17/08/2026
IL TRAMONTO DELLO STATO E IL RISPETTO DELL'AUTORITÀ: TRA COSCIENZA CRITICA E STUPIDITÀ
Iunio Valerio Romano
La cronaca ci racconta di crescenti e sempre più frequenti aggressioni gratuite nei confronti di esponenti delle forze dell'ordine chiamati ad adempiere il proprio dovere, che è quello di garantire la sicurezza pubblica, tutelare i diritti dei cittadini, prevenire e perseguire i reati, nonché mantenere l'ordine pubblico.
Nell'era dei social, dove tutto è filmato e l'apparire si trasforma nell'essenza stessa dell'essere, ogni occasione diventa spettacolo ed è ormai affatto evidente che si è perso il senso della misura e con esso anche un po' il lume della ragione.
La pubblica autorità rappresenta lo Stato. Ne è l'immagine e la "lunga mano".
Il mutamento culturale e sociale prodotto da una maggiore istruzione e un'altrettanto maggiore consapevolezza delle proprie libertà e dei propri diritti, ha prodotto una tendenza, non di rado tracotante, alla contestazione e all'intolleranza verso le regole, unita all'insofferenza verso chi ha il compito di farle rispettare nell'interesse comune.
Un tempo, l'uniforme godeva di un prestigio sociale profondo e incuteva timore reverenziale, perché custode indiscutibile del bene collettivo.
Oggi c'è da un lato una forte domanda di sicurezza, unita ad una spesso strumentale solidarietà nei confronti dei custodi della stessa, e dall'altra una critica abbastanza prevenuta se non addirittura un'aperta ostilità
Tutto ciò è dovuto, altresì, al crescente individualismo che pervade la nostra società e alla crisi dello Stato, tanto come comunità quanto come apparato.
Un tempo lo Stato era sovraordinato ai cittadini e, per definizione, immune da errore e non giudicabile. Abbiamo dovuto attendere l'alba del terzo millennio per passare da un rapporto inteso in senso verticale ad un rapporto tra pari o addirittura in cui il cittadino è sovraordinato allo Stato, che si pone al suo servizio in maniera trasparente e assumendosi la responsabilità delle proprie azioni.
Oggi il comando necessita di una motivazione e, al tempo stesso, il rispetto si ottiene non con la forza, ma con l'autorevolezza. L'autorità, in buona sostanza, deve essere percepita come equa e rispettosa.
La risonanza mediatica amplifica ovviamente la visibilità degli errori dei singoli, minando ingiustamente la fiducia nell'autorità in quanto tale.
La verità è che il potere, o meglio la potestà pubblica, attribuita agli organi dello Stato per curare un interesse collettivo, si deve fondare non già sulla forza, bensì sul consenso e sul rispetto delle leggi condivise.
Se, tuttavia, è vero com'è vero che il dovere non può discendere dall'obbedienza incondizionata ad un'autorità esterna, dovendo radicarsi nella coscienza critica del singolo, affinché ogni comando sia passibile di giudizio etico da parte del cittadino, è anche vero che tale coscienza non può tradursi in stupidità, rispetto alla quale lo Stato, in quanto comunità e in quanto apparato, non può rimanere indifferente.