibili a causa del rincaro dei biglietti dettato dall'interesse privato.

In un comunicato, la FP CGIL spiega che “questo impianto smentisce apertamente quanto dichiarato in precedenti incontri nei quali, anche alla presenza dell’Assessora Rita Bruzzone, si era ipotizzata la reinternalizzazione di realtà come il Museo di Sant’Agostino e il Museo Archeologico. Oggi si va nella direzione opposta, senza alcuna coerenza e senza confronto”.

Come fa notare la RSU del Comune, resta da capire come l'assessore e la sindaca pensino di garantire la qualità occupazionale e il tanto millantato salario minimo di 9 euro l'ora previsto dal Comune di Genova, dato che i proponenti sono proprio quelle realtà che già operano nel settore e che applicano il contratto cooperative sociali. L’amministrazione ha fretta: il cronoprogramma prevede la delibera entro maggio e la firma dei contratti già a ottobre 2026. Vogliono forse chiudere la partita prima che la cittadinanza possa dire la sua?

Privatizzazione fa rima con precarietà e sfruttamento, ma anche con esclusione sociale ed economica: è questo ciò che ci si aspetta da modelli propinati da amministrazioni che si dicono di sinistra, ma che nei fatti tradiscono la tutela dei diritti di molti.
(dalla pagina di "Mi riconosci?", dei lavoratori della cultura)

Chi dice che la storia inizia il 7 ottobre, giustificando un genocidio e parlando di “diritto alla difesa” mente, sapend...
15/05/2026

Chi dice che la storia inizia il 7 ottobre, giustificando un genocidio e parlando di “diritto alla difesa” mente, sapendo di mentire, la storia comincia il 15 maggio 1948

15/05/2026

Israel is also something different than Netanyahu

Una buona notizia, un buon inizio
15/05/2026

Una buona notizia, un buon inizio

Buone notizie. L’urbanistica del togliere fa un piccolo passo in avanti. Il 9 aprile 2026 il Consiglio comunale di Genova, su proposta dell’assessora al Verde urbano Francesca Coppola, ha approvato all’unanimità una delibera di modifica delle norme generali del Piano urbanistico comunale, introducendo nuove disposizioni per la tutela del suolo e del verde.

Nella cassetta degli attrezzi c’è ora la possibilità di realizzare degli “interventi di depavimentazione dei suoli, consistenti nella rimozione dei materiali impermeabili dalle aree urbane pubbliche e private, comprendenti la rinaturalizzazione e il rinverdimento delle aree stesse, finalizzati a ricostituire il suolo” (Articolo 14, comma 8.1).

Al momento gli interventi di depavimentazione sono limitati alle cosiddette mitigazioni ambientali. Tutto è perfettibile e siamo fiduciosi che questo atto sia solo il primo di un lavoro tecnico e politico più ambizioso che approderà a un vero e proprio piano urbano di depavimentazione (che attuerebbe in pieno il Regolamento europeo per il ripristino della natura).

Continua a leggere la rubrica di Paolo Pileri: 👉https://altreconomia.it/lurbanistica-del-togliere-si-fa-strada-a-genova/

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