17/05/2025
Ci sono storie che vale la pena raccontare.
Perché segnano. Cambiano. Restano.
Come la prima volta che accompagnai un giovane imprenditore, Francesco il ragazzo in foto con me, a denunciare il racket.
Aveva ricevuto una “visita”. La camorra voleva parte dei guadagni del suo lavoro.
Mi chiamò in un pomeriggio di aprile, tre anni fa. La voce era ferma:
“Ho ricevuto una visita dalla camorra. Voglio denunciare.”
Mezz’ora dopo eravamo insieme allo sportello della Federazione Italiana Antiracket, a Pomigliano.
Poi alla Caserma dei Carabinieri di Giugliano.
Francesco fu minacciato ancora due volte. E continuò a denunciare. Sempre. Senza arretrare di un passo.
Poco prima dell’inizio del processo, mi chiamò di nuovo.
Nemmeno due giorni dopo, il Comune di Giugliano — per la prima volta — si costituì parte civile contro i suoi estorsori.
Non solo per lui, ma anche per altri quattro imprenditori della nostra città.
È stata una battaglia vera. Nessuna passerella, nessuna bandiera. Solo determinazione e schiena dritta.
Come quella volta in cui, entrando in un bene confiscato per un sopralluogo, ci trovammo davanti un boss del clan locale.
Era lì. Gli dissi solo una cosa: ciò che era suo, ora è dello Stato.
Sono esperienze che mi porto sulla pelle. Come un cartello appeso.
Come quello che mettemmo nel cantiere di Francesco, dopo le denunce:
"Questo è un cantiere antiracket."
Ecco, metaforicamente, vorrei che su ogni casa, su ogni strada, su ogni quartiere di Giugliano ci fosse scritto lo stesso:"Questa è Giugliano, una città anticamorra."