L'Altra Liguria

L'Altra Liguria Uno spazio politico aperto per riportare i cittadini alla politica e promuovere la partecipazione delle persone alle scelte politiche. Seguici!

Abbiamo un sogno, quello di una società in cui siano difesi i diritti, (specialmente dei più deboli), i beni comuni, l'ambiente e il territorio, il lavoro, la scuola pubblica, i servizi pubblici. Vogliamo uno sviluppo sostenibile, rispettoso dei bisogni delle comunità, vogliamo tante piccole opere utili a rilanciare la nostra regione, vogliamo che i cittadini partecipino alle scelte che li riguardano e le loro decisioni vengano rispettate (come i referendum...).....

30/08/2026

Centinaia di attivisti da tutta Europa si sono dati appuntamento davanti allo stabilimento Cheminova, sulla costa danese, per bloccare la produzione e l'esportazione di pesticidi vietati nell'Unione europea ma destinati ai mercati del Sud del mondo. I camion sono rimasti fermi ai cancelli. Alcuni manifestanti sono entrati nell'impianto per prelevare campioni di suolo da far analizzare all'Università di Aarhus.

Al centro della protesta c'è una contraddizione difficile da ignorare: le stesse sostanze chimiche considerate troppo pericolose per i terreni europei vengono prodotte legalmente in Europa e vendute in Paesi con normative più permissive. Lo stesso veleno, due pesi e due misure. Come scrive Frida Nacinovich per Greenreport, i manifestanti la chiamano senza mezzi termini "neocolonialismo chimico". Un sistema che delocalizza il danno ambientale e sanitario, tenendo i profitti da questa parte dell'Atlantico — e che rischia persino di ritorcersi contro: i residui di questi pesticidi possono rientrare in Europa attraverso i prodotti agricoli d'importazione.

L'azione fa parte del ciclo 'Break the Chain', coordinato da Green Youth Movement e Nordic Climate Justice Coalition, con oltre 500 attivisti coinvolti in due settimane di mobilitazioni tra Jutland e Zelanda.

Leggi l'articolo completo su greenreport.it. Link nei commenti!

La terribile catastrofe del
27/08/2026

La terribile catastrofe del

Sto leggendo parecchie testate che descrivono quanto accaduto in Nepal come una «violenta alluvione», uno «tsunami» (no, davvero!) o più in generale come un evento provocato da un terremoto. Sono tutte descrizioni che raccontano male il processo che l'ha generato.

Il punto fondamentale da comprendere è il seguente: il fenomeno che ha molto probabilmente innescato la catastrofe è stato un collasso glaciale seguito da una gigantesca frana.

La ricostruzione più solida, condivisa nelle ore successive dal geologo Dave Petley sul Landslide Blog di Eos/AGU a partire dalle immagini satellitari Planet analizzate da Dan Shugar, indica che tutto sarebbe partito dal crollo di un ghiacciaio ad alta quota, vicino al confine tra Nepal e Tibet, nel bacino del Lhende Khola.

https://eos.org/thelandslideblog/26-august-2026-nepal-and-tibet

Il collasso avrebbe innescato una gigantesca valanga di roccia e ghiaccio che, durante la propagazione verso valle, avrebbe mobilizzato enormi quantità di sedimenti, acqua e ghiaccio, dando origine a un flusso catastrofico descritto nelle prime ricostruzioni come un debris flow (colata detritica). La dinamica esatta della propagazione resta però da ricostruire nei dettagli, anche perché gli esperti stanno valutando la possibilità che il materiale abbia temporaneamente sbarrato il Lhende Khola, con un successivo rilascio improvviso dell'acqua accumulata. Il flusso è quindi potuto evolvere attraverso diverse fasi, con caratteristiche reologiche differenti, fino a riversarsi nel sistema del Bhote Koshi, un corso d'acqua himalayano che nasce in Tibet, dove è chiamato Poiqu, attraversa il Nepal e confluisce nel Trishuli, che prosegue poi verso il sistema del Narayani.

Sull'origine dell'enorme volume d'acqua coinvolto, lo stesso Petley resta cauto perché si tratta di un aspetto che va ancora indagato. Una spiegazione plausibile chiama in causa una combinazione di ghiaccio fuso dall'energia rilasciata nel crollo iniziale, acqua imprigionata nei sedimenti travolti lungo il percorso e acqua del fiume stesso. L'ipotesi di un GLOF, cioè lo svuotamento improvviso di un lago glaciale, è stata effettivamente presa in considerazione da alcune fonti nelle prime ore (autorità nepalesi, ICIMOD), ma al momento in cui scrivo resta un'ipotesi da confermare. Lo stesso Petley sottolinea che non ci sono ancora prove sufficienti in tal senso.

Per dare comunque un'idea della scala dell'evento, una prima stima fornita dal geologo Giovanni Crosta dell'Università di Milano-Bicocca parla di circa 10 milioni di metri cubi di neve e detriti coinvolti nel distacco iniziale, precipitati per circa 1.400 metri di dislivello. È importante però non confondere questa stima, anch'essa da confermare, con il volume d'acqua di un ipotetico GLOF, poiché si tratta della stima del materiale coinvolto nel collasso, mentre l'origine dell'enorme quantità d'acqua osservata a valle resta ancora da chiarire.

https://www.repubblica.it/esteri/2026/08/26/news/cosa_sono_glof_laghi_glaciali_cedono_all_improvviso_devastando_tutto_quel_che_trovano_a_valle-425548656/

In ogni caso, definire l'evento semplicemente «un'alluvione» o uno «tsunami» descrive nel peggiore dei modi quel che è accaduto, poiché riduce una complessa sequenza di processi alla sua conseguenza finale. La piena si è sviluppata in modo improvviso, senza una fase precedente di allagamento progressivo che consentisse alla popolazione di percepire il pericolo e mettersi in salvo. L'acqua è arrivata rapidamente a valle come conseguenza del collasso e del successivo flusso di ghiaccio, roccia e sedimenti. Ciò spiega anche il motivo per cui così tante persone siano state colte di sorpresa. Il fenomeno, inoltre, resta di natura completamente diversa da uno tsunami, che origina dallo spostamento improvviso di una grande massa d'acqua marina o lacustre (tipicamente per un terremoto sottomarino, o per il crollo di una massa di versante dentro un bacino d'acqua) e non da una colata di detriti lungo un corso fluviale di montagna.

C'è poi un aspetto particolarmente interessante.

Quella che nelle prime ore era stata identificata come una scossa di terremoto, un evento di magnitudo 4,4 localizzato dall'USGS in territorio tibetano, è stata poi reinterpretata: l'analisi delle onde sismiche di lungo periodo ha portato l'USGS a concludere che quella scossa fosse generata dalla frana stessa, con una magnitudo equivalente di Mw 5,2, come riportato dall'USGS e successivamente confermato dall'INGV.

https://earthquake.usgs.gov/earthquakes/eventpage/us7000tbwb/executive

https://ingvterremoti.com/2026/08/26/26-agosto-2026-la-frana-in-nepal-ha-sprigionato-lenergia-di-un-terremoto-di-magnitudo-5-2/

La sequenza che emerge dalle analisi è dunque diversa da quella inizialmente ipotizzata: non un terremoto che avrebbe provocato la frana, bensì la frana stessa a produrre il segnale sismico registrato, equivalente a un evento di magnitudo momento Mw 5,2. Un fenomeno di tale entità è piuttosto raro tra gli eventi franosi.

Un riferimento nella sismologia delle frane è lo studio di Ekström e Stark pubblicato su Science nel 2013, che analizzò 29 grandi frane teleseismogeniche registrate dalla rete sismica globale tra il 1980 e il 2012, mostrando come i più grandi eventi possano produrre segnali sismici rilevabili su scala planetaria.

https://www.ldeo.columbia.edu/ldeo/annualreports/2013report/index.html%3Fp=30.html

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23520108/

Pensate che l'evento più potente della serie, il crollo del fianco del Mount St. Helens nel 1980, generò l'equivalente di una scossa di magnitudo 5,6, mentre una serie di crolli sul ghiacciaio Siachen, nel Karakoram, produsse segnali equivalenti a magnitudini comprese tra 4,6 e 5,1. L'evento di ieri si colloca quindi in questa ristrettissima classe di fenomeni eccezionali.

Arriviamo ora anche alla questione climatica, altro tema che risulta inevitabilmente al centro della "discussione".

Attribuire il riscaldamento globale come causa diretta dell'evento resta una semplificazione che lo stato attuale delle nostre conoscenze non permette di sostenere con assoluta certezza. Il global warming, però, sta modificando le condizioni ambientali e geomorfologiche entro cui tali eventi possono verificarsi.

L'aumento delle temperature atmosferiche, infatti, trasforma progressivamente la criosfera himalayana, favorendo il ritiro dei ghiacciai, l'espansione dei laghi glaciali e, in determinate condizioni, l'aumento dei rischi legati ai GLOF e all'instabilità dei versanti. È la stessa catena di processi descritta in una review pubblicata a gennaio 2026 su npj Natural Hazards, dedicata proprio alla regione Himalaya-Karakoram.

https://www.nature.com/articles/s44304-026-00168-w

A tutto ciò si aggiunge quanto descritto in un articolo pubblicato a dicembre 2025 su Nature Communications, che ha evidenziato un marcato aumento della frequenza globale dei GLOF a partire dagli anni Ottanta, con una relazione ritardata di circa vent'anni rispetto all'aumento della temperatura globale.

https://www.nature.com/articles/s41467-025-67650-3

Riconoscere che il cambiamento climatico sta rendendo alcuni di questi fenomeni più probabili o pericolosi resta valido anche senza attribuirgli ogni singola frana. E prima di discutere di clima, converrebbe soprattutto capire che cosa è successo davvero. È la differenza, fondamentale, tra spiegare perché una frana è avvenuta in quel preciso momento e comprendere come e perché il contesto ambientale in cui quella frana si verifica stia cambiando. Sono due domande diverse, e confonderle porta facilmente a conclusioni sbagliate in entrambe le direzioni.

La tragedia avvenuta in Nepal, sulla base delle conoscenze attuali, sembra quindi essere partita dal crollo di un ghiacciaio d'alta quota, seguito da una gigantesca frana capace di generare un proprio segnale sismico e da un catastrofico flusso di acqua, ghiaccio e detriti lungo la valle. Una sequenza di processi glaciali, idrologici e geomorfologici più complessa di una singola parola come «tsunami», «alluvione» o «terremoto».

Come conclusione, permettetemi di aggiungere una considerazione personale. Ieri ho visionato alcune clip provenienti da quelle zone e mi è salita un'angoscia tremenda. Villaggi completamente spazzati via, persone nella disperazione più totale, scene di distruzione e di corpi recuperati che faccio ancora fatica a togliermi dalla testa. Ho il cuore a pezzi, davvero.

Il mio pensiero va alle popolazioni colpite, alle famiglie che hanno perso i propri cari e a tutte le persone che in queste ore stanno affrontando le conseguenze di una tragedia di proporzioni bibliche. So che queste parole valgono poco o nulla di fronte a una tragedia del genere, ma sento comunque il bisogno di esprimere tutta la mia solidarietà.

Massimo Nicolò Marco Bucci per la LiguriaPerché, mentre l’università pubblica perde corsi e sedi, si favorisce l’ingress...
22/08/2026

Massimo Nicolò Marco Bucci per la Liguria
Perché, mentre l’università pubblica perde corsi e sedi, si favorisce l’ingresso di un’università privata nella formazione sanitaria regionale?
Quali accordi sono stati sottoscritti tra Regione, ASL e Link Campus?
Quali spazi pubblici vengono concessi?
A quali condizioni?
Quali risorse pubbliche vengono investite? Quali erano i costi dei corsi pubblici smantellati?

Massimo Nicolò e Marco Bucci per la Liguria dovete rispondere
22/08/2026

Massimo Nicolò e Marco Bucci per la Liguria dovete rispondere

L’anticomunismo cieco ha fatto danni inenarrabili
17/08/2026

L’anticomunismo cieco ha fatto danni inenarrabili

Si parla sempre poco dell'Indonesia, nonostante molte delle caratteristiche di questo grande arcipelago: è il quarto Paese più popoloso al mondo ed è inoltre il più grande Stato a maggioranza musulmana. La sua posizione strategica da "filtro" tra Oceano Indiano e Oceano Pacifico lo rende uno snodo fondamentale nello scacchiere mondiale. Queste caratteristiche non passarono inosservate agli occhi delle grandi potenze della guerra fredda. E quando Sukarno, presidente dell'Indonesia sin dall'indipendenza, iniziò a strizzare l'occhio al partito comunista e ai paesi alleati di URSS o Cina, gli Stati Uniti reagirono. Quando Suharto sostituì Sukarno in seguito a un colpo di stato, i comunisti furono immediatamente inseriti nella lista nera. L'omicidio di alcuni militari fu immediatamente imputato al partito comunista indonesiano. Da lì all'inizio delle violenze il passo fu breve.
I massacri iniziarono a Giacarta ma presto si diffusero anche nelle campagne. L'Indonesia divenne un campo di battaglia, con unità dell'esercito che appoggiavano le milizie e altre che difendevano i comunisti. Anche i fondamentalisti islamici giocarono un ruolo importante nei massacri. I più fortunati vennero uccisi con armi da fuoco e sommariamente sepolti in fosse comuni. Molti comunisti vennero decapitati e le loro teste vennero portate su dei paletti di legno; altri vennero smembrati mentre erano ancora vivi. I cadaveri erano ovunque e alla fine la conta dei morti oscillerà tra 500.000 e un milione.
Rimasto nascosto nel corso dei decenni, il massacro dei comunisti indonesiani è tornato al centro dell'attenzione grazie al documentario "L'atto di uccidere" (The Act of Killing), nel 2012. Oltre a parlare dei massacri, il documentario cita l'appoggio di governi occidentali, primi fra tutti USA, Regno Unito e Australia, al massacro, con la CIA che ha coordinato le milizie, fornito loro armi e liste di comunisti da eliminare.

Cose da sapere, i padroni del mondo agiscono di nascosto, o almeno ci provano
16/08/2026

Cose da sapere, i padroni del mondo agiscono di nascosto, o almeno ci provano

Duecentoventidue persone dovevano vedersi in una tenuta irlandese proprio in questi giorni di Ferragosto. Miliardari della tecnologia, generali della NATO, ministri, un paio di principi sauditi. Telefono consegnato all'ingresso, accordo di riservatezza firmato prima di sedersi a tavola.

Sappiamo cosa avevano in programma soltanto perché qualcuno ha configurato male un database.

E il programma è questo, non lo stiamo inventando. Come orientarsi nella Terza guerra mondiale. Come far entrare l'intelligenza artificiale nei sistemi d'arma. Come rilanciare il nucleare per alimentare i data center. Poi un seminario intitolato "È divertente comandare", dedicato a come si esercita il potere senza la scocciatura di un'opposizione parlamentare. E un altro su come si fabbrica un culto religioso partendo da zero, moderato dai fondatori di app per la preghiera.

Nei videogiochi esiste un trucco che si chiama God Mode. Lo attivi e diventi invulnerabile: i colpi ti passano attraverso, le munizioni non finiscono mai, puoi fare qualunque cosa agli altri personaggi e a te non succede niente. Il mondo del gioco continua a funzionare regolarmente per tutti quanti, tranne che per te.

Leggendo quelle carte si capisce che c'è gente che il God Mode se l'è attivato sul mondo vero. Le leggi degli Stati, i tribunali, le religioni, le buone maniere, la vergogna: roba per i personaggi del gioco, non per il giocatore.

A rovinargli la festa, alla fine, non sono state le istituzioni. È stato un errore informatico e un paese piccolo che si ricorda ancora di essere neutrale.

Lo scoop di Glauco Benigni, pubblicato su Megachip e che riproduciamo anche qui 👇

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𝗕𝗶𝗹𝗱𝗲𝗿𝗯𝗲𝗿𝗴? 𝗘̀ 𝘃𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮. 𝗗𝗮𝘃𝗼𝘀? 𝗘̀ 𝗻𝗼𝗶𝗼𝘀𝗮. 𝗕𝗲𝗻𝘃𝗲𝗻𝘂𝘁𝗶 𝗮 "𝗗𝗶𝗮𝗹𝗼𝗴"

𝘐𝘭 𝘧𝘰𝘳𝘶𝘮 𝘥𝘰𝘷𝘦 𝘪𝘭 𝘊𝘰𝘮𝘱𝘭𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘔𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘛𝘦𝘤𝘯𝘰𝘤𝘳𝘢𝘵𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘦𝘤𝘪𝘥𝘦 𝘨𝘶𝘦𝘳𝘳𝘢, 𝘦𝘯𝘦𝘳𝘨𝘪𝘢 𝘦 𝘢𝘭𝘨𝘰𝘳𝘪𝘵𝘮𝘪 𝘥𝘰𝘷𝘦𝘷𝘢 𝘳𝘪𝘶𝘯𝘪𝘳𝘴𝘪 𝘢 𝘍𝘦𝘳𝘳𝘢𝘨𝘰𝘴𝘵𝘰 𝘪𝘯 𝘐𝘳𝘭𝘢𝘯𝘥𝘢. 𝘜𝘯 𝘥𝘢𝘵𝘢-𝘭𝘦𝘢𝘬 𝘯𝘦 𝘩𝘢 𝘴𝘷𝘦𝘭𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘯𝘷𝘪𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘦 𝘢𝘨𝘦𝘯𝘥𝘢: 𝘭𝘢 𝘮𝘰𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘪𝘳𝘭𝘢𝘯𝘥𝘦𝘴𝘦 𝘩𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘳𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘪 𝘱𝘢𝘥𝘳𝘰𝘯𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘢𝘭𝘨𝘰𝘳𝘪𝘵𝘮𝘰 𝘢 𝘴𝘱𝘢𝘳𝘪𝘳𝘦.
di Glauco Benigni.
Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell’archivio della nostalgia geopolitica. Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.
Benvenuti a 𝗗𝗶𝗮𝗹𝗼𝗴, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco-libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy”).

Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra un videoclip e una news su un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda. Per l’esattezza nella lussuosa tenuta di Powerscourt, nel verde isolato della contea di Wicklow, a due passi da Dublino. Il piano originale era rigorosamente “top secret” fin quando un clamoroso incidente informatico ha trasformato il meeting riservatissimo nel caso mediatico e politico dell’anno.

𝗟𝗼 𝘀𝗰𝗼𝗼𝗽 𝗱𝗲𝗹 𝗱𝗮𝘁𝗮-𝗹𝗲𝗮𝗸: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹’𝗲́𝗹𝗶𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗶𝘃𝗮𝗰𝘆 𝗿𝗶𝘃𝗲𝗹𝗮 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝘀𝘀𝘄𝗼𝗿𝗱

C’è un’ironia sottile, ai limiti della poesia popolare, in tutta questa storia: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Stiamo parlando di una riunione ideata da Peter Thiel — il fondatore di Palantir, titano della sorveglianza di massa e della guerra digitale — in cui agli ospiti veniva chiesto di firmare accordi di riservatezza draconiani e di consegnare smartphone e tablet prima di sedersi al tavolo. Ebbene, questo tempio dell’inviolabilità informatica è crollato per colpa di un banale errore di configurazione: un database su Airtable (una specie di Excel evoluto) lasciato spalancato e liberamente accessibile online.
La falla è stata individuata e i dati rinvenuti sono stati resi pubblici dall’attivista informatica e hacker 𝗺𝗮𝗶𝗮 𝗮𝗿𝘀𝗼𝗻 𝗰𝗿𝗶𝗺𝗲𝘄. Maia è un personaggio: una donna trans nata in Svizzera, che usa esclusivamente le lettere minuscole quale gesto simbolico per rifiutare l’importanza attribuita al Nome Proprio, alla centralità dell’Ego e alla rappresentazione formale borghese/istituzionale. Divenuta famosa nel 2021 per aver reso nota la lista No-Fly del governo statunitense, l’attivista ha dichiarato di aver trovato l’accesso alle liste di Dialog partendo (ma guarda un po’) da una segnalazione anonima. Nel giro di poche ore, le inchieste investigative di testate come WIRED, Forbes e del quotidiano irlandese The Journal hanno svelato ciò che avrebbe dovuto rimanere sepolto sotto strati di Segreto di Stato: l’elenco completo dei 222 invitati, i dossier interni di profilazione e l’agenda dettagliata dei lavori. Che meraviglia!
I documenti rivelavano che Dialog gestisce persino un algoritmo interno per profilare gli ospiti: ogni partecipante veniva classificato in base a ricchezza, grado d’influenza politica e inclinazioni ideologiche per stabilire dove sedersi a tavola, con chi parlare e persino per offrire un bizzarro servizio interno di “ricerca di affinità”. A differenza di un normale convegno d’affari o di una conferenza geopolitica, i form di registrazione su Airtable chiedevano esplicitamente ai partecipanti di specificare dettagli personali e la propria disponibilità a partecipare a programmi di abbinamento sia erotici che politici, gestiti direttamente dall’organizzazione. Nel modulo di iscrizione ai partecipanti veniva chiesto se fossero “in cerca d’amore” e se volessero essere inseriti nei registri per single. Ma non solo: l’obiettivo era creare 𝘀𝗶𝗻𝗲𝗿𝗴𝗶𝗲 𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗲𝗴𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗲 𝗶𝗱𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗵𝗲. Ad esempio, mettere allo stesso tavolo un politico in cerca di finanziamenti con un investitore della Silicon Valley sensibile alle stesse battaglie, oppure far incontrare il dirigente di una startup di droni militari con un generale della NATO interessato alle sue tecnologie. Semplice, no?

𝗡𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗲, 𝗺𝗮 “𝗔𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗗𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗮”: 𝗶𝗹 𝗺𝗲𝗻𝘂̀ 𝗱𝗲𝗶 𝗣𝗮𝗱𝗿𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮

Se a Davos ci si ammanta di retorica sul cambiamento climatico, a Dialog le maschere sarebbero cadute. Il format non prevedeva lezioni frontali o noiosi panel, ma piccoli tavoli di discussione da 8-12 persone guidati da un moderatore. Dalle schede emerse da Airtable, i temi in agenda a Dublino sembravano usciti direttamente da un romanzo distopico o meglio da un “manuale di sopravvivenza per oligarchi”. Ecco la lista…
“𝗡𝗮𝘃𝗶𝗴𝗮𝘁𝗶𝗻𝗴 𝗪𝗪 𝗜𝗜𝗜” (Orientarsi nella Terza Guerra Mondiale): Una guida pratica per gestire i mercati e le infrastrutture mentre il pianeta brucia e i suoi abitanti scompaiono.
“𝗕𝗮𝘁𝘁𝗹𝗲𝗳𝗶𝗲𝗹𝗱 𝗧𝗲𝗰𝗵𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗲𝘀”: Come integrare l’Intelligenza Artificiale, i droni autonomi e la potenza di calcolo nei sistemi d’arma della NATO e dell’intelligence.
“𝗕𝗿𝗶𝗻𝗴 𝗕𝗮𝗰𝗸 𝗡𝘂𝗰𝗹𝗲𝗮𝗿”: Il rilancio del nucleare come unica fonte energetica in grado di soddisfare i mostruosi consumi di elettricità dei data center per l’AI.
“𝗜𝘁’𝘀 𝗙𝘂𝗻 𝘁𝗼 𝗕𝗲 𝗶𝗻 𝗖𝗵𝗮𝗿𝗴𝗲”: Una disinvolta riflessione su come esercitare il potere autocratico e tecnocratico senza la seccatura dell’opposizione parlamentare.
“𝗕𝘂𝗶𝗹𝗱-𝗮-𝗖𝘂𝗹𝘁”: Una sessione su come costruire movimenti ideologici o para-religiosi digitali, moderata ironicamente dai fondatori di app di preghiera come Pray.com.
L’obiettivo dichiarato non era il dibattito accademico dunque, ma quella che nei documenti viene definita “Direct Action”: creare un canale direttissimo tra chi produce tecnologia militare e chi detiene i bilanci/budget di Difesa delle superpotenze.

𝗜 𝗩𝗜𝗣 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶

Il parterre svelato dai file è una fotografia di gruppo di un certo Potere Occidentale. Tra gli invitati figuravano il generale Alexus Grynkewich (comandante supremo delle forze NATO); l’ex generale Stanley McChrystal e perfino attori hollywoodiani come Joseph Gordon-Levitt e Josh Brolin, arruolati nell’orbita tech per il loro peso mediatico. Tra i “politici” USA nel dossier “invitati” si rinvenivano: il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent; il senatore repubblicano, Ted Cruz; l’ideologo della sinistra liberal, Ezra Klein; il senatore democratico, Cory Booker; il direttore dell’intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard; il deputato democratico, Jim Himes; l’ex segretario al Tesoro, Larry Summers e (come poteva mancare?) il genero di Trump, Jared Kushner. Tra le personalità saudite: la Principessa Reema bint Bandar Al-Saud, ambasciatrice in USA e il Principe Turki al-Faisal, ex capo dei servizi segreti sauditi (GIP) e storico ambasciatore a Londra e Washington. Tra i politici europei: Jens Spahn, membro del parlamento tedesco ed ex Ministro della Salute; Tom Tugendhat, deputato britannico del Partito Conservatore ed ex sottosegretario alla Sicurezza del Regno Unito; Matt Clifford, consigliere del Primo Ministro britannico per le strategie sull’Intelligenza Artificiale.

𝗘 𝗹’𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮? 𝗟𝗲 𝗹𝗼𝗰𝗮𝘁𝗶𝗼𝗻 𝗱𝗮 𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼 𝗲 𝗶 𝗱𝗼𝘀𝘀𝗶𝗲𝗿 𝗿𝗶𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗶

In questo scacchiere euroatlantico/saudita, qual è la posizione dell’Italia? Negli elenchi trapelati non comparivano ministri di primo piano del nostro governo, ma la presenza del Belpaese era tutt’altro che marginale: rinvenibile su due livelli strategici.
Il primo è quello logistico ed estetico. Prima di approdare in Irlanda, uno dei vertici preliminari più esclusivi e blindati di Dialog si è tenuto in primavera a Venezia, nella cornice del San Clemente Palace, situato su un’isola privata della laguna tra la Giudecca e il Lido. L’Italia offre l’ambientazione perfetta per le élite che desiderano discutere di transumanesimo ed economia bellica circondate dal lusso e lontane da sguardi indiscreti.
Il secondo livello riguarda gli apparati d’intelligence e gli esperti di geopolitica. Nei documenti compaiono contatti e profili di accademici e diplomatici italiani afferenti alla NATO Defence College Foundation di Roma, interpellati in veste di consulenti su temi caldi come la sicurezza delle rotte marittime nel Mediterraneo e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla guerra cibernetica. I dati confermano una tendenza precisa del club: l’assenza di esponenti della politica parlamentare italiana “di facciata”, a favore di figure inserite nei circuiti della finanza internazionale e degli apparati di analisi strategica legati all’asse NATO.

𝗨𝗻𝗮 𝘃𝗶𝘁𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗦𝗼𝗰𝗶𝗲𝘁𝗮̀ 𝗖𝗶𝘃𝗶𝗹𝗲

Testate come The Journal, l’Irish Examiner e l’emittente nazionale RTÉ hanno confermato che la maxi-conferenza prevista nella tenuta di Powerscourt dal 12 al 16 agosto non si è tenuta nella forma e nella sede originarie. Già a inizio luglio, travolta dalle proteste della politica locale e degli attivisti dopo le rivelazioni di WIRED, la direzione del resort a 5 stelle ha diramato una nota ufficiale dichiarando annullata la prenotazione dell’organizzazione.
Negli ultimi giorni inoltre, quotidiani come l’Irish Examiner hanno ripreso la vicenda evidenziando il clima politico rovente generatosi in Dáil Éireann (il Parlamento irlandese). Deputati dell’opposizione (in particolare di Sinn Féin e del People Before Profit) hanno chiesto conto al governo delle misure di sicurezza e della presenza di esponenti NATO e contractor militari sul suolo irlandese, definendo la vicenda un insulto alla storica neutralità dell’Irlanda.
Gli analisti della stampa investigativa locale e internazionale concordano però su uno scenario: l’evento di massa da 222 persone a Powerscourt è stato annullato, ma la rete si è mossa nell’ombra. La stampa irlandese evidenzia come sia prassi consolidata per questo tipo di network non annullare mai del tutto i vertici, bensì frazionarli. Anziché la grande convention con 200 ospiti a Dublino, la cerchia ristretta (i fondatori Peter Thiel e Auren Hoffman con i delegati di massimo livello) si è quasi certamente riorganizzata in piccoli gruppi presso residenze private o location ancora più blindate e non tracciate.
Ecco perché i quotidiani irlandesi non stanno raccontando la “cronaca dell’inaugurazione”, ma la vittoria politica e mediatica che ha costretto il vertice della Silicon Valley a smantellare la sua sede ufficiale in Irlanda per rintanarsi in sessioni private ed estemporanee altrove.
Fra qualche giorno ne sapremo di più.

L'articolo di Glauco Benigni su Megachip: https://megachip.globalist.it/democrazia-nella-comunicazione/2026/08/15/bilderberg-e-vecchia-davos-e-noiosa-benvenuti-a-dialog/

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𝐷𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑢𝑛𝑎 “𝑙𝑖𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑’𝑢𝑠𝑜 𝑔𝑟𝑎𝑡𝑢𝑖𝑡𝑎 𝑛𝑜𝑛 “𝑖𝑛 𝑒𝑠𝑐𝑙𝑢𝑠𝑖𝑣𝑎” 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑟𝑒𝑣𝑒𝑑𝑒 𝑎𝑐𝑞𝑢𝑖𝑠𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑝𝑦𝑟𝑖𝑔ℎ𝑡”.

Okkio a quello che si legge, soprattutto sui social, rispetto alla questione palestinese. Troppo spesso si tratta di inf...
16/08/2026

Okkio a quello che si legge, soprattutto sui social, rispetto alla questione palestinese. Troppo spesso si tratta di informazioni create ad arte per contrastare l’accusa di genocidio e rendere accettabile l’occupazione illegale.
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La campagna "Gaza GenoLIE" si presenta come un'analisi indipendente promossa da un cartello di 40 organizzazioni della società civile e del

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