02/11/2025
Oggi l’indignazione è un mestiere.
Viviamo in un tempo in cui bastano pochi follower per sentirsi nel diritto di giudicare chiunque. Ogni giorno qualcuno si erge a difensore della morale, pronto a puntare il dito, a smascherare, a condannare. Ma poi, come spesso accade, la maschera cade.
Le vicende di Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene lo dimostrano con crudezza: attiviste molto seguite, impegnate su temi importanti come il femminismo e la violenza di genere, oggi indagate per stalking e diffamazione.
Secondo gli atti d’indagine, avrebbero organizzato una vera e propria campagna di denigrazione contro chi non la pensava come loro, arrivando a frasi violente e insulti verso figure pubbliche come Mattarella, Liliana Segre e Michela Murgia.
È qui che si apre il vero paradosso: chi si presenta come custode dell’etica, finisce per usare gli stessi strumenti di odio e di violenza che dichiara di combattere.
Il confine tra “attivismo” e “gogna digitale” diventa sottile, quasi invisibile. E l’arma che un tempo serviva a difendere una causa giusta si trasforma in un mezzo per distruggere persone, reputazioni, vite.
Forse dovremmo imparare una cosa:
che la morale non si misura a colpi di post, né di indignazione istantanea.
Essere coerenti significa mantenere la stessa integrità anche quando nessuno applaude, anche quando è scomodo.
La giustizia sociale, il rispetto, il femminismo – tutti valori fondamentali – perdono forza quando diventano un palcoscenico di odio.
E il rischio è che a forza di fare la morale, si dimentichi la sostanza: l’umanità.
Meno lezioni, più coerenza.
Meno indignazione, più responsabilità.