Per un Partito Comunista Popolare

Per un Partito Comunista Popolare Occorre un radicale progetto di trasformazione sociale e politica ed un partito comunista popolare punto di riferimento del popolo...

Che cosa voglia dire la parola “comunista”, nel nostro Paese, lo ricordano milioni di italiani, ancora viventi, che nel corso della loro esistenza hanno contribuito a creare ed a sviluppare col loro impegno, la loro passione ed, anche, con il loro voto, la più grande esperienza di Partito Comunista di massa e popolare in un paese dell’occidente capitalistico, mentre coloro che, troppo giovani per

averla vissuta ne hanno sentito parlare dai loro genitori e dai loro nonni. Si tratta, è ovvio, di percezioni di diversa intensità, ma tutto ciò concorre a fare si che la parola “comunista”, in Italia, sia ancora oggi amata ed onorata.

È nostro compito, quindi, corrispondere coerentemente alla realizzazione del secondo termine caratterizzante l’identità del partito che vogliamo creare, cioè “popolare”, da intendersi come impegno di una schiera, sempre più ampia, di quadri politici dotati di una cultura comunista moderna ad uno sforzo divulgativo della stessa presso le masse popolari, fondata su un programma e su finalità di carattere generale in grado di dare risposte ai bisogni politici e sociali popolari.

8 milioni di operai, 17 milioni di lavoratori dipendenti, 18 milioni di pensionati in gran parte poveri, 5 milioni di lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, piccoli contadini, etc.) in via di progressivo impoverimento, 4 milioni di imprenditori il 97% dei quali titolari di micro e piccole imprese minacciate ogni giorno dalla competizione e dalla concorrenza delle grandi multinazionali, sono figure sociali che, pur nella loro diversità, concorrono a definire il concetto di “popolo”. Si, popolo, che, in forme e con intensità diverse, subisce lo sfruttamento e la oppressione sociale del capitalismo imperialista mondiale, europeo e nazionale, costituito dai grandi gruppi industriali e bancari che, dettando le politiche economiche ai rispettivi governi ed agli organi economici internazionali (FMI, UE, BCE), rafforzano il loro potere con la appropriazione di gran parte della ricchezza prodotta dal lavoro. Per fare fronte a tale situazione occorre un grande progetto di trasformazione sociale e politica ed, appunto, un partito comunista popolare punto di riferimento del popolo, in grado di esprimerlo e realizzarlo, con l’impegno di tutti coloro che lo condividono.

2 SETTEMBRE 1945 – NASCE LA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL VIETNAMIl 2 settembre 1945, mentre a bordo della corazzata americ...
02/09/2026

2 SETTEMBRE 1945 – NASCE LA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL VIETNAM

Il 2 settembre 1945, mentre a bordo della corazzata americana Missouri il Giappone firmava ufficialmente la resa che poneva fine alla Seconda guerra mondiale, ad Hanoi si consumava un altro evento destinato a cambiare la storia del XX secolo.

In piazza Ba Đình, davanti a una folla immensa, Ho Chi Minh proclamava la nascita della Repubblica Democratica del Vietnam.

La sua Dichiarazione d'indipendenza si apriva richiamando proprio i principi proclamati dalle rivoluzioni americana e francese:

«Tutti gli uomini sono creati uguali. Essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili; tra questi vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità».

E aggiungeva:

«Tutti i popoli della terra sono uguali dalla nascita, tutti i popoli hanno il diritto di vivere, di essere felici e di essere liberi».

Ma Ho Chi Minh non si limitava a proclamare un principio astratto. La dichiarazione denunciava il dominio coloniale francese e le devastazioni provocate dalla guerra, rivendicando il diritto del popolo vietnamita a «spezzare le catene» del colonialismo e a diventare padrone del proprio destino.

La vittoria del 1945, tuttavia, non chiuse la lotta.

La Francia tentò di ristabilire il proprio dominio coloniale e il popolo vietnamita fu costretto a combattere una nuova guerra di liberazione. Nel 1954 la vittoria di Dien Bien Phu inflisse una storica sconfitta all'imperialismo francese: un popolo colonizzato, povero e militarmente inferiore aveva dimostrato di poter sconfiggere una grande potenza imperialista.

Ma al colonialismo francese subentrò l'intervento statunitense. Washington sostenne militarmente ed economicamente le forze anticomuniste, ostacolò la riunificazione del Vietnam e trasformò l'Indocina in uno dei principali campi di battaglia della Guerra fredda. Gli Stati Uniti arrivarono a finanziare nel 1954 la maggior parte delle spese militari francesi in Vietnam, per poi intervenire direttamente negli anni successivi.

La guerra sarebbe durata decenni e avrebbe provocato enormi distruzioni. Ma il popolo vietnamita non rinunciò al proprio obiettivo.

Ho Chi Minh lo aveva sintetizzato in una formula destinata a diventare una delle parole d'ordine della rivoluzione vietnamita:

«Niente è più prezioso dell'indipendenza e della libertà».

Il Vietnam dimostrò così che l'imperialismo non è invincibile. La vittoria fu resa possibile dalla combinazione di organizzazione politica, direzione rivoluzionaria, mobilitazione popolare e marxismo-leninismo. Lo stesso Ho Chi Minh avrebbe ribadito che l'indipendenza nazionale doveva essere associata al socialismo.

È questa la lezione che il 2 settembre 1945 consegna anche all'oggi: un popolo deciso a conquistare la propria indipendenza, guidato da dirigenti capaci e sostenuto da un'ideologia forte, può spezzare il dominio straniero e diventare padrone del proprio destino.

Il Vietnam non nacque libero perché gli fu concessa la libertà.

La conquistò.

VIVA LA REPUBBLICA SOCIALISTA DEL VIETNAM

𝗔 𝗤𝗨𝗔𝗟𝗖𝗨𝗡𝗢 𝗜𝗠𝗣𝗢𝗥𝗧𝗔?L'Osservatorio Nazionale morti sul lavoro curato da Carlo Soricelli informa che i morti nei luoghi di...
01/09/2026

𝗔 𝗤𝗨𝗔𝗟𝗖𝗨𝗡𝗢 𝗜𝗠𝗣𝗢𝗥𝗧𝗔?

L'Osservatorio Nazionale morti sul lavoro curato da Carlo Soricelli informa che i morti nei luoghi di lavoro da inizio anno al 29 agosto sono 756 che diventano complessivamente 959 se di considerano anche i decessi in itinere. Questo è il numero di gran lunga più alto da quando l'Osservatorio ha iniziato ad operare il 1° gennaio 2007. Solo che quel numero non è “neutro”, né una sequenza di cifre.

Rappresenta una moltitudine di persone vittime di veri e propri “omicidi sul lavoro” che, chi ci governa non considera tali visto che non fa nulla per contenere un fenomeno che non è più emergenza ma frutto del sistema spaventoso nel quale viviamo. Ma non ci facciamo più caso, ci stiamo abituando a una tragedia che sta diventando, nel pensiero comune, normale, inevitabile. Del resto, ci fanno capire “lorsignori”, non abbiamo forse altre cose alle quali pensare? Cose come, ad esempio, “cosa promettere per vincere le elezioni?” o “chi sarà il candidato del Campo Largo?” e magari “come convincere la gente della necessità di fare quante più guerre possibile?”, “come nascondere le intercettazioni scomode?”, “come rimuovere le persone non gradite?” e così via.

Intanto lavoratrici e lavoratori devono sottostare a condizioni disastrose e accettare lavori insicuri, pagati poco o niente, subire ricatti occupazionale e condizioni di servitù indegne per una nazione che si definisce civile e democratica. E lo sarebbe se solo si decidesse di attuare la Costituzione invece che volerla distruggere cancellando i diritti fondamentali, favorendo la precarietà, permettendo i subappalti a cascata, chiudendo gli occhi di fronte alla piaga del caporalato, aumentando l'età pensionabile, rendendo il lavoro sempre più faticoso e stressante.

Si guardino i numeri e non si giri la vista da un'altra parte. Se il 29 agosto si contano 756 morti nei luoghi di lavoro, il 24 agosto, quindi solo cinque giorni prima, erano 735 e a fine agosto negli anni scorsi furono 683 nel 2025, 686 nel 2024, 620 nel 2023, 534 nel 2022. Una crescita che si oppone, con la forza dei numeri, a qualsiasi tentativo di minimizzazione e all'indifferenza che copre il massacro di lavoratrici e lavoratori.

Risolvere la questione della mancanza di sicurezza nel lavoro dovrebbe essere la vera priorità di una società come la nostra. Una società malata e impoverita (tranne che per un'esigua minoranza di ricchissimi individui). Invece ci armiamo spendendo decine di miliardi non certo per difenderci ma per preparare le prossime guerre. Solo chi non vuole vedere non vede e chi non vuole capire può far finta di non sapere che sono necessari investimenti importanti, che bisogna indirizzare l'uso della tecnologia e dell'intelligenza artificiale verso il benessere della collettività, che le “morti bianche” sono veri e propri “omicidi sul lavoro” e, quindi, reati penali, che è necessario abolire il precariato e il lavoro nero, alzare i salari, diminuire il tempo di lavoro e far pagare il giusto a chi non paga le tasse e si arricchisce grazie alla fatica, al tempo e alla vita di chi lavora.

Dipartimento lavoro PCI

2 SETTEMBRE 1969: ADDIO A HO CHI MINH Vogliamo ricordare, nell'anniversario della sua morte, uno dei più grandi rivoluzi...
01/09/2026

2 SETTEMBRE 1969: ADDIO A HO CHI MINH

Vogliamo ricordare, nell'anniversario della sua morte, uno dei più grandi rivoluzionari della storia del novecento e dell'intera umanità.
Al suo nome ed alla sua vita, è legata un'intera epoca storica, di lotte anticoloniali ed antimperialiste svoltesi in Asia, Africa ed America Latina su impulso della Rivoluzione d'Ottobre e della III Internazionale.
All'inizio del novecento, infatti, risultava sempre più evidente che la soluzione della " questione coloniale ", per cui i sette decimi della popolazione mondiale, si trovavano in una condizione di asservimento, sfruttamento ed oppressione sociale, da parte di un ristretto numero di paesi capitalistici, era destinata a diventare uno dei capisaldi fondamentali di una strategia internazionale di lotta contro il capitalismo, che ormai aveva raggiunto la sua fase imperialistica, e per il socialismo.
Sarà proprio il movimento comunista, con il secondo Congresso della III Internazionale, dell'anno 1920, a percepire tale priorità di lotta, su indicazione di Lenin, affermando che: " Riguardo alle nazioni ed agli Stati più arretrati, dove predominano i rapporti feudali o patriarcali-contadini, è particolarmente necessario tenere presente la necessità, per tutti i partiti comunisti, di aiutare il movimento democratico borghese di liberazione, in questi paesi. "
Fu su questa impostazione della elaborazione della III Internazionale che il giovane, che poi si sarebbe chiamato Ho Chi Minh ( portatore di luce ), incontra e fa proprio il leninismo, come egli stesso ricorda " Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutarono a vedere chiaramente i problemi..".( da " Il cammino che mi ha portato al leninismo ).
Il " suo " Vietnam, ma non solo esso, ma anche l'intera Indocina, ( Laos, Cambogia e Vietnam ) sottoposti al colonialismo francese, a partire dalla metà del XIX secolo, per liberarsi da esso, avrebbero avuto bisogno di un tale pensiero, a guida della propria lotta di liberazione nazionale, alla quale, il giovane rivoluzionario, avrebbe, dedicato tutta la sua vita.
Dopo gli studi classici nel suo villaggio natale, segue il padre ad Huè, dove si iscrive al Collegio Nazionale, per seguire un corso di studi moderno.
All'esplodere, nel 1908, delle prime proteste contadine di massa, contro il sistema fiscale dell'amministrazione coloniale, vi prende parte attiva e, per questo motivo, viene espulso dalla scuola, iniziando, così, la propria vita di emigrante, raggiungendo l'Africa, l'America Latina, New York e Londra, ed infine Parigi, dove verrà a conoscenza delle " tesi " della III Internazionale.
Dopo Parigi, sarà Mosca, la sua successiva tappa itinerante, dove egli insegnerà, negli anni trenta, presso l'Università dei popoli d'oriente, fondata per la formazione dei quadri politici dei paesi coloniali e semicoloniali, e la Cina, verso cui parte, come interprete di una delegazione sovietica, nel novembre 1924, partecipando all'esperienza degli anni 1925/27, della Cina rivoluzionaria. Nel febbraio 1930, contribuisce alla fondazione del Partito Comunista di Indocina.
Il 5 giugno 1931, ad Hong Kong, viene arrestato dalle autorità inglesi. Con la messa fuori legge, nel 1939, del Partito Comunista di Indocina, i comunisti passano alla clandestinità ed alla lotta armata. Nel febbraio 1941, l'ormai affermato dirigente rivoluzionario ritorna in patria, per guidare il movimento di liberazione nazionale, con la fondazione del Fronte per l'indipendenza del Vietnam ( Viet Minh ).
Con la capitolazione del Giappone ( agosto 1945 ), Hanoi è liberata e tutto il Paese è sotto il controllo del Viet Minh. Viene proclamata la Repubblica democratica del Vietnam, ed Ho Chi Minh ne presiede il Governo Provvisorio.
La storia degli anni successivi, narra della ripresa dell'intervento neocoloniale francese in Indocina, fino alla sua sconfitta, a Dien Bien Phu, nel 1954, a cui farà seguito, l'intervento sempre più massiccio, nel Paese, dell'imperialismo USA, che assumerà poi, le vere e proprie caratteristiche di una guerra di aggressione ed occupazione di vaste aree del Vietnam del Sud, fino a crearvi un regime " fantoccio ".
Nel suo testamento politico, scritto poco prima di morire, Ho Chi Minh affermerà:
" Noi, una piccola nazione, avremo così guadagnato l'onore di aver sconfitto, attraverso lotte eroiche, due grandi imperialismi, quello francese e quello americano, e di aver dato un degno contributo al movimento di liberazione nazionale mondiale. ".
Il che avvenne realmente e definitivamente, il 30 aprile 1975, con la liberazione di Saigon, ed il 2 luglio 1976, con la proclamazione della unificazione del Paese, nella Repubblica Socialista del Vietnam, con Saigon che prese il nome di città Ho Chi Minh, in onore del principale animatore, della lunga lotta di liberazione del Vietnam !!!

𝗦𝗢𝗟𝗜𝗗𝗔𝗥𝗜𝗘𝗧𝗔̀’ 𝗔𝗗 𝗔𝗟𝗘𝗦𝗦𝗔𝗡𝗗𝗥𝗢 𝗗𝗜 𝗕𝗔𝗧𝗧𝗜𝗦𝗧𝗔Il Partito Comunista Italiano esprime la propria vicinanza e solidarietà ad Aless...
31/08/2026

𝗦𝗢𝗟𝗜𝗗𝗔𝗥𝗜𝗘𝗧𝗔̀’ 𝗔𝗗 𝗔𝗟𝗘𝗦𝗦𝗔𝗡𝗗𝗥𝗢 𝗗𝗜 𝗕𝗔𝗧𝗧𝗜𝗦𝗧𝗔

Il Partito Comunista Italiano esprime la propria vicinanza e solidarietà ad Alessandro Di Battista, colpito da un grave malore mentre si trovava in visita a Cuba.

Alessandro Di Battista è un interlocutore con il quale non mancano, e non sono mai mancate, differenze di natura politica e di impostazione che rivendichiamo con chiarezza e rispetto ma su molte questioni ci ritroviamo dalla stessa parte.

Abbiamo condiviso e condividiamo la difesa della Rivoluzione cubana e del diritto del popolo cubano a decidere liberamente del proprio futuro, opponendoci al criminale bloqueo e alle politiche di ingerenza e di aggressione degli Stati Uniti.

Così come condividiamo la necessità di continuare a stare dalla parte del popolo palestinese, del suo diritto all’autodeterminazione e alla libertà, contro l’occupazione, la guerra e il genocidio.

Su molti temi di politica internazionale, inoltre, abbiamo trovato punti di convergenza nell’analisi di un mondo attraversato da guerre, riarmo, imperialismo e crescente contrapposizione tra potenze, nel quale l’Italia e l’Europa continuano a perseguire politiche che riteniamo profondamente sbagliate e pericolose.

In questo momento difficile, il Partito Comunista Italiano è vicino ad Alessandro Di Battista, alla sua famiglia e alle persone che gli vogliono bene, con l’auspicio sincero che possa superare presto questo grave momento e tornare alla sua attività.

Forza Alessandro.

Partito Comunista Italiano

VO NGUYEN GIAP Il 25 agosto 1911, nasceva, Vò Nguyen Giap, il grande stratega militare della resistenza e della vittoria...
25/08/2026

VO NGUYEN GIAP

Il 25 agosto 1911, nasceva, Vò Nguyen Giap, il grande stratega militare della resistenza e della vittoria del Vietnam, contro tre imperialismi, quello giapponese, quello francese ed infine quello nord-americano.
Figlio di un padre che aveva perso tutto, durante la carestia del 1896, ed aveva partecipato alla " rivolta dei letterati ", mentre la sua prima formazione intellettuale, fu opera di sua madre che gli leggeva i " poemi eroici " e gli narrava delle lotte popolari contro i francesi.
Dopo il 1917, questo tipo di nazionalismo, incontra il comunismo, come unico movimento politico che si schierava apertamente contro il colonialismo.
Negli anni trenta, Giap partecipò ai moti nazionalisti, finendo in carcere per tre anni.
Nel 1940, dopo che il Partito Comunista, dopo un breve periodo di vita legale, fu costretto a ritornare nella illegalità, raggiunse la guerriglia contadina di Mao, nello Yunan, a Yenan, che gli servirà, come esperienza preziosa, nell'imminenza della guerra di popolo contro l'invasione giapponese.
La cultura militare di Giap, è incentrata sul nesso tra guerriglia e guerra di popolo, fondata sulla tattica per cui " la guerra di movimento è in grado di portare ad una effettiva vittoria, dopo una paziente opera di logoramento del nemico, per cui, una fase di estenuante guerriglia si può trasformare in un attacco di massa, con impiego e manovra di considerevoli quantità di uomini e mezzi. "
Giap non aveva frequentato accademie militari, ma, come egli diceva spesso, " la lotta armata popolare è la miglior scuola " pur avendo studiato, da autodidatta, la storia delle esperienze delle guerre moderne, dalle campagne di Bonaparte al trattato di Clausewitz " Sulla guerra ".
Così, quello che verrà chiamato anche " il Napoleone rosso " sconfisse l'esercito francese nella battaglia di Dien Bien Phu ( 7 maggio 1954 ) e vent'anni dopo, l'esercito USA, con la liberazione di Saigon ( 30 aprile 1975 ).
Ricordare la vita e l'opera del compagno Vò Nguyen Giap, vuol dire aprire una nuova prospettiva e speranza per i popoli e gli Stati che, ancor oggi, sono costretti a vivere sotto il dominio o subire l'aggressione dell'imperialismo internazionale di USA ed UE, per continuare a lottare, con tenacia e determinazione, fino alla vittoria, conquistando la propria libertà, sovranità ed indipendenza nazionale.
VIVA IL COMPAGNO VÒ NGUYEN GIAP, VIVA LA LOTTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE DEI POPOLI OPPRESSI E SFRUTTATI DALL'IMPERIALISMO INTERNAZIONALE, FINO ALLA VITTORIA !!!

𝗕𝗔𝗦𝗧𝗔 𝗙𝗘𝗠𝗠𝗜𝗡𝗜𝗖𝗜𝗗𝗜 𝗘 𝗩𝗜𝗢𝗟𝗘𝗡𝗭𝗔! 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗢𝗡𝗢 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗘 𝗣𝗥𝗘𝗩𝗘𝗡𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘In tre giorni, quattro femminicidi annunciati.La politica ...
21/08/2026

𝗕𝗔𝗦𝗧𝗔 𝗙𝗘𝗠𝗠𝗜𝗡𝗜𝗖𝗜𝗗𝗜 𝗘 𝗩𝗜𝗢𝗟𝗘𝗡𝗭𝗔! 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗢𝗡𝗢 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗘 𝗣𝗥𝗘𝗩𝗘𝗡𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘

In tre giorni, quattro femminicidi annunciati.

La politica dice che ha fallito. Ma la sintesi più drammatica è un’altra: queste donne non ci sono più.

Non basta più denunciare. Una denuncia deve significare protezione, valutazione immediata del rischio, interventi tempestivi e concreti. Quando i segnali ci sono, non possiamo arrivare sempre dopo, a nostro avviso si ha l'impressione che ci sia la volontà di arrivare dopo, sempre dopo.

Abbiamo bisogno di più prevenzione, più protezione, più risorse per i centri antiviolenza e di una risposta dello Stato all’altezza dell’emergenza.

Dobbiamo dire basta a questa mattanza, perché di questo si tratta. Scendiamo tutte in piazza. Incrociamo le braccia. Fermiamo tutto. Siamo il motore della società, del lavoro, della cura, dell'economia, della vita quotidiana.

È ora di far sentire il peso della nostra assenza. Finché una donna sarà in pericolo, nessuna di noi può sentirsi davvero libera.

Basta femminicidi. Basta violenza. Basta parole: servono protezione e prevenzione, adesso non dopo.

ADoC

𝗖𝗨𝗕𝗔: 𝗟’𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗩𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗔𝗟 𝟮𝟰° 𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗘𝗜 𝗣𝗔𝗥𝗧𝗜𝗧𝗜 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗦𝗧𝗜 𝗘 𝗢𝗣𝗘𝗥𝗔𝗜LA PARTECIPAZIONE AL SIMPOSIO SU...
20/08/2026

𝗖𝗨𝗕𝗔: 𝗟’𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗩𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗔𝗟 𝟮𝟰° 𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗜𝗡𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗘𝗜 𝗣𝗔𝗥𝗧𝗜𝗧𝗜 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗦𝗧𝗜 𝗘 𝗢𝗣𝗘𝗥𝗔𝗜

LA PARTECIPAZIONE AL SIMPOSIO SU FIDEL E AL CENTENARIO DELLA NASCITA DI FIDEL

Dal 7 al 9 agosto si è svolto all’Avana il 24° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai (IMCWP), alla presenza di 48 delegazioni, fra le quali quella del Partito Comunista Italiano, rappresentato da Salvatore Ferraro del Dipartimento Esteri.

"Difesa dell'eredità della Rivoluzione Cubana nel centenario della nascita di Fidel Castro, solidarietà con Cuba e unità delle forze contro l'aggressione imperialista" è stato il filo conduttore dell'incontro.

Pubblichiamo l'intervento letto dal compagno Ferraro a nome del Segretario Nazionale Mauro Alboresi.

INTERVENTO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO AL 24° MEETING INTERNAZIONALE DEI PARTITI COMUNISTI E OPERAI (L'AVANA, 7-8-9 AGOSTO 2026)

Dopo l’aggressione armata USA contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuta il 3 gennaio scorso e che ha visto il sequestro del legittimo Presidente Nicolas Maduro e della compagna Cilia Flores e l’eroica morte in combattimento di trentadue militari cubani, è sempre più chiaro che gli Stati Uniti stanno mettendo a punto i loro piani per abbattere a breve termine la Rivoluzione cubana, con lo strangolamento economico ed energetico ma senza escludere un’aggressione militare. Se ancora non si sono mossi in tal senso è probabilmente dovuto alla mobilitazione di forze legata all'aggressione armata contro l'Iran, condotta assieme ad Israele e anche alla grande capacità di mobilitazione che il PCC e il popolo di Cuba hanno messo in campo in questi mesi.

Con il blocco del transito delle petroliere verso i porti di Cuba e i dazi agli Stati che cercassero di inviarne, l'Amministrazione Trump si propone di rendere impossibile la vita al popolo cubano, bloccando la generazione di elettricità e quindi colpendo duramente la produzione, l'assistenza sanitaria e i servizi pubblici in generale.

Occorre che coloro i quali hanno a cuore il diritto dei popoli a determinare liberamente il proprio destino comprendano che la battaglia che il popolo e il governo rivoluzionario di Cuba stanno combattendo per riaffermare il diritto alla vita e alla difesa della Rivoluzione riguardano anche tutti gli altri popoli, indipendentemente dalle ideologie politiche: gli USA vogliono cancellare il diritto internazionale sancito dalla sconfitta del nazifascismo e stabilire un nuovo "diritto" che sia quello statunitense ad impossessarsi delle risorse di ogni nazione e ad assoggettarne le politiche.

Ciò avviene in una fase politica internazionale oltremodo complessa, oggettivamente aperta a molteplici sbocchi.

Essa è fortemente segnata da un’alternativa sempre più stringente tra pace e guerra, il rischio di un conflitto su scala globale è sempre più evidente, l’opinione pubblica europea è da tempo fatta oggetto di una campagna di disinformazione volta a farla entrare in tale ordine di idee, a prepararla alla ineluttabilità della guerra.

Le politiche che ne sono discese, ne discendono, sono evidenti: la corsa al riarmo, l’economia di guerra, a ciò tutto finisce con l’essere sacrificato, a partire dalle condizioni di vita dei ceti popolari. Evidente è la motivazione che è alla base di tale propensione al conflitto: l’ordine internazionale.

L’assetto geopolitico affermatosi dopo la “guerra fredda”, ossia quello unipolare a guida statunitense, non regge più, esso è da tempo messo in discussione dalla Russia, dalla Cina e da altri Paesi, i quali, pur assai diversi tra loro, propugnano un assetto multipolare che il blocco occidentale è intenzionato ad impedire ad ogni costo, anche con la guerra.

Le statistiche hanno in questi anni certificato la crisi del sistema capitalista a guida statunitense e all’opposto la crescita cinese, le difficoltà degli USA sono dunque alla base di quella che si è proposta da tempo come una vera e propria strategia di contenimento dello sviluppo e ruolo della Cina.

In un contesto così drammaticamente segnato, caratterizzato dalla messa in discussione del diritto internazionale, con l’ONU ridotto a simulacro, l’Unione Europea, e con essa l'Italia, ha evidenziato la sua subalternità all’interno dell’Alleanza Atlantica a guida statunitense.

Il sostegno alla guerra condotta dall’Ucraina per conto della NATO nei confronti della Russia, l’assunzione di 20 pacchetti di sanzioni nei confronti della stessa, la rinuncia ad acquistarne il gas a basso prezzo, la scelta di investire a debito 800 miliardi di euro in spese militari per gli Stati membri, di portare in 10 anni al 5% del PIL la spesa militare sono scelte emblematiche della preparazione dell’Unione Europea al conflitto.

Scelte che hanno determinato e determinano pesanti ripercussioni sulla finanza e sull’economia del vecchio continente, che acuiscono la già grave crisi sociale da tempo in atto, scelte che con il Governo italiano di Giorgia Meloni in prima fila) hanno registrato, registrano, nel Parlamento Europeo ed in quelli nazionali, compreso quello italiano, anche la condivisione di tanta parte delle forze politiche che oggi si pongono all’opposizione dello stesso.

Ciò che viene proposto è una sorta di “suprematismo occidentale”, una presunta superiorità morale dell’Occidente che non ha retto, non regge alla prova dei fatti.

Ciò che riecheggia di nuovo è lo scontro di civiltà, la lotta tra il bene ed il male.

Noi siamo contro il riarmo, contro la guerra, per la pace, che è la questione di fondo, che sovraordina tutte le altre, senza se e senza ma, e questo dovrebbe valere anche e soprattutto per la sinistra, che è tale solo se assume la stessa come discriminante.

Noi siamo contro la NATO, siamo per l’uscita dell’Italia dalla Nato, per ciò che essa è e si prefigge di essere.

Il liberismo economico, la crescente centralizzazione dei processi decisionali evidenziano il vero volto del processo di integrazione capitalista rappresentato dall’Unione Europea; il militarismo e l’interventismo nelle relazioni internazionali ne segnano la politica estera; l’ipocrisia, il doppiopesismo, la complicità la connotano nel caso della politica genocida portata avanti dal governo israeliano, sempre più immerso in una deriva sionista, illiberale, fascista, nei confronti dei palestinesi, sempre più proteso alla costruzione della “grande Israele"; l’ambiguità ne è il tratto distintivo se guardiamo a come si è posta in relazione all’aggressione del Venezuela da parte degli USA, in ultimo dell’Iran da parte degli USA e di Israele, di quest’ultimo nei confronti del Libano, etc.

Per noi la questione non è più Europa, ma quale Europa: no a quella in essere del grande capitale, dei poteri forti, sì ad un’Europa dei lavoratori e dei popoli.

Noi siamo per una Confederazione di stati indipendenti e sovrani, “dall’Atlantico agli Urali”. L’elezione di Donald Trump a 47° Presidente degli USA non è un “incidente di percorso”, ma il prodotto della degenerazione di quel sistema democratico, più in generale della democrazia liberale, della torsione autoritaria che ha investito quel Paese, la stessa Unione Europea, e con essa l’Italia, l’altra faccia del sistema capitalista immerso nella propria crisi strutturale.

La politica di Trump ha pesato e pesa oltremodo per l’Unione Europea, chiamata a fare i conti con la sua politica protezionista, con il suo approccio circa la NATO, con la sua politica internazionale (l’attacco all’Iran, le sue ripercussioni sull’economia del vecchio continente lo sottolineano).

Ciò che è emerso dalle piazze di tutta Europa nei mesi scorsi contro la guerra, il riarmo, per la Palestina, etc. è per noi chiaro: c’è bisogno di un’alternativa radicale.

C’è bisogno di una politica volta alla pace, ad un diverso modello di sviluppo, di un’altra idea di società, dove l’interesse generale, il bene comune, tornino al centro, dove il noi si contrapponga all’io imperante. C'è bisogno del Socialismo, di un’alternativa di sistema quale risposta alla crisi di civiltà prodotta dal capitalismo.

USA e Israele stanno incoraggiando e sostenendo la rinascita del fascismo in ogni parte del mondo. La difesa della Rivoluzione Cubana, con i suoi ideali socialisti di giustizia ed uguaglianza, costituisce uno snodo fondamentale della lotta tra fascismo e antifascismo a livello mondiale.

Il segretario di Stato Marco Rubio sta inoltre cercando di mettere insieme una sorta di internazionale antimarxista, che metta sullo stesso piano la lotta di classe dei partiti comunisti e anticapitalistici, oltre a quella dei movimenti di liberazione nazionale, con il terrorismo.

Lo "spettro" del comunismo e del socialismo, della lotta per una società libera dallo sfruttamento e dalle diseguaglianze sociali, continua e continuerà ad aggirarsi in tutto il mondo, contro sfruttatori e imperialisti guerrafondai.

Quanto sta accadendo in Iran ed in Libano, ciò che è accaduto recentemente in Venezuela, che si prospetta in relazione a Cuba, etc. confermano che i veri nemici della pace sono e restano gli USA, Israele ed i loro alleati, la NATO (al di là delle posizioni espresse da Trump in merito ad un'alleanza della quale, di fatto, gli USA hanno la guida).

Occorre saldare un fronte internazionale di forze fautrici di un nuovo equilibrio mondiale multipolare. L'alleanza Cina-Russia e i BRICS sono gli assi portanti di questo processo di democratizzazione delle relazioni internazionali.

Il Partito Comunista Italiano rende omaggio allo storico leader della Rivoluzione cubana, il Comandante Fidel Castro Ruz, in occasione del centenario della sua nascita, che ricorre il 13 di questo mese. Senza la sua opera, senza la Cuba rivoluzionaria e socialista da lui guidata e ispirata direttamente fino alla sua scomparsa fisica, il "Socialismo del XXI Secolo" e il processo di unificazione dell'America Latina non si sarebbe affermato negli ultimi decenni.

MAURO ALBORESI (Segretario Nazionale del Partito Comunista Italiano)

Il compagno Salvatore Ferraro ha partecipato per il PCI anche al Simposio Internazionale "Fidel, Eredità e Futuro", a 100 anni dalla scomparsa fisica del Comandante in Capo della Rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruz, tenutosi sempre all’Avana dall'11 al 13 agosto, alla presenza di 1.500 delegati provenienti da 63 nazioni.

A Roma, presso l'Ambasciata della Repubblica di Cuba, la Presidente del Comitato Centrale del PCI, compagna Cristina Cirillo, ha partecipato all'iniziativa ufficiale, svoltasi l'11 agosto, per celebrare i 100 anni dalla nascita del Compagno Fidel Castro (13 agosto 1926).

Il Partito Comunista Italiano è e sarà sempre a fianco della Rivoluzione, del Popolo cubano e del suo Governo Rivoluzionario.

PCI - Dipartimento Esteri

RICORDANDO ERICH HONECKERAttivista comunista in gioventù, passa gli anni del nazismo in prigione, tornando libero soltan...
16/08/2026

RICORDANDO ERICH HONECKER

Attivista comunista in gioventù, passa gli anni del nazismo in prigione, tornando libero soltanto alla fine della seconda guerra mondiale. Tra i fondatori del SED, Erich Honecker (Neunkirchen, 25 agosto 1912 – Santiago del Cile, 29 maggio 1994) nel 1971 è eletto segretario generale della SED, sostituendo Walter Ulbricht. Contrario al processo di riforme portato avanti da Mihail Gorbačev in URSS, si pone in autonomia da Mosca.
Nell’ottobre 1989 Honecker si dimette da tutte le sue cariche. Dopo l’unificazione tra Repubblica Federale Tedesca e DDR si trasferisce a Mosca. Sottoposto a processo in Germania per abuso di potere, viene estradato dalla Federazione Russa nel 1991. Prosciolto dalle accuse per motivi di salute, sceglie l'esilio in Cile dove muore nel 1994.
Di seguito pubblichiamo ampi estratti dall'eccezionale e per molti versi profetico discorso di autodifesa che ha pronunciato davanti al Tribunale di Berlino.
Un vero e proprio manifesto politico.

«Difendendomi dall’accusa manifestamente infondata di omicidio non intendo certo attribuire a questo Tribunale e a questo procedimento penale l’apparenza della legalità. La difesa del resto non servirebbe a niente, anche perché non vivrò abbastanza per ascoltare la vostra sentenza. La condanna che evidentemente mi volete infliggere non mi potrà più raggiungere. Ora tutti lo sanno. Basterebbe questo a dimostrare che il processo è una farsa. È una messa in scena politica. Nessuno nelle regioni occidentali della Germania, compresa la città di prima linea di Berlino Ovest, ha il diritto di portare sul banco degli accusati o addirittura condannare i miei compagni coimputati, me o qualsiasi altro cittadino della RDT, per azioni compiute nell’adempimento dei doveri emananti dallo Stato RDT. Se parlo in questa sede, lo faccio solo per rendere testimonianza alle idee del socialismo e per un giudizio moralmente e politicamente corretto di quella Repubblica Democratica Tedesca che più di cento stati avevano riconosciuto in termini di diritto internazionale. Questa Repubblica, che ora la RFT chiama Stato illegale e ingiusto, è stata membro del Consiglio di Sicurezza dell’ O.N.U., che per qualche tempo ha anche presieduto, e ha presieduto per un periodo la stessa l’Assemblea generale. Non mi aspetto certo da questo processo e da questo Tribunale un giudizio politicamente e moralmente corretto della RDT, ma colgo l’occasione di questa messa in scena politica per far conoscere ai miei concittadini la mia posizione. La situazione in cui mi trovo con questo processo non è un fatto straordinario. Lo Stato di diritto tedesco ha già perseguitato e condannato Karl Marx, August Bebel, Karl Liebknecht e tanti altri socialisti e comunisti. Il terzo Reich, servendosi dei giudici ereditati dallo Stato di diritto di Weimar portò avanti quest’opera in molti processi, uno dei quali io stesso ho vissuto in qualità di imputato. Dopo la sconfitta del fascismo tedesco e dello Stato hitleriano, la RFT non ha avuto bisogno di cercarsi nuovi procuratori della repubblica e nuovi giudici per riprendere a perseguitare penalmente in massa i comunisti, togliendo loro il lavoro e il pane nei tribunali del lavoro, allontanandoli dagli impieghi pubblici tramite i tribunali amministrativi o perseguitandoli in altri modi. Ora capita a noi quello che ai nostri compagni della Germania occidentale era già capitato negli anni ‘50. Da circa 190 anni è sempre lo stesso arbitrio che si ripete. Lo Stato di diritto della Repubblica Federale Tedesca non è uno stato di diritto ma uno stato delle destre. Per questo processo, come per altri in cui altri cittadini della RDT vengono perseguitati per la loro contiguità col sistema di fronte ai tribunali penali o del lavoro, sociali o amministrativi, c’è un argomento principe che viene usato. Politici e giuristi sostengono: dobbiamo condannare i comunisti perchè non lo abbiamo fatto con i nazisti. Questa volta dobbiamo fare i conti con il nostro passato. A molti sembra un ragionamento ovvio, ma in realtà è totalmente falso. La verità è che la giustizia tedesco-occidentale non poteva punire i nazisti perchè i giudici e i procuratori della repubblica non potevano punire se stessi. La verità è che questa giustizia della Germania Federale deve il suo attuale livello, comunque lo si voglia giudicare, ai nazisti di cui ha assunto l’eredità. La verità è che i comunisti e i cittadini della RDT vengono perseguitati oggi per le stesse ragioni per cui sono sempre stati perseguitati in Germania. Solo nei 40 anni di esistenza della RDT le cose sono andate in senso opposto. È con questo spiacevole inconveniente che bisogna ora fare i conti. Il tutto naturalmente nel pieno rispetto del diritto. La politica non c’entra assolutamente niente! […]
Rimane, come scopo politico di questo processo, la volontà di discreditare totalmente la RDT e con essa il socialismo in Germania. Il crollo della RDT e del socialismo in Germania e in Europa evidentemente ancora non gli basta. Devono eliminare tutto ciò che può far apparire questo periodo in cui gli operai e i contadini hanno governato in una luce diversa da quella della perversione e del delitto. La vittoria dell’economia di mercato (come chiamano oggi eufemisticamente il capitalismo) deve essere assoluta, e così la sconfitta del socialismo. Si vuole fare in modo, come diceva Hi**er prima di Stalingrado, che quel nemico non si rialzi mai più. I capitalisti tedeschi in effetti hanno sempre avuto un’inclinazione per l’assoluto. […] Il capitalismo ha vinto economicamente scavandosi la fossa, cosi come aveva fatto Hi**er vincendo militarmente. In tutto il mondo il capitalismo è entrato in una crisi priva di sbocchi. Non gli è rimasta altra scelta che sprofondare in un caos ecologico e sociale oppure accettare la rinuncia alla proprietà privata dei mezzi di produzione e quindi il socialismo. Ambedue le alternative significano la sua fine. Ma per i potenti della Repubblica Federale Tedesca il pericolo più grave è chiaramente il socialismo. E questo processo deve servire a prevenirlo, così come deve servire a prevenirlo tutta la campagna contro la ormai scomparsa RDT, che deve essere marchiata come stato ingiusto e illegale. […]
Le accuse contro di me, o contro di noi, si riferiscono dunque a decreti del Consiglio Nazionale della Difesa, decreti di un organo costituzionale della RDT. Oggetto del procedimento è dunque la politica della RDT, sono le decisioni prese dal CND per difendere e preservare la RDT come Stato. Questo procedimento serve a criminalizzare questa politica. La RDT deve essere marchiata come Stato illegale e ingiusto e tutti coloro che l’hanno servita devono essere bollati come criminali. La persecuzione contro decine di migliaia ed eventualmente centinaia di migliaia di cittadini della RDT, di cui già parla la procura: questo è il vero scopo di questo procedimento, preparato da processi-pilota contro guardie di confine e accompagnato da innumerevoli altri procedimenti giudiziari discriminatori dei cittadini della RDT, condotti di fronte a tribunali civili, sociali, del lavoro o amministrativi, nonché da moltissimi atti amministrativi. Non è in gioco dunque solamente la mia persona o quella degli altri imputati di questo processo. È in gioco molto di più. È in gioco il futuro della Germania e dell’Europa, anzi del mondo che, con la fine della guerra fredda e con la nuova mentalità, sembrava dovesse entrare in una fase tanto positiva. Qui non solo si prosegue la guerra fredda, ma si vogliono gettare le fondamenta di un’Europa dei ricchi. L’idea della giustizia sociale deve essere soffocata una volta per tutte. Bollarci come assassini serve a questo. [...]
In presenza del pericolo di un collasso ecologico del mondo, voi riproponete la vecchia strategia di classe degli anni ‘30 e la politica di potenza tipica della Germania fin dai tempi del cancelliere di ferro. […] In questo contesto non voglio certo, né potrei elencare tutti i casi in cui negli ultimi 28 anni sono state prese decisioni politiche che hanno avuto un costo di vite umane, perché non voglio abusare del vostro tempo e della vostra sensibilità. E nemmeno potrei ricordarmeli tutti. Ne voglio menzionare soltanto alcuni: nel 1963 l’allora presidente degli Stati Uniti Kennedy decise di inviare truppe nel Vietnam per prendere il posto dei francesi sconfitti e far la guerra fino al 1975 contro i vietnamiti che combattevano per la loro libertà, indipendenza e autodeterminazione. Questa decisione del presidente degli USA, che comportava una violazione eclatante dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale, non ha mai ricevuto la minima critica da parte del governo della RFT. I presidenti degli USA Kennedy, Johnson e Nixon non sono mai stati portati davanti a un tribunale e il loro onore non ha subito la minima macchia, almeno non per quella guerra. E in questo caso né i soldati americani né quelli vietnamiti hanno potuto decidere liberamente se correre o meno il rischio di morire per una guerra ingiusta. Nel 1981 l’Inghilterra fece intervenire le sue truppe contro l’Argentina per mantenere le isole Falkland come colonia per l’impero. La “lady di ferro” si assicurò in quel modo una vittoria elettorale e la sua immagine non ne fu minimamente offuscata, neanche dopo la fine delle sue fortune elettorali. Nessuno pensò di accusarla di omicidio. Nel 1983 il presidente Reagan ordinò alle sue truppe di occupare Grenada. Non c'è persona che goda di maggior rispetto in Germania di questo presidente americano. Evidentemente le vittime di questa impresa era giusto che fossero ammazzate. Nel 1986 Reagan fece bombardare in un’azione punitiva le città di Tripoli e Bengasi, senza chiedersi se le sue bombe avrebbero colpito colpevoli o innocenti. Nel 1989 il presidente Bush ordinò di portare via da Panama con la forza delle armi il generale Noriega. Migliaia di panamensi innocenti furono uccisi. Ma per il presidente americano ciò non ha comportato la minima macchia, figurarsi un’accusa di omicidio. L’elenco potrebbe continuare a piacere. Anche solo menzionare la condotta inglese in Irlanda potrebbe sembrare ineducato. Sugli effetti che le armi della Repubblica Federale Tedesca producono tra i Kurdi della Turchia o tra i neri del Sudafrica si pongono interrogativi retorici, ma nessuno fa la conta dei morti e nessuno chiama per nome i colpevoli. Parlo solo di paesi che vengono considerati modelli di stato di diritto e ricordo solo alcune delle loro scelte politiche. Ognuno può agevolmente fare un confronto tra queste scelte e quella di erigere un muro al confine tra Patto di Varsavia e NATO.
Ma voi direte che non potete né dovete decidere in merito alle azioni di altri paesi e che tutto questo non vi riguarda. Io non credo però che si possa dare un giudizio storico della RDT senza analizzare quel che è accaduto in altri paesi nel periodo in cui la RDT è esistita a motivo della contrapposizione tra i due blocchi. Credo anche che le azioni politiche possano essere giudicate soltanto nel loro contesto. Se voi chiudete gli occhi su quel che è successo nel mondo fuori dalla Germania dal 1961 al 1989 non potete pronunciare una sentenza giusta. Ma anche se vi limitate alla Germania, mettendo a confronto le scelte politiche dei due Stati tedeschi, un bilancio onesto e obiettivo non può che andare a vantaggio della RDT. Chi nega al proprio popolo il diritto al lavoro o il diritto alla casa, come avviene nella RFT, mette in conto che molti si sentano negare il diritto all’esistenza e non vedano altra soluzione che togliersi la vita. La disoccupazione, la condizione dei senza tetto, l’abuso di droghe, i crimini per procurarsi la droga e la criminalità in genere sono frutto della scelta politica dell’economia di mercato. Anche scelte apparentemente cosi neutre dal punto di vista politico come i limiti di velocità sulle autostrade, sono il prodotto di un assetto statale in cui sono determinanti non i politici liberamente eletti ma i padroni che non sono stati eletti da nessuno. […] Non sono io la persona che possa fare un bilancio della storia della RDT. Il momento di farlo non è ancora venuto. Il bilancio sarà tratto in futuro e da altri. Io ho speso la mia esistenza per la RDT. Dal maggio 1971 soprattutto ho avuto una responsabilità rilevante per la sua storia. Io sono perciò parte in causa e oltre a ciò indebolito per l’età e la malattia. E tuttavia, giunto alla fine della mia vita, ho la certezza che la RDT non è stata costituita invano. Essa ha rappresentato un segno che il socialismo è possibile e che è migliore del capitalismo. Si è trattato di un esperimento che è fallito. Ma per un esperimento fallito l’umanità non ha mai abbandonato la ricerca di nuove conoscenze e nuove vie. Bisognerà ora analizzare le ragioni per cui l’esperimento è fallito. Sicuramente ciò è accaduto anche perchè noi, voglio dire i responsabili in tutti i paesi socialisti europei, abbiamo commesso errori che potevano essere evitati. Sicuramente è fallito in Germania tra l’altro anche perchè i cittadini della RDT, come altri tedeschi prima di loro, hanno compiuto una scelta sbagliata e perché i nostri avversari erano ancora troppo potenti. Le esperienze storiche della RDT, insieme a quelle degli altri paesi ex socialisti, saranno utili a milioni di uomini nei paesi socialisti ancora esistenti e serviranno al mondo futuro. Chi si è impegnato con il proprio lavoro e con la propria vita per la RDT non ha vissuto invano. Un numero sempre maggiore di persone dell’est si renderanno conto che le condizioni di vita della RDT li avevano deformati assai meno di quanto la gente dell’ovest non sia deformata dall’economia di mercato e che nei nidi, negli asili e nelle scuole i bambini della RDT crescevano più spensierati, più felici, più istruiti, più liberi dei bambini delle strade e delle piazze dominate dalla violenza della RFT. I malati si renderanno conto che nel sistema sanitario della RDT, nonostante le arretratezze tecniche, erano dei pazienti e non oggetti commerciali del marketing dei medici. Gli artisti comprenderanno che la censura, vera o presunta, della RDT non poteva recare all’arte i danni prodotti dalla censura del mercato. I cittadini constateranno che anche sommando la burocrazia della RDT e la caccia alle merci scarse non c’era bisogno che sacrificassero tutto il tempo libero che devono sacrificare ora alla burocrazia della RFT. Gli operai e i contadini si renderanno conto che la RFT è lo Stato degli imprenditori (cioè dei capitalisti) e che non a caso la RDT si chiamava Stato degli operai e dei contadini. Le donne daranno maggior valore, nella nuova situazione, alla parità e al diritto di decidere sul proprio corpo di cui godevano nella RDT. Dopo aver conosciuto da vicino le leggi e il diritto della RFT molti diranno, con la signora Bohley, a cui i comunisti non piacciono: “Abbiamo chiesto giustizia. Ci hanno dato un altro Stato”.
Molti capiranno anche che la libertà di scegliere tra CDU/CSU, SPD e FDP è solo una libertà apparente. Si renderanno conto che nella vita di tutti i giorni, specialmente sul posto di lavoro, avevano assai più libertà nella RDT di quante ne abbiano ora. Infine la protezione e la sicurezza che la piccola RDT, così povera rispetto alla RFT, garantiva ai suoi cittadini non saranno più minimizzate come cose ovvie, perchè la realtà quotidiana del capitalismo si incaricherà adesso di far capire a tutti quanto fossero preziose. Il bilancio della storia quarantennale della RDT è diverso da quello che ci viene presentato dai politici e dai mass media. Col passar del tempo questo sarà sempre più evidente. […] Nella RDT non c’erano campi di concentramento, non c’erano camere a gas, sentenze politiche di morte, tribunali speciali, non c’erano Gestapo né SS. La RDT non ha fatto guerre e non ha commesso crimini di guerra contro l’umanità. La RDT è stata un paese coerentemente antifascista che godeva di altissimo prestigio internazionale per il suo impegno in favore della pace. […] II processo serve a costruire la base per bollare la RDT come Stato ingiusto e illegale. Uno Stato governato da “criminali” e “omicidi” del nostro calibro non può che essere illegale e ingiusto. Chi stava in stretto rapporto con questo Stato, chi ne era cittadino cosciente dei propri doveri deve essere marcato con il segno di Caino. Uno Stato contrario al diritto non può esser retto e governato che da “organizzazioni criminali” come il Ministero per la Sicurezza e la SED. Si invocano colpe e condanne collettive in luogo di responsabilità individuali perchè così si può mascherare la mancanza di prove dei crimini attribuiti. Ci sono pastori e parroci della RDT che vengono dati in pasto a una nuova inquisizione, una moderna caccia alle streghe. Milioni di persone vengono così emarginati e banditi dalla società. Molti si vedono ridurre fino all’estremo le possibilità di esistenza. Basta essere registrati come “collaboratori informali” per essere condannati alla morte civile. Il giornalista autore delle denunce riceve elogi e laute ricompense. Delle sue vittime nessuno si cura. Il numero dei suicidi è un tabù. E tutto ciò ad opera di un governo che si vuole cristiano e liberale e con la tolleranza o addirittura l’appoggio di un’opposizione che non merita questo nome più di quanto meriti la qualifica “sociale”. Il tutto con il marchio di qualità dello Stato di diritto che si sono auto attribuiti. […] Questo processo, se ne vogliamo riassumere i contenuti politici, si pone in continuità con la guerra fredda e nega la nuova mentalità. Esso svela il vero carattere politico di questa Repubblica Federale. L’accusa, gli ordini di cattura e la sentenza del tribunale sull’ammissibilità dell’accusa portano l’impronta dello spirito della guerra fredda. Le sentenze si rifanno a precedenti del 1964. Da allora il mondo è cambiato, ma la giustizia tedesca imbastisce processi politici come al tempo di Guglielmo II. Ha superato ormai la momentanea “debolezza” politica liberale che l’aveva colpita dopo il 1968 e adesso ha recuperato la splendida forma anticomunista di un tempo. Di noi si dice che siamo dei dinosauri incapaci di rinnovarci. Questo processo fa vedere dove stanno in realtà i dinosauri e chi è incapace di rinnovarsi. Verso l’esterno si fa mostra di grande flessibilità. A Gorbaciov viene attribuita la cittadinanza onoraria di Berlino e magnanimamente gli si perdona di aver elogiato i cosiddetti tiratori del muro iscrivendo il proprio nome nel loro registro d’onore. All’interno invece ci si mostra “duri come l’acciaio di Krupp” e il vecchio alleato di Gorbaciov viene messo sotto processo. Gorbaciov e io siamo stati entrambi esponenti del movimento comunista internazionale. È noto che su alcuni punti essenziali avevamo opinioni divergenti. In quella fase però io pensavo che gli elementi di divergenza fossero meno rilevanti di quello che avevamo in comune. Il cancelliere federale non mi ha paragonato a Goebbels, come ha fatto con altri, né glielo avrei mai perdonato. Né per il cancelliere né per Gorbaciov il processo contro di me costituisce un ostacolo alla loro stretta amicizia. Anche questo è significativo. Le mie considerazioni terminano qui. Fate dunque quello che non potete fare a meno di fare».

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