06/09/2026
Ivrea, 236° Presidio per la Pace di Sabato 5 settembre 2026
Cronaca e Report fotografico
Introduce Giorgio Franco rilevando che, anche se non succede niente, il minimo allarme, come il drone su Lipsia, scatena il panico. Da anni stiamo armando l’Ucraina, rifiutando qualsiasi ipotesi diplomatica, e ci sorprende un drone, o cento droni misteriosi? Bisogna fermarsi prima che sia troppo tardi. I popoli non vogliono nessuna guerra.
Non basta una generazione di ucraini morta e sepolta per farlo capire ai governi europei? A guardare la spesa pubblica sembra proprio di no. E i droni russi o non russi che svolazzano sull’Unione europea fanno il gioco del famigerato e noto complesso militare industriale.
L’accelerazione della spesa militare in Europa nell’ultimo quadriennio, presentata dalle istituzioni dell’Unione Europea e dai governi nazionali come una risposta obbligata alle minacce asimmetriche e alla guerra convenzionale, risponde a logiche economiche e politiche che meritano un’analisi critica e disincantata.
Se da un lato episodi di sabotaggio reale o presunto, e la costante esposizione mediatica a scenari di rischio geopolitico vengono utilizzati per orientare il consenso pubblico, dall’altro le decisioni finanziarie stanno determinando una profonda riconfigurazione dei bilanci statali a danno del modello sociale europeo.
Secondo gli ultimi dati ufficiali della European Defence Agency la spesa militare combinata dei 27 Stati membri ha raggiunto i 418 miliardi di euro, registrando un balzo del 20% rispetto all’anno precedente e toccando il 2,2% del PIL comunitario, con proiezioni che prevedono una scalata fino a 454 miliardi di euro (il 2,4% del PIL).
A livello globale, i rapporti del SIPRI documentano che l’Europa è diventata il principale traino della corsa globale agli armamenti, con un tasso di crescita delle spese militari che tra i membri europei della NATO ha registrato i ritmi più veloci dal 1953. Questo “allarmismo strutturale” offre una sponda ideale per legittimare investimenti che sottraggono risorse cruciali alla sanità pubblica, all’istruzione e al welfare in una fase di forte pressione inflazionistica.
Sotto il profilo macroeconomico, l’argomentazione dell’autonomia strategica si traduce in una forte spinta protezionistica a beneficio del complesso militare-industriale europeo, le cui principali aziende quotate — come Rheinmetall e BAE Systems registrano profitti record e una capitalizzazione di mercato senza precedenti.
Esponenti dell’intelligence finanziaria e ricercatori del SIPRI paventano il rischio che la ridefinizione dei parametri di spesa per soddisfare i nuovi target NATO finisca per “sfumare i confini tra spesa militare e altre voci di bilancio legate a difesa e sicurezza”, riducendo drasticamente la trasparenza e complicando la reale valutazione delle capacità belliche. La stessa Corte dei Conti Europea ha espresso crescenti riserve sui meccanismi di finanziamento della difesa comune e sui programmi comunitari paralleli ad alto impatto fiscale (come il ricorso ai prestiti agevolati del fondo SAFE per il riarmo), segnalando forti criticità legate alla sovrapposizione dei budget, al rischio di duplicazione inefficiente dei contratti di approvvigionamento congiunto, e alla mancanza di una reale rendicontazione democratica sull’impiego dei fondi.
Spostando l’asse della sicurezza dalla resilienza sociale e civile alla mera accumulazione di asset bellici, l’Unione Europea rischia di alimentare la spirale dell’escalation internazionale e di indebolire la propria stabilità interna, dimostrando come la percezione della minaccia possa essere istituzionalizzata per superare le storiche resistenze democratiche alla militarizzazione della spesa pubblica.
In pratica stiamo correndo al riarmo europeo, che favorisce soprattutto gli americani, e Rutte se ne vanta con Trump; quindi si converte l’economia in economia di guerra, e ogni allarme droni, serve ad alimentare il consenso attraverso la paura del nemico.
Franco legge ora alcune riflessioni di Linda Maggiori, giornalista di Altra Economia (fonte: Sito Kritica)
L’Italia è in guerra? Secondo l’Avvocatura dello Stato, sì: «L’Italia è coinvolta nella guerra in corso, mondiale, a pezzi ed ibrida». Questo è quanto si legge nella memoria depositata nel procedimento davanti al Consiglio di Stato, avviato dopo la richiesta di accesso agli atti presentata dalla giornalista Linda Maggiori e respinta dall’Agenzia delle Dogane. Nella stessa memoria, il porto di Ravenna viene definito di «rilevanza militare» e «strategico per il dispositivo difensivo nazionale». Una semplice argomentazione difensiva per giustificare il diniego all’accesso agli atti o il riconoscimento tacito di un coinvolgimento bellico dell’Italia?
Maggiori, giornalista e collaboratrice di Altreconomia, da mesi sta monitorando i traffici di armamenti nei porti italiani attraverso richieste di accesso agli atti. «A gennaio del 2026 ho fatto una richiesta di accesso generalizzato agli atti», racconta a Kritica. «Il lavoro è partito da Ravenna, dopo che nel settembre 2025 erano emersi transiti di munizioni destinate a Israele, e si è poi esteso ad altri scali».
A Ravenna, Maggiori ha chiesto alle Dogane i dati quantitativi aggregati relativi agli armamenti transitati nel 2025, espressi in chili o valore economico e suddivisi per periodi dell’anno, oltre alle destinazioni. Una richiesta che nasce anche da una lacuna nelle informazioni già disponibili. «La Capitaneria di porto ha le informazioni sulle merci pericolose, quindi tutto quello che di pericoloso passa, entra e transita dal porto, e quindi anche la classe 1, quella degli esplosivi. Però io volevo sapere la quantità totale di armi che possono essere anche non esplosive» precisa. Il riferimento è a componenti di droni, carri armati e altri sistemi d’arma che, pur rientrando nel traffico di armamenti, non sono necessariamente classificati come merci esplosive e possono viaggiare all’interno di container.
Le Dogane hanno respinto la richiesta, sostenendo che la diffusione delle informazioni avrebbe messo a rischio la sicurezza nazionale. Maggiori, assistita dall’avvocato Andrea Maestri, ha quindi fatto ricorso al Tar dell’Emilia-Romagna, che con la sentenza pubblicata il primo luglio ha riconosciuto il diritto ad accedere ai dati aggregati, mantenendo invece riservate le destinazioni delle spedizioni.
Le Dogane, però, hanno impugnato la decisione davanti al Consiglio di Stato, sostenendo che neppure i dati quantitativi potessero essere divulgati. Ed è in questo passaggio che, secondo Maggiori, la posizione dell’amministrazione assume contorni poco chiari. «Hanno sottolineato che il mio lavoro metteva a rischio la sicurezza nazionale, che è un interesse pubblico, ed era dettato da scopi di lucro e da interessi privati», denuncia. «Ma il giornalismo non è un interesse privato e non ha scopo di lucro».
Il 27 agosto, nella memoria depositata per l’udienza sulla sospensiva, è comparso poi il riferimento alla guerra «mondiale, a pezzi ed ibrida» e alla «rilevanza militare» del porto di Ravenna. Il Consiglio di Stato non ha sospeso la decisione del Tar e ha fissato per l’8 ottobre l’udienza di merito.
«Ci sono determinate materie quali la sicurezza nazionale, le questioni militari, le relazioni internazionali, che sono specificamente indicate dalla legge come possibili ragioni per negare in tutto o in parte l’accesso», spiega a Kritica, l’avvocato Andrea Maestri, legale di fiducia di Maggiori. «Ma si tratta di limiti «relativi», non assoluti: occorre un bilanciamento concreto tra il diritto alla trasparenza e la tutela di informazioni sensibili».
«Se riteniamo che il porto di Ravenna sia diventato, di fatto e non di diritto, da porto civile e commerciale quale era, un porto militare, qualcuno deve dare delle spiegazioni ai Ravennati e agli emiliano-romagnoli», sostiene Maestri. La trasparenza, per il legale, riguarda anche la sicurezza di chi lavora nello scalo e della comunità che lo ospita. «Il tema della sicurezza dovrebbe interessare alle istituzioni e ai cittadini», afferma, richiamando anche la movimentazione di materiali potenzialmente pericolosi.
Il 27 agosto, mentre a Roma si svolgeva l’udienza, circa cinquanta persone hanno manifestato a Ravenna contro i traffici di armi e per chiedere trasparenza. Una delegazione del Coordinamento contro le armi dal porto di Ravenna, insieme a BDS Ravenna, Petizione Basta Complicità, USB, SGB e altre realtà, è stata ricevuta dal sindaco Alessandro Barattoni. Al Comune è stato chiesto di intervenire nel procedimento «ad adiuvandum», sostenendo la posizione favorevole all’accesso ai dati. Secondo il Coordinamento, il sindaco si è riservato una risposta, indicando però come priorità politica la creazione di un osservatorio nazionale sui porti.
Maggiori e il Coordinamento chiedono ora un incontro anche al presidente della Regione Emilia-Romagna Michele De Pascale. Comune e Regione hanno finora chiesto alle Dogane di rendere pubblici i dati sui traffici di armamenti di tutti i porti italiani, ma per i promotori della mobilitazione la questione è più urgente: se Ravenna ha davvero assunto il ruolo strategico e militare descritto nella memoria dell’Avvocatura, la comunità dovrebbe poter sapere almeno quale quantità di armamenti viene movimentata nel proprio porto.
Il 7 settembre scadrà il termine indicato dal Coordinamento per intervenire nel giudizio. USB ha annunciato la propria costituzione ad adiuvandum, mentre altre associazioni stanno valutando di fare altrettanto. Poi toccherà al Consiglio di Stato. L’8 ottobre i giudici non dovranno stabilire se l’Italia sia formalmente in guerra: la memoria dell’Avvocatura non equivale a una deliberazione parlamentare e, come ricorda Maestri, «lo stato di guerra deve essere deliberato dalle Camere, non da una sentenza nell’ambito di un singolo procedimento». Dovranno però stabilire se le ragioni di sicurezza nazionale e di rilevanza militare invocate dalle Dogane siano sufficienti a impedire a una giornalista d’inchiesta di svolgere il suo – prezioso – lavoro.
Mariella Ottino interviene ancora sull’Ucraina…
Per quanto riguarda la guerra in Ukraina, è indubbio che i mezzi di informazione lavorano per la guerra. L’Europa non può ritrarsi perché ha speso un sacco di soldi e di credito politico a favore della guerra e non sa tornare indietro. Finché i dirigenti attuali restano al loro posto è così. Per fortuna ci sono molte elezioni entro l'anno prossimo. Per ora lavoriamo alacremente per alimentare odio e paura. La nomina dell'ex ministro della guerraa ukraino Fiodorov a consigliere dell'innovazione dei servizi di difesa in Italia è un evidente schiaffo alla Russia e direi anche all’Italia: sottintende che determinate decisioni non passano dalla discussione parlamentare. Nessuno, tantomeno l’opposizione al governo si oppone alla ukrainizzazione dell’Europa. Anche la minaccia recente di Zelensky di fare abbattere gli aerei civili che sorvolano la Federazione Russa, non ha precedenti; nemmeno i nazisti avevano mai minacciato una cosa del genere. L'Europa si è infilata in questo clima di morte. La retorica però ormai non regge di fronte alla realtà: non si può presentare l’Ukraina, con i partiti dell'opposizione messi fuorilegge, un colpo di stato contro un presidente eletto democraticamente, la corruzione ad altissimi livelli, come un paese democratico, senza contare altre notizie allarmanti. Quali ad esempio quella di collocare i depositi di armi e munizione fra le case. L'Interpol segnala che le armi da guerra che noi diamo all'Ukraina le troviamo nelle mani di mafiosi e terroristi: il Pentagono fin dall'inizio della guerra parlava di un 30 % di armi che sparivano appena erano state consegnate. I paesi dell’Unione Europea hanno perso il polso della situazione. Il Regno Unito preme sempre più per colpire il territorio russo, una strada senza ritornno.
Noi amiamo davvero l’Ukraina? Davvero l’abbiamo aiutata? I funzionari di governno stessi dell’Ukraina hanno diffuso dei dati sconvolgenti: quando l’Ukraina si è staccata dalla Russia, allora ancora Unione Sovietica, aveva circa 50 milioni di abitanti. Quando è iniziata la guerra l’esodo è stato tale che ora ne ha meno di 25 milioni, più della metà della popolazione è scappata, e abita all’estero. Resta la popolazione anziana, con molti invalidi di guerra. Noi rifiutando ogni negoziato, e sabotandolo, abbiamo ridotto il paese in questo stato. Kellog, il primo mediatore di Trump, ha ultimamente suggerito di arruolare le donne. L’Ukraina ha chiesto 300 postazioni missilistiche Patriot (costo di circa 5 milioni di euro l’una), ma Trump ha risposto che non ne ha a disposizione, li ha usati per l’Iran e li ha dati a Israele. L’Ukraina non è ora in grado di difendere il suo spazio aereo. L’Unione Europea ha promesso che stanzierà miliardi per armi che non ha, e ha varato il provvedimento vergognoso di negare lo status di rifugiato ai cittadini ukraini fra i 22 e i 60 anni, un regalo all’esercito ukraino che scarseggia sempree più di soldati, massacrati al fronte.
A maggio il presidente del consiglio europeo Antonio Costa ha detto che dovremmo parlare con i russi, se vogliamo la fine della guerra. Lo ha detto questa primavera per ben due volte, e Putin, il 9 maggio 2026 si è reso disponibile a farlo, chiedendo all’Unione Europea di indicargli un nome e una data. Sono passati tre mesi e dall’Europa non è arrivato né un nome né una data. L’Unione Europea e i suoi organi di informazione non fanno che alimentare odio, paura, e a stanziare miliardi per armi che non hanno, almeno per ora.
Dove vogliamo andare? Qual è lo scopo di un comportamento di questo tipo? Perché quando il Kossovo nel 1999 ha voluto staccarsi da Belgrado, lo abbiamo appoggiato bombardando Belgrado, ma non abbiamo mosso un dito quando l’indipendenza l’ha chiesta il Donbass, bombardato per 8 anni da Kiev? Il Kossovo non è riconosciuto da molti stati, e neppure dall’Ukraina. La ragione è evidente: Kiev non può riconoscerlo perché altrimenti dovrebbe farlo con il Donbass. Questo con grande disappunto dello stesso Kossovo, che gli ha inviati aiuti. L’analogia delle situazioni è troppo evidente. Allora, in questa storia cosa c’entra la democrazia?
Luca Oliveri legge un articolo di Maurizio Acerbo…
Zelensky come Bin Laden?
2 Settembre 2026
Mentre sui media rimbombano le accuse contro la Russia per i droni a Lipsia, Zelensky parla come Bin Laden:
«Oggi vogliamo avvertire ogni compagnia aerea che utilizza lo spazio aereo russo, ogni assicuratore, chiunque utilizzi ancora gli aeroporti chiave russi: i cieli russi stanno diventando completamente pericolosi. L’Ucraina non minaccia l’aviazione civile in quanto tale – non un singolo aereo civile. È solo che i droni saranno nel cielo della Russia in modo tale che dobbiamo tenerne conto. Sebbene le autorità russe non lo stiano riportando come dovrebbero, il cielo russo sarà di fatto chiuso: la guerra scatenata dalla Russia sta chiudendo il suo cielo.»
Le parole del presidente ucraino rappresentano una excusatio non petita, una evidente minaccia di attacchi ai voli aerei civili da e per la Russia.
Sempre più appare irresponsabile l’avventurismo dei “volenterosi” europei che sostengono acriticamente la prosecuzione della guerra a oltranza e che continuano a promuovere la propaganda per legittimare il f***e riarmo che hanno intrapreso.
Non mi pare che sia stata resa pubblica alcuna prova di coinvolgimento della Russia a Lipsia però i media e i governi amplificano l’accusa.
Siamo di fronte a una ricerca dello scontro che contrasta persino col buonsenso di qualsiasi cittadino europeo che si domanda come mai si faccia finta di non sapere che sono stati gli ucraini (e non da soli) a far saltare il gasdotto Nord Stream 2.
L’avvertimento di Zelensky alle compagnie aeree civili e alle assicurazioni dovrebbe suscitare una ferma reazione dei paesi che continuano ad armare e finanziare l’Ucraina.
Il diritto internazionale umanitario (DIU) impone di distinguere tra obiettivi militari e civili. Un aereo civile non può essere oggetto di attacco che costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale e un crimine di guerra.
Hillary Clinton nei giorni immediatamente successivi all’invasione russa del 2022 esaltò la guerra in Ucraina dichiarando che avremmo avuto un “nuovo Afghanistan” che avrebbe portato al crollo della Russia di Putin: “Ricordate, i russi hanno invaso l’Afghanistan nel 1980” (…) Non è finita bene per i russi… ma il fatto è che un’insurrezione molto motivata, poi finanziata e armata ha praticamente cacciato i russi dall’Afghanistan”.
Scrissi un articolo che mi sembra esca confermato dai fatti su questi “apprendisti stregoni” dell’imperialismo:
Ricordo agli smemorati che gli USA – cosa oggi ufficiale e ammessa da tempo dalla stessa Clinton – finanziarono e addestrarono i “combattenti per la libertà” islamici che inflissero ai sovietici enormi perdite fino a costringerli al ritiro.
L’operazione condotta con la collaborazione dell’Arabia Saudita e del Pakistan previde la diffusione dell’integralismo wahabita che ancora terrorizza il mondo. Le conseguenze le conosciamo tutti. Qualche anno fa Hillary Clinton ammise che il terrorismo islamico “l’abbiamo creato noi”.
Zelensky ormai parla come Bin Laden e sarebbe il caso di smetterla con questi giochi di guerra prima che ci conducano a un conflitto nucleare. E’ ora che si imbocchi la strada della diplomazia per fermare un’escalation pericolosissima.
Condivido le considerazioni della storica ucraina Marta Havryshko:
Zelenskyy ha appena annunciato l’inizio di una campagna terroristica contro tutti gli aerei che sorvolano la Russia? Quindi ora l’Occidente finanzierà il terrorismo internazionale tra canti di «Slava Ukraini»?
Non c’era già abbastanza escalation? Vuole sul serio che Kyiv, Odesa e Lviv vengano ridotte a parcheggi in rappresaglia?
Togliete di mezzo questo psicopatico narcisista dal potere a Kyiv e staccatelo dalla mammella di Bruxelles — immediatamente.
So già che qualche lettore mi starà accusando di essere putiniano ma sbaglia indirizzo. Sulla guerra e la questione delle nazionalità la penso come Lenin.
Mario Beiletti si sofferma invece su un tema interno al Presidio…
Vorrei intervenire brevemente su un aspetto, su dubbi che talvolta attraversano il nostro Presidio.
Questo Presidio è formato da diversi Cittadini di ogni estrazione sociale e fede politica (sia pure tutti chiaramente orientati verso i partiti progressisti), e di ogni convinzione laica o fede religiosa. Comprende Emergency, l’Anpi, ma anche il MIR, Pax Christi, Movimento nonviolento, eccetera.
Tutti danno il loro contributo.
Capita che qualcuno lamenti poca incisività nella nostra azione, altri che vorrebbero estendere il nostro campo d’azione, sia in campo sociale che politico, creare reti con altre realtà, fare di più, insomma.
E allora vorrei dire che sono tutte richieste legittime, sulle quali il Presidio si è sempre trovato disponibile: manifestazioni, convegni (fra i quali che inizierà fra pochi giorni con la pacifica invasione), collegamenti con altre realtà, con altre forme di protesta… Lo abbiamo sempre fatto e sempre lo faremo.
Ma c’è una realtà che secondo me viene ancor prima, e sulla quale il nostro Presidio è Maestro. Esso, il Presidio, incarna la volontà testarda, continua, pervicace, di testimoniare. Da più di quattro anni noi siamo qui a testimoniare il rifiuto di tutte le guerre e l’esigenza di Pace.
In questo abbiamo raccolto condivisioni (anche se spesso non manifestate apertamente) che si allargano sempre più. Noi siamo Testimoni, facciamo testimonianza. Per i credenti, significa ricercare una verità e una giustizia trascendente. Per chi non crede, per i laici, “dare testimonianza alla verità significa cercare onestamente i fatti e difendere la giustizia usando la ragione umana, senza dipendere da dogmi religiosi o autorità divine”. Entrambi giungiamo, uniti, alle stesse conclusioni e le mettiamo in pratica con i mezzi che conosciamo e che ci sono consentiti, con rigore.
Perciò, nessuno scoramento, nessuna stanchezza ci impedirà di essere qui, in questa piazza, a fare testimonianza di giustizia e verità senza mai tentennare, senza mai dubitare.
Forza Presidio, avanti così!
Matilde Lo Valvo ricorda il progetto de “La pacifica invasione” che partirà fra pochi giorni, e di cui saremo informati tutti a brevissimo…
Riprende la parola Franco sui Palestinesi…
PALESTINA
Il programma di Gaza verso il nulla: perché Israele non rinuncerà al controllo
Per Netanyahu e l’opposizione israeliana, lo status quo di Gaza offre controllo territoriale e libertà militare senza il peso della ricostruzione.
Israele è stato colto di sorpresa quando Hamas ha accettato, alla fine di luglio, di disarmare le proprie armi a Gaza in concomitanza con il ritiro dell’esercito israeliano dall’enclave.
Il governo di Benjamin Netanyahu ha persino definito l’accettazione della tabella di marcia del Consiglio per la Pace da parte delle fazioni palestinesi un “7 ottobre diplomatico”.
Per mesi, Israele ha usato il disarmo di Gaza come unico pretesto per il suo continuo Genocidio nell’enclave e per le sistematiche violazioni del cessate il fuoco dell’ottobre 2025.
“Se solo Hamas deponesse le armi, tutto questo finirebbe” è stata la motivazione di Israele per giustificare l’uccisione di oltre 1.200 palestinesi negli ultimi 320 giorni di presunta calma, nonché la restrizione degli aiuti e della libertà di movimento, il divieto di ricostruzione e l’avanzamento della “Linea Gialla” delle aree sottoposte a Pulizia Etnica.
Eppure, non appena Hamas e altre sette fazioni palestinesi hanno accettato la richiesta di Tel Aviv, il governo israeliano è andato nel panico. Netanyahu si è affrettato a respingere formalmente il piano progressivo, mentre i suoi ministri l’hanno definita “pericolosa per Israele” e hanno promesso di continuare le uccisioni quotidiane e la Pulizia Etnica.
L’esercito israeliano, nel frattempo, ha intensificato la sua campagna di bombardamenti a Gaza.
Anche dopo che il Consiglio per la Pace ha cercato di fornire ampie garanzie a Israele sulla possibilità di continuare a bombardare Gaza, occupare il 70% del territorio di Gaza e ritirarsi solo dopo il disarmo totale di Hamas, Netanyahu ha continuato a respingere l’accordo.
“Hamas ha accettato il piano progressivo per mettere alla prova Netanyahu”, ha dichiarato un importante mediatore arabo. “Sapevano che non avrebbe obbedito”.
La presa di Israele su Gaza
Nonostante il Consiglio per la Pace abbia riscritto i termini del piano in modo da soddisfare Israele, la riluttanza di Netanyahu ad accettarla deriva dal fatto che qualsiasi progresso a Gaza minaccerebbe la coalizione di estrema destra che lo mantiene al potere.
Il Primo Ministro israeliano ha promesso alla sua base una Pulizia Etnica nei Territori Palestinesi. Metà dei ministri e dei membri della Knesset (Parlamento) della sua coalizione hanno recentemente manifestato per la ricostruzione degli insediamenti riservati agli ebrei a Gaza, mentre il Ministro della Difesa israeliano sta conducendo la sua campagna elettorale vantandosi di aver raso al suolo intere città palestinesi.
Anche se Hamas si disarmasse senza alcun ritiro israeliano o sospensione dei bombardamenti aerei, il piano rimarrebbe inaccettabile per Israele perché limiterebbe la sua capacità di controllare Gaza.
Ad esempio, secondo il piano, Israele dovrebbe consentire al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza di entrare nell’enclave insieme a una Forza Internazionale di Stabilizzazione per raccogliere armi.
Il governo israeliano considera questo scenario un incubo, perché la presenza di forze internazionali sul territorio renderebbe difficile per Israele mantenere la libertà operativa militare a Gaza.
Per questo motivo, il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha avvertito che una forza multinazionale a Gaza sarebbe “pericolosa per Israele” perché “ci monitorerebbe, ci separerebbe da Hamas e limiterebbe l’attività militare israeliana nella Striscia”.
Allo stesso modo, il piano obbligherebbe Israele a rispettare gli obblighi previsti dalla Fase Uno del Piano di cessate il fuoco in 20 punti di Trump, prima o contestualmente al disarmo di Hamas.
Tali obblighi includono il transito giornaliero di almeno 600 camion di aiuti umanitari a Gaza, nonché di 60.000 alloggi temporanei e 200.000 tende, oltre alla riparazione delle infrastrutture di base come elettricità, acqua, fognature, strade, ospedali e panifici.
Ma questo vanificherebbe la politica israeliana di mantenere Gaza “distrutta per le generazioni a venire”, come affermato dall’ex Generale israeliano Giora Eiland.
Anche le minime misure umanitarie che renderebbero Gaza meno inabitabile sono considerate da Israele una minaccia esistenziale. La sua guerra, costata oltre 140 miliardi di dollari (121 miliardi di euro), mirava esplicitamente a trasformare l’enclave in una landa desolata apocalittica, non lasciando ai palestinesi altra scelta se non quella di andarsene.
Lo status quo fa comodo a Israele
Un ex alto funzionario israeliano, che fino al 2024 ha lavorato a stretto contatto con Netanyahu, ha dichiarato che il Primo Ministro israeliano preferisce l’attuale situazione di stallo a qualsiasi “grande cambiamento”.
“Abbiamo tutta la leva, abbiamo il sopravvento, qual è il nostro incentivo a impegnarci?”, ha affermato.
L’ex funzionario ha spiegato che Israele si sente a suo agio con l’attuale status quo a Gaza perché gli consente di mantenere il controllo del 70% dell’enclave, ormai spopolata, evitando al contempo i costi per il sostentamento e l’alloggio della popolazione sfollata.
Analogamente, la facciata del cessate il fuoco impedisce ad Hamas di attaccare le truppe israeliane oltre la “Linea Gialla”, quindi Israele non ha bisogno di stazionare un numero significativo di soldati per difendere l’area.
Due alti funzionari di Paesi arabi che svolgono un ruolo di mediazione hanno dichiarato che l’attuale status quo è ideale per Israele, e che non sono previsti cambiamenti a Gaza almeno fino alle elezioni di ottobre.
Un funzionario ha affermato che, fin dall’inizio, le loro aspettative riguardo al piano Trump sono state quelle di “ridurre le uccisioni, aumentare gli approvvigionamenti alimentari e prevenire la Pulizia Etnica”.
L’altro funzionario ha dichiarato che l’unico modo per procedere con il piano è “trascinare Israele con la forza”, ma il Consiglio per la Pace di Trump finora non ha esercitato alcuna pressione significativa su Netanyahu.
L’opposizione israeliana non è da meno
L’ex funzionario israeliano ha messo in guardia contro qualsiasi ottimismo sulla possibilità che i partiti di opposizione israeliani vincano alle prossime elezioni.
“L’opposizione sta attaccando Netanyahu da destra, non da sinistra. Dicono che sta per vanificare i risultati ottenuti a Gaza e piegarsi a Trump”, ha dichiarato. “Promettono di essere più duri”.
Il veterano politico israeliano Haim Ramon ha addirittura avvertito che “chi sceglie Naftali Bennett in realtà sceglie un altro Netanyahu, solo più estremista”.
Ha aggiunto che i rappresentanti dell’opposizione israeliana come Bennett o Avigdor Lieberman “potrebbero cercare di presentarsi come centristi o di destra ‘moderata’, ma in realtà sono falchi politici, sostenitori dell’intero territorio di Israele, le cui posizioni estremiste sono identiche a quelle di Ben-Gvir e Smotrich”.
Bennett, per inciso, una volta si vantò in modo infame: “Ho già ucciso molti arabi nella mia vita, e non c’è assolutamente nessun problema in questo”.
Un alto funzionario arabo di un Paese mediatore ha dichiarato che, se l’opposizione vincesse, la situazione a Gaza potrebbe complicarsi ulteriormente.
“Se Gadi Eisenkot diventasse primo ministro, la pressione internazionale su Israele svanirebbe e ci verrebbe detto che dobbiamo dargli tempo e spazio per consolidare il suo Regime e impedire a Netanyahu di tornare al potere”.
Anna Ricchiuti, a proposito di Palestina, ricorda che venerdì 11 settembre, alle ore 21, l’Associazione Fraternità OSV organizza un incontro sul tema “La fede in tempo di genocidio" riflessioni sul documento ecumenico delle Chiese di Palestina, a cura di
Erica Sfredda, predicatrice locale Chiesa Valdese.
L’incontro si terrà presso la Fraternità CISV del Castello di Albiano d'Ivrea. (Nelle immagini del post la locandina dell'evento)
In conclusione, Franco ricorda che, nei prossimi presidi…
si è detto di fare normalmente quello del 12 settembre.
Invece il 19 settembre si farà come presidio la partecipazione all’incontro in programma in sala Santa Marta alle 10, su “Movimenti di liberazione: senza armi?
E il sabato 26 settembre, giornata internazionale per l’eliminazione delle armi nucleari e per Ivrea giornata finale dei campionati europei di canoa, si è pensato di fare il presidio in via Dora Baltea.
(Nel post le immagini del Presidio odierno)
Foto di Rachele Chillemi e Giorgio Franco
Chi interviene è soggettivamente responsabile delle proprie parole, letture e citazioni di libri e articoli, nonché delle fonti da cui sono stati tratti. Poiché la Pace dovrebbe interessare tutti, sarebbe auspicabile un più ampio dibattito anche e soprattutto con opinioni diverse.