17/06/2026
Nei giorni scorsi ho accompagnato in visita al Centro di Permanenza per il Rimpatrio l'Onorevole Sara Ferrari e il Sindaco di Trento Franco Ianeselli, insieme al Questore.
La visita nasce dal dibattito in corso a Trento, dove è prevista la realizzazione di un nuovo CPR. Abbiamo ritenuto importante che chi è chiamato ad assumere decisioni e responsabilità su questo tema potesse conoscere direttamente la realtà di una struttura di questo tipo.
Ho apprezzato la scelta dell'Onorevole Sara Ferrari e del Sindaco di Trento Franco Ianeselli di contattarmi per approfondire direttamente il tema e visitare la struttura. Credo che tra istituzioni debba sempre prevalere la collaborazione, soprattutto quando si affrontano questioni complesse che incidono sulla vita delle persone e delle comunità. Per questo ho ritenuto doveroso mettere a disposizione l'esperienza maturata in questi anni da Gradisca, illustrando non solo il funzionamento della struttura, ma anche gli effetti che la presenza di un CPR produce sul territorio e sul tessuto sociale che lo ospita.
Le decisioni pubbliche più delicate devono basarsi sulla conoscenza dei fatti, sull'osservazione diretta e sul confronto tra istituzioni.
Gradisca convive con il CPR da quasi vent'anni. La situazione è resa ancora più complessa dalla presenza contemporanea di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio e di una Struttura di Prima Accoglienza. Entrambe, nate come soluzioni temporanee, sono diventate presenze stabili che incidono profondamente sulla vita della nostra comunità.
Da questa esperienza nasce la nostra convinzione: i CPR non rappresentano uno strumento adeguato per affrontare il fenomeno dell'immigrazione irregolare.
Le ragioni di questa contrarietà sono molteplici.
Anzitutto vi è una questione che riguarda la dignità della persona. Nei CPR vengono trattenute persone private della libertà personale non per una condanna penale, ma in forza di un provvedimento amministrativo. Persone che vivono una condizione di sospensione e incertezza, senza sapere quando saranno rimpatriate, se lo saranno realmente e quale sarà il loro futuro. Una situazione che genera inevitabilmente disagio, tensione e sofferenza.
Vi è poi un problema che riguarda chi lavora all'interno di queste strutture: Forze dell'Ordine, operatori, personale sanitario e tutti coloro che operano quotidianamente in contesti caratterizzati da forte fragilità umana e costante tensione. A queste persone viene chiesto di gestire situazioni estremamente complesse all'interno di un sistema che fatica a produrre risultati concreti e che spesso genera frustrazione sia nei trattenuti sia negli operatori.
Esiste inoltre un impatto diretto sulle comunità che ospitano queste strutture. L'esperienza di Gradisca dimostra che i CPR alimentano preoccupazioni, tensioni e divisioni sociali, caricando il territorio di problematiche che si protraggono nel tempo senza offrire una soluzione strutturale.
In questi giorni ho letto ancora una volta paragoni tra il CPR e il carcere. È un confronto errato che crea anche confusione ai cittadini.
La differenza è sostanziale. Il sistema carcerario è gestito direttamente dallo Stato attraverso personale ministeriale dedicato alla gestione e alla sicurezza. In carcere si trova chi è stato condannato per un reato o chi è sottoposto a custodia cautelare. Nel CPR, invece, la privazione della libertà deriva dalla violazione delle norme amministrative in materia di immigrazione.
Esiste poi un'altra differenza fondamentale: il sistema penitenziario, pur tra molte criticità, mantiene una finalità di recupero e reinserimento sociale. Nei CPR questa prospettiva non esiste: l'esito è il rimpatrio oppure il ritorno in libertà al termine del periodo di trattenimento, spesso dopo mesi di attesa e incertezza.
È un tempo sospeso che difficilmente produce effetti positivi né per la persona né per la collettività.
A tutto questo si aggiunge un problema di efficacia. I CPR intercettano solo una quota limitata delle persone in posizione irregolare presenti sul territorio nazionale e non incidono significativamente sulla dimensione del fenomeno migratorio. Si investono ingenti risorse economiche, organizzative e umane in un sistema che coinvolge numeri estremamente contenuti rispetto alla realtà che si vorrebbe governare.
Vi è inoltre una contraddizione evidente che dimostra l’inefficienza del sistema. Molte delle persone trattenute nei CPR provengono da percorsi detentivi. Sarebbe ragionevole che le procedure amministrative finalizzate al rimpatrio fossero avviate e concluse, per quanto possibile, già durante la permanenza in carcere. Questo comporterebbe la riduzione di sofferenza per le persone trattenute ed anche una riduzione importante dei costi a carico dello Stato. Accade invece che numerose persone vengano trasferite nei CPR al termine della pena e vi rimangano per mesi in attesa del completamento delle procedure burocratiche, per poi essere rilasciate perché il rimpatrio non può essere eseguito. Un esito che evidenzia i limiti strutturali del sistema e alimenta un diffuso senso di inutilità, tanto nelle persone coinvolte quanto nelle istituzioni chiamate a gestirlo.
In questi anni abbiamo assistito a episodi di autolesionismo, proteste, rivolte e situazioni di profonda fragilità umana. Abbiamo visto quanto questo sistema sia gravoso per gli operatori, per le Forze dell'Ordine e per tutti coloro che sono chiamati a garantire sicurezza e assistenza in un contesto segnato da tensioni costanti.
Non è un modello che valorizza adeguatamente il lavoro, la professionalità e l'impegno di chi vi opera ogni giorno.
L'Italia ha certamente il diritto e il dovere di governare i fenomeni migratori, contrastare l'immigrazione irregolare e garantire la sicurezza dei cittadini. Tuttavia, dopo quasi vent'anni di esperienza diretta, ritengo che questi sistemi abbiano dimostrato la loro incapacità ed efficacia nel gestire il fenomeno.
Servono invece politiche più efficaci e lungimiranti: procedure di rimpatrio realmente funzionanti, canali di ingresso regolari e percorsi di integrazione per chi ha diritto di rimanere.
Governare un fenomeno complesso significa affrontarne le cause e costruire strumenti efficaci, sostenibili e rispettosi della persona.
Chi oggi si appresta ad aprire nuovi CPR dovrebbe prima ascoltare le comunità che convivono da anni con queste strutture.
Gradisca è una di queste.
Per questo ritengo che vedere direttamente la realtà del Centro e ascoltare l'esperienza della nostra comunità sia stato importante e utile.
Continuerò a garantire la mia vicinanza e la mia piena collaborazione ai Sindaci che me lo chiederanno, come nel caso del collega Sindaco Franco Ianeselli, nella convinzione che il confronto tra istituzioni e la conoscenza diretta dei fatti siano sempre il punto di partenza per assumere posizioni consapevoli.