14/05/2026
Ma la Meloni conosce il Reggio Emilia Approach eccellenza italiana?
Il Reggio Emilia Approach è una filosofia educativa dedicata alla scuola dell'infanzia e primaria, nata e sviluppata a Reggio Emilia nel secondo dopoguerra. Nel 1945, appena terminata la guerra, la popolazione di Villa Cella (una frazione di Reggio Emilia) decise di costruire una scuola per i propri figli con i propri mezzi. Vendettero un carro armato abbandonato dai tedeschi, alcuni camion e dei cavalli lasciati dall'esercito in ritirata per finanziare l'acquisto dei primi mattoni. Furono i cittadini stessi, inclusi molti genitori e partigiani, a costruire materialmente l'edificio di sera e nei fine settimana. In quel clima di fervore, un giovane maestro e psicologo, Loris Malaguzzi, sentì parlare di questa scuola costruita dal popolo e decise di andare a vedere di persona. Rimase colpito dalla determinazione di quelle famiglie e decise di restare, dedicando la vita a trasformare quell'intuizione pratica in una teoria pedagogica strutturata.
È considerata uno dei metodi pedagogici più all'avanguardia nel mondo, tanto che nel 1991 la rivista Newsweek definì la scuola "Diana" di Reggio Emilia come la più avanzata al mondo. Il bambino non è visto come un contenitore vuoto da riempire, ma come un individuo dotato di forti potenzialità, portatore di diritti e capace di costruire la propria conoscenza attraverso l'interazione con gli altri e con l'ambiente. La scuola non è un luogo isolato, ma una comunità. Le famiglie sono coinvolte costantemente nelle decisioni e nel progetto educativo, creando un legame fortissimo con il territorio. Lo sviluppo del Reggio Emilia Approach proprio in quella città non è stato un caso, ma il risultato di una convergenza unica tra storia, politica e spirito comunitario nel secondo dopoguerra. Reggio Emilia e l'Emilia-Romagna in generale avevano una lunga tradizione di cooperazione, solidarietà e partecipazione civile. L'amministrazione comunale del dopoguerra investì massicciamente nel welfare e nei servizi sociali, credendo fermamente che l'educazione dei bambini fosse una responsabilità dell'intera comunità (il concetto di "comunità educante") e non solo delle singole famiglie o della Chiesa. Dopo vent'anni di fascismo, c'era un desiderio profondo di formare cittadini nuovi: persone capaci di pensare con la propria testa, di collaborare e di resistere all'oppressione. Il metodo educativo doveva quindi basarsi sulla libertà, sul pensiero critico e sulla democrazia interna, per garantire che le nuove generazioni non cadessero più in forme di autoritarismo. Un ruolo cruciale fu giocato dall'UDI (Unione Donne Italiane) e dalle madri della città, che rivendicavano il diritto delle donne al lavoro e, di conseguenza, la necessità di servizi per l'infanzia che non fossero semplici "parcheggi", ma luoghi di alta qualità educativa e culturale.
In sintesi, il "miracolo" di Reggio Emilia è nato dalla combinazione tra la passione di un maestro psicologo, Loris Malaguzzi, e una comunità locale che vedeva nell'educazione dei bambini il miglior investimento possibile per un futuro di libertà e progresso.